Fiordilatte o mozzarella?

In salumeria, come in pizzeria, capita talora di assistere a discussioni circa la corretta denominazione delle mozzarelle, nelle quali vi è spesso chi asserisce con sicurezza che solo quella di bufala può dirsi “mozzarella” e basta, mentre l’analogo formaggio molle a pasta filata che si ricava dal latte vaccino deve essere chiamato  “fiordilatte”. Ma è  davvero così?

Per dar risposta a questa domanda è il caso, innanzitutto, di considerare l’etimologia del vocabolo mozzarella. Questo sostantivo deriva dal verbo mozzare (=  staccare una parte dal tutto) e fa riferimento all’operazione di mozzatura che si compie durante la lavorazione di tale latticino, quando i pezzi da produrre vengono staccati ad uno ad uno dalla massa cagliata e filata.

Dato che detta operazione (come pure il resto della procedura produttiva) si compie sia quando si utilizza latte bufalino, che quando si utilizza latte vaccino, ne discende che sono mozzarelle sia quelle di bufala che quelle di vacca.

D’altra parte, la sostituzione del nome “mozzarella” (vaccina) con quello di “fiordilatte” o “fior di latte” è cosa relativamente recente (vedi oltre).

La più antica attestazione scritta del termine mozzarella risale al 1570 e la si trova a pagina 327 del libro Opera di M. Bartolomeo Scappi, cuoco secreto di Papa Pio V. Ma, come si legge nel vocabolario Treccani,  “mozzarella” è diminutivo meridionale di “mozza” e quest’ultimo – sempre inteso come tipo di formaggio – lo troviamo citato per la prima volta in un documento del XII secolo conservato presso l’Archivio Episcopale di Capua in cui si dice che i monaci del Monastero di S. Lorenzo di quella città usavano rifocillare i pellegrini con pane e mozza (Luigi Cremona e Franceso Soletti, L’Italia dei formaggi. Touring Club Italiano 2002,  p. 102).

 

MOZZARELLE

Dal sito del caseificio Ruocco

Con che latte si fecero le prime mozze e mozzarelle?

Nelle pubblicazioni a stampa e digitali che parlano della mozzarella si dà spesso per certo che le prime mozze e mozzarella della storia furono di latte di bufala.

Ma se, da una parte, abbiamo il fatto che la più antica attestazione della mozza (secolo XII) viene da un’area propizia all’allevamento delle bufale (la piana del Volturno presso Capua), dall’altra dobbiamo ricordare che nel Quattrocento la mozza era prodotta anche nelle Marche [1]. Trattandosi di una regione che non ha mai conosciuto l’allevamento bufalino, se ne deve dedurre che, almeno lì,  la mozza era di latte vaccino.

goethe_intesBUFALE A PAESTUM

Bufale nella piana di Paestum prima che la bonifica eliminasse gli acquitrini

MUCCA AGEROLESE

Mucca di razza Agerolese

D’altra parte, gli esperti escludono che il bufalo  fosse presente in Italia già in epoca romana, ed è ancora tutta da dimostrare l’ipotesi che la specie [2] venne introdotta in Italia già nel corso del Medioevo  [3].

Chi ipotizza un arrivo precoce del bufalo in Italia si basa esclusivamente sul fatto che delle antiche descrizioni di  fatti e luoghi italiani citano dei bufali. Ma dimenticano che in epoca romana il termine bubalus era usato per indicare i buoi selvaggi (l’attualmente estinto Uro, ossia Bos taurus primigenius).

 

1280URO

Ricostruzione dell’uro (maschio a sinistra e femmina a destra). Dalla voce Aurochs (= uro) di http://www.wikiwand.com/fr

Chi attribuisce ai Longobardi l’introduzione del bufalo in Italia, dovrebbe invece sapere che i “bubali dalle lunghe corna” che quel popolo portò in Italia (cfr. Paolo Diacono, Historia Longobardorum) erano probabilmente dei bovini di ceppo podolico che, ancora sconosciuti alle popolazioni italiche, destarono grande stupore.

La presenza di allevamenti bufalini in Italia meridionale diventa notizia certa solo dal secolo XVIII in poi, grazie anche al forte impulso che tale settore zootecnico ricevette dai sovrani borbonici, a partire dalla creazione della Tenuta Reale di Carditello.

In definitiva, pur non potendo considerare chiusa la diatriba, allo stato attuale delle conoscenze, ciò che appare più probabile e convincente è che il formaggio detto mozza (e poi mozzarella) sia più antico del’arrivo delle bufale in Italia; per cui è probabile che le prime mozze e mozzarelle della storia furono di latte vaccino.  Questo è un argomento in più, oltre quello etimologico di cui sopra, per ritenere infondata l’opinione secondo la quale solo quella di bufala possa chiamarsi mozzarella.

Di uguale avviso è stato il legislatore quando, nel 1996, ha stabilito che la denominazione “Mozzarella” (senza ulteriori specificazioni) va riservata alla mozzarella di latte vaccino, che può denominarsi anche “Mozzarella di latte vaccino”, oppure  “fior di latte”. A fianco a queste, la legge prevede poi le denominazioni “Mozzarella di bufala campana” a Denominazione di Origine Protetta e  “Mozzarella Xxxx (marca o nome commerciale) di latte di bufala” per i prodotti senza D.O.P. [4].

La curiosa storia  del nome Fiordilatte

La dicitura “fior di latte” nacque secoli fa per indicare non un tipo di formaggio fresco, bensì la panna e il burro che se ne ricavava. Con questo significato essa rimase in uso dal Cinquecento fino alla metà circa dell’Ottocento [5 ], per poi cadere in disuso.

L. FIORAVANTI 1852

Se ne ha prova consultando il “Prontuario di vocaboli attenenti a parecchie arti e ad alcuni mestieri …” di  Giacinto Carena (1859) dove, a pagina  348 si afferma che il nome “fior di latte” – di antica origine toscana – era in via di sparizione, soppiantato da “panna”.

G. CARENA 1859

 

Nel primo Novecento,essendo stato ormai dimenticato il suo senso iniziale, la dizione “fior di latte” potè essere riproposta con nuovi significati.

Come si legge a pagina 217 del Bollettino dei marchi di fabbrica e di commercio (anno 1935), il 29 novembre 1934  la Società Anonima Carlo Mascheroni di Milano  depositò il nome FIORDILATTE  come suo marchio di fabbrica.

Negli anni Cinquanta dello scorso secolo comparve il Fiordilatte Motta, un gelato da passeggio che ebbe un grande e duraturo successo in tutta Italia.

MARCHIO FIORDILATTE

FIORDILATTE MOTTA

Pur non avendo rintracciato documenti che ne permettano la precisa datazione [6], l’affermarsi  di “Fior di latte”  come sinonimo (o piuttosto …. soprannome commerciale) di “mozzarella di latte vaccino” può essere ascritto anch’esso ai  decenni centrali del Novecento.  Trattasi dunque di un evento molto recente (in rapporto alla storia quasi millenaria della mozzarella)  che mai avrebbe dovuto scalzare il tradizionale nome del latticino in questione (‘mozzarella’) e che  inoltre, utilizza malamente una locuzione (‘fior di latte’) che per secoli aveva significato ben altro (cioè ‘panna’).

NOTE

1 – Lo si apprende da un documento del 1496 che cita la mozza  tra gli alimenti normalmente presenti sulle tavole dei nobili anconetani.  Vedi Filippo Giochi e Alessandro Mordenti, Civiltà anconitana, editrice Il Lavoro editoriale, 2005, p. 397.

2 –  Nome scientifico Bubalus bubalis, ))))

3 – Si veda l’autorevole saggio Origine e diffusione della specie bufalina sul sito dell’Università degli Studi di Napoli Federico II www.federica.unina.it  (› medicina-veterinaria › zootecnica-speciale › origine …).

4 -Dalla voce “Mozzarella”  di Wikipedia

 5 – Per il Cinquecento si può vedere Leonardo Fioravanti, Del Compendio de i Secreti rationali:  Venezia 1564, lib. 5, p. 166. Per ,l’Ottocento, invece, si veda Gaetano Brey, Dizionario enciclopedico tecnologico-popolare, Milano 1852, vol.5,  p. 24.

