Il toponimo Marone risale a quando Agerola era il granaio di Amalfi.

1 Introduzione

Ad Agerola, come in tanti altri centri rurali dove la proprietà agraria diffusa è fatto antico, sono frequenti i nomi di luogo che ricalcano i cognomi delle antiche famiglie proprietarie; cognomi che talvolta ancora esistono in paese talaltra sono invece scomparsi.

Al secondo caso appartengono i toponimi Li Galli e Sarriani , cui ho dedicato articoli specifici, ma anche Li Iovieni, Li Villani, Pironti e altri ancora.

Ma i toponimi che nacquero da un cognome non sono sempre facili da riconoscere come tali; vuoi perché legati a cognomi scomparsi secoli fa dalla zona, vuoi perché resi poco intellegibili da corruzioni lessicali. E’ il caso, ad esempio, del toponimo Li Scialli che sembra alludere al noto indumento femminile, ma deriva invece dal cognome di origine araba Iscialla, presente nel ducato amalfitano durante il medioevo.

Ma il caso cui dedico il presente articolo è quello del problematico micro-toponimo Marone, in uso per una zona agricola con poche case sparse, della parte alta di Pianillo.

2 Un documento probante

Riguardo all’etimologia del toponimo Marone ho recentemente scoperto che esiste un documento medievale a mio avviso decisivo. Mi riferisco alla pergamena del 27 maggio 1258 che si ritrova trascritta come documento numero CCCLVIII nel Codice Diplomatico Amalfitano di R. Filangieri (vol.2, Trani 1951, p. 105 e seguenti) [1 ].

Si tratta di una charta divisionis con la quale tre fratelli si accordano su come dividersi una serie di beni immobili ereditati dai genitori. Ecco come declinano le loro generalità nelle prime righe dell’atto:

Maurone, Bartholomeus et Petrus germani ff. dom. Musci f. dom. Gregoriii f. dom. Musci f.  dom. Marini Probula f. dom. Iohannes f. dom. Sergii de Leone de Iohanne de  Maurone comite (vale a dire: Maurone, Bartolomeo e Pietro, fratelli, figli  del domino Musco, figlio del domino Gregorio f. del d. Musco f. del d. Marioi Probula f. del d. Giovanni f. del d. Sergiio di Leone di Giovanni di Maurone comite). Questa elencazione di ben 10 generazioni rientra nell’uso che avevano i membri dell’aristocrazia amalfitana medievale, di declamare i propri avi fino a giungere al capostipite e al titolo di cui godette (in questo caso quello di comite; vedi Appendice).

Come spiega dettagliatamente l’atto, il patrimonio ereditario fu suddiviso come segue:

A Pietro toccarono (a) delle case site in Amalfi, (b) due vigne situate a Praiano e (c) una parte (probabilmente 1/3) del castanieto magno che la famiglia possedeva ad Agerola (vedi oltre).

A Bartolomeo andarono (a) la vigna e la terra che la famiglia possedeva a Finestrum di Vettica Minore, (b) le due viterine  [2 ] che possedevano a Praiano e (c) una parte (probabilmente 1/3) del già menzionato castanieto magno di Agerola, nella quale vi era anche una casa diruta (domo disfabricata).

La porzione che toccò al primogenito Maurone (che sono io a trattare per ultima, mentre nella pergamena è descritta per prima) comprendeva (a) il grande edificio su cinque livelli che la famiglia possedeva nel centro di Amalfi , presso la Porta della Canonica e (b) il grosso del tenimento di famiglia ad Agerola, il quale comprendeva  vinea et silva et rosario et castanieto iusta predicta vineam cum parte de ipso castanieto magnoi …cum viis suis  et omnibus suis pertinentis (la vigna, la selva, il roseto, il castagneto presso detta vigna e una parte del castagneto grande, il tutto con le sue vie ed ogni sua pertinenza).

Di particolare interesse in questa sede è l’ubicazione del tenimento appena descritto , la quale è così definita:

…quod habemus in Ageroli positum ubi dicitur a Milline et ali Galli (…il che noi possediamo ad Agerola, laddove si denomina  A Milline e A li Galli).

Dato che i due toponimi citati sono ancora in uso [3] possiamo localizzare abbastanza bene dove si trovava il tenimento in questione. Siamo nella periferia nord-est del casale Pianillo, laddove il versante sud-occidentale del Colle Sughero si raccorda ai terrazzi alluvionali di fondovalle con pendenze abbastanza lievi da consentire il terrazzamento e la creazione di coltivi (cosa che la pergamena dimostra essere avvenuta non più tardi del Duecento).

La formula usata nella pergamena per definire l’ubicazione del tenimento suggerisce che esso principiava nell’ambito della località Milline e si estendeva verso sud fino a dentro la località Li Galli, della quale prendeva, probabilmente, solo la parte più alta.

Questa collocazione spaziale risulta coerente anche con quella del toponimo Marone (vedi mappa qui sotto), il quale – stando alle indicazioni fornitemi da varie persone del posto – parte dalla zona compresa tra la Pizzeria Galli e la palazzina Gentile per estendersi verso monte in direzione di Milline, intorno alla mulattiera gradonata che passa poco a monte della cava abbandonata de La Calcara e si unisce alla rotabile S. Maria – Paipo grossomodo nel punto in cui sorgeva la chiesetta di S. Croce [4].

Ubicazione dei toponimi citati nel testo su uno stralcio della Carta Tecnica Regionale in scala 1:3000.
Ubicazione dei toponimi citati nel testo su uno stralcio della Carta Tecnica Regionale in scala 1:3000.

Detta mulattiera ha un ruolo  importante nella viabilità sentieristica di Agerola, poiché facilita la salita da Bomerano e da Pianillo verso il valico di Crocella, l’Alta Via dei M. Lattari e il massiccio del Tre Pizzi. Tuttavia essa versa in uno stato di grave dissesto cui sarebbe bene porre presto rimedio.

4 Conclusione

In definitiva, la pergamena duecentesca qui analizzata fornisce indicazioni topografiche e onomastiche che supportano fortemente l’ipotesi che il toponimo agerolese Marone non sia altro che la corruzione dell’originario antroponimo Mauron [5] e che esso sorse nel corso del basso medioevo per indicare i terreni di cui erano proprietari dei discendenti del comite Maurone di Amalfi (vedi Appendice); discendenti il cui nome di battesimo a volte ripeteva quello del capostipite, come nel caso del Maurone de comite Maurone [6] cui toccò il grosso della tenuta agerolese di famiglia nel 1258.

APPENDICE

I Comite Maurone nella storia di Amalfi (e non solo).

Prima di dare qualche cenno storico su questa importante casata dell’aristocrazia amalfitana, voglio ricordare che il predicato comite deriva dalla stessa base latina che generò il termine nobiliare  conte, ossia da o cŏmes –mĭtis, il cui significato iniziale e letterale  fu quello di ‘compagno di viaggio’ o guardia del corpo di un personaggio di rilievo durante un viaggio.  Sulle galee medievali il comiteera l’ufficiale delle manovre veliche e e dei servizi marinareschi.

Da noi, ai tempi della Repubblica Marinara, quello di comite fu il titolo nobiliare che  designava l’aristocrazia amalfitana.  Caduto in disuso già nella seconda metà del X secolo,quel titolo  sopravvisse nelle genealogie con la soluzione di indicare i propri avi fino a giungere al capostipite che di quel titolo era stato insignito e al cui nome esso veniva aggiunto  [7] . Ad esempio:” Marino figlio del fu domino Orso  f. dom. Sergio f. dom. Marino … (altre generazioni, fino a un totale di 10 o più) … dom. Pantaleone f. dom. Orso Comite”

Come ricorda lo storico Matteo Camera, le famiglie comitali erano quelle “ch’avevano una maggior importanza politica in mezzo agli affari della Repubblica” [8 ] .

Quella dei Maurone Comite fu una nobile stirpeche nacque nel ducato d’Amalfi nel tardo IX secolo e costruì le  proprie fortune sul commercio con Bisanzio e con vari centri della costa siro-palestinese. Il capostipite Maurone ebbe anche un lussuoso palazzo a Costantinopoli, dove fu a capo della locale colonia amalfitana col titolo aulico di Ypathos(console).  La sua discendenza,  almeno fino alla quinta generazione, unì alle notevoli capacità mercantili li quella di coltivare  stretti rapporti con le più alte autorità politiche bizantine e musulmane; per cui in più occasioni essi si trovarono a svolgere anche importanti ambascerie e azioni diplomatiche internazionali (dei  le voci Mauro di Pantaleone e Pantaleone sulla Enciclopedia Treccani online).

Mauro e suo figlio Pantaleone (IV e V generazionea partire da Maurone) furono gli esponenti di maggior spicco della stirpe in quel secolo XI che segnò l’apice della grandezza di Amalfi. Oltre che per alcune  decisive mediazioni diplomatiche, Mauro e Pantaleone sono ricordati anche per il ruolo da mecenati che seppero svolgere  commissionando opere d’arte e proteggendo uomini di cultura, quali, ad esempio, il monaco Giovanni del Monte Athos, celebre traduttore in latino di opere in greco.

In campo artistico va segnalato l’importantissimo ruolo che i due ebbero nel riportare in Italia quell’so del bronzo che era praticamente scomparso con la caduta dell’Impero Romano.

Decisive in proposito furono le porte bronzee che i de Maurone Comite fecero fondere e decorare a Costantinopoli per poi donarle, in date e occasioni diverse, alla cattedrale di Amalfi, alla basilica di S. Paolo fuori le mura a Roma, al santuario di S. Michele sul Gargano e all’abbazia di Montecassino [9].

Una delle formelle della porta bronzea di S. Paolo fuori le mura (Roma) reca la firma del mercante amalfitano che la donò e la data di esecuzione. "Questo ha fatto Mauro figlio di Pantaleone de comite Maurone a lode del Signore e Salvatore Gesù Cristo dalla cui nascita sono passati 1066 anni"
Una delle formelle della porta bronzea di S. Paolo fuori le mura (Roma) reca la firma del mercante amalfitano che la donò e la data di esecuzione. “Questo ha fatto Mauro figlio di Pantaleone de comite Maurone a lode del Signore e Salvatore Gesù Cristo dalla cui nascita sono passati 1066 anni”

                           

Dettaglio della porta bronzea del santuario di S. Michele Arcangelo sul Gargano.
Dettaglio della porta bronzea del santuario di S. Michele Arcangelo sul Gargano.

Note

1 – La stessa pergamena è trascritta come doc. CCCIII alle pp. 620 – 624 de Il Codice Perris. Cartulario Amalfitano sec. X-XV, a cura di J. Mazzoleni & R. Orefice, Centro di Cultura e Storia Amalfitana, Fonti vol 1/II, Amalfi 1986.

