Un campanile racconta. Ovvero:  nuovi indizi sulla storia della chiesa di Tutti i Santi ad Agerola.

La chiesa agerolese di Tutti i Santi è sita nella porzione meridionale del casale di Bomerano; zona già sede di castagneti, campi e casa sparse nel Medioevo e con un infittirsi delle residenze (anche signorili) intorno al Settecento, quando infatti si prese a denominarla Case Nuove o Case Nove..

Oggi l’edificio presenta una facciata “a capanna” (cioè con frontone triangolare a tutta ampiezza) con ricca decorazione a stucco di gusto eclettico [1] ascrivibile alla fine dell’Ottocento o ai primi del Novecento. Essendo di epoca recente anche gli intonaci e gli stucchi dell’interno, chi vi dedicasse solo una visita frettolosa potrebbe pensare che sia recente l’intera struttura e interpretare come neo-gotiche le forme ogivali che caratterizzano le arcate e le crociere dell’interno.

In realtà questa chiesa di Tutti i Santi ha origini molto più antiche e una storia che è ancora tutta o quasi da ricostruire. Stando ai dati pregressi da me sintetizzati in Appendice (vedi), l’ edificio esiste almeno dal tardo Quattrocento, quando vi fu posto il sepolcro di Giovanni Summonte e sua moglie (non più esistente, ma visto dallo storico Matteo Camera) e vi fu realizzato quell’affresco con Vergine in trono col Bambino che ancora vi si osserva incastonato nella bella tavola del Ragolia  (San Pietro papa e Santi, del 1652) che è sull’altare maggiore.

Passando dai dati pregressi a delle nuove osservazioni di carattere architettonico, parto dal campanile [2] e faccio notare innanzitutto la sua strana posizione: contrariamente alla regola che lo vuole in facciata [3], esso  è giustapposto al fianco destro della chiesa, all’altezza della terza arcata della navata laterale; una posizione che peraltro lo rende invisibile (o ne fa scorgere solo la punta) a chi sosti sul sagrato della chiesa.

Incuriosito da questa stranezza, ho condotto qualche osservazione e misura [4] all’interno del campanile stesso, cui si accede da una porticina che affaccia nella sacrestia.

Tale ambiente ha una bella volta “a schifo” con lunette  rampanti (3 sui lati lunghi e 2 sui corti) e può ritenersi edificato tra il XVI e il XVIII secolo.

La sacrestia fu poggiata, da un lato, contro la fiancata destra del transetto e, da un altro, contro il campanile.  Entrando nel piano terra di quest’ultimo,  si nota con piacere che qui, a differenza del resto, non vi sono re-intonacature recenti a oscurare le tessiture murarie. L’unico disturbo alla lettura delle strutture antiche è dato da moderni tramezzi che isolano circa un quarto dello spazio per farne un piccolo gabinetto di decenza a servizio della sacrestia.

Ciò che si comprende esaminando attentamente le murature   è che il campanile ebbe inizialmente un piano terra configurato a portico, cioè una struttura composta di quattro robusti pilastri angolari (circa 1,2 x 1,2 m) collegati da archi  ogivali (larghi circa 2 m e alti circa 4 m al vertice) generanti una volta a crociera che fu poi bucata per farvi passare uno scalandrone di legno diretto verso la cella campanaria.   Solo successivamente, probabilmente secoli dopo l’erezione, le arcate del piano terra  furono chiuse con muri di tompagno che risultano spessi 60 – 65 cm.

Dalla tompagnatura dell’arco rivolto vero la chiesa sporge – in posizione fuori asse rispetto all’arco stesso – il dorso  di una nicchia in disuso che affacciava sopra l’altare di S. Giuseppe, che è quello centrato sotto la terza crociera della navata destra.  Mi pare molto probabile che detta nicchia fu ivi realizzata profittando di una precedente apertura, che ipotizzo essere stata la porta d’ingresso alla primitiva chiesa di Tutti i Santi; quella eretta contestualmente al campanile.

Ciò sia per raffronto con alcuni casi analoghi (quali la chiesetta di S. Pietro ad Alba Fucens el la cattedrale di Minturno; vedi foto),  sia in considerazione del fatto che, per  tecniche murarie e struttura iniziale, il nostro campanile pare da doversi collocare nell’intervallo XII-XIV secolo; periodo nel quale la regola di orientare le chiese con abside/i verso est e ingresso a ovest veniva rispettata quasi senza eccezioni [5]

  La tipologia di campanile in questione è piuttosto rara in Italia, ma abbastanza frequente in Europa centro-settentrionale (as esempio in Francia, dove è nota col nome di clocher-porche). Detti avancorpi a torre sopra la porta di ingresso ,simboleggiavano molto meglio dei campanili posti in altra posizione la protezione dalle forze del Male. Anzi, gli esempi più antichi, con le loro forme semplici e massicce e con finestre assenti o solo in alto, appaiono come delle reali fortificazioni dell’ingresso.

Come esemplifica il caso della cattedrale di Minturno, il campanile-portico poteva ergersi al centro di un porticato esteso su tutta la facciata. Per quanto il presente stato dei luoghi non permetta facili verifiche, l’ipotesi che un simile avancorpo esistesse anche davanti alla primitiva chiesa di Tutti i Santi (in forme certamente più umili che a Minturno) trova un punto di plausibilità nel fatto che la particella su cui sorge la chiesa include anche una striscia di terreno (larga circa quanto il campanile) lungo il fianco nord-ovest dell’edificio.

Tale striscia di terreno (evidenziata in rosa nella figura che segue) è rimasta di proprietà della chiesa anche dopo che alla stessa fu data la nuova e vigente orientazione con facciata a nord-est. Presumibilmente nel Seicento, una parte di quello spazio fu sfruttato per costruirvi la sacrestia, mentre la parte a nord-est del campanile ha visto sorgere, in tempi recenti, altri vani di servizio.

 

Pianta attuale  della chiesa di Tutti i Santi in Bomerano realizzata dallo studio di progettazione  STANF di Agerola. Ritoccata la parte riguardante il campanile (per dargli l’originaria  forma porticata), , coloro in rosa la sacrestia e gli altri ambienti di servizio citati nel testo, e in celeste la massima estensione che poteva avere la chiesa di prima fase, (con orientazione a sud-est rimarcata  anche dalla simbolica abside che aggiungo su quel lato).

Passando ad altro, va detto che nel periodo in cui la chiesa ebbe facciata a nord-ovest, a permettere la visibilità del monumento, vi doveva essere una strada (sia pure campestre) che vi giungeva da nord-ovest . Provare l’esistenza di detta strada (verosimilmente scomparsa da secoli) richiederà accurate ricerche; nel frattempo faccio notare che  qualche residuo segno lo si coglie sulla moderna mappa catastale e su una carta topografica di primo Ottocento (vedi figure).

Sulla prima si notano confini tra particelle che potrebbero derivare dall’antica presenza di un stradina NO-SE  diretta verso il campanile. Sulla carta ottocentesca, d’altra parte, si nota un cospicuo allineamento di case sulla stessa direttrice (linea a pallini gialli). Dette case sorsero probabilmente lungo l’ipotizzata strada o stradina prima che essa scomparisse del tutto , esautorata da una arteria parallela e poco più ad est (attuale Via Principe di Piemonte).  Giunta in faccia alla chiesa, l’antica strada poteva aggirarla su uno o entrambi i lati, per poi riprendere la direzione sud-est e proseguire verso il solco della località Cava (tra i rialzi di Tuoro e Corona), miglior punto per la discesa verso Furore.

In merito alla forma e alle dimensioni che ebbe la prima chiesa di Tutti i Santi sussistono molte incertezze, ma la dimensioni del suo campanile  fanno pensare a un edificio non piccolissimo.. La sagoma che le attribuisco in figura (area campita in celeste) va  intesa come un primo tentativo di delineazione basato, tra l’altro,  sull’ipotesi che parti dei muri perimetrali della seconda chiesa (quelle che mostrano opere di rinforzo all’esterno) siano una eredità dell’edificio iniziale. E pari, se non superiori, sono le incertezze che esistono in merito all’articolazione interna che ebbe la chiesa di prima fase (forse con schema di tipo basilicale con navata centrale larga circa quanto il campanile).

In tema di chiese “ruotate”, ovverosia ricostruite con orientazione diversa da quella iniziale, potrei citare molti altri esempi, ma mi limito a quello, più vicino, di S. Maria di Pino (antico borgo fortificato tra Agerola e Pimonte) . La pianta davvero atipica di quella chiesa (con absidi su due lati dell’edificio) mi pare che si possa interpretare come l’effetto di una fase di ampliamento tardo-medievale con contestuale cambio di orientazione dell’aula (absidi della seconda fase rivolti a nord, mentre la chiesa di prima fase li aveva a est). Anche in questo caso il campanile assume una strana posizione rispetto alla chiesa di seconda fase e potrebbe essere sorto al centro della facciata della prima chiesa.

 

Conclusioni.

Tornando alla chiesa di Tutti i Santi in Bomerano e tentando di concludere con una sintesi cronologica (per quanto manchino elementi di datazione certi),  schematizzo come segue la mia ipotesi di evoluzione dell’edificio:

  1. a) Edificazione iniziale della chiesa con abside o absidi a sud-est e facciata a nord-ovest avente al centro, ossia sull’entrata della chiesa, un campanile-portico (XII-XIII sec.?)
  2. b) Forse a seguito di forti danni recati dal terribile sisma del 1456 (uno dei più forti che abbia colpito il sud Italia), l’edificio viene ricostruito ampliandolo verso nord-est e verso sud-ovest, dove viene posto il nuovo presbiterio con absidi rettangolari. Questa datazione della seconda fase va d’accordo con la data della menzionata sepoltura di Giovanni Summonte e consorte e con l’epoca dell’affresco dellaVergine in trono col Bambino (vedi Appendice). Va inoltre d’accordo con l’impronta tardo gotica dell’edificio riconoscibile nella coesistenza di archi e volte tanto ogivali quanto a tutto sesto, nonché nella poca  differenza d’altezza tra navata centrale e navate laterali (da cui l’assenza di un cleristorio) e nello scarso slancio longitudinale delle navate stesse, con connessa percezione policentrica dello spazio. Il tardo gotico italiano viene normalmente limitato al periodo che va dall’ultimo quarto  del Trecento a circa la metà del Quattrocento. Ma, in realtà periferiche come la nostra,esso si è probabilmente protratto ancora per qualche decennio.
  3. c) Nel corso del Seicento la chiesa fu arricchita di opere d’arte tra cui l’ancora esistente “macchina d’altare” con bella tavola del pittore Michele Ragolia e lo scomparso reliquiario ove si custodirono le reliquie di 12 santi martiri donate da Mons. Pichi (vedi Appendice). Alla stessa fase seicentesca possiamo tentativamente ascrivere anche la costruzione della Sacrestia col suo arco di collegamento al vano di piano terra del campanile, che aveva da lungo tempo persa la sua iniziale funzione di portico d’ingresso alla chiesa.
  4. d) L’arricchimento degli interni proseguì nel Settecento e nel primo Ottocento (vedi il settecentesco altare maggiore in marmi policromi e la tela del soffitto della navata centrale, datata 1805).
  5. e) Con l’apertura del tunnel delle Palombelle (1885), Agerola fu finalmente collegata a Gragnano con una rotabile (carrozzabile, la si diceva allora). Pochi anni dopo l’arteria fu proseguita fino a Tutti i Santi, ampliando una preesistente stradina comunale un po’ staccata dalla chiesa (attuale Via Principe di Piemonte). Tra questo evento e i primi del Novecento posiamo inquadrare gli interventi che diedero l’attuale aspetto all’interno e che ricomposero la facciata della chiesa, rialzando il frontone oltre il colmo del tetto e decorando il tutto in stile eclettico. Infine, negli anni Quaranta del ‘900 la famiglia Cuomo fece aggiungere a sue spese un catino semicilindrico in fondo all’abside di sinistra.