6 –Colgo l’occasione per invitare i lettori meglio informati a segnalare su questo blog le fonti d’archivio o bibliografiche che possano migliorare la datazione.

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Sul toponimo Civitella

Il toponimo Civitella ricorre abbastanza frequentemente in Italia centrale e meridionale (C. Alfedena, C. Casanova, C. D’Agliano, C. del Tronto, C. di Romagna, C. in Vel di Chiana, C. Messer Raimondo, C. Paganico, C. Roveto e  C. S. Paolo, per limitarsi ai nomi di comuni). In Costa di Amalfi, ovvero versante sud dei Monti Lattari, sono a me noti due casi: uno a Lone e uno ad Agerola. Né l’uno, né l’altro sono presenti sulla cartografia topografica ufficiale (Tavolette 1: 25.000 dell’Istituto Geografico Militare e Carta Tecnica Regionale della Campania 1: 5.000), ma in entrambi i casi il toponimo è giunto a quelli che oggi vi abitano o vi possiedono beni, tramandato sia a voce che attraverso  atti notarili.

Il luogo agerolese detto La Civitella si trova all’estrema periferia sud-ovest del territorio comunale, lungo la millenaria mulattiera che è ora nota come Sentiero degli  Dei.

Stralcio della carta topografica 1 : 5000 (CTR Campania, foglio Praiano). Il cerchio rosso indica la zona de La Civitella. La freccia gialla indica, invece, il complesso di S. Domenico.

 

Si tratta di  una  porzione del  versante sud della Punta di Paipo (766 m s.l.m.) che è posta a 600 – 650 metri s.l.m. tra la località I Cannati, ad ovest, e la sella di Colle la Serra ad est.

Vista dal mare (sud) dl versante montuoso attraversato dal Sentiero degli Di, lungo il quale si trova la località La  Civitella.

Vista dal mare (sud) dl versante montuoso attraversato dal Sentiero degli Di, lungo il quale si trova la località La  Civitella.

 

 

Molto interessanti sono l’origine e il significato del toponimo, specie per le indicazioni storico-archeologiche che se ne ricavano. Dato che sul piano formale Civitella è diminutivo di Civita, è il caso di ricordare che civita deriva dal latino  civitas, vocabolo che originariamente significava ‘cittadinanza’ (ossia la comunità dei cives ‘cittadini’), ma che già in epoca classica assunse il senso materiale di ‘città’.

Fu nel corso del Medioevo che il termine generò dei toponimi (Civita, Civita Campomarano, Civita Castellana, Civitavecchia, ecc) il cui significato fu normalmente quello di ‘area con resti di un’antica città’ (in particolare della sua cinta muraria).

L’esempio a noi più vicino lo si ha a Pompei, dove viene chiamata Civita una vasta porzione della bassa collina sulla quale sorse la famosa città distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C.  In quella occasione su  Pompei caddero da 4 a  6 metri di pomici e ceneri vulcaniche, ma non tutto fu seppellito. In particolare, gli alti ruderi delle turrite mura urbiche  rimasero in parte visibili per secoli, ricordando alla popolazione locale che lì ci era stata una civitas.

Restando in Campania, mi sembra interessante segnalare anche il caso della Civita di Ogliara, nei dintorni di Serino (AV).  In questo caso si tratta dei resti di un insediamento di epoca longobarda consistenti in cospicui avanzi di un circuito di mura e torri lungo complessivamente 2 km circa (vedi foto).

                        

CIVITA DI OGLIARA SERINO

Serino (Avellino). Un tratto delle mura dellla Civita di Ogliara.

Per quanto riguarda i molti toponimi Civitella (+ eventuale specificativo)  presenti in Italia, quasi tutti relativi a insediamenti di altura,  credo che il motivo ispiratore tipico fu la presenza di un circuito di mura avvolgenti un’area di limitata estensione, così da potersi paragonare, almeno metaforicamente, a una ‘piccola città’  [1].

In qualche caso potrebbe trattarsi di ruderi  di roccheforti pre-romane (ossia osco-sabelliche), ma di solito il termine ‘civitella’ fu usato per designare quei castelli di nuova fondazione (medievali, n.d.r.) che apparivano come ‘piccole civite’, sostiene Antonio Sciarretta [2] 

Che il toponimo stesse a indicare un recinto fortificato sembra vero almeno per la Civitella di Amalfi, sita nella parte alta del casale di Lone e mostrante ancor oggi resti di mura perimetrali e di torrette [3]  , mentre per La Civitella di Agerola sono ancora da produrre – tramite accurate indagini sul campo e negli archivi – evidenze che confermino l’ipotesi di un recinto fortificato medievale. Ipotesi  che, come ho già scritto sul volume di Giuseppe Gargano  “Terra Agerula” [4], , è confortata dall’antica denominazione (S. Maria ad Castra o a Castro) della vicina chiesa medievale che fu poi accresciuta con un piccolo convento e che oggi è meglio nota come di S. Domenico [5]. 

Ad ogni modo, dato che le abbondanti fonti archivistiche e bibliografiche disponibili per l’area amalfitana non menzionano alcun  castello medievale nelle due località in questione,  ritengo che la civitella tra Agerola e Vettica di Praiano, come quella di Lone di Amalfi, fosse piuttosto un ricetto.

I  ricetti (del latino receptus, derivato di recipere ‘ricevere, accogliere’)  erano dei recinti fortificati  costruiti allo scopo di dare agli abitanti dei dintorni [6]    un luogo sicuro ove rifugiarsi in caso di assalti bellici e incursioni piratesche.

Tipicamente, l’area racchiusa entro le mura dei ricetti alto-medievali  era occupata solo in minima parte da edifici abitativi, dato che la popolazione vi si rifugiava solo per brevi periodi e le sistemazioni ad accampamento garantiva maggiore capienza..

Civitella Alfedena (AQ). Nata probabilmente come ricetto a servizio di Rocca Intramonti,quando il paese venne abbandonato dai suoi abitanti (fine del XIV  - inizio  del XV secolo) , il suo recinto si riempì di case e assunse più o meno l’aspetto attuale.

Civitella Alfedena (AQ). Nata probabilmente come ricetto a servizio di Rocca Intramonti,quando il paese venne abbandonato dai suoi abitanti (fine del XIV  – inizio  del XV secolo) , il suo recinto si riempì di case e assunse più o meno l’aspetto attuale.

 

I ricetti sorti  prima dell’introduzione della polvere da sparo e dei cannoni (secolo XV), specie se localizzati- come il nostro – in zona montana dove era impossibile portare catapulte e altre macchine belliche, dobbiamo immaginarli con mura di cinta abbastanza sottili (60 – 80 cm). Nessuna meraviglia, dunque, se oggi ne sopravvivono resti così miseri da essere riconosciuti solo mediante indagini molto attente.

 

NOTE

1 -Cosa per molti versi analoga concerne il vocabolo (e toponimo) Cittadella, che si affermò nel corso del Rinascimento per indicare  un recinto fortificato   costituente la parte più robusta e militarmente efficiente del sistema difensivo di una città;.

2 -Antonio Sciarretta –Cìvite e Città, in “Nomi di luoghi, storie di popli”. http://toponomastica.altervista.org  / 24/05/2014(.

3 – Fiengo G., Abbate G. (1997), “La casa amalfitana e l’ambiente campano: III. Insediamenti medievali nel territorio di AmalfiLone“, Rassegna del Centro di storia e cultura amalfitana, n.s., VII, p. 13.

4 – A. Cinque, La toponomastica in uso nel Medioevo, Un tentativo di ricostruzione. In: G. Gargano, Terra Agerula. Centro di Cultura e storia amalfitana, Amalfi 2016,  p. 57.

5 –Come può notarsi sulla mappa topografica presente a inizio articolo, detto complesso religioso si  trova in territorio di Praiano, ma vicinissimo al sito de La Civitella.

6 – Nel caso della civitella di Agerola, la posizione geografica fa pensare che quel ricetto fu costruito a servizio degli abitanti di Vettica Maggiore e Praiano.

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Timpa e pescone

Pesco e Timpa sono oronimi molto diffusi in Italia centro-meridionale.