2 -Sul significato di questo vocabolo medievale, che vari autori avevano provato a  comprendere, credo di  aver fatto chiarezza nel mio saggio  Cos’erano le veterine? Analisi di un oscuro vocabolo del lessico medievale amalfitano, con riflessi sulla micro-toponomastica locale.  In: . “Studi in onore d V. Aversano” a cura di S. Siniscalchi. Collana del Laboratorio di Cartografia e Toponomastica Storica dell’Università di Salerno, N. 5-6 Ed. Gutenberg 2014.

Le viterine erano aree attrezzate con speciali reti per la cattura dei volatili d (aucupio)

situate lungo i percorsi più battuti dai volatili di passo (da noi, ad esempio, sull’insellatura del crinale principale dei Lattari , dove – non a caso – troviamo i toponimi Palombelle, e La Parata.

3 –Mentre Li Galli (dialettalmente  E Jalle)  è riportato anche sulle moderne carte topografiche, Milline è  trasmesso per lo più oralmente (nella forma Migline) tra chi abita o possiede terreni nella zona.

4  -Eretta non più tardi del 1347, anno cui risale la più antica tra le menzioni scritte a noi pervenute,  questa chiesetta fu squassata dal sisma regionale del 1561 e dismessa nel 1572 su ordine dell’arcivescovo d’Amalfi).

5 – Màurone è accrescitivo di  Màuro,  nome proprio di persona nato dall’aggettivo e sostantivo latino maurus, preso dal greco mαmῦρος e significante ‘nero, scuro’. In epoca romana il termine indicava gli abitanti della Mauritania, regione cui oggi corrisponde il Marocco e parte dell’Algeria.

6 -Così la firma a nome e cognome del personaggio, al di là della lunga lista genealogica  che egli usa in apertura dell’atto per ricordare le nobili origini sue e dei suoi fratelli.

7  -Dalla voce Mauro di Pantaleone (di Maurone Comite) dell’enciclopedia Treccani online.

8 -M. Camera, Memorie storico-diplomatiche ecc, Salerno 1876, vol. 1, p. 90 .

9 -M. V. Marini Clarelli, Pantaleone d’ Amalfi e le porte bizantine in Italia meridionale, in “Arte profana e arte sacra a Bisanzio”, a cura di A. Iacobini, E. Zanini, (Milion. Studi e ricerche d arte bizantina, 3), Roma 1995.

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I Gallo e Li Galli.

Un’antica casata agerolese e il toponimo che la ricorda.

1 Introduzione

Sull’origine e sul significato  del cognome Gallo, che  per frequenza occupa il sesto posto tra i cognomi italiani, vi sono varie ipotesi o, per meglio dire, possibilità, visto che esse non sono necessariamente alternative tra loro. Infatti, la vasta distribuzione del cognome in Italia fa pensare a più luoghi e a diversi momenti di origine, con motivi ispiranti diversi da caso a caso.

Ad Agerola, il cognome Gallo, – ora assente – è stato presente così a lungo e abbondantemente da dar luogo a un esteso borgo denominato Li Gall (E Jalle in dialetto). Come un po’ tutta Agerola, esso sviluppò secondo il modello insediativo “a case sparse”, lungo la millenaria mulattiera che, da Bomerano e Pianillo, sale al valico di Crocella, per poi scendere a Tralia di Pimonte e infine a Stabia (uso il nome antico di questa città per ricordare che quella via doveva essere in uso già in epoca romana, quando deserta ancora la costa d’Amalfi – i prodotti delle fattorie agerolesi dovevano confluire verso Stabia).

Il toponimo Li Galli risale almeno alla metà del Duecento, visto che conosciamo un documento del 1258 nel quale si menzionano castagneti, vigne e roseti di Agerola situati “ubi dicitur a Milline et ali Galli “ [1 ].

                                

A riprova della consistenza del borgo de Li Galli, vi è il fatto che esso viene indicato su diverse carte topografiche antiche che pure omettono di indicare alcuni dei casali storici di Agerola. L’esempio qui mostrato è uno stralcio della Carta dei littorale di Napoli ecc disegnata dal Rizzi Zannoni nel 1794. Il triangolo rosso indica la scritta Li Galli.; quello giallo indica la cima del S. Angelo a Tre Pizzi.

Nel borgo de Li Galli vi furono anche due piccole chiese. Una di esse sorgeva nella parte più alta del borgo (non lontano dal luogo di Milline) ed era dedicata alla Santa Croce. Nel 1572 Mons. Carlo Montilio, arcivescovo di Amalfi, la trovò cadente e la interdisse.

L’altra chiesa era detta Sancta Maria delli Galli e non sappiamo dove esattamente essa sorgesse. La già citata visita pastorale di Carlo Montilio la trovò senza tetto e priva di arredi, per cui l’arcivescovo la interdì e ordinò che l’altare fosse eretto nella chiesa di S. Matteo. Parrocchiale di Bomerano, che allora era in corso di riedificazione.

Veduta parziale della conca di Agerola (foto dalla rivista Cultura e Territorio, II,2020, Eidos)

2 Il toponimo Li Galli

Quando delle fonti antiche ci restituiscono, identici o quasi tra loro, un cognome e un toponimo, si pone immediatamente l’esigenza di capire (e non sempre è facile) se fu il primo a generare il secondo o viceversa.

Nel caso in esame non vi è dubbio che fu l’antroponimo a generare il toponimo. Infatti, la forma di quest’ultimo, col suo “li” iniziale (forma antica dell’odierno articolo determinativo “i [2]) è quella tipica dei nomi di luogo basati sul cognome della casata ivi insediata con le sue case e i suoi fondi agricoli [3].

3 Gli ultimi Gallo di Agerola

D’altra parte, i dati contenuti nel Regio Catasto Onciario di Agerola mostrano che vi erano ancora dei Gallo ad abitare e possedere terreni a “luogo Li Galli”, anche se molte case e terre della zona erano già passate in altre mani; specialmente ai Fusco.

In particolare, a Li Galli vivevano le famiglie di Andrea e di Francesco Gallo, il primo (di 34 anni) era sposato con Rosa Mascolo e aveva tre figlie: Anna di anni 8, Giovanna di anni 5 e Serafina di anni 3. Il fratello Francesco Gallo (di anni 43) viveva con la moglie sessantenne Orsola d’Apuzzo, sposata già anziana (probabilmente vedova) per dargli dei figli.

Nel fatto che Francesco era senza prole e che Andrea aveva solo figlie femmine, potremmo leggere il segnale premonitore della finale estinzione del ramo agerolese dei Gallo

D’altra parte, la condizione socio-economica di questi Gallo agerolesi di metà Settecento era, si, dignitosa, ma non certo tale da garantire grandi prospettive alla discendenza. Infatti Andrea e Francesco erano filatori di seta, per cui a ciascuno di loro fu imputato un imponibile da lavoro pari ad annue once 12 (72 ducati). Per Andrea quella era l’unica entrata, mentre Francesco passava da 12 a 14 once annue per un altro appezzamento agricolo che egli possedeva, sempre a Li Galli

4 I primi Gallo attestati in Costa d’Amalfi e ad Agerola.

Nel bel saggio che Riccardo Gallo ha dedicato alla storia della casata di cui porta il nome [4] l’autore segnala un buon numero di pergamene medievali attestanti il cognome Gallo in vari centri dell’ex Ducato d’Amalfi.

Limitandomi a riportare qui solo la data della più antica attestazione da egli trovata per ciascun centro in cui sono documentati dei Gallo durante il medioevo, abbiamo che per Tramonti essa risale al 1070, per Amalfi al 1112 , per Praiano al 1138 [5],per Minori al 1176, per Atrani al 1143 e per Agerola al 1192.

Per Positano ci sono attestazioni a partire dal Trecento, ma l’autore ipotizza che i primi Gallo vi giunsero nel secolo XII, forse provenienti da Agerola come nel caso di quelli di Praiano.

L’insieme delle indicazioni cronologiche appena viste consente di affermare che nel Ducato d’Amalfi il cognome Gallo è presente fin dall’epoca in cui in Italia e in Europa si diffuse l’uso dei cognomi  (XI-XIIsecolo) per cui esso può considerarsi come uno dei primssimi “focolai” di affermazione di quel nome di famiglia; al che fece seguito – grazie agli intensi traffici commerciali marittimi degli amalfitani – anche un forte contributo alla diffusione del cognome in Italia meridionale.

Gli stessi dati di cui sopra non sono invece sufficienti a dire quale fu – nell’ambito del Ducato – la civitas o la terra dove visse il capostipite.

Si direbbe che fu la Terra di Tramonti, perché è da lì che ci viene la più antica attestazione (anno 1070), ma al momento il confronto tra i vari centri del Ducato si basa su numeri di attestazioni troppo bassi (non più di poche unità per centro, nel secolo di interesse) perché si possa ritenere attendibile (reale) l’ordine delle apparenti comparse del cognome nei vari centri.

5 Da produttori di castagne a mercanti e notabili.

Come suggerisce anche lo stemma di famiglia (vedi paragrafo 8), i Gallo del Ducato d’Amalfi ebbero, almeno nei primi secoli della loro storia, un forte legame con la montagna. Mi pare che lo provi anche la posizione della zona ove scelsero di insediarsi (poi denominata Li Galli);una porzione decentrata ed elevata della conca agerolese, a due passi da boschi, fonti di legname, che l’uomo aveva lasciato sui tratti più ripidi dei monti intorno al paese, ma in un contesto di media pendenza che comunque consentiva, previo terrazzamento, di creare orti, frutteti e castagneti.

Riguardo a questi ultimi sono interessanti i due documenti del maggio 1192 che – allo stato attuale della ricerca – costituiscono le più antiche attestazioni del cognome Gallo ad Agerola.

Il primo dei due, redatto il l 14 maggio di quell’anno, è il CLXXXV del Codice Perris  ( vol. I, pp. 361 – 363) e vede come protagonisti i coniugi Giovanni Gallo fu Leone e Anna, figlia del fu Sergio Vespuli (cognome ancora presente ad Agerola, nella forma Vespoli) i quali vendono al patrizio amalfitano Orso Castellomata, per sei solidi d’oro [6], un castagneto da frutto in località At Bicogena (?) di Agerola che era pervenuto a Giovanni dai suoi genitori. Dalla descrizione dei confini apprendiamo che vicino al castagneto in questione erano beni di uno zio del venditore a nome Giovanni e figlio di Tauro Gallo (nonno del venditore). Su altri lati erano terreni degli eredi di Pietro Gallo (altro figlio di Tauro e zio del venditore) e un fondo dell’ Episcopio di Amalfi che Giovanni ed Anna tenevano a censo. Contestualmente alla compravendita, nello stesso atto, il nuovo proprietario del castagneto lo concede a mezzadria a Giovanni ed Anna, i quali si impegnano conferire al Castellomata la metà delle castagne raccolte ogni anno, ben seccate at grata (vedi figura). Altro impegno assunto fu quello di migliorare il castagneto piantando nuovi tigilli (virgulti di castagno selvatico) e poi innestandoli con la cultivar zenzala.