APPENDICE

Vincoli cronologici offerti dalle fonti e dalle opere d’arte presenti nella chiesa.

Stando ai documenti antichi sinora  scovati e pubblicati, la prima menzione della chiesa di Tutti i Santi a Bomerano (Agerola) risale al 1448 ed è presente in una pergamena di cui riportò il testo lo storico Francesco Pansa (Amalfi 1671-1718) [6] Che la chiesa esistesse già nel secolo XV lo attesta anche il fatto, riportato da Matteo Camera , che   “…In essa eravi il sepolcro di Giovanni Summonte e di Antonia, sua moglie, dell’anno 1475  [7].

Al tardo Quattrocento si può pure attribuire  quell’affresco con Vergine in trono col Bambino [8] che, quasi due secoli dopo, fu staccato dalla sua sede e   inserito dietro una finestra appositamente lasciata nella pala per l’altare maggiore (San Pietro papa e Santi) che  dipinse – nel 1652 – il noto pittore di origini palermitane Michele Ragolia [9], recentemente restaurata insieme alla bella “macchina d’altare” (a motivi architettonici in legno dipinto marmorino) che incornicia l’opera. Ritengo molto probabile che il citato affresco fu staccato dalla medesima chiesa di Tutti i Santi (detta anche della Vergine di Tutti i Santi) con l’intenzione di non perdere una immagine oramai cara ai fedeli durante una fase di ridecorazione dell’edificio.

Immaginare interventi del genere nel corso del secondo quarto del  Seicento (chiusi con l’installazione del nuovo altare maggiore nel 1652), spiegherebbe meglio perché Mons. Angelo Pichi,  arcivescovo di Amalfi tra il 1638 e il 1648 [10], donò a Tutti I Santi le reliquie di ben dodici santi.

Facendo un piccolo passo indietro nel tempo, cito il verbale della visita alle chiese di Agerola fatta dall’arcivescovo  Antonio Montilio nell’agosto del  1572  . Da esso risulta che la chiesa in questione non fosse tra le molte che egli trovò tanto danneggiate nella struttura ( credo per via soprattutto del sisma regionale del 1561). Tra le altre, risultava “devastata” la parrocchiale di S. Matteo, così che la visita  alle chiese di Bomerano non ccominciò- come sarebbe stata norma – da S. Matteo, bensì da Tutti i Santi, che operava temporaneamente come parrocchiale.

Tornando a procedere in ordine cronologico, ricordo che è opera settecentesca il bell’altare maggiore in marmi policromi, mentre la tela dipinta che orna il soffitto della navata centrale è opera datata al 1805.

NOTE

1 -Seguendo allo stile neo-classico, l’eclettismo architettonico si sviluppò a partire dalla metà del XIX secolo e produsse edifici e decorazioni ispirate a diversi – spesso commisti – stili del passato, con forme neo-gotiche,  neo-romaniche,  neo-bizantine, neo-rinascimentali, ecc.  L’eclettismo caratterizzò buona parte dell’architettura italiana fino ai primi decenni del Novecento.

2 –Esso si compone di quattro ordini più un tetto conico. I primi tre ordini sono a pianta quadrata, con lato che è di circa 4,4 m nel primo, 4,3 nel secondo e 4 nel terzo. La cella campanaria, con ampie monofore,   è al terzo livello. Il quarto livello è un breve cilindro con oculi tondi. Tolto il tetto, che è verosimilmente recente, la geometria ricorda da vicino il campanile di S. Pietro alli Marmi di Eboli, nonché di altre torri campanarie sorte in Campania nel periodo normanno (tra cui anche quella di S. Maria a Gradillo di Ravello).

Il campanile della chiesa annessa

alla badia di San Pietro alli Marmi ad Eboli (SA).

3 –Uso nato nei secoli in cui le chiese cristiane si costruivano con la facciata  rivolta ad occidente e la zona absidale verso est (direzione delle albe agli equinozi) o sud-est (direzione dell’alba al solstizio invernale, prossimo al Natale). In tal modo, le torri campanarie, guardando verso il tramonto,  assumevano anche il simbolico valore di torre di difesa contro il buio della morte e del peccato, mentre il sole nascente – verso cui guardavano le absidi di fondo con gli altari, simboleggiava il Cristo che viene e la Resurrezione.

4 –Al proposito, ringrazio i reggenti della chiesa e della confraternita annessa per avermi permesso i sopralluoghi e gli archeologi Domenico  Camardo e Mario Notomista per avermi  aiutato a verificare la plausibilità delle mie interpretazioni.

5  -Eccezioni erano concesse solo in caso di impedimenti legati a particolari condizioni orografiche (edificazione su un crinale affilato o lungo un forte pendio) o preesistenti costruzioni; impedimenti che non certamente non presentava il sub pianeggiante e allora sgombro sito di Tutti i Santi di Bomerano..

6 -I Il testo della pergamena appare a pagina 181 del II volume della sua  “Istoria della antica repubblica d’Amalfi e di tutte le cose appartenenti alla medesima accadute nella città di Napoli e suo Regno”. Vi è citata una località di Agerola detta Ad Omnes Sanctos, segno  pressocché indubitabile che vi sorgeva un edificio sacro con quella intitolazione..

7 –M. Camera , Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi (Salerno 1881), vol. II, p. 630.

8 –La presenza di questo tema non deve sembrare un fuori luogo, in quanto la più antica e corretta denominazione del culto in questione (introdotto in Italia da papa Bonifacio IV nel 609) fu “della Vergine Maria e a tutti i martiri”.

9  –Sia l’affresco che la pala d’altare  in questione sono descritti e interpretati nel volume curato dalla dottoressa Ida Maietta “Recuperi e restauri ad Agerola” (Eidos, 1990).

10 –Riporto questa forchetta cronologica in quanto M. Camera, dalle cui Memorie… traggo la notizia, non ci dà la data esatta della donazione. Le reliquie in questione appartenevano a  S. Abondio,  S. Severino, S. Candido, S. Ponziano, S. Giusto,  S. Fausto, S. Placido, S.  Plautilla, S. Concordo, S. Francesco Saverio, S. Ignazio e S. Filippo Neri.v

 

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La caponata. Ricette e nuova spiegazione del nome.

Il mese scorso, mentre lavoravo all’articolo dedicato agli Acampora che emigrarono fuori Agerola, trovai notizia di una certa “Margherita d’Acampora di Agerola, caupona” (l’ultimo termine ne indica l’occupazione) così registrata in un seicentesco documento della parrocchia di S. Vito di Positano, dove ella si era trasferita. [1 ].

Ciò mi fece tornare in mente la fola, che ho sentito circolare in paese, secondo la quale la pietanza nota come caponata sarebbe stata inventata a Positano da un/una Agerolese. Pensai: deve essere stata proprio la lettura del passo prima citato a far scattare, nella mente di chi per primo mise in giro quella storiella, il fantasioso “ragionamento” che caupona fosse il soprannome di detta Margherita [2]  e che un piatto da lei creato divenisse noto come caponata.

In realtà è brn noto che le origini della caponata  risalgono a ben prima del Seicento, il che – unitamente all’ampia diffusione geografica che la caratterizza, rende davvero poco credibile l’ipotesi di cui sopra.

Ma prima di procedere oltre, visto che l’ho citata, vediamo di chiarire che lavoro svolgesse quella Margherita d’Acampora. Avrei pochi dubbi che il parroco dell’epoca, usasse l’antiquato termine di caupona per dire che ella gestiva un’osteria. Infatti, in epoca romana, erano detti  caupones i gestori delle cauponae (plurale di caupona): sorte di osterie in senso antico, cioè luoghi dove si poteva non solo bere e mangiare qualcosa, ma anche pernottare [3].

Le funzioni e l’organizzazione delle antiche cauponae emergono abbastanza chiaramente da molti  testi, affreschi e graffiti di epoca romana, ma a me piace ricordare qui in particolare una testimonianza d’epoca che pochi conoscono: l’insegna marmorea di una caupona che sorgeva nei pressi dell’attuale Macchia d’Isernia (IS)  e che ora si trova al Louvre di Parigi.

 

caupona isernia calidio-erotico-blog

Il citato bassorilievo di Macchia d’Isernia (figura tratta dal saggio di Franco Valente  La taverna di Calidio Erotico e Fannia Voluttà a Macchia d’Isernia,che può leggersi sul sito www.francovalente.it)

In essa sono rappresentati, da una parte, l’ostessa che allunga la mano presentando il conto e, dall’altra  parte, il cliente che, avvolto in un mantello con cappuccio, regge per la capezza un mulo bardato. L’iscrizione che accompagna la scena riporta il seguente dialogo tra l’ostessa (O) e il viandante (V) che è stato ospite della caupona:

V: Facciamo il conto.
O: Devi pagare un asse per un sestario (circa mezzo litro) di vino, un asse per il pane e due assi per il companatico.

V: Mi sta bene.

O: Devi ancora otto assi per la donna.
V: Anche questo mi sta bene.

O: Sono due assi per il fieno dato al mulo.

V: Questo mulo mi manderà in rovina!

Questa vignetta parlante dell’antichità (una sorta di fumetto ante litteram), oltre a ricordarci che molte cauponae offrivano anche compagnia femminile per la notte,  si fa apprezzare anche per la chiusura umoristica del dialogo, che vede il cliente lamentarsi non dei 4 assi spesi per mangiare, né per gli 8 spesi per “la ragazza” (di cui poteva anche fare a meno), bensì per i soli 2 assi spesi per  far mangiare il mulo, suo prezioso e umile compagno di viaggio!

CAPONATA

 Una bella caponata napoletana come è intesa oggi. Foto dal sito https://amalfinotizie.it

Tornando ora alla caponata e, prima di tutto, alla sua definizione, mi sembra esaustivo ciò che riporta il vocabolario Treccani, che a Caponata fa corrispondere i seguenti tre significati:
1. Vivanda frugale in uso un tempo fra i marinai, costituita da galletta  intinta nell’acqua salata e condita con olio, aceto, aglio e cipolla.
2. Pietanza napoletana, detta anche panzanella alla marinara: specie d’insalata fatta con gallette ammorbidite in acqua, acciughe, cipolle e pomodori freschi a fette, basilico e aglio, peperoni verdi e olive, il tutto condito con olio, aceto, sale e pepe.
Un piatto simile (pane biscottato rammollito nell’acqua e condito con olio, sale, ecc.) è anche tradizionale nella Puglia e nella Calabria.
3. Piatto della cucina siciliana a base di melanzane fritte a pezzetti con sedano, cipolla, capperi, olive, pomodoro, ecc., condito in agrodolce.