Il primo dei due, che ricorre anche con le varianti Piesco e Pesche, indica un rilievo roccioso a fianchi ripidi – fino a verticali o quasi- che si erge  da un circostante paesaggio molto più dolce.  Nel contesto geologico dell’Appennino centro-meridionale sono tipici i peschi / pieschi  che corrispondono ad olistoliti, vale a dire  grandi masse di calcare mesozoico franate durante l’orogenesi appenninica e originariamente inglobate nelle successioni arenaceo-argillose (flysch)  che si andavano sedimentando nel mare della prospiciente avanfossa.

Il borgo di Pescopennataro nel Molise

Il borgo di Pescopennataro nel Molise

L’oronimo pesco (con le varianti di cui sopra) è abbastanza  ricorrente in Italia centro- meridionale, sebbene manchi in Sicilia e Salento e diventi raro in Umbria e Lazio.

In quanto a etimologia, a pagina 484 dell’autorevole  Dizionario di toponomastica (UTET 1991) Carla Marcato lo segnala come un relitto lessicale italico e, in particolare, come discendente  dall’osco  peesslum – pestlum ,  con originario significato di ‘podio’ (basamento rialzato di un tempio), traslato poi a certe alture orografiche.

Restando nell’ambito etimologico e sperando di non prendere un abbaglio, ipotizzo che l’assonanza tra peesslum – pestlum e Paestum, lungi dall’essere causale, dipenda invece dal fatto che, quando i Romani vollero mutar nome alla ex colonia greca di Peseidonia, attinsero  all’antico nome osco dlla località, nel frattempo corrottosi alquanto (Pestulum à Paistom)  e nato dal fatto chel’insediamento era sorta su una specie di podio naturale: una lingua di travertino il cui piatto dorso si innalzava una decina di metri sul livello della pianura circostante (dislivello modesto, ma essenziale ai fini del drenaggio e della difendibilità del sito).

Nella zona dei Monti Lattari il termine  pesco / piesco non ha generato toponimi, ma credo che ciò si debba a motivi orografici (assenza di rilievi erti ed isolati) piuttosto che a ragioni linguistiche. Infatti,nel lessico locale (specie dei muratori, costruttori di macerine e cavatori) esiste la parola pescone per indicare una grossa pietra   o masso..

Lungo l'antichissima mulattiera che da S. Barbara scende verso Praiano, alcune "macerine" (muretti a secco) includono "pesconi" fino a quasi 1 metro di diametro

Lungo l’antichissima mulattiera che da S. Barbara scende verso Praiano, alcune “macerine” (muretti a secco) includono “pesconi” fino a quasi 1 metro di diametro

Passando all’oronimo Timpa, vanno segnalate la sua variante Tempa e gli accrescitivi Timpone e Tempone. I casi con lettera “e” come prima vocale si concentrano in Lucania, mentre quelli con prima sillaba in “i” si trovano anche nella Calabria ionica e nel Palermitano.

Alla voce Timpa dell’Enciclopedia Treccani online  si legge che in Basilicata indica dei rilievi a sommità pianeggiante o quasi e fianchi ripidi dovuti alla dissezione di un altipiano ad opera di fiumi e torrenti. L’altipiano in questione – aggiungo io-  è quello nato nel Pleistocene medio per il sollevamento tettonico della ex avanfossa appenninica (Fossa Bradanica). Per inciso, voglio notare che i geomorfologi di tutto il mondo chiamano mesa (termine preso dallo Spagnolo) i rilievi diella citata tipologia e genesi.

La stessa Enciclopedia aggiunge che nella regione etnea il termine timpa indica invece dei burroni e salti con pareti a picco.  All’origine di questo cambio di senso vedrei il fatto che le alture che meritarono il nome di timpa o tempa avevano – oltre che una sommità più o meno piatta – dei fianchi molto scoscesi.

La Timpa del Salto presso Belvedere Spinello (Crotone).

La Timpa del Salto presso Belvedere Spinello (Crotone).

Niente di troppo strano, dunque, se localmente (area etnea) la storia millenaria di quel nome ha conosciuto uno slittamento  dal tutto alla parte, ovvero dall’altura nel suo insieme alle sole scarpate marginali.

A testimoniare un più generale allontanarsi dal senso iniziale dell’oronimo stanno, a mio avviso, anche le accezioni che timpa prende a Bronte: “luogo elevato, scosceso e disagevole” (cfr. www.bronteinsieme.it ) e nel basso Cilento:  “poggio, monticello, balza”  (cfr. www.passatoinretepresente.it ).

 

Riguardo all’etimologia del termine, vari autori concordano sulla discendenza dal greco tymbos(τύμβος)  = tumulo innalzato sopra la deposizione di un defunto o delle sue ceneri. Il citato tymbos deriva dalla radice TU-  ‘crescere, accumulare’ (Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana. Vol. II. Roma 1907)

Come scrissi già nel 2005  (D. Camardo e A. Cinque, La toponomastica della parte centrale dei Monti Lattari, Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana”, XV-2005, pp. 111-150), anche timpa/tempa  – come pesco/piesco –manca di attestazioni nel territorio che fu del Ducato di Amalfi

Ma la parola timpa è invece presente nel dialetto parlato di Agerola e dintorni, ove essa  assume il significato di ‘zolla di terra’ o, come più spesso si intende oggi, zolla di terra inerbita.

 

 

ZOLLE

Con l’aratura, i suoli argillosi tendono a rompersi in zolle (dal longobardo zolla) che poi gli agenti meteorici disgregheranno.

 

E’ un’accezione solo apparentemente lontanissima da quella di timpa in senso orografico. Infatti, una zolla di terra può essere vista come una collina in miniatura e una collina come una gigantesca zolla di terra.  Detto in altro modo, le due accezioni rimandano entrambe ad una certa forma e prescindono dalla dimensione.

 

Tumulo degli ateniesi a Maratona

Tumulo degli ateniesi a Maratona

 

 

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Antiche famiglie agerolesi : i Casanova.

Citare il cognome Casanova fa subito venire alla mente il celebre Giacomo Casanova [1] e la sua Venezia del 18° secolo, ma ciò non deve indurre a ricollegare a un comune progenitore veneto, per quanto lontano nel tempo, tutti i circa seimila Casanova che vivono oggi in Italia.

I CASANOVA IN ITALIA OGGI

L’odierna distribuzione del cognome Casanova in Italia (vedi www.cognomix.it/mappe-dei-cognomi-italiani/CASANOVA),mostra  che le famiglie con tale cognome (circa 1.600 in tutto) si addensano particolarmente  in cinque regioni del nord: primo il Veneto con 385 famiglie, poi l’Emilia Romagna con 283, la Lombardia con 256,  la Liguria con 181 e il Piemonte con 111. Ma la distribuzione all’interno di ciascuna di dette regioni non è affatto regolare,poiché i Casanova si concentrano in una o due sole delle loro provincie (ad esempio, nella provincia di Belluno per il Veneto, quelle di Brescia e Milano per la lombardia , ecc.)

I  Casanova sono poco abbondanti nel centro-sud Italia, ma fa parzialmente eccezione la Campania , che risulta essere la sesta regione d’Italia per numero di famiglie Casanova presenti, 69.  Nell’ambito della Campania, la zona dove si addensano maggiormente i Casanova è quella della provincia di Napoli e della parte settentrionale della provincia di Salerno (Costiera amalfitana e Agro Nocerino – Sarnese). Delle 27 famiglie Casanova che si hanno in provincia di Napoli, 15 risiedono nel popoloso capoluogo e 5 ad Agerola,che pertanto si pone in testa alla classifica provinciale per densità di presenze (ovvero numero di famiglie Casanova presenti nel Comune diviso per il  numero  totale di famiglie nel medesimo Comune).

Nel suo insieme, la sopra descritta distribuzione dei Casanova in Italia  fa pensare che vi sia stato non uno solo, ma più centri di nascita e irradiazione del cognome, per cui  gli odierni portatori  del cognome Casanova non sono riferibili tutti a un solo capostipite.

 

ORIGINE E SIGNIFICATO DEL COGNOME

Nei vari  luoghi e tempi in cui nacque, il cognome Casanova  ricalcò il nome del luogo d’origine  della persona che lo adottò (o cui fu assegnato); una persona che veniva da una località o borgo denominato, appunto,  Casanova.