Schema di casa castagniaria per la essicazione delle castagne. La “grata” qui è un solaio su travi il cui tavolato reca fitte fessure che lasciano salire l’aria calda prodotto dal tenue fuoco tenuto acceso al piano terra. Disegno tratto da “Essiccare le castagne” su  http://www.saporiecultura.org

L’altro documento del 1192  (CLXXXVI del Codice Perris, pp. 263 – 265)è un atto di compravendita che fu redatto pochi giorni dopo quello appena visto. Il bene venduto fu di nuovo un castagneto da frutto, sito in Agerola al luogo detto Alicotena (prob. A li Cotena). A vendere furono i coniugi Giovanni Gallo di Pietro e Theodonanda de Rosa (casata presente ad Agerola da circa un millennio). A comprare fu di nuovo Orso Castellomata, che pagò anche stavolta sei solidi d’oro in tarì di Amalfi. Bordavano il castagneto una via pubblica, dei terreni già del compratore e una proprietà di un altro Gallo di nome Stefano.

Questa coppia di documenti pare “fotografare” una fase in cui erano già trascorsi decenni dalla comparsa dei Gallo ad Agerola (vedi le tre generazioni menzionate: Giovanni figlio di Leone figlio di Tauro Gallo) e molti di loro avevano fatto della produzione e vendita di castagne una voce importante dei bilanci familiari.

Il fatto che Giovanni e Anna vendettero un loro castagneto a Orso Castellomata e, contestualmente, lo presero a mezzadria, rivela un bisogno che potrebbe esser dipeso da un momento di difficoltà economiche. Ma è anche possibile che a motivare quella vendita fu l’intenzione di procurarsi denaro da investire in qualche attività extra-agricola. Attività che forse fu intrapresa in società col cugino Giovanni , figlio di Pietro, che – come abbiamo visto – vendette anche lui un pezzo di castagneto ricavandone ugualmente sei solidi aurei.

Riguardo al tipo di attività nella quale investirono i cugini Gallo, possiamo solo fantasticare che fu probabilmente di tipo mercantile e che profittò delle opportunità marinaresche che derivavano dal far parte del Ducato d’Amalfi. Che quelle attività mercantili riguardassero solo le castagne e il legname dei loro possedimenti in quota o, invece, anche produzioni altrui, ne dovette comunque scaturire la necessità che alcuni esponenti della casata si trasferisse sulla costa; il che potrebbe essere all’origine dei rami di Praiano e di Positano (cfr. R. Gallo, Op. cit., pp. 31 – 35).

Col trascorrere delle generazioni, le condizioni economiche di alcune famiglie Gallo di Agerola crebbero abbastanza da permettere loro di far compiere anche studi universitari ai loro figli. E’ il caso, ad esempio, di quel Matteo Gallo che nel 1330 firma come teste un atto notarile (Codice Perris p. 935) e due anni dopo troviamo ricoprire la carica di Giudice di Agerola (Codice Perris p. 987).

6 Due celebri esponenti del ramo napoletano.

Non più tardi del Quattrocento, alcuni Gallo del ducato d’Amalfi si stabilirono a Napoli, dando origine a un ramo partenopeo della casata. Esso espresse varie figure notevoli nei campi della mercatura, delle professioni e della cultura. Tra gli esponenti del ramo napoletano dei quali rimangono tracce nelle fonti, risulta frequente il nome di battesimo Giacomo (all’epoca Iacobo o Iacopo). Esso era in uso anche tra i Gallo di Agerola ( Iacobo Gallo possessore di selve a Memorano di Agerola nel 1324; Codice Perris p. 855) dove la devozione a S. Giacomo era ed è forte per la presenza di una venerata chiesa romanica a lui dedicata, presso il confine tra Agerola e Furore.

A Napoli, un Iacobo Gallo fece parte della terna di “consoli” che reggevamo la potente corporazione dell’Arte della seta. Egli ricoprì quella carica elettiva nel 1525, nel 1528 (quando fu eletto anche Palmerio Nacherio, napoletano di origine agerolese) e nel 1529.

Ma il più famoso Iacobo Gallo di Napoli e di qualche decennio dopo  (Napoli 1544 – Padova 1618) e fu “principe dei giureconsulti” di fama nazionale. Prima di parlare di questo insigne giurista voglio ricordare – attingendo alle Memorioe del Camera [7 ] – che anche il di lui nonno, Iacobo Gallo senior, fu persona notevole per cultura e probità. Nacque a Napoli, verosimilmente intorno al 1470, da Luigi Gallo e da Giulia della Bella di Firenze. Questo Iacobo senior, che potrebbe anche coincidere col console della seta visto poc’anzi, ebbe per moglie tale Sarra Brancato, che potrebbe appartenere ai Brancati di Agerola, molto attivi nel settore della seta [8].

Di Iacobo Gallo senior ci rimangono i Diurnali delle cose successe in Napoli dall’anno 1494 all’anno 1536, opera che fu lasciata in forma di manoscritto e che, molto consultata dagli storici, nel 1846 venne fatta stampare per iniziativa di Scipione Volpicella, presso la Tipografia di Largo Regina Coeli di Napoli.

Il nipote, Iacobo junior, fu inizialmente educato nella casa paterna da Cesare Benenato (famoso grammatico di Alif) e il suo profitto fu tale che potè accedere precocemente agli  studi universitari, che completò diciannovenne nel 1563. Stimatissimo da tutti, a soli 22 anni d’età egli fu chiamato a ricoprire la cattedra di Giurisprudenza dell’ateneo napoletano. (Archivio storico per le province napoletane, Napoli 2006, p.144). Successivamente fu docente presso le università di Pisa, di Messina e, infine, di Padova, città nella quale si spense e dove fu seppellito. Per i suoi grandi meriti culturali egli ricevette anche le onorificenze di Cinte Palatino e di Cavaliere di San Marco.

Riguardo alle origini di Giacomo Gallo così si esprime Nicolò Toppi: “   Iacobo Gallo … neapolitano ma d’origine d’Amalfi , come lo prova chiaramente Francesco Antonio Porpora nella sua vita” [9] .

Il citato F. A. Porpora è il giurista agerolese (poi anche studioso di storia patria e vescovo di Montemarano ) cui ho dedicato un articolo anni fa.

Egli ebbe Giacomo Gallo come istitutore e pochi anni dopo la dipartita del maestro, riconoscente scrisse e pubblicò il volume Vita Iacobi Galli a Francisco Antonio Purpura i.c. Neapolitano Illius olim auditore scripta, Uscito a Napoli presso la Libraria de Chierici Regolari de’ SS. Apostoli nel 1622. Un libro che sarebbe bello acquistare e mettere nell’archivio storico annesso al nostro museo civico Casa della Corte.

A proposito di libri, va detto che Giacomo Gallo junio  scrisse molte opere, ma – troppo impegnato a studiare e insegnare – le lasciò tutte allo stato di manoscritti. Dopo la sua morte, fu il figlio Alessandro (prima avvocato di successo e poi sacerdote e vescovo di Massalubrense) a salvarne alcune dal saccheggio a opera di spregiudicati colleghi e avviare alle stampe due suoi trattati:

  1. Consilia seu Iuris Responsa … (Suggerimenti, ossia risposte legali… ), alla cui edizione collaborò anche Domenico Bovee fu stampato da Dominici de Gerdnando Maccarani di Napoli nel 1622.
  2. Clariores iuris Caesarei apices (Le più brillanti vette del diritto imperiale), Iacobi Galli Neapolitani I.V.D. celeberrimi ecc., stampato a  Napoli da Ottavio Beltrano nel 1629.
FRONTESPIZIO  CONSILIA
FRONTESPIZIO CLARIORUS

Come mostra la figura che segue, il secondo dei trattati del Gallo include, a mò di introduzione, la biografia del Gallo scritta dal nostro Francesco Antonio Porpora, suo ex allievo e suo biografo ufficiale.

7 Stemmi di famiglia.

Nel suo saggio intitolato Araldica amalfitana (Rassegna del Centro ci Cultura e Storia Amalfitana, n. 7 -8, Amalfi 1994, p. 185), Salvatore Amici tratta anche lo stemma dei Gallo e, riferendosi a quello che trova nella settecentesca  chiesa di S. Nicola a Vettica Maggiore, così lo blasona:

D’azzurro al gallo di nero fermo sopra la punta più alta di un monte di tre cime di verde, accompagnato in capo da tre stelle d’argento disposte in fascia.

Il fatto che il monte a tre cime compare anche negli stemmi comunali  di Agerola e Pimonte, con probabile riferimento alla montagna che su essi incombe (il monte S. Angelo a Tre Pizzi,), fa ritenere all’autore che il monte rappresentato nell’insegna dei Gallo non rappresenti la montagna in genere, coi suoi valori simbolici, ma proprio il Tre Pizzi. Il che farebbe di quello stemma una sorta di certificato di zona d’origine per i rami nati a seguito di trasferimenti.

Per concludere devo dire che solo lo stemma del ramo di Castrovillari viene rappresentato con annessi attributi iconografici di nobiltà; per l’esattezza di tipo marchesale. Trattasi di titolo senza feudo che, nel 1849, fu attribuito da re Ferdinando II a don Gaetano Gallo di Castrovillari. Evidentemente, la posizione della famiglia doveva essere cambiata parecchio rispetto al 1799,  allorquando i Gallo furono tra le famiglie giacobine di Castrovillari che sostennero la Repubblica Partenopea. Gaetano e Ambrogio Gallo portarono da Napoli le leggi repubblicane, le pubblicarono in piazza e costrinsero il frate Geronimo Coppola a predicare dal pulpito contro i sovrani borbonici. (da Castrovillari giacobina su www.castrovillari.info).

Note:

1 –La  frase riportata vuol dire “laddove si dice (si denomina) A Milline e A li Galli” La fonte è J. Mazzoleni e R. Orefice, Il Codice Perris. Cartulario Amalfitano sec. X-XV, Centro di Cultura e Storia Amalfitana, Fonti 1, I-IV, Amalfi 1985-1988, doc. CCCIII, pp. 620-624

2 –E’  il termine plurale maschile della serie il, lo,la, i, gli, le,  che nel locale dialetto diventa e (li Galli   > e Jalle).