La ricetta siciliana (la numero 3) si distingue dalle altre non solo perché vi domina la melanzana e perché non è un piatto crudo, ma anche per l’assenza di una base di pane bagnato. Ma questa assenza potrebbe esser frutto di una evoluzione recente.
Circa l’origine del nome caponata non vi sono certezze. Le due ipotesi che più frequentemente si leggono lo fanno derivare o da caupona (come a dire “piatto da osteria, semplice da farsi  e poco costoso) o da “capone”, nome che si dà alla lampuga (Coryphaena hippurus) in alcune zone della Sicilia, sostenendo che in antico la caponata la si facesse con pezzi di quel pesce pelagico.

FRESELLA OK

 Una tipica fresella o frisella ottenuta tagliando orizzontalmente in due una pagnottella e ricuocendola a lungo in forno moderato. Foto dal sito http://www.pastamadrelover.it)

In tal modo si spiega meglio come mai sotto il nome di caponata si raccolgano vivande dai condimenti tanto diversi; perché il nome attiene alla base che si va a condire, la quale – come dicevo – è un pane tagliato e biscottato.

Al proposito ricordo a chi non l’avesse ancora letti, i due articoli di questo blog che ho dedicato al tipico pan biscotto di Agerola : Le antiche origini del “biscotto” tipico agerolese  e M’hai miso ‘n galea senza vascuotto! .

In essi ricordo che, nel Medioevo,  il nostro pane biscottato finiva anche nelle cambuse delle navi che partivano da Amalfi e da Napoli, come parte essenziale della scorta di cibo per i marinai e gli uomini d’arme che li accompagnavano in giro per il Mediterraneo. E come lo consumavano? Facendosi delle belle caponate, ovviamente!

NOTE

1 – Atti del convegno La costa d’Amalfi nel secolo XVII. Centro di Cultura e Storia Amalfitana, Amalfi 2003, Vol. I, p.117

2 –Ipotesi probabilmente scaturita dal fatto che ad Agerola esiste il soprannome di Cupone (o chille ‘e Cupone = ‘quelli di Cupone’)  per dei Buonocore che abitano nella località Copona, lungo la strada da Ponte a San Lazzaro  .

3 – Oggi usiamo ‘osteria’  per indicare un locale dove si vende vino e talora anche del cibo,  ma in origine e fino al Settecento le osterie davano anche alloggio. D’altra parte le parole oste e osteria  derivano dal latino hòspes, hospitis, che indicava ‘colui che riceve in casa dei forestieri’, oltre che ‘forestiero’

4 –Tale origine traspare anche dal verbo romanesco capare usato, ad esempio, per descrivere l’operazione che si fa quando si tagliano via le estremità dei fagiolini prima di cuocerli.

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AGEROLA E’ IN COPERTINA SU PEIN AIR. UN NUMERO DA NON PERDERE!

Lo scrittore di viaggi e fotografo  Natalino Russo, (mio ex allievo e caro amico) mi informa che sul numero di ottobre della famosa rivista Plein Air appere un suo articolo su Agerola come base ideale per una vacanza trekking sui Monti Lattari. E aggiunge: “La bella notizia è che la rivista ci ha dedicato la copertina!

Ringrazio Natalino di cuore e invito voi tutti a comprare e conservare questo numero di Plein Air. Cari saluti

Aldo Cinque

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Da Campora a Napoli sulle tracce di un’antica casata: gli Acampora.

Premessa
Scopo principale di questo mio articolo è quello di riportare le principali notizie, bibliografiche e d’archivio, che ho recentemente raccolto riguardo a degli antichi Acampora  di Napoli che – a seconda dei casi – sono o potrebbero essere di origini agerolesi. Le loro vicende rimandano spesso a monumenti e/o a vicende storiche di detta città, sui quali anche riporto sperando che così la lettura dell’articolo risulti interessante non solo agli Acampora di oggi che sono a caccia delle loro radici, ma anche a chi è a caccia di nuovi pretesti e fili conduttori per (ri)visitare Napoli e la sua storia.
Origine ed evoluzione del cognome.
La presente forma del cognome Acampora rappresenta l’ultimo stadio di un’evoluzione che partì oltre un millennio fa con de Campulo, attestata nella nostra zona (Ducato d’Amalfi) fin dall’anno 966 (cfr. a pergamena trascritta a pag. 39, vol. 1 de Il Codice Perris J. Mazzoleni, R. Orefice Il Codice Perris Cartulario Amalfitano, Amalfi Centro di Cultura e Storia Amalfitana 1989). Per Agerola, le più antiche attestazioni che troviamo nella medesima raccolta di pergamene medievali risalgono al 1186, con tali Pietro de Campulo (ivi, p. 345, doc. CLXXVIII) e Sergio, figlio di Costantino de Campulo (ivi, p. 346, doc. CLXXIX). Il cognome allude al luogo di origine del “capostipite”, cheè quasi certamente da riconoscersi in quel casale agerolese  che nel Medio Evo si chiamava Campulo e che oggi dicesi Campora.  A tale conclusione porta anche l’attuale diffusione geografica del cognome, la quale  vede la Campania nettissimamente  in testa tra le regioni italiane, presentando 553 famiglia Acampora,, contro le 37  della seconda classificata (Veneto), le 32 della Lombardia, etc. All’interno della Campania, gli Acampora si concentrano nettamente nella Provincia di Napoli e, dentro questa, Agerola primeggia di gran lunga con  135 famiglie;, seguita da  Ercolano (91), Napoli (90), Portici (42), Sorrento (21), Torre del Greco (18)  e così via diminuendo. (dati da www.cognomix.it ).[1].
A partire dal basso medioevo, il cognome s’incamminò sulla trafila evolutiva de Campulo > de Campora > da Canpora > de Acampora/ d’Acampora > Acampora; ma non tutti i diversi rami genealogici sparsisi via via per la regione e per l’Italia percorsero detta trafila per intero (vedi i de Campora ancora oggi esistenti a Napoli e a Roma).
Chiudo questa premessa facendo presente che per  i de Campulo e sue evoluzioni di forma non è da scartare l’ipotesi di poli-cefalia,nel senso che – derivando da un toponimo abbastanza comune (Campulus, diminutivo tardo-letino di campum = ‘campagna piana’) –  esso è potuto nascere in più luoghi e in diversi momenti del Medio Evo. Così, potrebbero essere di ceppi indipendente dal nostro quei de Campora  segnalati nel Medio Evo a Mantova e quei Campulo che si dissero nobili messinesi e che nel 1563 ottennero il patronato della Cappella dell’Annunziata in S. Lorenzo Maggiore di Napoli (precedentemente dei Palmieri). Ma chissà che a Messina non erano giunti tempo prima dalla Campania …
  
 Gente che sapeva allargare l’orizzonte.
A partire già dai secoli in cui Agerola fu parte del Ducato d’Amalfi, furono molti gli Acampora che intessero un rapporto con Napoli. Come per tante altre famiglie agerolesi, si trattò di frequentazioni per motivi di commercio e di studio, ma anche di trasferimenti di residenza che inizialmente non ruppero i rapporti coi parenti rimasti in montagna (utili partner in imprese commerciali e artigianali miranti al mercato della capitale), ma che alla lunga generarono dei rami familiari indipendenti che fatalmente finirono col perdere cognizione delle loro antiche origini agerolesi.
Di una famiglia con alcuni membri ad Agerola e altri fuori ci parla, ad esempio, un atto di compravendita redatto ad Agerola nel 1321 (Il Codice Perris Cartulario Amalfitano). 1985 vol. 3, p. 815) in cui tale Palmo de Campulo si fa rappresentare dal fratello Bartolomeo in quanto lontano da Agerola (“Palmo …non est ad presens in partibus istis” si scrisse nell’atto). Giuseppe Gargano, citando quello stesso documento e collegandosi anche al mare che – secoli dopo – gli Acampora di Campora posero nel loro stemma, ipotizza che quell’assenza di Palmo fosse legata ad un suo trovarsi imbarcato per qualche lontano dove, come in quei secoli capitava spessissimo agli uomini dei centri rivieraschi del ducato di Amalfi e, talora, anche a degli Agerolesi (G. Gargano, Terra Agerula). Evoluzione socio-economica e rivisitazione topografica nei secoli del medioevo. Libro edito dal Comune di Agerola e dal Centro di cultura e storia amalfitana, 2016). Ma torniamo ai più certi e più numerosi Acampora che frequentarono Napoli e che talora vi trasferirono il proprio domicilio, se non la residenza.
 
 A Napoli per laurearsi (e talora per restarci).
Uno dei motivi che portavano degli Agerolesi a Napoli era la decisione di conseguire una laurea presso la locale Università [2]. Ovviamente era cosa che solo le famiglie più ricche potevano permettersi, anche perché la lenta e faticosa viabilità antica dei Monti Lattari non consentiva certo il pendolarismo ed era dunque d’obbligo caricarsi anche la spesa di un’abitazione nella capitale.
Tra le casate che se lo poterono permettere vi furono anche gli Acampora o, per meglio dire, delle famiglie di tal cognome in situazione economica quantomeno agiata. Taluni di quegli studenti riuscivano, dopo la laurea, ad esercitare ad Agerola (ad esempio, il regio giudice a contratto Bartolomeo de Campora, di cui ho trovato un atto del 1664 nell’archivio della Collegiata di Maiori). Altri, invece, trovarono migliori opportunità a Napoli, ove svolsero buone carriere professionali e, talora, vi si radicarono definitivamente.   Un po’ diverso fu il caso del trentenne “professore di legge” Salvatore d’Acampora che il Catasto Onciario del 1752 segnala come residente ad Agerola in casa del cugino Clemente d’Acampora fu Giuseppe (filatore di seta e possidente che in casa propria a S. Vincenzo di Campora teneva anche due servi). Sembrandomi improbabile che Salvatore si limitasse a dare lezioni private ad Agerola, penso che egli fosse quasi sempre a Napoli, in casa d’affitto o ospite presso parenti. Tra gli Acampora che si laurearono in legge a Napoli, dovrei citare qui anche Giovanni Acampora (o de Acampora), ma di lui dirò più avanti, dato che all’avvocatura affiancò presto altre passioni ed attività.
Segnalo infine, tra i laureati che esercitavano a Napoli nei secoli scorsi, degli altri Acampora di cui non so dire se fossero nati ad Agerola o avessero qui solo remote radici. E’ il caso, tra gli altri, del dottor Lorenzo (Nicola Giuseppe) de Campora o d’Acanpora, ammesso al Collegio dei Dottori di Napoli nel 1678 (ASNA Collegio dei dottori, 28, fasc. 50). Altri casi sono rintracciabili nel Catalogo de’ legali del Foro napoletano per uso e comodi del pubblico per l’anno 1784 fino a’ 4 maggio 1785, di G. Saccarese e G. Doria. A pagina 224 vi troviamo l’avvocato Salvatore d’Acampora con sede al quartiere Portanova, “nelle case del marchese Odoardi”. A Portanova erano anche case di don Gregorio d’Acampora, che tra l’altro ospitava l’avvocato Nicola Maria Barone Billi. Ma negli stessi anni, un altro Acampora (Sergio) risulta proprietario di immobili a S. Giovanni a Carbonara ed ha tra gli inquilini l’avvocato Domenico Paglione. A pag. 105 troviamo l’avvocato Francesco Acampora, esercitante a Mater Dei nelle case del duca di Martino, nonché il quasi omonimo Francesco d’Acampora, col suo studio alla Pigna Secca, nelle case di don Filippo Sabbatini.
A Napoli come mercanti.
Un’altra buona ragione per frequentare Napoli era quella di cercarvi fortuna inserendosi nel settore commerciale. Fu probabilmente un ricco mercante, non sappiamo di cosa, quell’Antonio de Acampora figlio di Davide, che nel 1680 fece edificare presso le case avite di Agerola la chiesetta di S. Michele Arcangelo, ad uso di sacello di famiglia. Il fatto che egli fosse divenuto cittadino partenopeo ce lo dimostra l’iscrizione scolpita sulla lastra tombale, ove egli si presenta come Antonius de Acampora neapolitanus.
Di origini agerolesi doveva essere anche quel Vincenzo d’Acampora che nel 1580 fu tra i circa trenta mercanti di bestiame che firmarono una petizione volta a ottenere che la cassa boaria istituita al Mercato di Napoli dall’Ospedale degli Incurabili rispettasse la norma di un pronto pagamento alla consegna delle bestie (che poi avrebbe rivenduto ai macellai), evitando ai mercanti lunghi e costosi soggiorni in città (testo integrale della petizione su Vincenzo Magnati, Teatro della carità istorico, legale, mistico, politico. Napoli 1727 pp. 174 – 176).
 