Essendo questo un toponimo abbastanza ricorrente  (almeno 15 casi nel nord Italia, 6 in Italia centrale e 3 nel sud Italia [2] ) si comprende come lo stesso cognome possa esser nato più volte, in tempi  e luoghi diversi, generando altrettanti ceppi del tutto indipendenti  l’uno dall’altro in termini di genealogia.

Per il ceppo che è presente da secoli ad Agerola e dintorni  (vedi oltre) il “luogo d’origine” non va cercato lontano, potendolo riconoscere nella limitrofa Furore; più esattamente in quella parte alta del paese che fino al Seicento veniva distinta col toponimo Casanova  [3].   A riprova del fatto che siamo di fronte a un cognome indicante l’area di provenienza del capostipite, si osservi come le prime attestazioni del cognome lo riportino nella forma de Casanova, (= di Casanova).

I toponimi del tipo Casanova (spesso seguiti da un determinativo) si compongono del sostantivo ‘casa’ e dell’aggettivo ‘nova’. Il primo va inteso nel senso tardo-romano e alto-medievale di casa massaricia: podere e relativa casa colonica, la  cui conduzione era  affidata a un massaro residente e alla sua famiglia. (AA. VV. Dizionario di toponomastica, Utet 1991, p. 154).

 

UN COGNOME CHE HA QUASI MILLE ANNI.

Non sappiamo esattamente quando fu che, a seguito di un trasferimento in  altra località (probabilmente  ad Amalfi centro), il capostipite ricevette il soprannome “de Casanova”, presto consolidatosi in cognome. Secondo  S. Amici [4],  la più antica attestazione del cognome Casanova di cui disponiamo è dell’anno 1130  ed è  un atto di compravendita che   vede protagonista un tale Leo figlio del fu Marino e nipote del fu Giovanni “de Casanoba” [5].

Da parte mia, segnalo invece una pergamena  dell’anno 1092,   che riporta un accordo tra  l’arcivescovo di Amalfi e il vescovo di Minori per una derivazione d’acqua dal fiume Reginna Minor e che venne tra gli altri sottoscritto dal presbitero Leo, figlio di Giovanni Casanova.[6]

Col già citato atto del 1130, Leo de Casanova e sua moglie Gemma Pantoma vendettero  al presbitero  Lupino Papazzi parte di una loro domus a più piani sita  nel centro di Amalfi.  Ancora ad Amalfi  rimanda un documento  del 1193 che ci presenta tale “Aloara filia  Mauri ad Casanova” e il marito Urso Campanile di Amalfi,  mentre comprano beni immobili in Maiori [7].

 

PRIME ATTESTAZIONI AD AGEROLA

A pochi decenni dopo  risalgono i più antichi documenti superstiti che attestano la presenza di membri della casata ad Agerola. Il primo  risale al 1252 e ci presenta la vedova Gemma de Casanova e il figlio minore Giacomo de Mansone che, sotto tutela dello zio prete Giovanni de Casanova fu Leone, prendono a mezzadria, dal monastero di S. Lorenzo del Piano di Amalfi,  una grossa vigna a Memoranum (Bomerano) di Agerola. [8]:

Tra i firmatari dell’atto compare  “Nicolaus filius Petri de Casanova” col titolo di Iudex Ageroli [9]. Il fatto che era un Casanova a ricoprire questa importante carica cittadina, unitamente alla presenza in famiglia di almeno un presbitero e al  legame con la nobilissima casata dei de Mansone  stabilito col matrimonio di Gemma, induce a ritenere che verso la metà del Duecento la stirpe dei Casanova avesse già compiuto,  almeno con alcuni dei suoi esponenti , una discreta ascesa sociale.

La carica di  giudice di Agerola fu ricoperta ancora da un Casanova  nel 1261 (e forse in altri anni per i quali non abbiamo documenti superstiti). Si trattò di Capuano de Casanova, coadiuvato dal notaio  Philippus Pagurillus ed i testes: Mattheus de Laurito e Iohannes Crisconus. Lo attesta un istrumento che fu rogato alla sua presenza e che risulta interessante anche perché ci dà notizie circa la scomparsa chiesa di S. Marciano a Caput de Pendolo   [10]

Il casale di Agerola nel quale la presenza dei Casanova si fece più cospicua e duratura è quello che oggi chiamiamo San Lazzaro, ma che fino al Trecento fu detto Caput de Pendolo. In tale casale era, ad esempio, ubicato il possedimento, in parte a selva e in parte a roseto [11]  che, nel 1287, Castellanus de Casanova fu Bernaldo, di Agerola, ottenne a censo dal monastero amalfitano di S. Pietro della Canonica. Tra i confinanti di detto possedimento era un altro Casanova, di nome Leo [12]. Sempre a Caput de Pendulo  era  poi  ubicato il podere (vineam cum domibus et fabricis) che nel 1292 venne diviso tra i figli del defunto Capuano de Casanova:  Binuto, Leone, Simone, Angelo e Marco (quest’ultimo notaio)  [13]

A confermare che la casata dei Casanova era e rimase per secoli tra le più influenti e stimate di San Lazzaro, vi è il dato che emerge da un documento del 1584  che elenca gli eletti di quell’anno a governare il paese (deputati Universitatis Terre Ageroli). Se ne eleggeva uno per ogni casale, e a rappresentare San Lazzaro fu tale Nicolaus Casanova  [14  ]

Proveniva da San Lazzaro, ma faceva parte della colonia agerolese in Napoli, quel Giovanni Alfonso Casanova cui è intitolato un tratto del corso principale di quel casale. Di lui si sa poco e sarebbe davvero il caso di svolgere delle ricerche d’archivio che colmino la lacuna. Di certo egli divenne molto ricco, probabilmente esercitando una qualche mercatura all’ingrosso a Napoli. Visse da metà Cinquecento ai primi del Seicento e con testamento del 26 agosto 1614 lasciò al Monte di pietà collegato alla Cappella degli Agerolesi di Napoli (intitolata a S. Antonio Abate e sita in S. Agostino alla Zecca) rendite sufficienti a erogare annualmente quattro premi di maritaggio, di 36 ducati ciascuno, destinati a “zitelle povere ed oneste native di Agerola” [15]

Il monumento funebre di Gio. Alfonso Casanova in S. Agostino alla Zecca di Napoli; opera di Iacobo Lazzari, 1614.

Il monumento funebre di Gio. Alfonso Casanova in S. Agostino alla Zecca di Napoli; opera di Iacobo Lazzari, 1614.

In S. Agostino alla Zecca, a ricordare la figura e la generosità di Giovanni Alfonso Casanova vi è il suo monumento funebre in marmo. In alto vi spicca il busto del personaggio con abbigliamento aristocratico, opera di  Iacobo Lazzari, scultore fiorentino trasferitosi a Napoli [16] .

 

STEMMA

A chiusura di questa breve  e parziale disamina delle fonti edite che lumeggiano a sprazzi i primi secoli della prosapia dei Casanova del Ducato di Amalfi , desidero soffermarmi un poco sull’aspetto araldico.

Purtroppo, tra le lastre tombali che sono ancora visibili nelle chiese di Agerola (una ventina appena [17]) non ve ne è nessuna che sia dei Casanova e ne mostri lo stemma di famiglia.  Ci viene in soccorso un saggio di Salvatore Amici [18], che segnala,  per quella casata, lo stemma che riporta un manoscritto anonimo del Settecento [19.

La figura qui sopra riporta lo stemma come ridisegnato e blasonato (ossia descritto a parole secondo le precise regole dell’araldica) nel citato saggio dell’Amici .

Andando a consultare l’originale del manoscritto settecentesco, si comprende che lo stemma era inciso su una lastra tombale presente nella navata centrale della cattedrale di Minori, con un’iscrizione lungo i bordi  dichiarante sia il nome e la cittadinanza del defunto (sepulcrum Pisani Casanova de Amalphia ) , sia l’anno della sua morte e sepoltura : il 1360.

La stringata epigrafe non dice nulla circa lo status di quel Pisano Casanova, ma le figure di cui si compone l’insegna [20] fanno pensare a a un uomo d’armi oppure a un mercante marittimo che vantava antenati appartenuti al rango dei milites.