3  –Ald Agerola, questa categoria di toponimi è ben rappresentata e include, tra gli altri, i casi di E Scialli (dal cognome Yscialla), E Villani, E Juvieni (I Iovieno). Tali toponimi  prediali sorsero soprattutto nel corso del Medioevo, mentre risale  agli ultimi secoli quella categoria, per molti versi simile, che premete al cognome dei proprietari non più l’articolo Li,bensì il sostantivo Casa (Casa  Cocci, Casa Milano, Casa Naclerio ecc).

4 -“Storia millenaria di una famiglia della Costa Amalfitana” Centro di Cultura e Storia Amalfitana & Socità Napoletana di Storia Patria, 20013, pp- 26 – 30.

5  -Nel documento citato come probante (CXXIX  del Codice Perris, vol. 1, pp. 229 – 231) la persona di interesse è citata come “ipsa Galla” (‘lei Galla’, ‘la nota Galla’) e basta.; il che mi fa credere che non sia cognome, bensì nome  (forma femminile di Gallus  / Gallo). 

6 -In epoca tardo-bizantina il solidus aureo era battuto a 72 in una libbra romana. Pesando questa 327,5 grammi circa, un solidus pesava circa 4,5 grammi.

7 – M. Camera, Memorie storico – diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi,  vol. 1, p. 648.

8 –Aldo Cinque, I parenti agerolesi del cardinale Lorenzo Brancati. (1612-1693). Con un’Appendice dedicata ad Andrea Brancati Sr.  barone d’Orsomarso e Abbatemarco, mercante di ragione ricchissimo. Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, n. 43/44, Amalfi 2012, pp.127 – 184. 

9  – N. Toppi, Biblioteca napoletana, et apparato a gli huomini illustri in lettere di Napoli, e del Regno: delle famiglie, terre, citta, e religioni, che sono nello stesso Regno. Napoli , per i tipi di Antonio Bulifon, 1678:.

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Il Tre Pizzi visto dal Matese

Dieci anni fa, i sotto il titolo   “100 km di visibilità!” pubblicai su questo blog una mia foto che mostrava la sagoma del promontorio cilentano come la si vede da Agerola nei giorni più tersi dell’anno. La più lontana cima montuosa che si riusciva a distinguere quel giorno era il Monte Bulgheria, sito nell’entroterra di Marina di Camerota, circa 100 km a in linea retta a sudest di Agerola.

Se invece di guardare verso Sud, guardiamo verso Nord  (dopo aver superato il traforo di Gemini o essere saliti sull’Alta Via dei Monti Lattari) tra le montagne più lontane che si vedono nei giorni di aria molto tersa [1] vi sono quelle del massiccio calcareo del Matese, tra cui il M. Miletto, massima elevazione della Campania coi suoi 2050 metri di altezza.

La foto che pubblico oggi è, per così dire, il reciproco di quest’ultima visuale;  in quanto è presa dal Matese  e guarda verso i Monti Lattari.

L’autore è il fotografo, giornalista e saggista Natalino Russo [2]  che la scattò (così mi scrive inviandomela) nel 2004  “salendo sul Matese dal lato di San Gregorio. Nell’inquadratura si vedono le colline caiatine (ossia di Caiazzo e dintorni; spiego io, Aldo) e, sullo sfondo,  il Vesuvio con alle spalle i Monti Lattari”.  Le note di Natalino continuano dicendo: “C’era una nebbiolina bassa che si incastrava in lingue nelle valli  e staccava i profili dei rilievi rendendo più evidenti i diversi piani. Ho provato più volte a ripetere questo scatto, ma sempre con poco successo, perché non ho mai più ritrovato le medesime condizioni atmosferiche, con ottima trasparenza in quota e la giusta dose di  nebbia in basso,”

Come vedete, nel profilo dei Monti  Lattari, da destra verso sinistra si distinguono: l’altipiano del Faito, le inconfondibili tre cime del M. S. Angelo a Tre Pizzi, la sella della Crocella, il Colle Sughero e la sella di S. Angelo a Jugo (oltre la quale, fuori scena, si erge il M. Cervigliano).

Lasciandoci a godere bellezza di questa immagine, ringrazio Natalino (grande amico dei Monti Lattari e di Agerola) per avermi concesso di pubblicarla e invito i lettori a visitare il suo sito, dove troveranno tante altre bellissime foto, con  anche la possibilità di comprarne una copia.

Preappennino campano fino al Vesuvio e ai Monti Lattari, visti dal Matese

Note

1 – Le più distanti in assoluto che io son riuscito a vedere sono i Monti della Meta (al confine tra  Molise e Abruzzo), a circa 110 km di distanza. Seguono gli  Aurunci (i monti  alle spalle di Formia, le cui cime fanno capolino dietro le  colline dei Campi Flegrei, a circa 93 km di distanza.

2 – Natalino Russo, che è anche un esperto speleologo e naturalista, ha lavorato con National Geographic, PleinAir, Dove, Itinerari e luoghi, Internazionale, Meridiani e Bell’Italia. Col gruppo La Venta ha realizzato spedizioni geografiche in Messico, Cuba, Venezuela, Brasile, Filippine, Iran e vari paesi europei. Per il Touring Club Italiano ha  curato molte guide e libri illustrati. Per Skira ha coordinato i volumi fotografici ‘Nel cuore della Terra’ (2017) e ‘Una grotta fra terra e mare’ (2018). Con Ediciclo sono usciti ‘Nel mezzo del Cammino di Santiago’ (2010) e ‘Il respiro delle grotte’ (2013). Per Autostrade per l’Italia ha sviluppato il  progetto ‘Sei in un paese meraviglioso’, dedicato all’Italia interna e visibile in tutte le aree di servizio. I suoi ultimi libri sono ‘111 luoghi di Napoli che devi proprio scoprire’ (Emons 2018) e ‘L’Italia è un sentiero’ (Laterza 2019).

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Ausino. Un nome con tremila anni di storia.

Agli Agerolesi il nome Ausino è diventato familiare da quando la Ausino S.p.a. gestisce i “servizi idrici integrati” del nostro Comune [1 ]. Quella società prende il nome da una grossa sorgente dei Monti Picentini sita presso Acerno e alimentatrice –insieme ad altre sorgenti vicine  – dell ’omonimo acquedotto [2].  

Per me, invece, la familiarità con quel nome e con quella sorgente risale “un poco” più addierro; a quegli anni ’80 nei quali le mie ricerche sulla evoluzione morfotettonica dei M. Picentini mi portavano spesso ad Acerno, ottimo campo base per esplorare il massiccio e sede di interessantissime successioni lacustri di centinaia di millenni fa [3 ]

Ausino, insieme ad altri  sostantivi basati sul medesima radice, ha – come vedremo – un’origine molto interessante e antica che rimanda alla lingua del popolo italico cui appartenevano  i primi  Agerolesi a noi noti: gli ospiti della necropoli dell’Età del Ferro in località Campo Sportivo S. Matteo [4].

Il legame etimologico con la nozione acqua.

Alla base del vocabolo Ausino è la radice  AUS che Giovanni Alessio (grande linguista che si è molto occupato di etimologia e toponomastica) riconobbe come una base mediterranea prelatina col significato di ‘fiume’ [5]. Pochi anni dopo, Giacomo Devoto (uno dei massimi glottologo del Novecento) riferì ugualmente al sostrato mediterraneo il tema AUS, ma gli assegnò il significato di ‘fonte, sorgente’ [6].

Sull’ampia distribuzione dei toponimi legati a quella base   si è espresso anche Carlo Battisti  riportando esempi italiani che vanno dall’area alpina fino all’Appennino centrale, nonché esempi esteri che vanno dalla  Spagna, alla Francia e alla Cirenaica (Libia). [7]

Quando ci chiamavano Ausonî.

Oggigiorno, la più ampiamente nota parola formata sulla base aus- è certamente l’etnonimo Ausonî, usato dai più  antichi scrittori greci per indicare uno dei tre popoli (gli altri erano gli Enotri e gli Japigi) che occupavano la parte meridionale della penisola italiana all’epoca della prima colonizzazione greca. Il già citato C. Battisti  connette Ausonî al significato ‘gli abitanti presso le fonti’, mentre altri linguisti, tra cui l’Alessdio, preferiscono “le genti dei fiumi” o espressioni equivalenti.

Villaggio dell’età del ferro

Un villaggio dell’Età del Ferro (dal sitp http://www.archeobologna.beniculturali.it/).

Alla voce Ausonî della Enciclopedia Treccani online leggiamo che,  nell’Età del ferro, quel popolo  “abitava la regione litoranea che fu poi chiamata Campani” dai Sanniti invasori”.

A proposito del nesso tra il nome degli Ausoni  (col suo richiamo alle fonti e/o ai fiumi e le pianure peritirreniche da loro occupate, faccio notare che la fertilità di quelle vaste pianure alluvionali  costiere derivava almeno in parte dalla presenza di fiumi e di grandi sorgenti carsiche poste alla base dei retrostanti massicci calcarei dell’Appennino; risorse naturali che permettevano anche forme di coltivazione irrigua.

Da quella fertilità dipese anche la denominazione di epoca romana “Campania felix” (ossia ‘ferace’), nonché  – in un modo più indiretto – “Osci”, altra denominazione etnica che gli autori antichi usarono per indicare gli abitanti della Campania costiera. Pare, infatti che quel nome derivi da  Οπικοί  (Opici), col valore di ‘operai’ o, meglio, ‘lavoratori, genti operose’ e con riferimento alla “nota caratteristica di essi, i quali da un terreno assai fertile   venivano indotti a dedicarsi esclusivamente al lavoro dei campi” (Enciclopedia Treccani, ivi).

 Nell’antichità preromana vi fu anche una città chiamata Ausona  ,  che rimane di incerta ubicazione, ma dovrebbe trovarsi lungo il margine ovest dei M. Aurunci. Con quel nome, ritoccato in Ausonia, nel 1962 venne ribattezzata Fratte, in provincia di  Frosinone presso il confine Lazio – Campania. Nel territorio del comune di Ausonia nasce il fiume Ausente che confluisce nel Garigliano nei pressi dell’area archeologica di Minturnae dopo aver percorso circa 18 km.

Toponimi italiani  connessi al tema ausa/os/as..