 Sempre nel settore della mercatura, troviamo un Acampora che potrebbe aver cominciato col portare e vendere a Napoli parte di quella seta che Agerola produceva in gran quantità. Trattasi di Andrea de Acampora, mercante all’ingrosso di stoffe che compare in un contratto del 17 settembre 1540 insieme al socio Andrea de Carluccio, impegnandosi a pagare al magnifico Marco Mazza di Verona la bella  somma di 3.700 ducati per la fornitura di 101 pezze di panno di Fiandra di lana colorata (ASS, notaio Bartolomeo d’Amore, p. 441).
Ma anche come valenti mastri muratori.
Interessante da segnalare è anche il caso di certi Acampora che a Napoli eccelsero nel campo, solo apparentemente umile, dell’arte muraria, tanto che li troviamo impegnati nella fabbrica della monumentale chiesa del Gesù Nuovo come mastri muratori di  fiducia di grandi artisti. Si tratta dei fratelli  Andrea e Domenico d’Acampora, che, tra il 1639 e il 1645, ebbero a collaborare col grande scultore Giuliano Finelli (Massa Carrara 1602 – Roma 1653) nella realizzazione della cappella di S. Francesco Saverio (ala destra del transetto). Di tale incarico sopravvive in archivio il contratto, il cui testo è riportato in D. Dombrowski, Giuliano Finelli: Bildhauer zwischen Neapel und Rom.: Vienna 1997, pag. 506). Anni dopo, tra il 1654 e il 1663,  si trovò a lavorare nel Gesù Nuovo la squadra del mastro muratore Giovanni Andrea d’Acampora (quasi certamente un figlio di uno dei precedenti), chiamato  nientedimeno che dal celebre marmoraro e scultore Cosimo Fanzago per curare la messa in opera dei marmi preparati per la Cappella della Visitazione (II di destra).
 
                      Il Fanzago aveva lavorato anche all’altare di S. Francesco Saverio e forse fu in quella occasione che scoprì la perizia e serietà degli Acampora. Simona Starita, nella sua bella tesi di dottorato, “Andrea Aspreno Falcone e la scultura della metà del Seicento a Napoli” (Dottorato in Scienze storiche etc, Ciclo XXIII, 2011, Università Federico II, Napoli) riporta un documento d’epoca che elenca persino i pagamenti fatti a Giovanni Andrea (pag. 91): circa 200 ducati pagatigli in più “partite” tra il marzo del 1654 e  l’ottobre del 1663 tramite il Banco della Pietà, il Banco del Popolo e quello del Salvatore.
Un lungo legame con la Santa Casa dell’Annunziata.
Il mercante Andrea d’Acampora, per l’ampia stima che s’era guadagnata in Città, nel 1561 fu prescelto per la Mastrìa della Santissima Annunziata, ossia fu uno dei quattro Governatori che dovevano dirigere l’omonimo ente assistenziale (famosa la sua Ruota degli esposti e l’annesso ospizio per trovatelli), curando anche le importanti funzioni finanziarie del collegato Banco dell’Annunziata.  Si scopre che il menzionato Andrea non fu né il primo né l’ultimo Acampora a entrare nella Mastrìa della SS. Annunziata. Prima di lui troviamo infatti Giovanni d’Acampora quale governatore di quel luogo pio e banco popolare negli anni 1368  1369 e 1370; poi Francesco d’Acampora, in carica nel 1498, nel 1503 e nel 1507; infine Giovanni Tommaso d’Acampora per l’anno1597. Ma se consideriamo anche quelli che si firmavano col cognome in forma più antica, allora l’elenco si amplia con Giovanni Berardino de Campolo, eletto per il 1562, e Recio  de Campulo, di cui parleremo ancora più avanti e che fu per tre volte governatore dell’Annunziata: negli anni a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento (F. Imperato, “Discorsi intorno all’origine, regimento, e stato, della gran’casa della Santissima Annuntiata di Napoli”, Napoli 1629).
 
A rafforzare ulteriormente l’idea di un legame particolare tra gli Acampora e la Santa Casa, vi è il fatto che dentro la chiesa dell’Annunziata gli Acampora ebbero anche un loro altare.  Della sua edificazione parla un notamento del primo gennaio 1504 col quale i Maistri  della Santa Casa concedono a Francesco de Campora (al di là della diversa trascrizione del cognome, potrebbe trattarsi del  Francesco d’Acampora che abbiamo visto  tra i governatori della Santa Casa del 1498, 1503 e 1507) di erigere in detta chiesa un altare di famiglia vicino alla Cappella dei Brancaccio e, in quanto a foggia, “a similitudine della Cappella del nobile Francesco Coronato” (Giambattista d’Addosio “Origine, vicende storiche e progressi della Real S. Casa dell’Annunziata in Napoli”. Napoli, 1883).
Andrea Acampora Capitano del Popolo e Consultore della Città di Napoli.
Che sia o meno lo stesso che abbiamo visto come governatore dell’Annunziata, è importante segnalare quell’Andrea Acampora  che compare ancora in una cronaca del 1535 relativa al grandioso corteo che andò incontro  a Carlo V d’Asburgo (nel cui vasto  impero ricadevano anche il sud Italia, la Sicilia e la Sardegna) di rientro, vittorioso, da quella spedizione navale contro Tunisi che era stata invocata dal viceré di Napoli Pedro de Toledo e che fu decisivo per porre argine alle ricorrenti scorrerie “saracene” sulle coste italiane.
Una vivida descrizione di quel corteo, coi nomi di tutti i rappresentanti di Napoli che vi presero parte e degli abiti che vestivano, si trova a pagina 186 e seguenti del vol. 3 dell’opera di Giovanni Antonio Summonte (1749)  Historia della città e Regno di Napoli, sotto il titolo “Il glorioso trionfo e bellissimo apparato dalla Città di Napoli fatto nell’entrare in essa la Maestà cesarea di Carlo V”. Vi si specifica che Andrea d’Acampora sfilò nella schiera dei Capitani del Popolo  e che, tra essi,  egli era l’unico a ricoprire anche la carica di pubblico Consultore (ossia consulente del governo cittadino).
Altre cariche ricoperte da Rencio de Campulo.
Tornando a parlare di Rencio de Campulo, già visto come amministratore della Santa Casa dell’Annunziata, devo ricordare anche che – sempre a Napoli –  egli ricoprì due volte l’importante carica di Eletto del Popolo; una prima volta nel 1498 e poi ancora nel 1504 (lo registrano varie fonti, tra cui le Memorie storico diplomatiche etc. di Matteo Camera, Vol. 2, p. 627). Nei  secoli dell’ancient regime,  l’Eletto del Popolo era l’unico rappresentante dei ceti subalterni in seno all’organo di governo della città, detto Tribunale di S. Lorenzo dal nome del complesso religioso (S. Lorenzo Maggiore, su Via dei Tribunali) dove si svolgevano le adunanze. Dato che le decisioni si prendevano a maggioranza e che i Nobili avevano cinque rappresentanti,  il ruolo dell’l’Eletto del Popolo sembrerebbe minimo, ma in certi momenti il suo peso veniva di molto accresciuto dal fatto che, pur provenendo di norma dall’emergente ceto borghese fatto di professionisti e ricchi mercanti, egli aveva dietro la stragrande e non docile maggioranza dei Napoletani.
 
Chiusa questa digressione di inquadramento, passo a segnalare che nel corso dei secoli, vari furono gli oriundi di Agerola che salirono alla carica di Eletto del Popolo: Pietro Sarriano, dottore due volte (1527 e 1539) , Pietro de Stefano (1536), Giambattista Fusco (l1554), Giambattista Naclerio (1631) e poi suo fratello Andrea, protagonista del litigio  in piazza che scatenò la celebre Rivolta di Masaniello del 1647. Dietro tali elezioni credo che vi  fosse anche la visibilità guadagnata dagli Agerolesi (e figli o nipoti di Agerolesi)  frequentando spesso il complesso di S. Agostino alla Zecca, dove la comunità agerolese aveva eretto – con la Cappella e Monte assistenziale di S. Antonio Abate –  il suo punto di aggregazione e dove aveva anche sede il Seggio del Popolo.
Rencio de Campulo emerse come Eletto del Popolo nelle tornate del 1498 e del 1504 .
Negli anni Ottanta del Quattrocento, egli è segnalato come compatrono della chiesa di S. Maria nel borgo fortificato di Pino, insieme a due Vicedomini e all’onorabile Zaccaria de Campulo A. Feniello, Napoli: notai diversi : 1322-1541 : dalle Variarum Rerum di G.B. Bolvito. Napoli, 1998,  p. 45). Visto che Pino sta a due passi da Agerola, la notizia sembra confermare definitivamente la nascita agerolese di Rencio.
 
Cesare de Acampora nella Regia Camera della Sommaria.
Nei secoli in cui Napoli è stata capitale di regno o viceregno, la Regia Camera della Sommaria era ciò che oggi diremo Corte dei Conti, ma anche il massimo Tribunale Amministrativo. Aveva sede nel Castel Capuano, dove il viceré Pedro de Toledo volle riunire tutti i tribunali di Napoli.
Nei primi anni del Seicento fu tra i Razionali (ossia contabili) della Sommaria tale Cesare de Acampora (vedi  V. Coniglio, Il viceregno di Napoli nel sec. XVIInotizie sulla vita commerciale e finanziaria secondo nuove ricerche negli archivi italiani e spagnoli. Ed. di Storia e Letteratura, 1955, p. 170). A Margine mi piace far notare che col de Acampora lavorava, sempre come razionale, Giovan Alfonso Mascolo, il cui cognome rimanda ancora all’area di Agerola e dintorni.
 