 

 

Note

1 -Giacomo Girolamo Casanova nacque a Venezia, da padre parmense, nel 1727 e vi  morì nel  1798. Fu ecclesiastico, scrittore,, soldato, spia e diplomatico. Ma è ricordato soprattutto come principe degli avventurieri e come colui che fece del nome Casanova il  sinonimo di “libertino” (nel senso illuminista del termine).  La sua autobiografia, intitolata Histoire de ma vie, presenta forse delle esagerazioni riguardo a certe “scappatelle” dell’autore, ma è  importante perché  fornisce splendide descrizioni della società del XVIII secolo nelle città europee.

2 –Tale conteggio è approssimato per difetto, in quanto  considera solo i Comuno e le Frazioni riportate dalla Carta stradale d’Italia del T.C.I., in scala 1:250.000. Al nord il toponimo è presente nelle provincie di Genova,  Pavia, Piacenza, Parma,  Como, Savona e  Torino. In  Italia centrale  lo si ritrova nelle  provincie di Pisa, Siena,  Forlì- Cesena e Rieti. Al sud, infine, il toponimo lo abbiamo in provincia di Caserta (Casanova-Carani), e presso Ceprano (FR) . A questi due casi può aggiungersi il dismesso Casanova di Amalfi, casale che poi passò al neonato Comune di Furore costituendone la parte alta.

3 –Matteo Camera, Memorie storico diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi. Salerno 1881. Vol. II, pp. 565-567.

. 4 -Amici S., Araldica Amalfitana, in “Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana”, N.S. a. IV (XIV dell’intera serie), 7/8 (1994), p. 171.

5–Il testo integrale di tale atto può leggersi  su J. Mazzoleni  e R. Orefice, Il Codice Perris.   Cartulario amalfitano. Salerno 1989,  vol. I, p. 213..

6–Vincenzo Criscuolo, Le pergamene dell’archivio vescovile di Minori. Centro di cultura e storia amalfitana, Collana Fonti n. 5.. Amalfi 1987,,  Vol. 1, p. 43.

7–Mazzoleni e Orefice, Op. cit., vol. I doc  CLXXXIX, p.369 e ss.

8–Mazzoleni e Orefice, Op. cit., vol  II doc. CCLXXXVII, pp. 584 e ss..

9 –Sotto la dominazione sveva, Agerola era sede di una curia pubblica (piccola corte di giustizia che giudicava le cause civili)  che era presieduta da un giudice e completata con un notaio e dei testes. Nel 1252 al giudice Nicolaus de Casanova sSi affiancavano il notaio Philippus Pagurillus e i testimoni Andreas Laurentii e  Leocce de Laurito.

I10  -Giulia Rossi, Le pergamene degli archivi vescovili di Amalfi e Ravello .Arte Tipogtrafica, Napoli, 1979.  Vol. 1, doc. CI, pp. 172-174

11 -Lungi dall’essere cosa decorativa, i roseti (rosarii) di cui abbondava Agerola nel Medioevo erano coltivazioni redditizie, in quanto alla base della produzione della ricercata Acqua di Rose.

12 –Catello Salvati e Rosaria Pilone, Gli archivi dei monasteri amalfitani (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità). Anni 860-1645. Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, Fonti  2. Amalfi 1986, doc. 12, p. 92.

13- Mazzoleni e Orefice, Op. cit. vol., III, doc. CCCCXCV:, pp. 1023 e seg.

114 -Atto del notaio Giovanni Ferdinando de Rosa di Amalfi, n. 1206 (26/8/1584). Cfr. Salvati e Pilone, Op. cit. p. 184.

15 –Matteo Camera, Memorie storico- diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi. Salerno 1881. Vol. 2, p.  631.

16 -Per ulteriori notizie si veda, su questo blog, l’articolo Giovan Alfonso Casanova da Agerola e il suo monumento funebre in S. Agostino alla Zecca di Napoli. (Pubblicato il31/10/2’15).

17 –Ci si riferisce alle lapidi incise che chiudevano a mò di  botola le fosse sepolcrali presenti sotto i pavimenti delle chiese parrocchiali e non solo. Dopo che furono dismesse con l’apertura del Cimitero comunale (1890), coi rifacimenti dei pavimenti occorsi durante il Novecento, un gran numero di detti marmi è perlomeno scomparso alla vista, sepolto da nuovi anti di piastrelle o lastre marmoree, mentre altri sono stati addirittura gettati via.

18 -Amici S., Araldica Amalfitana, Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, 7/8 (1994), p. 171 (testo) e p. 239 (figura)

19 –Cronaca della Minori Trionfante, manoscritto del sec. XVIII conservato presso la basilica di S. Trofimena di Minori ed in copia fotostatica presso la biblioteca comunale di Amalfi.  Ne esiste anche una ristampa senza illustrazioni a cura di V. Criscuolo (Reginna Minori Trionfante.  Minori 1995) il quale attribuisce il manoscritto a Pompeo Troiano.  .

20 -Il leone rampante, come simbolo di forza e valore;le bande, probabilmente derivate dal balteo, la cintura di cuoio portata “a bandoliera” oer   appendervi la spada nel suo fodero.

 

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Sull’origine del toponimo Bomerano (Parte seconda)

Detto quanto sopra circa la possibilità che Bomerano sia un toponimo di derivazione prediale, voglio aggiungere che, nei toponimi,  il suffisso in –ano (ex –anum) non sempre sta a indicate una possesso proprietario. In certi casi, infatti, esso indica una pertinenza che è solo di tipo spaziale, geografico. Un esempio preso dai dintorni può essere quello di Praiano, che rimanda alla limitrofa  Praia (‘spiaggia’) e che  significa “della Praia”; dove il soggetto sottinteso è “il casale”, oppure “la zona”.

Assumendo che anche in Bomerano il suffisso sia pertinenziale e non possessivo, ci si deve chiedere quale fosse (al di là delle corruzioni subìte nei secoli) il nome o l’attributo ambientale a cui venne aggiunto  –anum.

Provare a rispondere considerando solo la forma scritta medievale  “Memoranum”, non  conduce – mi pare – a niente di convincente. Ma la forma Memoranum, per quanto antica, non è così vicina alla data d’origine del toponimo da lasciar credere che sia la forma intatta, incorrotta [7 .

In particolare, appare probabile che la forma Memoranum  contenga qualche  alterazione dovuta a quelli che misero per la prima volta per iscritto  il toponimo (sino ad allora tramandato solo a voce tra i villici) e  credettero bene di avvicinarlo al Neo -latino, magari mutandone anche il non compreso senso originario (una sorta di ipercorrettismo).

Nel nostro tentativo di risalire alle origini del toponimo Bomerano, è dunque il caso di considerare anche la forma orale ancora in uso. Essa suona Vùmməranə/ Bùmməranə  (ə = vocale indistinta; oscillazione B-V molto comune nel Napoletano) e potrebbe conservare molto della forma orale originaria-

In tale assunzione,  mi sento di proporre la sua derivazione dal sostantivo latino “bombyla”, a sua volta derivato dal greco “bòmbylos”, col significato di ‘vaso, orcio, anfora per conservare l’acqua’.

L’iter genetico immaginabile è il seguente:

 

(1) Bombyla >(2) Bombylanum  > (3) Bùmmelano >(4)  Mùmmelano  (e Memoranum dei colti) >(5)  Mùmmerano (c.s. fino al Seicento) > (6) Bomerano (forma scritta moderna )..

 

Circa il cambio della iniziale da B a M  e anche  circa la trasformazione in “mm” dell’originaria coppia “mb”, si noti che detti fenomeni si riscontrano anche nei  vocaboli napoletani  mommara, mummara e mummarella (rispettivamente  ‘grande orcio’, ‘anfora’ e ‘anforetta’, il tutto di terracotta). Fino ad alcuni decenni fa, gli acquafrescai di Napoli vendevano in anforette dette mummarelle, la sapida acqua minerale sgorgante da una sorgente alla base del Monte Echia (Collina di Pizzofalcone)).

 

L’ipotesi che il toponimo Bomerano venga dal latino bombyla,risulta più convincente di quelle che lo legavano ai personali  Memorius e Mamurra (vedi Parte prima) per  il fatto che essa è l’unica a dar ragione della doppia emme che abbiamo in seconda sillaba nella forma orale Vùmmerano.