In epoca perelatina, l’antichissimo tema linguistico ausa generò anche dei toponimi, alcuni dei quali ci è sono noti o perché  sopravvissuta sino ad oggi  in forma poco alterata, o perché registrati in fonti scritte dell’antichità.  Limitandomi a segnalare alcuni casi italiani, ricordo innanzitutto che prima delle Guerre Sannitiche vi fu una città  chiamata Ausona  che rimane di incerta ubicazione, ma dovrebbe trovarsi lungo il margine ovest dei M. Aurunci. Con quel nome, ritoccato in Ausonia, nel 1962 venne ribattezzata Fratte, in provincia di  Frosinone. Nella styessa zona abbiamo poi il fiume Ausente che confluisce nel Garigliano nei pressi dell’area archeologica di Minturnae dopo aver percorso circa 18 km.

Uno dei corsi d’acqua di risorgiva che alimentano il fiume Ausa , in Friuli. ( dal sito http://www.imagazine.it/)

Altri casi italiani sono: Ausugum, antico nome dell’odierna Borgo in Valsugana (ex Vallis Ausuganea), l’antico abitato di Ausucia, nel Comasco (presso Acquaseria); il fiume Auser della Toscana antica, il cui nome divenne poi Serchio;  il Rio Osento della Val di Sangro, che in antico era chiamato Ausentus; Il fiume Osa presso Talamone (Grosseto), il fiume Osari presso Pisa,  il fiume di risorgiva Ausa (o Aussa) della Bassa Friulana, il torrente Ausa che va dal  Monte  Titano (San Marino) a Rimini.  In questa lista si potrebbe inserire anche Isernia, visto cheil suo nome antico, Aesernia, potrebbe coolegarsi alla radice ausa con riferimento a vicine   sorgenti.

Ponendo ora maggior attenzione all’area campana, ricordo  che oltre all’Ausino presso Acerno da cui siamo partiti, abbiamo la risorgenza carsica  delll’Auso (ad Ottati, , Cilento), la  Grotta dell Àusino, ramo inferiore del complesso speleologico di Castelcivita, con imbocco presso una grande risorgenza carsica (1.800 l/sec)  in riva al f. Calore;  il Monte Spina dell’ Àusino (dominante S. Rufo, nel Vallo di Diano) e il Torrente Asa, presso Pontecagnano.

La  sorgente Auso (1.200 l/sec) in territorio di Ottati, Salerno (dal sito http://www.fondoambiente.it/lu).

Come ben si nota, sia a livello campano che a livello  italiano, i toponimi a base aus /os /as sono quasi tutti degli idronimi, denominando prevalentemente dei corsi d’acqua o delle sorgenti.

Etimo di Àusino.

Ma la base prelatina Aus diede origine solo a termini idrologici? A giustificare questa domanda  (e una risposta negativa) vi è il fatto che nel sardo, nel ligure e nel sardo sono attestati termini dialettali quali auseria, ausarra, ause col senso di ‘pianta fluviale, salice di fiume’ (il Salice bianco, Salix alba L.). (cfr. Studi sardi, rivista della Reale Università di Cagliari, 1936, pagina 144 e  anche Annales de Bourgogne, 1938, pagina 131).

L’Ontano nero, che alcuni de’ nostri chiamano Àusino (dal sito http://www.parcodelladora.it/)

Orbene, àusino è un altro caso in cui aus- ha generato un termine botanico.Di ciò ho trovato evidenza nell’odierno parlata di paesi cilentani e del Vallo di Diano, in perfetta corrispondenza con ciò che trovo attestato anche in un libro del Settecento: L’Agricoltore sperimentato, ovvero Regole generali sopra l’agricoltura, opera di Cosimo Trinci stampata a  Napoli nel 1764. A  pagina 298, citando gli ontani, pone una nota che così recita: Alnii (d Alnus, nome antico del genere. N.d.r.), che alcuni de’ nostri chiamano  Ausini.” Sui Monti Lattari  domina l’ontano napoletano (Alnus cordata), che è specie moderatamente igrofila (si accontenta dell’umidità data al suolo da una piovosità di almeno 1000 mm/anno), mentre l’ontano nero (Alnus glutinosa)  ha spiccate esigenze idriche, formando boschi ripariali lungo alvei fluviali.

Conclusione

Ritengo dunque che àusino sorse come nome (locale) della specie arborea Alnus glutinosa (Ontano nero o Alno. Il fatto di crescere tipicamente in  boschetti ripuari al bordo di aste fluviali, stagni  e polle sorgive, giustificò (come altrove il Salice bianco) il ricorso alla radice lessicale Aus- ‘acqua’..

Il Calore salernitano nei pressi della sorgente del Mulino di Castelcivita

Evidentemente, già in epoca protostorica (quando fu creato il sostantivo àusino) vi erano degli alti esemplari si ontano nero tanto intorno alla sorgente ‘Àusino dei Monti Picentini, quanto vicino alla sorgente presso l’imbocco della Grotta dell’Àusino dei Monti Alburni (Sorgente Mulino); grossi alberi che facevano da lndmark e che perciò ispirarono il nome da dare a quelle due entità naturalistiche.

D’altro canto, il fatto che il nome di una sorgente venisse “dettato” da un albero ivi presente (evidentemente notevole per dimensioni oppure perché assente nella zona intorno) trova innumerevoli attestazioni un po’ ovunque nel mondo. Limitandomi a degli esempi a noi molto vicini,  ricordo le sorgenti dei Monti Lattari denominate Acqua del Sambuco,  Acqua del Milo (melo) e Acqua del Ceraso (ciliegio).

Note

1 -Nata nel 2003 come evoluzione del precedente  Consorzio degli acquedotti dell’ Àusino, la Àusino S.p.a  è una società a capitale pubblico che serve oggi  26 Comuni  del settore nord dell’Ambito Territoriale Omogeneo Sel 4e, tra i quali è, per l’appunto, anche  Agerola.

2 -L’acquedotto in questione attinge a due fronti sorgivi, denominati “Olevano” e “Ausino-Avella”, che scaricano complessivamente circa 600 litri al secondo.

3 –Capaldi G..,Cinque A., Romano P. (1988) – Ricostruzione di sequenze morfoevolutive nei Picentini Meridionali (Campania, Appennino meridionale). Suppl. Geogr. Fis. Dinam Quat., 1, 207-222.

4 –Si veda l’articolo Preistoria e protostoria di Agerola  su questo blog  https://agerola.wordpress.com/2015/11/03/preistoria-e-protostoria-di-agerola/

5 -Giovanni Alessio, Il sardo ausarra e la base idronimica aus del sostrato mediterraneo. Rivista Studi Sardi, 2 / 2, 1936, p.7.

6 -G. Devoto, Ausa «la fonte», in Studi Etruschi, n. 20, pp. 151-157, 1949. G. Devoto, Scritti minori, vol. II, Firenze, 1967, pp. 44 s.).

7-C. Battisti,  Sostrati e parastrati nell’Italia preistorica . Le Monnier, Firenze  1959, p. 39.).



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Candelitto. Il monte dei pioppi tremuli.

Circa un mese fa Francesco Gargiulo, parlando anche a nome di altri “amici dei Monti Lattari” cui il lockdown anti-Covid19 impediva di scarpinare su quei monti (ma, evidentemente, non di discuterne tra loro e interrogarsi sul senso di certi toponimi) scrisse una e-mail a Gaspare Adinolfi chiedendogli lumi sull’etimologia del toponimo Monte Candelitto, cima a 1200 metri d’altezza che si trova poco a nord est del M. Cervigliano lungo lo spartiacque principale dei Lattari.

CANDELITTO

Stralcio della Carta dei Sentieri “Monti Lattari” del Club Alpino Italiano, l’ellisse rosso evidenzia il Monte Candelitto

L’ottimo Gaspare si mise subito al lavoro e il giorno dopo inviò a Francesco (e per conoscenza a me) la sua documentata risposta. In estrema sintesi essa segnalava che quel toponimo era stato studiato da Luigi Chiappinelli, che nel suo saggio Spigolature dialettali e toponomastiche. VI, apparso sulla Rassegna Storica Salernitana (n. 28, XIV – 2, 1997), spiega che trattasi di un fitotoponimo derivante da “Candela”, ma non nel senso del noto mezzo di illuminazione, bensì come nome dialettale del Pioppo tremulo (Populus tremula L.). A supporto di questa convincente tesi, l’autore ricorda che il pioppo tremulo è detto Candilisi in Calabria e Cannela in Puglia.

In effetti , un sito dell’Università di Trieste dedicato alla flora dei Colli Euganei segnala che il Pioppo tremulo è detto Cannela anche nel Teramano , mentre in Calabria i nomi derivati da candela (Candelise, Candelisii, Candilisi e Cannella) convivono con Arvaniella e Arbarella, che sono in linea con la stragrande maggioranza dei nomi dialettali che la specie assume nelle varie regioni e provincie d’Italia, nomi che sono basati sulla radice ALB / ALV / ARB / ARV e sono quasi sempre al diminutivo (ad es: Alvaniello invece che Alvano) per distinguerli dai nomi dialettali che prende il Pioppo bianco (Populus alba).

Credo che anche in Umbria vi sono state zone dove il Pioppo tremulo era detto Candela o Candelo, visto che nel comune di Pietralunga (PG) esiste la località Candeleto.

Per la Campania, il sopracitato sito web segnala i seguenti nomi dialettali del Pioppo tremulo: Alvaniello, Arboscello e Pioppaina (raccolti a Napoli), Alvaniello e Pioppagine (raccolti ad Avellino) e Piuppaina (raccolto a Capri). Ricordato per inciso che Pioppaino è presente anche come toponimo alla periferia nord di Castellammare di Stabia, noto che il toponimo di cui ci stiamo occupando (Monte Candelitto) sta a testimoniare che, almeno nei secoli passati, anche in Campania (segnatamente nell’area del Ducato di Amalfi) il Pioppo tremulo era detto Candela o Candelo.

Infatti, Candelitto ha un suffissso (-itto) che, nonostante l’insolito raddoppio della “t”, ribatte quello della nutritissima serie italiana in –eto e meridionale in –ito; entrambi derivati dal suffisso collettivo latino –etum. Ciò fa interpretare Candelitto (antico Candeletum) come un fitotoponimo significante ‘bosco di pioppi tremuli’; così come – per limitarsi ad esempi tratti dalla stessa dorsale dei M. Lattari –  Colle di Carpeneto (‘bosco di carpini’), Cerreto (‘bosco di cerri’), Monte Faito (‘bosco di faggi, faggeto’), Frassito (‘bosco di frassini’), Raito (‘macchia di arbusti spinosi’), Pontichito e Porteghito (‘bosco o piantagione di castagno selvatico’) e Nocellito (‘bosco di noccioli’) che in una documento del X secolo (anno 981) troviamo nella forma Corolitula, diminutivo di Corolitum, a sua volta da corylis, nome che i latini davano al nocciolo e che permane nel moderno nome scientifico della specie: Corylis avellana (vedi articolo “Corolitula e Tigillitu” su questo blog).