   Compulsore della Città di Napoli.
Ricordato preliminarmente che i Compulsori erano dei pubblici ufficiali incaricati di costringere i venditori morosi (soprattutto di pane) a versare i tributi dovuti al Comune, segnalo che a ricoprire quella carica nella Napoli di metà Seicento fu tale Luca Acampora. Lo si legge alle pagine  604 e 751 di  Archivio storico per le province Napoletane, Volume 3; nonché a pagina 155 del Ragguaglio della miracolosa protezione di San Francesco Saverio verso la città e il Regno di Napoli nel contagio del milleseicentocinquantasei (Per Pietro Palombo, Napoli 1743) ove si riporta una delibera degli Eletti datata  16 giugno 1656 di cui riporto il seguente stralcio:
“…perciò si ordina al Magnifico Luca d’Acampora nostro Compulsore estraordinario, che trovi i Pittori,e facci fare con ogni prestezza e celerità le dette immagini che se le pagherà quello che giustamente meritano per le loro fatiche, & anco faccia fare le stampe in foglio…a ciò che ogni uno possa avere la sua in sua casa & ricorrere a detta Gloriosissima Vergine per la grazia sì desiderata.
 
 La grazia che tutti invocavano era la fine di quella terribile pestilenza e le pitture di cui trattasi erano da farsi sopra ognuna delle porte di ingresso alla città. Dovevano mostrare l’Immacolata col Bambino in grembo e sotto di essa i Santi Gennaro, Francesco Saverio e Santa Rosalia. L’incarico di dipingerle toccò al grande Mattia Preti ed è davvero un peccato che di quei suoi affreschi sopravviva solo quello in testa alla Porta di San Gennaro (vedi foto).
Pare che da Consultore (ossia addetto alla riscossione dei diritti presso i venditori, soprattutto di pane), Luca d’Acampora passasse poi a Credensiero della Conservazione del grano della Città; ufficio che non svolse sempre in modo inoppugnabile, tanto che nel 1665 fu incarcerato e processato  (V. d’Onoftio, Giornali di Napoli dal 1660 al 168’. Vol. 2, p 22)
Due Giovanni Acampora legati alla poesia napoletana di primo Settecento.
Il primo di questi due personaggi omonimi fu quel Giovanni Acampora che le fonti d’epoca indicano spesso come l’abate Acampora . Molti autori antichi lo ricordano come “esattissimo correttore di stampe”, ossia curatore e revisore di pubblicazioni ( vedi ad es: Niccolò Capasso, Varie poesie di Niccolo Capassi primario professore di legge . Napoli 1761; Vincenzo Ariani, Memorie Della Vita, e  Degli Scritit di Agostino Ariani.  Napoli 1778, P. 98), curatore, tra l’altro, di una  Raccolta di  rime di poeti napoletani non più ancora stampate, uscita a stampa nel 1701. Della cultura e della meticolosità deperizia, ma era prima di tutto una persona di cultura del cui aiuto si avvalse, tra gli altri, il giurista e filosofo Pietro Giannone, esponente di spicco dell’Illuminismo italiano (Atti dell’Accademia di scienze morali e politiche, Napoli, 1928 , p. 158).
Il secondo Giovanni Acampora in oggetto fu  avvocato del foro napoletano, ma è ricordato anche come buon rimatore. Di lui ci rimane l’opera in due volumi Delle Rime scelte di varj illustri poeti napoletani, pubblicata nel 1723.  In essa troviamo anche una decina di pagine dedicate alle rime del Giovanni Acampora abate, il cui pezzo iniziale riporto in figura.
           are il genio letterario di Giovanni Acampora avvocato fu l’amicizia (cominciata mentre erano entrambi studenti di legge a Napoli) con il conterraneo Biagio Avitabile, l’Agerolese che  fu cofondatore e primo direttore  della “colonia” partenopea dell’Accademia dell’Arcadia (vedi articolo a lui dedicato su questo blog). Oltre ad essere entrambi di nascita agerolese, i due furono probabilmente “compagni di corso” mentre studiavano Legge a Napoli.
Come avvocato, Giovanni Acampora è ricordato anche per la decisiva allegazione che scrisse su incarico governativo allorquando si trattò – anche dietro la spinta di una rivolta popolare – di impedire l’istituzione a Napoli di un Tribunale del  Sant’Uffizio (meglio noti come Tribunali dell’inquisizione) rivendicando la supremazia e l’indipendenza della giurisdizione regia su quella papalina.
Governatori di S. Maria dell’Aiuto
A Napoli, lungo la strada che da Mezzocannone passa per l’Orientale e conduce a S. Maria la Nova (chiesa di cui fu benefattore  il nostro  Andrea Brancati, che lì ottenne anche una fossa sepolcrale), sorge la bella chiesa barocca di S. Maria dell’Aiuto, opera del noto architetto Dionisio Lazzari,  realizzata dopo la fine della grande peste del 1656. Sulla destra entrando vi si osserva il bel monumento funebre a Gennaro Acampora, col suo spettacolare ritratto ad altorilievo scolpito nel 1738 da Francesco Pagano su disegno di Bartolomeo Granucci (T. Fittipaldi, Scultura napoletana del Settecento, Napoli 1980, pp. 106-107). L’annessa iscrizione ricorda le virtù morali del personaggio, lamenta la sua prematura scomparsa al nono lustro e lo ricorda come gran benefattore, nonché governatore di quella chiesa [3]. L’iscrizione non dice altro sul profilo sociale del personaggio,ma il ritratto marmoreo, ove egli appare imparruccato, con elegante “completo alla francese” e un libro nella sinistra, lo fa immaginare come un esponente dell’alta borghesia cittadina, probabilmente della componente intellettuale.
 
  A dimostrare che il legame degli Acampora con la chiesa di S. Maria dell’Aiuto non fu cosa occasionale, bensì duratuta, vi è un’altra lapide che cita i governatori che curarono i lavori di restauro effettuati nel 1792, tra i quali era tale Nicola Acampora; probabilmente un nipote del sopraddetto Gennaro. Ma torniamo al monumento funebre di quest’ultimo per dire che in testa ad esso è scolpito uno stemma di famiglia mostrante un albero dal liscio e alto tronco (un pino marittimo o da pinoli, si direbbe) accostato alla base da due colombe affrontate. Esso risulta pressoché identico allo stemma che contraddistingue certi Acampora di Agerola (quelli del casale Bomerano) e che può vedersi sull’arco della loro cappella nella parrocchiale di S. Matteo Apostolo (cappella in fondo alla nave di sinistra), sul cui bel pavimento maiolicato è inserita la tomba del reverendo don Luca Acampora, fratello di quel notaio Luigi A. noto in paese per aver sposato la vedova del Generale Avitabile e per aver ampliato e decorato il Palazzo Acampora di Bomerano .
Restano quindi pochi dubbi  [4] sul legame di parentela tra questi specifici Acampora di Napoli e quelli di Palazzo Acampora di Bomerano[5] ].
Rimanendo in tema di stemmi di famiglia devo, sia pur velocemente, ricordare che il ramo storico degli Acampora di Campora è diverso da quello degli Acampora di Bomerano, presentando un drago alato sorgente dal mare, con una corona vegetale (di alloro?) nella zampa alzata e sormontato da tre stelle a sei punte.
I primi elementi sembrano voler simboleggiare valentia militare (drago) esoressosi in vittoriose battaglie navali. Più incerta è l’interpretazione delle tre stelle, che possono simboleggiare una aspirazione a cose superiori o (se il farle a sei punte non fu casuale) un ritenere gli avi lontani di origine ebraica (cfr. il Davide padre dell’ Antonio fondatore della chiesetta di famiglia). Dei de Campora di Napoli furono investiti della qualità di Nobili e Militi con diploma di re Ferdinando il Cattolico del 25 settembre 1526, riconfermato da Carlo VI d’Austria il 14 aprile 1728 (Francesco  Bonazzi, Famiglie nobili e titolate del napoletano ascritte all’Elenco Regionale o che ottennero  posteriori legali riconoscimenti  (Napoli, 1902), p. 265). Il Bonazzi non ne descrive lo stemma, ma potrebbe essere quello che Nicola della Monica segnala nel suo saggio Palazzi e giardini di Napoli (Newton Compton 2016), osservato in Palazzo de Campora di Via dei Tribunali 197 e nella Villa de Campora di Cercola: quadripartito, con un’aquila nera nel primo campo, torri civiche nel secondo e terzo e il leone rampante nel quarto.
NOTE
1 – Come per i “cognomi di provenienza” in genere, si deve pensare a un soprannome (che poi si consoliderà in cognome) affibbiato a un oriundo, per distinguerlo da degli omonimi sulla base del posto da cui era giunto. Il luogo dove avveniva questo “ri-battesimo”  poteva essere vicino o lontano dalla zona di origine dell’oriundo,a seconda del raggio di notorietà della medesima. Nel caso specifico,  essendo Campulo un villaggio di una certa importanza, ma pur sempre un villaggio, , come luogo di nascita del soprannome de Campulo possiamo immaginare sia un altro dei villaggi formanti Agerola che un comune dei dintorni. In ogni caso, il neonato cognome dovette piacere alla casata in questione, per cui presero ad usarlo anche quelli che (rientrati o mai usciti) risiedevano a Campulo/Campora.
2 – Tolto il periodo iniziale che vide gli Studi ospitati in diversi conventi, tra cui quello di S. Domenico Maggiore (sec. XIII – XVI), la prima sede unificata nacque nel1616 e fu il Palazzo dei Regi Studi  ottenuto ristrutturando l’ex Caserma della cavalleria (il vasto edificio è  oggi sede del Museo Archeologico Nazionale, evoluzione di un progetto iniziato da re Ferdinando IV di Borbone). Nel 1777  il re trasferì i Regi Studi nel Collegio del Salvatore (ancora oggi parte della Federico II, con accesso da Via Mezzocannone 8 e dalle Rampe di S. Marcellino), precedentemente sede Collegio Massimo dei Gesuiti (espulsi dal Regno dieci anni prima).
3 – UUna iscrizione su marmo murata sotto al monumento ricorda i legati che don Gennaro fece a favore della chiesa, registrati dal notaio Leonardo Marinelli di Napoli.
4 – Una residua incertezza in merito si lega alla possibilità (non scartabile allo stato attuale della ricerca) che lo stemma in S. Matteo Apostolo fu semplicemente copiato da quello in S. Maria dell’Aiuto per un semplice supposizione di parentela. Se invece si dimostrasse che gli Acampora di Bomerano lo usavano anche prima del 1739, allora ogni dubbio sarebbe sciolto.
5 – Da una ricerca archivistica ancora in corso, l’antenato più remoto di questao ramo risulta essere lil Magnifico Saverio d’Acampora (mastro ferraro e possidente, nato nel 1703). Dal suo primogenito, Luca, bacque Andrea, che ebbe come primogenito il citato reverendo don Luca e come secondogenito il Luigi notaio che sposò in prime nozze la vedova del generale Paolo Avitabile (nababbo reduce da quel Punjab ov’era stato Governatore)..