 

Resta ovviamente da dire qualcosa circa il senso del toponimo; ovvero sul perché si fece riferimento alla mùmmara (o alle mùmmare) nel denominare il luogo.

Rispondere è cosa abbastanza ardua, per cui, premesso che  Mùmmerano significò più o meno “Il luogo delle mummare”, mi limito a citare quella che al momento mi sembra la spiegazione più probabile: la presenza in zona di una o più fornaci che –sfruttando l’ottima argilla rossa che si trova a pochi metri di profondità – producevano anfore e/o orci di terracotta [8.]

 

 

Note:

7 –Il toponimo in esame risale verosimilmente all’epoca romana o tardo-antica.

8 -Circa la presenza di simili impianti produttivi nell’Agerola romana, si veda M. Camera, Memorie storico diplomatiche dell’antica città e  Ducato di Amalfi (Salerno 1881, vol.  1,p. 4, che tra l’altro recita: “…siffatta congerie di vasi  fittili, scodelle patere e mattoni di terra cotta accumulati e sotterrati in uno stesso luogo ci fanno congetturare  che in età remota essi siano appartenuti a qualche fabbricante o venditore di vasellami”.

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Sull’origine del toponimo Bomerano (Parte prima) .

Come è noto, la cittadina di Agerola è formata da cinque diverse frazioni (anticamente detti “casali”, ossia villaggi) sparsi al fondo della conca intramontana che, per il suo somigliare a una gerla, fu detta Gerula nell’alto Medioevo. Dei cinque casali formanti Agerola, quello col nome più problematico da interpretare è certamente Bomerano [1], così riportato sulla cartografia e sui documenti ufficiali  dal secolo XVII in poi.

Nella odierna  parlata locale, il toponimo suona Vumməranə (ə = vocale atonica a suono indistinto) e similmente si può leggere Vomerano su certe carte topografiche del Sette-Ottocento.  Ciò  ha indotto molti ad ipotizzare che il toponimo potesse derivare dal sostantivo  ‘vòmere’ (lat. Vòmerum);  ipotesi cui pareva fornire plausibilità la topografia sub- pianeggiate della zona e i fertili suoli ivi presenti. Ma questa paraetimologia popolare, che circola da un paio di secoli, non trova casi di raffronto in Italia, probabilmente perché l’aratro era ed è cosa troppo comune e mobile per essere scelto come elemento cui ispirare il nome di un luogo. Per inciso, vale la pena di citare anche il caso del quartiere Vomero di Napoli. Anche per esso c’è stato chi ha voluto collegarlo a vomere, ma la spiegazione preferita dagli “addetti ai lavori,” è che Vomero venga invece dal greco antico Bomòs  (βωμός), significante ‘altura, collina’

Tornando al presente tentativo di tracciare delle ipotesi etimologiche per il toponimo Bomerano, vediamo innanzitutto cosa si ottiene seguendo la molto seguita regola di partire  dalla più antica forma scritta del toponimo in esame. Nel caso di Bomerano, l’attestazione più antica sinora emersa dagli archivi risale all’anno  1062 e –come le tante altre del periodo medievale – riporta la forma Memoranum/Memorano [2]

La sua terminazione in –anum  fa pensare che esso appartenga alla categoria dei toponimo cosiddetti prediali (dal latino  praedium = tenuta). Essa raggruppa i toponimi nati in epoca romana (a partire dalla tarda età repubblicana) per denominare i fondi agricoli delle zone di nuova messa a coltura  e di insediamento rurale sparso. Quasi sempre legati alla presenza di ville rustiche, i toponimi prediali si componevano aggiungendo al nomen del proprietario il suffisso  –anum / -ianum (a seconda che il nome terminasse per vocale o consonante) che è poi diventato –ano col passaggio al volgare e all’Italiano .

Dopo il crollo dell’impero romano, alcuni di quei toponimi passarono a indicare gli agglomerati di case contadine realizzati su quei siti dai discendenti di quelli che erano stati i servi delle varie ville rustiche, i quali “…cresciuti di numero e d’importanza sociale, dai vincoli d’una comune origine e d’una comune condizione di vita, avevano ricavato lo stimolo e la trama d’una loro propria autonoma comunità rurale”[3]. Fu così che molti di quei nomi in –anum (> -ano), nati per denominare un podere agricolo, passarono ad indicare un casale e poi ancora, in caso di crescita, un paese o città [4].

Nel caso specifico di Memoranum (Bomerano), il nome del proprietario del fondo rustico iniziale potrebbe essere stato quello di Memorius, come proposi una decina di anni fa in una pubblicazione della Pro Loco di Agerola [5]. Più recentemente, trovandomi a visitare con più calma e attenzione il territorio di Formia,  mi sono imbattuto in un toponimo che presenta forte assonanza col nostro Memoranum e che invita a considerare una interessante  ipotesi alternativa circa il nome personale da cui nacque quel prediale agerolese.  

 Si tratta di ‘Mamurrano’,denominazione ancora in uso per un’ampia zona della periferia orientale di Formia. In questo caso non vi è dubbio alcuno circa l’origine prediale del toponimo e circa il personaggio d’epoca romana cui esso fa riferimento.

E’ ben noto, infatti, che Orazio  (Satire) usò Mamurranum urbs come sinonimo di Formia (antica Formiae); a significare la locale preminenza di quella famiglia. Verso l’inizio del l I secolo a. C. da essa nacque Marco Vitruvio Mamurra. Nel corso della sua carriera tra gli Equestres (cavalieri), seguì Caio Giulio Cesare in Gallia guadagnandosi la carica di praefectus fabrum (prefetto degli ingegneri, ossia comandante del Genio Militare), sapendone ricavare lauti e chiacchierati guadagni.

Si costruì una lussuosa casa a Roma (sul colle Celio) e, nella natìa Formia, una vasta villa marittima di cui restano avanzi che vale certamente la pena di visitare.

Il complesso includeva anche un tempio di Giano da cui è poi sorto il toponimo Gianola, usato per indicare l’ampio e piatto promontorio boscoso sul quale  si distribuiscono i vari ruderi superstiti della villa.

Va notato per inciso che il poeta Catullo ebbe una pessima opinione di Mamurra,circa la cui condotta scrisse  parole molto pesanti, alcune delle quali relative a un rapporto omosessuale con Cesare in età giovanile.  Chi volesse saperne di più non avrà difficoltà a trovare materiale in rete usando come parole chiave Mamurra, Formia, Catullo e Giulio Cesare.

Tornando al nostro argomento iniziale, trovo che – sul piano linguistico – il nostro Memoranum di XI  secolo possa benissimo essere interpretato come forma corrotta di un più antico Mamurrano, suggerendo che in epoca romana, la zona che ora è detta Bomerano (o almeno una vasta sua porzione) costituisse un podere agricolo appartenente ad un certo Mamurra.

Chi era costui? Proprio il  famoso Formiano che fu amico e funzionario di Giulio Cesare o, invece, un semplice omonimo di detto personaggio?

Per quanto sia ancora estremamente incerta (la parola passi agli esperti biografi, epigrafisti e archeologi), la prima ipotesi appare assai affascinante, perché se il ricchissimo Marco Vitruvio Mamurra ebbe davvero ad acquistare una tenuta agricola sull’altipiano di Agerola, vi realizzò quasi certamente una villa rustica con un bel quartiere padronale ove trascorrere piacevoli vacanze estive. Ma la residenza d’ozio associata al podere  redditizio di Agerola potrebbe anche essere stata una villa  marittima [6] nella zona di Stabia  o lungo quella che poi si chiamerà Costa d’Amalfi; magari nella stretta cala della Praia (Praiano) ove perviene una millenaria mulattiera che discende proprio da Bomerano.

Note

1) Gli altri sono Pianillo, Campora, San Lazzaro e Ponte.

2) Riccardo Filangieri, Codice diplomatico amalfitano. Vol.I, doc. LXIX, p. 110. Napoli 1917).

Il passaggio dell’iniziale da M a V (Memorano > Vummerano) è ascrivibile a un fenomeno di dissimilazione tra prima e seconda sillaba in m della parola, come –ad esempio- nel caso di mammana (Napoletano per ‘levatrice’) che taluni dicono vammana. .