Al proposito segnalo che anche i nomi dei comuni di Corleto Monforte (SA) e Corleto Pertucara (PZ) sembrano derivare dal fitotoponimo Coryletum (‘noccioleto’), passando per la forma contratta Corletum.

Un altro fitotoponimo campano in –itto: Calabritto

 Tornando a Candelitto e al suo terminare in –itto anziché in –ito, voglio ricordare che c’è almeno un altro caso simile in Campania. Mi riferisco a Calabritto (AV), che è, si, il nome di un ameno comune della alta valle del Sele, ma riprende il fitotoponimo che designava il luogo dove l’abitato cominciò a formarsi, presumibilmente in epoca longobarda. .La vegetazione di quel luogo doveva essere dominata da arbusti di Biancospino (Crataegus monogyna Jacq. 1775; Crataegus oxyacantha auct. non L. ; Nespolo spino bianco Tenore1823), pianta che in napoletano viene detta Spina poce o più frequentemente Calavrice, dal latino Calabrux,-cis.

Come toponimi nati dal collettivo di Calavrice o Calabrice, in Campania non abbiamo solo Calabritto, ma anche due località denominate Calabricito, una a Maddaloni (CE) e una ad Acerra (NA). Ma ci sono anche casi di toponimi che ribattono semplicemente il sostantivo singolare. Ad esempio, sui Monti Lattari, esattamente ad Agerola, abbiamo il  Monte Calabrice, cima a 1149 metri s.l.m. del gruppo del Tre Calli.

crataegus_monogyna (21) Da meditflora.com

Un calavrice (Crataegus monogyna). Dal sito meditflora.com

Candirecto o Candelitto?

Quando si indaga l’origine e l’evoluzione di un toponimo (ma lo stesso vale per i vocaboli in genere) è buona norma cercarne le attestazioni più antiche per avvicinarsi a quella che poteva essere la forma iniziale della parola. Ma le forme più antiche non sempre sono le più vicine all’originaria, e con Candelitto ne abbiamo un esempio. Infatti la forma presente nelle attestazioni più antiche (secolo XII) è un oscuro Candirecto , mentre – come abbiamo visto –  ha un’ottima coerenza etimologica il Candelitto che leggiamo sulle carte topografiche moderne e che fu attinto dalla tradizione orale della zona, visto che già centocinquant’anni fa Matteo Camera, citando il medievale Candirecto, vi aggiunse la a sua glossa “(volgarmente Candelitto)” (M. Camera, Memorie storico- diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi. Vol. 1. Salerno 1876, p. 17).

Circa il nesso tra Pioppo tremulo e candela

Abbiamo visto che in certe zone d’Italia, tra cui la nostra, il Pioppo tremulo si chiama – o si chiamava – Candela / Cannela oppure Candelisi e voci simili. Come mai? Quale è l’attinenza tra quell’albero e la candela? Dare una risposta certa non è facile, ma può aiutarci l’etimologia del vocabolo candela. Esso deriva dal verbo latino candēre, che significa sia ‘biancheggiare, splendere’ che ‘essere acceso, fiammeggiare’. Avesse inciso il primo significato, i pioppi che avrebbero meglio meritato il metaforico nome di candele/i sarebbero stati quelli della specie Populus alba, che è quella a tronco più vicino al bianco. Credo, dunque, che l’accezione da considerare sia la seconda e faccio notare che il colore autunnale delle foglie dei pioppi tremuli (un forte giallo vivo) può dare facilmente l’impressione, l’idea, che l’albero fiammeggi.

DA ORSOMARSOBLUES

Pioppi tremuli in livrea autunnale. Dal sito orsomarsoblues

Ma sono tante le specie arboree che in autunno si vestono di giallo, o di arancio e di rosso. Perché, allora, ;quella metafora venne adottata solo per il Pioppo tremulo? La risposta che propongo muove dal fatto che le foglie di quella specie arborea (non a caso detta “tremula”) sono legate ai rami da piccioli così lunghi e flessibili da oscillare anche in assenza di un vento che sia per noi percettibile. In autunno, quel tremolio delle gialle foglie, specie se illuminate da un sole radente contro un cielo scuro, può – a mio avviso – dare davvero l’illusione che l’albero fiammeggi.

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Grotta Latrona. Un  toponimo e un luogo interessanti.  

La località  Grotta Latrona, situata intorno agli 800 metri di quota lungo il versante nord-occidentale  del Monte Cervigliano, è interessante da vari punti di vista e meriterebbe di essere studiata, sul terreno e sulle fonti.

E’ innanzitutto interessante il nome del luogo, il cui primo termine (Grotta) scaturisce da un “riparo sotto roccia” (come un solco alla base di una parete rocciosa) che effettivamente esiste lungo una delle gole torrentizie che delimitano la località. Il secondo termine suona come un aggettivo qualificativo della Grotta. Probabilmente si lega, conservandone bene la forma, al sostantivo  latino latro, da cui discese l’italiano ‘ladro’, ma che aveva un senso un po’ diverso, dato che gli antichi lo usavano per  ‘assassino di strada, bandito, masnadiero’ (vedi la voce Ladro su www.etimo.it).

Di primo acchito uno  collegherebbe il toponimo Grotta Latrona al fenomeno del brigantaggio post-unitario, che vide operre diverse bande sui Monti Lattari. Ma esso è fuori causa, visto che il toponimo lo ritroviamo identico tanto nel Catasto Murattiano di inizio Ottocento quanto in quello Carolino  o Onciario di metà Settecento.  Dunque, se lo si vuole collegare a un ladrone che usava rifugiarsi in quella “grotta”, allora bisognerà andare indietro di diversi secoli e pensare ad agguati, furti e rapimenti lungo la importante e antichissima mulattiera che passa poco a monte; mulattiera che viene dal valico di S. Angelo a Jugo (chiesetta- vedetta  del X secolo da poco crollata)  e va verso l’Acqua Fredda  per poi scendere verso Pino e Gragnano.

Ma lungo quella mulattiera, proprio nelle vicinanze della località Grotta Latrona vi è stato per secoli  un luogo dove i viandanti potevano cercare rifugio e soccorso: il monastero dei SS. Giuliano e Marciano al monte Cervellano  (probabilmente del X – XI secolo; attestato nel 1125), dipendente dal vescovo di Scala così come al Comune di  Scala appartiene ancora oggi tutta la zona a monte della citata  mulattiera. Di quell’antico cenobio non rimangono tracce apprezzabili, ma l’occhio esperto può coglierne dei segni nelle tracce di terrazzamento che permangono nell’area.

Se la località S. Giuliano è un sito da segnalare agli esperti di archeologia medievale, il già citato riparo sotto roccia di Grotta Latrona, nemmeno andrebbe trascurato, poiché vi si vedono avanzi di mura e perché potrebbe essere stato frequentato anche da pastori preistorici. Se non altro da quelli che conducevano a pascolare sui ripiani orografici della zona (Mandra Vecchia, Grotta Latrona, Lattaro e Monte Lattaro) le pecore che producevano il latte di cui il celebre Galeno scoprì le virtù terapeutiche.

A tal proposito si veda anche, su questo blog, l’articolo che dedicai all’origine dell’oronimo Monti Lattari, perché non mi pare del tutto esclusa l’ipotesi che anche Latrona – come Lattaro/ /i/a-   possa esser nato per corruzione di un toponimo (Lattarona?) legato al tema pre-latino LATTA (‘superficie regolare’, ‘cosa piatta’ (G. Devoto, Aviamento alla etimologia italiana, Mondatori, 1979  pag. 240) con riferimento alla topografia del luogo.

 

Per chiudere, faccio ritorno al Catasto Onciario per dire che sfogliando le rivele (oggi diremmo le denunce dei redditi) in esso contenute, ho scoperto che nel Settecento la zona di Grotta Latrona era tutta in mano agli Acampora.  Infatti, le rivele che menzionano beni in detta località sono solo due e afferiscono entrambe a degli Acampora.

La prima è quella del cittadino  Natale d’Accampora, ottantaseienne definito “decrepito ed inabile alla fatica” (ma del suo nucleo familiare faceva parte un fratello filatore di seta)  che abitava in casa propria a Campora, esattamente “sotto  Casa Positano”. A Grotta Latrona egli possedeva la terza parte di una selva confinante con i beni di Stefano e Tommaso d’Acampora; terza parte che valeva 45 ducati.

L’altra rivela utile è quella del  magnifico  Stefano d’Acampora (cittadino di Napoli, ma  d’origine agerolese), che a Grotta Latrona possedeva una selva  del valore di 100 ducati che confinava con beni di Giacinto d’Acampora e Gennaro Villano ubicati appena fuori da Grotta Latrona. Lo stesso Stefano d’Acampora possedeva  a Grotta Latrona anche un altro terzo di quella selva citata anche nella rivela di Natale d’Acampora, confinante con beni degli eredi di Tommaso d’Acampora, possessori del restante altro terzo della selva.

Ricordato che nel Catasto Onciario non vengono mai indicate le estensioni areali delle proprietà, proviamo a ricavare dai dati di cui sopra il valore unitario delle aree a selva (castagnale) a metà Settecento. In questo caso la cosa è possibile, anche se non con gran precisione, perché la località Grotta Latrona è ben circoscritta dalla rete delle incisioni (lame) e dalla mulattiera di cui sopra, così che la sua estensione totale può valutarsi in circa 30 ettari.

Dalle rivele sopracitate sappiamo che si suddivideva in una proprietà del valore di 100 ducati e un’altra divisa in tre parti, ciascuna del valore di 45 ducati. In tutto 235 ducati. Dividendo questa cifra per i 30 ettari otteniamo un prezzo orientativo di 7,8 ducati per ettaro.

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Il casatiello di Agerola Ricetta, forma e rimandi simbolici.

Carissimi lettori,
in occasione di questa particolarissima Pasqua, che ci fa riflettere come non mai sui molti sensi del risorgere e ci fa apprezzare più del solito le cose dolci , vi ripropongo questo mio post di anni fa, dedicato al tradizionale casatiello dolce di Agerola e dintorni.
Buon appetito e Buona Pasqua

da Jerula ad Agerola


Cari lettori e lettrici,

a una Pasqua piovosa è seguita una Pasquetta uggiosa e fredda, costingendoci a rinunciare al tradizionale pic-nic in montagna e a optare per un pranzo al caldo del caminetto.