 

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La geomorfologia di Agerola entra in una guida internazionale. The geomorphology of Agerola is now described in an international guide book

Sono lieto di informare i lettori e i turisti che visitano i nostri “monti sorgenti dal mare” che l’importante casa editrice Springer ha appena pubblicato il volume Landscapes and Landforms of Italy (parte di una collana che include volumi simili dedicati ad altri paesi e regioni del mondo). Io ho avuto il piacere e l’onore di contribuire alla stesura del capitolo dedicato al Vesuvio e ai Campi Flegrei (Cap. 33;  pagine 389 – 398) e di scrivere per intero quello dedicato al comprensorio dei Monti Lattari (Cap.  34:  Sorrento Peninsula and Amalfi Coast: The Long-Term History of an Enchanting Promontory;  pagrs 399 – 408

Quest’ultimo, dopo una introduzione dedicata alla storia geologica dell’intera area, presenta un itinerario di visita con sette soste, una delle quali è dedicata alla lettura geomorfologica del paesaggio agerolese; con particolare attenzione agli eventi tettonici ed erosivi che troncarono la nostra conca in tramontana quando si formò la depressione ospitante il Golfo di Salerno. Tale “racconto” è illustrato tra l’altro con la figura che allego.

Per comprare il volume, oppure uno o più dei capitoli in cui si articola, si vada sul sito:

Landscapes and Landforms of Italy | Mauro Soldati | Springer

http://www.springer.com/kr/book/9783319261928

English version:

I am happy to inform the readers of this blog (tourists included) that  Springer has just published  a book entitled Landscapes and Landforms of Italy. For that book I collaborated with the colleagues  L. Brancaccio and P. P. C. Aucelli in writing the chapter (33) devoted to Mt. Vesuvius and Campi Flegrei volcanoes. Moreover, I wrote alona the following chapter 34, whose title is   Sorrento Peninsula and Amalfi Coast: The Long-Term History of an Enchanting Promontory;.
The latter include san introduction devoted to the geological and geomorphological history of the area, followed by an itinerary of visit with seven commented stops. Stops 2, 3, 4 and 5 are useful to those walking along the famous Path of Gods with curiosity about the origin of the ladscape they are crossing. Stop 5, in particular, helps visitors understanding  the tectonic and erosional events that truncated the intramontabe Agerola basin when (around two millions years ago) the graben hosting the Gulf of Salerno formed.
To by the mentioned book or single chapters of it, go to the website:
Landscapes and Landforms of Italy | Mauro Soldati | Springer   http://www.springer.com/kr/book/9783319261928

 

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Case palazziate, magnifici e nobili viventi dell’Agerola settecentesca. Seconda parte.

Nella prima parte di questo mio articolo ho delineato alcuni caratteri dell’edilizia residenziale agerolese a metà del Settecento, così come essa traspare dal Catasto voluto da re Carlo di Borbone (Catasto carolino o onciario). Si è visto che il 95% degli Agerolesi possedeva la casa in cui abitava e che le abitazioni erano in massima parte di tipo contadino o a funzione mista, non mancando quasi mai un orto o terreno da zappa colligato  ad uso della famiglia. Ciò determinava quello stile di insediamento “a case sparse” . Credo che il paesaggio costruito di metà Settecento già includesse dei casamenti (complessi di case attaccate “in linea” o raggrumate intorno a un cortile comune) abitati da gruppi di famiglie strettamente imparentate tra loro e sorti per aggiunte successive di vani e corpi al susseguirsi delle generazioni. Probabilmente erano dei casamenti di quel tipo a costituire i corpi di edilizia civile di massima volumetria. Ma se consideriamo le sole residenze mono-familiari, le più ampie ed  eleganti erano quelle che il Catasto segnala come “case palazziate” (o case palazzata). Nella prima parte dell’articolo, ho pure  presentato la mia ipotesi su cosa poteva corrispondere a quel termine nei piccoli centri e ad Agerola in particolare.

In questa seconda parte, invece, dedico attenzione  ai proprietari di dette case palazziate, cercando di delinearne i profili sulla base di ciò che di loro ci dice il Catasto Onciario.

Vediamo innanzitutto che a tutti e gli otto proprietari di case palazziate il Catasto assegna il doppio £trattamento” di Magnifico e di Don (abbr. M.co D.) .Inoltre, per due di loro (Domenico Lauritano e Gio Battista Positano), nello spazio usualmente dedicato a indicare l’attività svolta [6],  viene aggiunta la specifica “Vive del suo”. Specifica che nel caso del M.co D. Vincenzo Villani diventa “Vive del suo nobilmente” e, nei casi di Giovanni di Fusco e Giuseppe Brancati, “vive nobilmente” [7].

E’ tutta una terminologia storicamente superata e desueta, su cui vale la pena di dare qualche spiegazione, prima di procedere oltre.

L’attributo di Magnifico, che  viene da magnus (‘grande’) e facĕre (‘fare’), sta per “che ha e dimostra grandezza e nobiltà d’animo, generosità e liberalità” (dal vocabolario Treccani). Nel corso dei secoli, esso è stato usato per principi, grandi personaggi, alti magistrati, ricchi e influenti mercanti, ecc.(vedi, ad esempio, il Magnifico per antonomasia, ossia Lorenzo de’ Medici). Tra XVI e XVIII secolo, nel meridione d’Italia, l’uso del Magnifico fu  esteso a una fascia sociale più ampia, diventando appellativo di distinzione per persone che si distinguevano dal ceto inferiore, ovvero per gli appartenenti al ceto dei civili (2° ceto) o onorati del popolo.

Riguardo al trattamento con il l “Don”, ricordo innanzitutto che esso è forma contratta di “domino” ed è di derivazione signorile e feudale, provenendo dal latino dominus che sta per ‘signore, padrone’. Tra il Duecento e il Cinquecento fu riservato esclusivamente a membri  dei patriziati cittadini e a nobili titolati (principi, duchi, marchesi, ecc.). Successivamente – subendo sorte analoga al Magnifico – registrò un ampliarsi della casistica di applicazione [8], la quale fu estesa anche ai membri delle modeste e non titolate aristocrazie locali (1° ceto).

A  proposito del sostantivo “aristocrazia”  (termine di origine greca traducibile come ‘la prevalenza, il governo dei più meritevoli’), attingendo al vocabolario Treccani ricordo che significa anche “L’insieme delle famiglie nobili di un luogo”.

Trattandosi di una distinzione relativa, operata all’interno di ciascuna comunità locale, vi era una bella differenza tra l’essere, ad esempio, un Magnifico Don  di Napoli e un Magnifico Don di Agerola (così come tra un palazzo dell’alta nobiltà titolata nella Capitale e una casa palazziata ad Agerola). Ma significava pur sempre rientrare in una élite  ristretta. Ad Agerola, per esempio, l’Onciario registra solo una trentina di individui meritanti il Magnifico (che era titolo personale) e solo venti famiglie i cui membri meritavano il Don.

Nell’ambito delle famiglie agerolesi che, nell’ Onciario, si fregiano del Don (Donna per la componente femminile) e vivono in case palazziate, solo don Giuseppe Brancati aveva un nobile titolato tra i suoi antenati (il barone di Orsomarso e Abbatemarco Andrea Brancati senior. suo prozio [9] ), ma erano dei suoi cugini a trasmettersi feudo e titolo, per cui lui non poteva dirsi barone, ma solo  “dei Baroni Brancati” [10].

 Circa la specificazione  “vive nobilmente”, esprimo il mio disaccordo con chi ne riduce il senso a ‘vivere senza applicarsi ad arti vili’, cioè a quei lavori manuali che garantivano sostentamento a quelli del ceto popolare. A  parte il fatto che sminuirebbe assai il concetto di nobiltà,tale interpretazione riduttiva  non convince,perché il fatto che le persone cui si applica non fanno lavori manuali è goà reso evidente dalla mancata indicazione di un qualsivoglia mestiere (tra nome ed età, in testa alla rivela)  e, più avanti, dalla mancanza della riga relativa alla valutazione economica del mestiere (Industria), qualore svolto. Ad esempio, si confrontino i seguenti due casi: (A) Benedetto Coccia lavoratore di seta, anni 39 … Industria di Benedetto: oncie 12; (B) M.co D. Giovanni di Fusco, vivendo nobilmente, anni 50 (non seguito da nessuna valutazione per Industria).

D’altra parte, per distinguere quelli che vivevano di rendita, vi era la specifica “vive del suo” (cioè del suo patrimonio  delle rendite che gli assicura) e dovrebbe far riflettere anche il caso in cui la specifica diventa  “vive del suo nobilmente” (caso del M.co D. Vincenzo Villani).

In definitiva, credo che  il “vive nobilmente” significasse ben più che ‘non esercitare lavori manuali; non averne bisogno per vivere’. Credo che fosse una specifica aggiuntiva che voleva segnalare una piena coerenza tra la nobiltà generica rimarcata dal Don e l’effettivo modi di vivere e comportarsi; un vivere more nobilium che probabilmente univa all’agiatezza economica una distinzione culturale ed etica, ma anche una avvertita partecipazione alla vita politica, almeno locale.

Un motivo per farsi segnare in catasto con quella specifica poteva esse  quelle di creare un  presuppostio  documentale utile a che i discendenti potessero un domani chiedere il riconoscimento della nobiltà legale,  sia pure senza predicato feudale, in base alla cosiddetta prova della “centenaria prescrizione”, cioè potendo provare una nobiltà vivente per cento anni ovvero tre generazioni (vedi Atti del 10°  Congresso internazionale  di Genealogical and Heraldic Sciences. Vienna, 1970, Volume 2, P. 715).

Come spiega Alessandro di Sanza d’Alena nella nota a pagina 5 del suo saggio    Il Catasto Onciario di Ascoli Satriano del 1753,   “La nobiltà legale o civile comprende coloro che dimostrino che sia loro, come il loro padre ed avo, hanno vissuto civilmente, con decoro e comodità, in città demaniale o regia, con esclusione delle baronali, senza esercitare impieghi bassi e popolari e siano stati sempre stati ritenuti dal Pubblico come persone onorate e dabbene.” A ciò mi pare che sia da aggiungere solo che Agerola rispettava il requisito di non essere città baronale, essendo invece “città regia” sin dal 1583,  quando l’intero ducato d’Amalfi smise di essere feudo dei Piccolomini d’Aragona (vedi M. Camera, Memorie storico – diplomatiche … Vol. II, p. 156 e seguenti).

Per chiudere resterebbe da dire qualcosa di specifico per ciascuna degli otto Magnifici proprietari di case palazziate ad Agerola nel 1752. Uso il condizionale perché al momento non posso essere esauriente su tale aspetto, che richiederebbe lunghe ricerche archivistiche. Tuttavia ci provo, basandomi su ciò che traspare dalle loro rivele nel catasto onciario

 

1 -M.co D. Diodato Avitabile,. L’insieme delle  sue proprietà in Agerola (poteva anche averne altre fuori) vale la bella  cifra di 300 oncie (1800 ducati.[11]).  Potrebbe trattarsi del noto argentiere Diodato Avitabile che esercitò quell’arte  e ne fu anche Console nel 1735, ’41, ’44 e ’51. Forse si era appena ritirato ad Agerola (per motivi di salute e lascado figli argentieri a Napoli?) dove, nel 1752, vive con la sola moglie nella sua casa palazziata in località San Lorenzo.