3) G. Serra, , Lineamenti di una storia linguistica dell’Italia medioevale, Napoli, R. Liguori, 1958, p. 40]

4) Ne abbiamo parecchi esempi anche nella zona Monti Lattari – Costa d’Amalfi, tra i quali: Moiano, Pozzano, Gragnano,  Sigliano, Aurano, Depugliano,, Orsano, Bomerano, Cazzano, Miano,  Cesarano.

5) A. Cinque, Cenni storici. In: “Agerola, guida ai servizi”, Pro Loco di Agerola 2009, p. 1. .

6) Le sfarzose ville d’ozio marittime d’epoca romana, realizzate in ardita vicinanza al mare, richiedevano ingenti e pressoché  continue spese di manutenzione. E’ per questo che il forestiero che veniva a costruirsene una nel golfo di Napoli o nella Terra delle Sirene(Penisola sorrentino  – amalfitana) adottava spesso la soluzione di … combinare l’utile e il dilettevole;  ovvero comprare nella stessa zona una tenuta agricola capace di fornire rendite tali da ripagare almeno le spese di mantenimento della villa marittima.

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Il cognome CAVALIERE (ex Cavalerius) e la sua antichissima presenza ad Agerola.

1 -Introduzione

Come è  tipico di tutti i cognomi nati da parole di uso corrente (nomi di mestiere, professione o carica, nomi di battesimo del capostipite, aggettivi relativi all’aspetto fisico o al carattere, ecc) , anche per il cognome Cavaliere c’è da ipotizzare una genesi policentrica, ovvero che sia comparso in più luoghi, in tempi diversi e senza alcuna relazione tra un ceppo e l’altro. A favore di questa ipotesi parla la presente distribuzione geografica dei Cavaliere, la quale mostra addensamenti in diverse e distanti regioni d’Italia (si vedano le mappe che offre il prezioso sito www.cognomix.it).

C’è tuttavia da notare che la Campania è la regione in cui i Cavaliere sono più numerosi (quasi il doppio delle presenze che si hanno in Puglia e nel Veneto, rispettivamente II e III classificate).

Grazie al gran numero di abitanti, la Provincia di Napoli è quella che registra il più alto numero di famiglie Cavaliere presenti, ma in termini di frequenza (ossia di peso percentuale rispetto al totale abitanti) risulta prima la Provincia di Salerno, nel cui ambito  i valori massimi di frequenza li registra l’area di Amalfi e dintorni (Amalfi, Atrani, Furore e Maiori in testa). D’altra parte, anche nella Provincia di Napoli, i massimi valori di frequenza si osservano in quei comuni che  sono geograficamente più vicini ad Amalfi e/o che fecero parte del suo Ducato (Gragnano, Agerola, Anacapri, Casola di Napoli).

Questi dati fanno sorgere l’ipotesi che l’area dell’antico Ducato di Amalfi sia stata una di quelle che videro nascere il cognome Cavaliere; il che – come vedremo –  è supportato dal fatto che provengono da quell’area le più antiche attestazioni scritte del cognome, almeno per quanto riguarda la Campania.

E, nell’ambito del ducato amalfitano, pare essere proprio Agerola il centro che vide per primo il consolidarsi del cognome Cavaliere.

 

2 – Origine e significato

Nel linguaggio moderno il termine ‘cavaliére’ è usato per lo più per indicare titoli onorifici (ad es., Cavaliere del Lavoro), per indicare chi va a cavallo per svago o per fare sport equestri e, ,in senso figurato, per significare ‘chi si comporta con signorilità’ o ‘chi è premuroso e rispettoso con le donne’.

Ma , come vedremo più avanti, il cognome Cavaliere apparve nella nostra zona in epoca medievale, quando i sostantivi tardo latini caballarius, cavallarius e cavalerius avevano come unico e solo significato quello di ‘soldato a cavallo’.

 1 armati a cavallo

Durante i molti secoli di governo feudale dei territori, a comporre la cavalleria -minoritaria ma decisiva componente degli eserciti medievali- furono i giovani membri delle famiglie feudatarie di vario rango; in particolare, i loro figli cadetti, ossia non primogeniti, esclusi dalla trasmissione ereditaria del feudo di famiglia. Oltre che un onore, tale servizio al sovrano costituiva per così dire il prezzo che i nobili feudatari dovevano pagare in cambio del potere e dei privilegi loro assegnati.

Ma nell’Italia dei “liberi comuni” e delle cosiddette Repubbliche Marinare si ebbe la comparsa di cavalieri di divera estrazione (spesso indicati come milites pro commune) che provenivano non più dalla classe dei nobili, bensì dalla parte più ricca ed ambiziosa del ceto popolare:  il cosiddetto “popolo grasso”.  In cambio dei diritti acquisiti in tema di formazione dei governi locali, quello strato sociale aveva l’obbligo militare di formare il più strategico e costoso corpo dell’ esercito, mettendo a disposizione uomini, cavalcature e armamenti .

Non so dire con certezza da quale delle due tipologie di cavaliere nacquero i cognomi omonimi, ma mi pare poco probabile che ciò accadesse in riferimento a un cavaliere di estrazione nobile, vuoi perché  simili figure avevano già un nome di famiglia prima di diventare cavalieri, vuoi perché tra i nobili,  diventare cavaliere era cosa assai comune   e, dunque,  incapace di generare quella distinzione da altri cui l’adozione di un cognome punta sempre.

Ben diverso mi pare il caso dei milites pro commune e figura equivalenti, specie se consideriamo quei piccoli centri periferici che erano tenuti a fornire all’esercito del capoluogo un solo milite a cavallo. Nei secoli in cui si andò diffondendo l’uso di assumere un cognome (XI – XIII),  per una casata del ceto popolarie che avesse espresso dei cavalieri, risultava certamente edificante ricordarlo nel proprio cognome. Contemporaneamente, vivendo in un centro che di cavalieri non ne aveva espressi molti  e di molte casate differenti, era più facile che quel cognome soddisfacesse l’esigenza di risultare davvero distintivo.

 

 3 –Prime presenze documentate.

Nell’ambito dell’area che fu del Ducato di Amalfi, le due più antiche attestazioni del cognome in esame afferiscono una ad Agerola ( dove il cognome rimane in uso fino ad oggi) e una a Lettere (da dove il cognome scomparve presto). L’attestazione relativa a Lettere risale all’anno 1221  [1]. Quella relativa ad Agerola risale al 1204 ed è  un atto di donazione di beni alla chiesa dei SS. Filippo e Giacomo di Amalfi da parte del nobile amalfitano Sergio de Comite Sergio [2].  Uno dei beni donati è un vasto tenimento sito ad Agerola nella località Faytu (oggi Faito, Campora). Il tenimento comprendeva vigna, castagneto, roseto, case e altre fabbriche  [ 3].  Ma la parte per noi più interessante del documento è quella che traccia la pregressa storia della proprietà, dalla quale comprendiamo che, decenni prima,  una parte di quel tenimento apparteneva precedentemente a sua cognata Misa Cavallero fu Sergio, suo marito Leo Imperatoris e ai loro due figli don Giiovanni, presbitero, e Sergio.

Dunque la citata Misa Cavallero era persona della metà circa del  secolo XII. Purtroppo il documento non ci dice se quella Misa era o meno nativa di Agerola. Fosse stata originaria di Amalfi o Lettere, possiamo comunque immaginare che l’aver qui una proprietà incoraggiasse anche dei congiunti maschi a trasferirvisi e, dunque, a generare una prosapia Cavaliere  ad Agerola.

Fatto sta che basta andare agli anni iniziali del Trecento per trovare tracce documentarie che attestano senza più dubbi la presenza del cognome ad Agerola [4] .

Ad esempio, possiamo ricordare quel Mattheus Cavallerius e quel Franciscus Cavallerius che figurano tra i testes che collaboravano con la  Curia pubblica di Agerola durante il periodo angioino, con rispettivamente nel  1321 e nel 1328 [5].

Sempre per il Trecento abbiamo poi due documenti che rigurdano il mulino di Pianillo, nella zona oggi detta Vertina [6].