Ad ogni modo, credo che tutti –qui ad Agerola- lo abbiamo chiuso con una dolce fetta del tradizionale “casatiello”.Uso le virgolette per via del fatto che è un nome,si, consolidato, ma alquanto fuorviante. E mi spiego. Quel nome deriva dal termine tardolatino  caseatum (di cui è diminuitivo), che indicava un pane al formaggio (caso). Infatti la stessa parola casatiello, a Napoli e dintorni indica non un dolce, ma un pane magnificamente  condito con formaggio, uova e altro. Poi il termine è passato a significare più ampiamente una torta pasquale, sia essa salata, come a Napoli, sia essa dolce, come ad Agerola. Per non dire che nella zona tra Scafati, Torre Annunziata e Castellammare, per Pasqua…

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Il tradizionale casatiello dolce di Agerola

casatiello dlce agerolese

Carissimi lettori,

in occasione di questa particolarissima Pasqua,  che ci fa riflettere come non mai sui molti sensi del risorgere e ci fa apprezzare più del solito le cose dolci , vi ripropongo questo mio post di anni fa, dedicato al tradizionale casatiello dolce di Agerola e dintorni.

Buon appetito e Buona Pasqua

 

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La toponomastica agerolese di metà Settecento.

Introduzione

Dalle molte pagine del  Regui Catasto Onciario, finito di  compilare nel 1752, ho estratto il seguente elenco di tutti i toponimi che in esso vengono utilizzati per definire dove abitava ognuno dei dichiaranti e dove si trovava ogni proprietà immobiliare che essi dichiaravano di possedere.  Il numero dei toponimi presenti in elenco supera le trecento unità, e ciò nonostante il fatto che ho omesso le decine di casi in cui un luogo era denominato ricorrendo al nome di un  luogo limitrofo cui si anteponeva la preposizione Sopra o Sotto per dire ce ci si trovava subito a monte o subito a valle di quel riferimento (ad esempio: Sopra S. Martino; Sotto il Monastero; Sotto Casa Martini).

In futuro conto di pubblicare su questo blog un articolo che analizzi  l’assortimento tipologico dei toponimi qui presentati, come pure altri articoli dedicati all’etimologia dei nomi di luogo meno ovvi e più  interessanti. Su questi aspetti il gentile lettore può intanto leggere il saggio che scrissi nel 2005 insieme a Domenico Camardo (La toponomastica della parte centrale dei Monti Lattari (antico Stato di Amalfi), nel numero 30 della Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana), il capitolo , con allegata mappa,  La toponomastica in uso nel Medioevo che scrissi per il volume di Giuseppe Gargano Terra Agerula (Centro di Cultura e Storia Amalfitana, 2016, pp. 53 – 67 e) e i diversi articoli già apparsi su questo blog in merito all’origine di alcuni antichi toponimi di Agerola e dei monti che la circondano.

Nel contempo, chiarisco che, nell’elenco che segue, i nomi seguiti da punto interrogativo sono quelli che sono risultati mal leggibili, per cui  sussistono dubbi circa la loro esatta forma. Chiarisco inoltre che i toponimi scritti in corsivo sono  quelli per i quali mi risulta oscura o dubbia l’ubicazione (la zona esatta cui si riferivano).

Per entrambi i casi (forme da correggere e ubicazioni da chiarire) sarò molto grato a quei lettori che vorranno inviarmi ((aggiungendo un Commento all’articolo) iun loro contributo basato sulla tradizione oraale di famiglia  o a su documenti notarili e simili.

Elenco alfabetico dei toponimi  settecenteschi

1.     Acampora
2.     Aceno / Acino (L’)
3.     Acqua della Pigna
4.     Acqua delle Matasse
5.     Acqua di Tasichetta?
6.     Acqua Fredda
7.     Acquara (L’)
8.     Acquola (L’)
9.     Acquolella
10.  Angiolo
11.  Annunziata (L’) / Nunziata (La)
12.  Arco / Ad Aarco
13.  Aria (L’)
14.  Arminola
15.  Avvocata (L’)
16.  Barone (Lo)
17.  Belvedere
18.  Bolvito
19.  Bomerano
20.  Botteghelle (Le)
21.  Cacciatorillo
22.  Caiulo
23.  Calvarino
24.  Cambio (Lo)
25.  Cammarella (La)
26.  Campanella
27.  Campo
28.  Campo della Scola
29.  Campo di       Laurolla (Lo)
30.  Campo di Scardo
31.  Campora
32.  Canale (Lo)
33.  Canalone
34.  Cancello (Lo)
35.  Caneglio (Lo)
36.  Cantorato
37.  Capanna (La)
38.  Capemilo (prob. Capo ‘e Milo)
39.  Capitiello (o Campetiello?)
40.  Capo del Muro (Lo)
41.  Capo di Pendolo
42.  Caravelle (Le)
43.  Carbonara
44.  Carbone (Lo) (v. Gravone)
45.  Carcara di Gemini
46.  Carcarella (La)
47.  Cardito
48.  Caronte
49.  Carpetiello?
50.  Casa d’Acampora
51.  Casa di Stefano
52.  Casa Matera
53.  Casa Apuzzzo / C. d’Apuzzo
54.  Casa Calandra
55.  Casa Cavaliero
56.  Casa Coccia
57.  Casa Coppola
58.  Casa Cuomo
59.  Casa dei Martini
60.  Casa di Rosa
61.  Casa di Ruocco
62.  Casa di Stefano
63.  Casa Grosso
64.  Casa Ioviene
65.  Casa Lauritano
66.  Casa Manzo
67.  Casa Martina
68.  Casa Naclerio
69.  Casa Pisacane
70.  Casa Porpora
71.  Casa Positano
72.  Case Nove ( Casenove (Le)
73.  Castiello
74.  Caucelle
75.  Cava
76.  Cavallo (Lo)
77.  Cerasa
78.  Cerviglio (Lo)
79.  Chiano (Lo)
80.  Chiarella (La)?
81.  Chiuppiello
82.  Cievoso (Lo
83.  Ciglio
84.  Ciglio alto
85.  Cisterna
86.  Civitella (La)
87.  Collo della Serra (Lo)
88.  Comiturzi (dal cognome Comite Urso)
89.  Comune
90.  Conserva
91.  Copone
92.  Coppetillo
93.  Corona
94.  Corte (La)
95.  Corvini (Lo)
96.  Crescente
97.  Croce (La)
98.  Croce di Radicosa (La)
99.  Crocella (La)
100.                  Crociclo/a
101.                  Cuollo (Lo)
102.                  Cuonzi?
103.                  Cupa (La)
104.                  Curti
105.                  Cuspidi
106.                  Ducina (La)
107.                  Due Monti
108.                  Faccella (La)
109.                  Faito (Lo)
110.                  Falangolo
111.                  Femmina (La)
112.                  Fenestrale
113.                  Ferenzenelle?
114.                  Finile / Fenile
115.                  FioccolaFiori
116.                  Fiubano / Fiubagno
117.                  Fiume
118.                  Fiume di Penise / Fiume Penise
119.                  Fontana (La)
120.                  Fontana del Ricciolo
121.                  Fontana di Campora
122.                  Fontana di Radicosa
123.                  Fontana di S. Lazzaro (La)
124.                  Fontana vecchia (La)
125.                  Fontanella (La)
126.                  Fontanelle (Le)
127.                  Forno (Lo)
128.                  Fossa (La)
129.                  Fracasso lo molino
130.                  Francazza (La)
131.                  Gemini
132.                  Giuvo/ Giovo  (antico Jugo)
133.                  Goffone (Lo)
134.                  Gravone (v. Carbone)
135.                  Grotta del Biscotto (La)
136.                  Grotta Ladrone
137.                  Grottelle (Le)
138.                  Iennaro
139.                  Inserrata (L’)
140.                  Isca (L’)
141.                  Lama
142.                  Lama di Alone
143.                  Lama Candela
144.                  Lama della Fabia
145.                  Lama di Basile
146.                  Lama Magna
147.                  Lattara
148.                  Lavenaro
149.                  Leonessa
150.                  Li Calamari (dal cognome Calamati)
151.                  Li Iovieni
152.                  Li Martini
153.                  Li Nacleri
154.                  Li Pisani
155.                  Li Ruocchi
156.                  Li Cavalieri
157.                  Li Corsari
158.                  Li Criscuoli
159.                  Li Cuomi
160.                  Li Farai (dal cognome Farao)
161.                  Li Ferranti
162.                  Li Galli
163.                  Li Imperati
164.                  Li Pironti
165.                  Li Pisani
166.                  Li Ruocchi
167.                  Li Scialli (dal cognome Iscialla)
168.                  Li Valliccari
169.                  Li Vampozzi
170.                  Li Villani
171.                  Longo / Luongo
172.                  Luogo di Don Iacovo
173.                  Luogo (Lo)
174.                  Macerenelle (Le)
175.                  Madonna de Loreto
176.                  Magrone
177.                  Mandra Rosa / Mannarosa
178.                  MandraVecchia
179.                  Margina (La)
180.                  Medico (Lo)
181.                  Melito
182.                  Merolle (Le)
183.                  Miglino (antica Milline)
184.                  Minuzzole
185.                  Molino / Mulino (Lo)
186.                  Monastero (Sotto       il )
187.                  Montagna di Paipo
188.                  Monte (Lo)
189.                  Mulino Vecchio
190.                  Murillo / Morillo (Lo)
191.                  Muro (Capo del )
192.                  Muro dello Barone (Lo)
193.                  Muro di Venturella
194.                  Nerito / Nereto
195.                  Nerole (Le)
196.                  Nespola (La)
197.                  Nocella (La)
198.                  Nocelle (Le)
199.                  Orto di Caronte
200.                  Ospedale (L’)
201.                  Paipo
202.                  Palombelle (Le)
203.                  Panariello
204.                  Pantaniello (Lo)
205.                  Parti (Le)
206.                  Passo del Lupo
207.                  Pendola (La)
208.                  Penise (riferito a un luogo)
209.                  Pescariello
210.                  Petraro (Lo)
211.                  Pezzolla (La)
212.                  Piana
213.                  Piana di Monte (La)
214.                  Pianillo
215.                  Piano (Lo)
216.                  Piano di Lattara
217.                  Piano di Perillo
218.                  Piazza (La)
219.                  Piazza di Bomerano
220.                  Piazza di Campora
221.                  Piazza di Pianillo
222.                  Piazza di S. Lazzaro
223.                  Piazza di S. Matteo
224.                  Pietra Lata
225.                  Pietra Farenosa
226.                  Pietra Piana
227.                  Pietre (Le)
228.                  Pino (Lo)
229.                  Piro
230.                  Polacciuolo?
231.                  Ponte (Lo)
232.                  Ponte di Bomerano (Lo)
233.                  Pontechito (Lo)
234.                  Ponticello
235.                  Porta della Pomice
236.                  Portolana (La)
237.                  Pozzillo (Lo)
238.                  Pozzo santo
239.                  Praianaese
240.                  Radicosa
241.                  Ranfoni
242.                  Regiole acchioppate (Le)
243.                  Ricciolo (Lo)
244.                  Rossa (La)
245.                  S. Angelo
246.                  S. Angelo a Giugo
247.                  S. Angelo ad Apes
248.                  S. Angiolo
249.                  S. Antonio
250.                  S. Basile
251.                  S. Bernardino
252.                  S. Cataldo
253.                  S. Catello
254.                  S. Caterina
255.                  S. Croce
256.                  S. Giovanni
257.                  S. Giuliano
258.                  S. Lazzaro
259.                  S. Lorenzo
260.                  S. Lucia
261.                  S. Maria
262.                  S. Maria a Miano
263.                  S. Maria delle Grazie
264.                  S. Maria di Loreto
265.                  S. Maritno
266.                  S. Michele Arcangelo
267.                  S. Nicola
268.                  S. Pietro
269.                  S. Vincenzo
270.                  S. Vito
271.                  +S: Angiolo a Giovo (ant. Juugum)
272.                  S: Croce
273.                  S: Matteo
274.                  Sala (La)
275.                  Sarriani
276.                  Sauco
277.                  Sberruto (Lo)
278.                  Scannello?
279.                  Scepponato (Lo)
280.                  Scippata (La)
281.                  Selvetella
282.                  Seminario
283.                  Sette Pertose
284.                  Solone
285.                  Sonnicara (La)
286.                  Sopra lo luogo
287.                  Strada (La)
288.                  Sùoro ?
289.                  Tabulo (Lo)
290.                  Tagliata (La)
291.                  Teglia (La)
292.                  Terentela
293.                  Tordella
294.                  Tornieri
295.                  Tre Calli
296.                  Tre Cavalli
297.                  Tuoro
298.                  Tuoro (Lo)
299.                  Tutti i Santi
300.                  Vacco
301.                  Vacco (Lo)
302.                  Vascio (Lo)
303.                  Vastanella
304.                  Venturella
305.                  Vertina (La)
306.                  Vico
307.                  Vigna (La)
308.                  Vigna di Lattara
309.                  Villani
310.                  Zanfoni
311.                  Zarra