2 -M.co Domenico Lauritano. A quanto già detto su di lui nella Prima Parte aggiungo che egli contribuiva al funzionamento della cappalla di famiglia (dedicata a S. Cristoforo) e che il suo imponibile lordo era di oltre 700 oncie (4200 ducati). A formarlo erano principalmente le numerose proprietà immobiliari, consistenti per lo più in selve e castagneti, ma anche una seconda “casa con cortile e giardino” al luogo  Casa Lauritano e una casetta a L’Inserata. Inoltre ricavava rendite da prestiti e da investimenti in affari altrui (in particolare di don Giuseppe Brancati) che assommavano complessivamente a quasi  700 ducati. Inoltre possedeve un gregge di duecento pecore dato a pigione. Da tutto ciò e dal fatto che in testa alla sua rivela troviamo la dictura  “vive del suo”,  si comprende che egli era un redditario, ma il Catasto ci dice pure che don Domenico  teneva “impiegati in negozi” la cifra di 200 ducati, il che fa ritenere che svolgesse anche attività da mercante.

3 -M.co D. Gio Battista Positano. Su di lui posso aggiungere solo che il suo imponibile lordo era di 235 oncie (1410 ducati), dato da vari “pezzi di terra” selve, boschi e vigne, nonché da 450 ducati investiti tramite don Michelangelo d’Acampora.  Utile a capire come la ruralità entrasse anche nella vita dei Magnifici, il fatto che dichiara anche una vacca per proprio uso.  Che non esercitasse alcun lavoro manuale, lo si evince dal fatto che la sua rivela non indica occupazione alcuna, né lo tassa per qualche industria). D’altra parte, la dicitura  “vivendo  del suo” è quella tipica dei redditari.

4 -M.co D. Giovanni di Fusco. Appartiene a quel ramo della casata dei Fusco (con patrizi a Salerno e nobili a Ravello) che subentrò ai Gallo nel possesso di buona parte della zona detta Li Galli. Il suo imponibile lordo è di oncie 269 (1614 ducati) e deriva quasi escusivamente da castagneti e selve castagni  (alcune delle quali prese a censo dalle parrocchie di  S. Pietro e S. Maria della Manna, nochè dalla Cappella di Loreto. Rendite minori gli venivano poi da piccoli prestiti ad interesse. Nella sua rivela mancano, come era norma per chi non esercitava lavori manuali, specifiche utili a scoprire l’eventuale titolo di studio, professione o carica pubblica giustificativa del Magnifico. Ai discendenti odierni il compito di scoprire di più su questo Giovanni; di cui sappiamo – intanto – che viveva nobilmente.

 5 -M.co D. Giuseppe Brancati . Per lui rimando a quanto ho scritto più sopra, aggiungo che il suo imponibile lordo era di 677 oncie (4042 ducati), dato principalmente da  proprietà agricole e silvicole, ma anche da interessi su prestiti. Ma interessi ne aveva anche da pagare, per un prestito di 600 ducati fattole da donna Caterina Caporale. Questa attitudine a “muover soldi per far soldi” mi piace legarla all’esempio che diede l’avo Andrea, che decenni prima era stato il pià ricco mercante-banchiere di Napoli. da

 6 -M.co D. Michelangelo d’Acmpora. Presentava nel 1752 un imponibile di 230 oncie (1380 ducati), dato da vari possedimenti (soprattutto selve). Subito a monte della sua casa palazziata, confinante con la chiesa di S. Michele Arcangelo fondata dagli Acampora,  possedeva anche una “casetta per proprio uso e pezzo d’orto attaccato”  e “la terza parte di un giardino accosto

a casa sua”. Non escludo, viste anche le figure che la sua casata aveva espresso in precedenza, che fosse Magnifico e Don per qualche carica pubblica ricoperta, oltre che per la sua agiatezza economica.

7 -M.co D. Vincenzo Avitabile. Come ho già segnalato su questo blog, era un giudice che nel 1752 era in servizio a Matera. Nella sua casa palazziata si avvaleva di ben 6 tra camerieri e servi. Il suo imponibile lordo era di oncie  585 (3570 ducati) e derivava sia da molti possedimenti in Agerola (soprattutto boschivi), sia da somme prestitate ad interesse (22 prestiti per un totale di circa 800 ducati ).

8 -M.co D. Vincenzo Villani di anni 71, vantava un imponibile lordo di 402 oncie (2412 ducati) dato principalmente da proprietà immobiliari (case, terre, selce e castagneti) e, per circa 500 ducati,  da vari prestiti ad interesse; ma vi contribuiva anche un gregge di cento pecore, ovviamente  date a pigione. La specifica che  “Vive del suo nobilmente” lo qualifica come un redditario appartenente all’élite del paese. La sua casa casa palazziata (difficile da individuare oggi) sorgeva nel luogo detto Pubblica piazza di Bomerano (oggi P.za Capasso) e, adianebte ad essa, don Vincenzo possedeva anche  un frutteto. Sempre alla piazza, egli possedeva anche una casa diruta, un “giardino e cortile”, due porzioni di terreno incloto  e degli “stabili” affittati a Carlo di Ruocco per 20 ducati l’anno.

 

NOTE

 

6 –Ma l’attività veniva indicata solo se corrispondente a un lavoro manuale, dato che solo le attività di quel tipo si intendeva tassare; non le arti liberali.

7 –Questi appellativi non erano esclusivi dei possessori di case palazziate. In aggiunta a questi ultimi, infatti, il Catasto segnala altri 13 capifamiglia cui si dava del Magnifico. Per alcuni di loro quel titolo si somma al Don e al “vive del suo” (Domenico di  Martini, il  tenente Matteo Avitabile, Martino d’Acampora, regio giudice a contratto e Alessio Avitabile, che altre fonti mi indicano come dottore in legge ), per altri si somma solo al Don  (Giobatta Eboli  e Lorenzo Cuomo) e per Bernardino Naclerio si somma solo al vive del suo.  Tra quelli che recano solo l’appellativo di Magnifico, troviamo il notaio Pietro Lauritano   insieme allo studente Matteo Imperati (ventottenne che “attende allo studio” e che vive col fratello minore M.co Giulio “giudice a contratto”) e a sei benestanti artigiani:  il ferraro Saverio D’Acampora, il fornaro Baldassarre Gentile e i lavoranti di seta Aniello Avitabile, Vincenzo Cuomo, Giosefatto di Fusco e Pietro Villani .

8 – Una scia recente di questo progressivo ampliarsi di senso e di uso può riconoscersi in certe regioni del Sud Italia dove il Don è stato usato (e a tratti ancora lo si usa) per indicare persone di alta estrazione sociale (es. avvocati, notai, sindaci, medici, ecc.), oppure in Sicilia, dove lo si è usato e si usa per persone degne di rispetto (tra cui gli anziani riveriti per la loro esperienza e  saggezza, ma anche – in certi ambienti – i capimafia riveriti più che altro per paura).

9 –A. Cinque (2012) –I “parenti” agerolesi del cardinale Lorenzo Brancati. Con un’ appendice dedicata ad Andrea Brancati senior, barone d’Orsomarso e Abbatemarco, mercante di ragione ricchissimo. Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, n. 43/44. pp. 127 – 184.

10 – Anche le casate dei de Avitabulo/Avitabile, Como/Cuomo, Fusco, de Martino, Naclerio e Villani  avevano espresso dei nobili titolati, ma essi erano usciti da rami diversi eslegati (se non in una vaga memoria) da quelli presenti ad Agerola all’epoca del catasto onciario, ai quali li legava forse un antenato comune

11 –Per  apprezzare il valore di questa somma, e delle altre che seguono, può essere utile sapere che costava 1 ducato o poco più l’affitto annuale di una piccola casa (ad es: quella  usata dal bracciante  Gregorio di Ruocco e quella che Gennaro Cuomo affittava a Cristoforo Trotta, bracciale appena sposato con Carmina d’Acampora), mantre con 4 ducati si pagava l’affitto annuale per una casa comoda per cinque (ad es: quella che  Carlo Imperati  affittava al bracciante Giovanni Sparano, con moglie e tre figli). In virtù del notevole valore di un ducato, si usavano sue frazioni fino a 1/1200 (1 d. = 10 carlini; 1 c. = 10 grana; 1 g. = 2 tornesi; 1 t. = 6 cavalli).

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Case palazziate, magnifici e nobili viventi dell’Agerola settecentesca. Prima parte.

Scorrendo le pagine del Regio Catasto Onciario di Agerola, finito di compilare nel 1752 [1] si scopre che quasi tutti i nuclei familiari allora presenti ad Agerola erano proprietari della casa in cui abitavano.  Per l’esattezza, su un totale di 425 dichiaranti, quelli con casa di proprietà erano ben 403.  Che si trattasse in massima parte di costruzioni distribuite sul territorio in modo più o meno sparso, lo prova l’elevata frequenza – nelle rivele che compongono il Catasto –  di frasi del tipo   “Abita in casa propria con poco d’orto attaccato per proprio uso …” oppure, “Abita in casa propria con pezzo di terreno collegato per proprio uso …”.

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A sinistra: case rurali sparse al passaggio tra fascia a coltivi e  fascia dei boschi.A destra: un esempio di casa rurale minima (foto di A. Cinque, 1988)

A possedere un orto ad uso proprio vicino casa (cui potevano aggiungersi altri fondi agricoli e boschivi) non erano solo i contadini, ma anche parecchi  degli artigiani; cosa per la quale cito gli esempi del sartore (ossia sarto)  Pietro di Ruocco fu  Ignazio, con sua casa con orto al luogo Lo Piano, Bomerano, e del mastro falegname Antonio Amodio, con sua casa con orto al luogo La Fontana, S. Lazzaro. Ma dovrei citare soprattutto i tantissimi filatori di seta che svolgevano la loro attività all’interno di  famiglie che erano allo stesso tempo contadine e le cui case dovevano spesso includere un vano che – almeno stagionalmente – veniva destinato  all’allevamento dei bachi su appositi graticci lignei.

Circa le dimensioni e le tipologie delle abitazioni, il catasto onciario non fornisce alcuna informazione, sia perché la casa di proprietà nella quale si viveva non era considerata bene tassabile, sia perché – per tassare le poche seconde case presenti all’epoca –  era sufficiente indicarne la rendita annua e il valore economico. Ad ogni modo, considerato il contesto socio-economico locale e viste le residue  testimonianze materiali  [2], doveva trattarsi di case per lo più a carattere rustico e con volumetria ridotta all’essenziale. Ma se le case contadine monofamiliarI avevano volumi per lo più compresi tra 150 e 400 metri cubi circa  (sottotetto-fienile compreso), non mancavano qui e là dei casamenti più cospicui destinati a ospitare più nuclei familiari con antenato comune, cresciuti per successive aggiunte di vani o membri al succedersi delle generazioni e all’ingrossarsi della discendenza.

Un esempio di casamento accresciutosi progressivamente nel corso di varie generazioni (antiche case dei Cuomo a Bomerano).