 

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Fiordilatte o mozzarella?

In salumeria, come in pizzeria, capita talora di assistere a discussioni circa la corretta denominazione delle mozzarelle, nelle quali vi è spesso chi asserisce con sicurezza che solo quella di bufala può dirsi “mozzarella” e basta, mentre l’analogo formaggio molle a pasta filata che si ricava dal latte vaccino deve essere chiamato  “fiordilatte”. Ma è  davvero così?

Per dar risposta a questa domanda è il caso, innanzitutto, di considerare l’etimologia del vocabolo mozzarella. Questo sostantivo deriva dal verbo mozzare (=  staccare una parte dal tutto) e fa riferimento all’operazione di mozzatura che si compie durante la lavorazione di tale latticino, quando i pezzi da produrre vengono staccati ad uno ad uno dalla massa cagliata e filata.

Dato che detta operazione (come pure il resto della procedura produttiva) si compie sia quando si utilizza latte bufalino, che quando si utilizza latte vaccino, ne discende che sono mozzarelle sia quelle di bufala che quelle di vacca.

D’altra parte, la sostituzione del nome “mozzarella” (vaccina) con quello di “fiordilatte” o “fior di latte” è cosa relativamente recente (vedi oltre).

La più antica attestazione scritta del termine mozzarella risale al 1570 e la si trova a pagina 327 del libro Opera di M. Bartolomeo Scappi, cuoco secreto di Papa Pio V. Ma, come si legge nel vocabolario Treccani,  “mozzarella” è diminutivo meridionale di “mozza” e quest’ultimo – sempre inteso come tipo di formaggio – lo troviamo citato per la prima volta in un documento del XII secolo conservato presso l’Archivio Episcopale di Capua in cui si dice che i monaci del Monastero di S. Lorenzo di quella città usavano rifocillare i pellegrini con pane e mozza (Luigi Cremona e Franceso Soletti, L’Italia dei formaggi. Touring Club Italiano 2002,  p. 102).

 

MOZZARELLE

Dal sito del caseificio Ruocco

Con che latte si fecero le prime mozze e mozzarelle?

Nelle pubblicazioni a stampa e digitali che parlano della mozzarella si dà spesso per certo che le prime mozze e mozzarella della storia furono di latte di bufala.

Ma se, da una parte, abbiamo il fatto che la più antica attestazione della mozza (secolo XII) viene da un’area propizia all’allevamento delle bufale (la piana del Volturno presso Capua), dall’altra dobbiamo ricordare che nel Quattrocento la mozza era prodotta anche nelle Marche [1]. Trattandosi di una regione che non ha mai conosciuto l’allevamento bufalino, se ne deve dedurre che, almeno lì,  la mozza era di latte vaccino.

goethe_intesBUFALE A PAESTUM

Bufale nella piana di Paestum prima che la bonifica eliminasse gli acquitrini

MUCCA AGEROLESE

Mucca di razza Agerolese

D’altra parte, gli esperti escludono che il bufalo  fosse presente in Italia già in epoca romana, ed è ancora tutta da dimostrare l’ipotesi che la specie [2] venne introdotta in Italia già nel corso del Medioevo  [3].

Chi ipotizza un arrivo precoce del bufalo in Italia si basa esclusivamente sul fatto che delle antiche descrizioni di  fatti e luoghi italiani citano dei bufali. Ma dimenticano che in epoca romana il termine bubalus era usato per indicare i buoi selvaggi (l’attualmente estinto Uro, ossia Bos taurus primigenius).

 

1280URO

Ricostruzione dell’uro (maschio a sinistra e femmina a destra). Dalla voce Aurochs (= uro) di http://www.wikiwand.com/fr

Chi attribuisce ai Longobardi l’introduzione del bufalo in Italia, dovrebbe invece sapere che i “bubali dalle lunghe corna” che quel popolo portò in Italia (cfr. Paolo Diacono, Historia Longobardorum) erano probabilmente dei bovini di ceppo podolico che, ancora sconosciuti alle popolazioni italiche, destarono grande stupore.

La presenza di allevamenti bufalini in Italia meridionale diventa notizia certa solo dal secolo XVIII in poi, grazie anche al forte impulso che tale settore zootecnico ricevette dai sovrani borbonici, a partire dalla creazione della Tenuta Reale di Carditello.

In definitiva, pur non potendo considerare chiusa la diatriba, allo stato attuale delle conoscenze, ciò che appare più probabile e convincente è che il formaggio detto mozza (e poi mozzarella) sia più antico del’arrivo delle bufale in Italia; per cui è probabile che le prime mozze e mozzarelle della storia furono di latte vaccino.  Questo è un argomento in più, oltre quello etimologico di cui sopra, per ritenere infondata l’opinione secondo la quale solo quella di bufala possa chiamarsi mozzarella.

Di uguale avviso è stato il legislatore quando, nel 1996, ha stabilito che la denominazione “Mozzarella” (senza ulteriori specificazioni) va riservata alla mozzarella di latte vaccino, che può denominarsi anche “Mozzarella di latte vaccino”, oppure  “fior di latte”. A fianco a queste, la legge prevede poi le denominazioni “Mozzarella di bufala campana” a Denominazione di Origine Protetta e  “Mozzarella Xxxx (marca o nome commerciale) di latte di bufala” per i prodotti senza D.O.P. [4].

La curiosa storia  del nome Fiordilatte

La dicitura “fior di latte” nacque secoli fa per indicare non un tipo di formaggio fresco, bensì la panna e il burro che se ne ricavava. Con questo significato essa rimase in uso dal Cinquecento fino alla metà circa dell’Ottocento [5 ], per poi cadere in disuso.

L. FIORAVANTI 1852

Se ne ha prova consultando il “Prontuario di vocaboli attenenti a parecchie arti e ad alcuni mestieri …” di  Giacinto Carena (1859) dove, a pagina  348 si afferma che il nome “fior di latte” – di antica origine toscana – era in via di sparizione, soppiantato da “panna”.

G. CARENA 1859

 

Nel primo Novecento,essendo stato ormai dimenticato il suo senso iniziale, la dizione “fior di latte” potè essere riproposta con nuovi significati.

Come si legge a pagina 217 del Bollettino dei marchi di fabbrica e di commercio (anno 1935), il 29 novembre 1934  la Società Anonima Carlo Mascheroni di Milano  depositò il nome FIORDILATTE  come suo marchio di fabbrica.

Negli anni Cinquanta dello scorso secolo comparve il Fiordilatte Motta, un gelato da passeggio che ebbe un grande e duraturo successo in tutta Italia.

MARCHIO FIORDILATTE

FIORDILATTE MOTTA

Pur non avendo rintracciato documenti che ne permettano la precisa datazione [6], l’affermarsi  di “Fior di latte”  come sinonimo (o piuttosto …. soprannome commerciale) di “mozzarella di latte vaccino” può essere ascritto anch’esso ai  decenni centrali del Novecento.  Trattasi dunque di un evento molto recente (in rapporto alla storia quasi millenaria della mozzarella)  che mai avrebbe dovuto scalzare il tradizionale nome del latticino in questione (‘mozzarella’) e che  inoltre, utilizza malamente una locuzione (‘fior di latte’) che per secoli aveva significato ben altro (cioè ‘panna’).

NOTE

1 – Lo si apprende da un documento del 1496 che cita la mozza  tra gli alimenti normalmente presenti sulle tavole dei nobili anconetani.  Vedi Filippo Giochi e Alessandro Mordenti, Civiltà anconitana, editrice Il Lavoro editoriale, 2005, p. 397.

2 –  Nome scientifico Bubalus bubalis, ))))

3 – Si veda l’autorevole saggio Origine e diffusione della specie bufalina sul sito dell’Università degli Studi di Napoli Federico II www.federica.unina.it  (› medicina-veterinaria › zootecnica-speciale › origine …).

4 -Dalla voce “Mozzarella”  di Wikipedia

 5 – Per il Cinquecento si può vedere Leonardo Fioravanti, Del Compendio de i Secreti rationali:  Venezia 1564, lib. 5, p. 166. Per ,l’Ottocento, invece, si veda Gaetano Brey, Dizionario enciclopedico tecnologico-popolare, Milano 1852, vol.5,  p. 24.

6 –Colgo l’occasione per invitare i lettori meglio informati a segnalare su questo blog le fonti d’archivio o bibliografiche che possano migliorare la datazione.

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