Ma la terminologia adottata nei Catasti Onciari  chiama “casa” qualsiasi abitazione, senza mai aggiungere aggettivi o specificazioni atti a distinguere diverse tipologie. L’unica eccezione è quella delle cosiddette “case palazziate”;  una espressione oggi desueta che nel nostro ducato (quello di Amalfi) è attestata già in pergamene del periodo medievale e che, nel Sette-Ottocento,  è diffusa in tutto il meridione d’Italia.

Prima di interrogarci su cosa fossero e significassero le case palazziate, vediamo i casi concreti che erano allora  presenti ad Agerola, ciascuno preceduto da una sintesi dei dati essenziali circa il proprietario e la sua famiglia:

1 -M.co D. Diodato Avitabile, di anni 56, abita con sua moglie  D. Teresa La Noce “in casa propria palazziata con poco di giardino per proprio uso nel luogo detto  San Lorenzo” (Bomerano).

2 -M.co Domenico Lauritano di anni 60. “Vive del suo” insieme a due fratelli, una cognata vedova e sei nipoti   In una “casa palazziata con cortile e giardino attaccato per proprio  uso nel luogo Casa Lauritano” (S. Lazzaro).

3 -M.co D. Gio Battista Positano, di anni 38. “Vive del suo” insieme alla moglie D. Elisabetta d’Acampora, quattro figli, due fratelli e la madre vedova “in casa propria palazziata con poco di giardino attaccato per proprio uso nel luogo Casa Positano” (Campora).

4 -M.co D. Giovanni di Fusco, di anni 50. “ vive nobilmente” insieme alla moglie D. Francesca Anastasio  e sei figli “in casa propria palazziata con pezzo di giardino attaccato per proprio uso nel luogo Galli“ (Pianillo).

5 -M.co D. Giuseppe Brancati di anni 38. “Vive nobile” insieme alla moglie  D. Rosa Rango, quattro figli, un fratello e tre sevi “in casa palazziata con giardino collegato per proprio uso nel luogo Pironti” (S. Maria).

6 -M.co D. Michelangelo d’Acmpora, di anni 50.   Vive con moglie D. Francesca d’Acampora, dodici figli , una sorella nubile e un servo in “casa propria palazziata con giradino di delizie  collegato   e fonte d’acqua sorgente per proprio uso nel luogo S. Giovanni (Campora).

7 -M.co D. Vincenzo Avitabile, Capo Ruota nella Procura di Mater, di  anni 42,  vive con la madre vedova,  4 fratelli e 4 sorelle e 6 tra servi e camerieri “in propria caas palazzata con giarindo di delizie attaccato per proprio comodo  nel luogo Le Case Nove (Bomerano).

8 -M.co D. Vincenzo Villani, di anni 71. “Vive del suo nobilmente” insieme alla moglie D. Maria Sparano e cinque figli “in propria casa palazziata con giardino accsoto per proprio uso nel luogo La pubblica paizza di Bomernao.

Agli otto casi appena elencati aggiungerei un’altra residenza importante che il Catasto non definisce “palazziata”, ma che pure doveva essere vasta e signorile: quella del M.co D. Alessio Avitabile (che altre fonti mi rivelano come dottore in legge), la cui rivela catastale dice che “vive nobilmente” in  “casa propria con giardino di delizie colligato per proprio uso e comodo … nel luogo de L’Avvocata” (Bomerano). Essa doveva essere ben vasta, dato che ospitava una famiglia di ben 25 membri, tra don Alessio, la moglie (nobildonna Maddalena del Balzo), sei loro figli, altri congiunti e due “servi di casa”.

Un caso simile  doveva essere quella del magnifico Domenico de Martini , di anni 70, che viveva “del suo” insieme a fratelli, sorelle e nipoti (in totale 12 persone, tutte indicate col Don/Donna) in una “casa propria con pezzo di giardino attaccato per proprio uso nel luogo detto Sotto S. Pietro di Pianillo”. Per quanto mostra ancor’oggi e, ancor di più, per come appariva fino a pochi decenni fa (prima di essere offesa da improvvide aggiunte e modifiche), la casa in questione (nota come Casa de Martino) doveva essere tra quelle più notevoli del paese.

 

Cosa intendere per Casa palazziata?

Alla locuzione “casa palazziata”, abbastanza ricorrente in documenti dei secoli scorsi di ambito meridionale, non è facile far corrispondere una tipologia architettonica ben definita e valida ovunque.  , Il suo ricollegarsi al vocabolo ‘palazzo’, farebbe pensare a grossi edifici multipiano, ma i sopravvissuti esempi concreti sparsi per il sud Italia dimostrano che al termine “casa palazziata” corrispondevano edifici di dimensioni e struttura abbastanza diversi da zona a zona.  I casi di maggiore entità,  spesso con  corte centrale e con piano terra destinato a scuderie e magazzini per derrate da smerciare, erano quelle delle famiglie che dominavano territori ancora feudali o comunque a struttura latifondistica.

Meno imponenti erano le case palazziate che sorsero in quelle zone che, uscendo da una diversa storia politica e fondiaria (vedi il caso del nostro Ducato d’Amalfi), vedevano un po’ meglio distribuite la proprietà terriera e, dunque, la ricchezza. E’ una variabilità che non deve meravigliare, perché chiamare “casa palazziata”una residenza  non era cosa basata sulle sole dimensioni, ma anche e, direi, soprattutto sul suo valore funzionale e simbolico. Voglio dire che doveva trattarsi di residenze concepite e attrezzate  in modo tale da permettere una vita quotidiana signorile, molto più comoda,  serana e varia di quella che toccava vivere agli esponenti dei ceti inferiori dell luogo. L’edificio includeva una zona di servizio (con stanza o stanze per la servitù stabile, cucina, forno, lavatoi ecc.) fisicamente distinta da quella  padronale, composto di stanze numerose, ampie e luminose. Per l’istruzione dei figlioli e per il diletto culturale dell’intera famiglia, vi era almeno uno studio con librerie, se non una vera e propria biblioteca, mentre – per poter rompere la monotonia della vita provinciale con ricevimenti di mondanità – vi era una sala salone delle feste, nonché una o più stanze per alloggiare ospiti e spazi per le loro cavalcature o carrozze  [3]. Questo ed altro (logge panoramiche, cortile, giardino fiorito o “di delizie” [4]) era funzionale a un elevato tenore di vita della famiglia. Ma la loro dimora doveva anche essere reso palese, risultare desumibile già dall’aspetto esteriore della casa . Da qui l’attenzione posta all’estetica della facciata, la quale veniva arricchita perlomeno con un bel portale.

Farsi una casa palazziata che raggiungesse detti obiettivi funzionali e simbolici era, ovviament,e faccenda relativa; nel senso che non vi erano deigli universali  livelli minimi da superarein quanto a volumetria ed eleganza dell’edificio. Dei limiti, semmai, li poneva il grado di ricchezza della famiglia, ma spesso ci si teneva anche sotto di essi, poiché bastava superare sensibilmente gli standard costruttivi delle classi dalle quali ci si voleva distinguere, senza esagerare in ostentazione [5].

Per il caso specifico di Agerola, visti i modesti spazi abitativi di cui disponevano nel Settecento le famiglie del ceto popolare (specie se considerate al netto di stalla e altri annessi lavorativi), una casa palazziata poteva essere di sèicco anche avendo solo 6 – 8 stanze (più vano scale e soffitta); numero di stanze che saliva fino a una ventina per le famiglie notabili più numerose. Ad ogni modo devo dire che la mia ricerca sul campo, mirante a riconoscere e studiare le case palazziate che segnala il catasto del 1752 (almeno quelle non stravolte da successive ristrutturazioni), è ancora in una fase iniziale. Spero di poter dire di più tra qualche mese.

Per ora mi  limito a segnalare al lettore due esempi da visitare. Il primo corrisponde alla casa palazziata n. 2 del mio elenco, ovvero quella che il catasto assegna al magnifico Domenico Lauritano e che si trova nel casale di S. Lazzaro, di fronte alle Scuole Elementari. Qualche notizia su di essa e sulla famiglia si trovano nel mio recente articolo I Lauritano, antichissima e notabile famiglia agerolese… (https://agerola.wordpress.com/2017/02/01/i-lauritano-antichissima-e-notabile-famiglia-agerolese/).

Due vedute parziali del complesso di Casa Lauritano a S. Lazzaro. Edificato nel Seicento, corrisponde alla casa palazziata che a metà Settecento era del magnifico Domenico Lauritano.  ,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’altro esempio che segnalo non figura nell’elenco di cui sopra, in quanto sorto alcuni decenni dopo e ingrandito nell’Ottocento. Si tratta del Palazzo Acampora di Bomerano, che tra l’altro ospita anche un delizioso ristorante e la cui corte interna ospita spesso spettacoli del festival estivo agerolese.

Chiudo rimandandovi alla seconda parte di questo articolo, nella quale tratterò dei proprietari delle otto case palazziate citate nel Catasto Onciario e degli appellativi che li connotavano (Magnifico, Don, Vive del suo, Vive nobilmente).

(continua…)

 Una veduta della grande casa palazziata degli Acampora a Bomerano.

 

 

 

NOTE

1 – AbbFinalizzato a ripartire il peso fiscale in modo finalmente proporzionale alle rendite che ciascun cittadino ricavava (da lavori manuali, beni immobili, prestiti e titoli), questo catasto fu voluto da   re Carlo di Borbone nel 1742. Esso fu detto Onciario poiché usò l’oncia (1 omcia = 6 ducati) come unità di conto in cui esprimere i valori tassabili. Fu detto anche catasto “dell’oncia di carlini tre” perché – per quasi tutti i casi – si calcolava 1 oncia di capitale o patrimonio per ogni 3 carlini  (ossia 0,3 ducati) di rendita, assumendo un tasso di interesse del 5% che solo per l’allevamento di bestiame  saliva al 10%.

2 -Più che quelle attualmente presenti, troppo spesso alterate da superfetazioni e ristrutturazioni recenti, è bene guardare agli esempi di edilizia tradizionale colti in vecchie cartoline e foto, oppure analizzati in vecchi  saggi, primo tra tutti quello del geografo D. Ruocco già riportato in questo blog con l’articolo La casa rurale agerolese come la vide e descrisse il geografo Domenico Ruocco.

3 –Circa le carrozze devo far notare che ad Agerola non ne potevano giungere (né ne circolavano), poiché sia la strada da Castellammare che quelle interne erano solo delle mulattiere gradonate, che  tali resteranno fino al tardo Ottocento. Pertanto, le residenze di cui stiamo trattando non avevano rimesse, ma solo scuderie e i portali o cancelli di ingresso erano meno larghi che nei centri dotati di rotabili.

4  -Per “giardino di delizie” si intendeva un frutteto recintato e ben curato, annesso alle case signorili. La stessa espressione la si trova usata nella letteratura religiosa come sinonimo di Eden, ossia Paradiso Terrestre. Anche in questo caso, l’area dell’ex Ducato di Amalfi presenta un precedente di epoca medievale, epoca in cui i ricchi frutteti murati della zona venivano detti paradisi.

5 -Al proposito mi pare di notare, ad Agerola come in altri centri minori più o meno isolati, un’ antica tendenza a realizzare case abbastanza sotto tono, rispetto all’agiatezza delle famiglie, con l’intento di ridurre l’esposizione a furti, rapimenti e altri reati, specie in periodi di sommosse sociali e brigantaggio.

 

 

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