2 nulino de la vertina

IIl mulino di La Vertina  ( < L’Averetina)   come appariva a inizio  Novecento.

 

Trattasi dei doumenti CCCCLIV e DXIII  del Codice Perris [7] dai quali si evince che erano dei Cavaliere di Agerola i proprietari dei terreni posti immediatamente a monte di detto mulino; proprietà che i Cavaliere si trasmisero di padre in figlio fino ad almeno il 1491, quando detto mulino fu acquistato dalla Universitas (cioè Comune) di Agerola [8].

Tornando al Trecento, più esattamente al 1340, troviamo un documento che elenca le 29 persone (tra cui dominano gli Agerolesi)  cui il ricco Pietro del Giudice di Amalfi aveva prestato somme [9]. Vi figura talie Rogerius Cavalerius che, insieme al figlio Pisanus, risulta debitore per 52,5 tarì siciliani  (pari a 1,75 once, ossia 50 grammi circa di oro). Non sappiamo per quale motivo Rogerio aveva chiesto soldi al del Giudice, ma  trattandosi di una cifra consistente [10], c’è da supporre che servisse o per un  acquisto di terre, o per investimenti in attività commerciali.

 

4 –Una casata in ascesa.

Le tracce documentarie e materiali che abbiamo per i secoli XV e XVII delineano un trend di complessiva ascesa sociale dei Cavaliere di Agerola. Alcune famiglie della casata, quelle più agiate economicamente, riuscirono a garantire un’istruzione superiore ai propri figli, così da farne dei preti, notai e giudici.

Ad esempio, ci risulta che nel 1415 era iudex della corte baiulare di Agerola Santoro Cavalierius [11].

Ma la massima figura espressa dalla casata nel campo della giurisprudenza fu certamente Alessio Cavaliere, che un documento di re Carlo IV di Napol, cioè  l’imperatore Carlo V d’Asburgo (1500 – 1558) qualifica come magister (professore di Legge) e come Reggente della della Gran Corte della Vicaria, la magistratura di appello di tutte le corti del Regno di Napoli, sia per le cause civili che per quelle criminali [12].

3 Alessio Cavaliere

A  confermare il fatto che il Cinquecento fu il secolo in cui i Cavaliere entrarono a far parte della aristocrazia di Agerola [13],  possiamo considerare il  rapporto di stima ed amicizia che si instaurò con gli Scatola (Schatula, come si scriveva allora). Questa casata agerolese, che poi si radicò anche a Napoli, viene ricordata per aver espresso figure importanti, quali Marino S., mastro d’atti della cancelleria angioina nel 1292; il milite nobil vir Martino  S. che tra l’altro forniva Acqua di Rose agerolesea re Roberto d’Angiò, che lo volle come consigliere e familiare e che lo nominò Portolano di Calabria; Roberto S. grande imprenditore commerciale che dominò l’import-export tra Regno di Napoli e la Sardegna durante la seconda parte del Trecnto,  [14].

Ad Agerola, precisamente a Campora, gli Scatola avevano il padtronato della chiesa di S. Giovanni Battista, forse da loro stessi fondata e ricca di sette altari e fonte battesimale [15]. Il rapporto fiduciario coi Cavalieri traspare da un atto del notaio Giovan Angelo Positano di Napoli del 9 marzo 1565. Atto col quale gli Scatola che in quell’anno avevano lo jus patronatus su detta chiesa,  alcuni dei quali cittadini di Napoli, [16], nominarono loro procuratore per la nomina del nuovo cappellano il nobile Vincenzo Cavaliero [17], un Agerolese che nobile doveva essere almeno nei modi di vivere e nei valori che lo ispiravano (more nobilium viventes), restando ancora da appurare se i Cavaliere di Agerola ebbero mai qualche titolo di nobiltà ufficialmente riconosciuto.

Per quanto riguarda altri esponenti di rilievo cella casata Cavaliere, rimando alle notizie che fornisce Angelo Mascolo nel suo libro Agerola dalle origini ai giorni nostri [18], aggiungendo solo che anche il Regio Catasto Onciario di Agerola (del 1752) rivela delle famiglie Cavaliere di condizione agiata (possidenti, artigiani, ecclesiastici, ecc.), nonché un “Monte di cas Cavaliere” che contava sulla rendita di una vasta selva a Fiobana – pari a 10 ducati annui – per fornire assistenza ai parenti che si fossero trovati in difficoltà.

 

5 –I segni lasciati nelle chiese.

Il progresso socio-culturale ed economico che alcune famiflie Cavaliere di Agerola conobbero nei secoli V e XVI è testimoniato anche da segni tangibili lasciati in alcune chiese.


4 Chiesa di S. Maria di Loreto ad Agerola

La chiesa di S. Maria di Loreto a Campora, detta anche di S. Martino

In quella di S. Maria di Loreto, che ha ospitato la parrocchia di Campora dal tardo ‘500 al 1942, i Cavalieri ebbero un altare di loro patronato e una fossa sepolcrale di famiglia. Di quest’ultima ci resta ancora la botola marmorea scolpita, tolta dal pavimento  a metà Novecento e fissata alla parete destra dell’aula alcuni anni fa. Molto usurata da secoli di calpestio (a stento vi si legge il cognome), essa reca scolpito uno stemma in scudo “sagomato” che mostra un bel motivo “cuneato” nel campo inferiore e, in quello superiore, una colomba con un piccolo rametto di ulivo nel becco (vedi foto).

 5 Stemma dei Cavaliere di Campora

Campora di Agerola, chiesa di S. Maria di Loreto. Lastra sepolcrale con stemma della locale faniglia Cavaliere (sec. XVI?).

 

Nella chiesa di S. Maria di Loreto i Cavaliere ebbero pure il diritto di cappellania sull’altare di S. Giovanni Battista [19]  e su quello di S. Trofimena; altari qui istituiti dopo che le due omonime chiese medievali erano state interdette nel 1558.  Da documenti conservati presso l’archivio parrocchiale di Campora risulta che nel primo Ottocento i Cavaliere erano ancora titolari della cappellania riunita di S. Trofimena e S. Giovanni Battista, legata agli altari che stanno rispettivamente al centro della fiancata sinistra e al centro della fiancata destra dell’aula [20].

6 Chiesa di S-- Pietro ad AgerolaPianillo di Agerola. Chiesa di S. Pietro Apostolo.

Un’altra chiea in cui troviamo tracce dei Cavaliere del Cinquecento è quella di S. Pietro Apostolo a Pianillo, casale capoluogo di Agerola almeno dai tempi della dominazione sveva. Sappiamo dalle fonti archivistiche che i Cavaliere hanno posseduto case, terreni e selve a Pianillo (oltre che a Campora) fin dal basso Medioevo. Ora, a dirci che nel Cinquecento ci fu a Pianillo una famiglia Cavaliere che era tra le più ricche del casale (se non la più ricca), sono due oggetti da loro donati alla chiesa di S. Pietro Apostolo e ancora ivi presenti. Il primo è un bel dipinto su tavola raffigurante la Madonna del Carmine con Santi (S. Giovanni Battista e S. Antonio Abate patrono di Agerola) che si trova nell’annesso oratorio della Confraternita del Carmine, già dedicata al SS. Sacramento, o Corpus Domini, nei secoli XVI e XVII. Inserito in una ricca cornice architettonica in legno dipinto, questa tavola reca in basso un piccolo cartiglio con la scritta  HOC OPUS FERI FECIT JOANNIS BATTISTA CAVALERIO A.D. 1592.

 7 Altare dei Cavaliere a Pianillo

L’opera era originariamente posta nella chiesa, sull’altare della famiglia Cavaliere dedicato, appunto,  alla Madonna del Carmine. Fu poi trasferita nell’oratorio della Confraternita tra il 1710 e il 1715 [21].

Il secondo oggetto era un fonte battesimale a catino circolare modanato su colonnina, che in anni recenti è stato purtroppo smembrato:: lil catino è diventata l’acquasantiera presso l’ingresso in chiesa; la colonnina è passata presso l’altare maggiore a reggere il Tabernacolo [22]. Sul piedistallo della colonnina  sono scolpite scritte abbreviate che ricordano il nome del donatore (Angelo Cavaliere) e la data di esecuzione (1593). Una della quattro facce del piedistallo porta scolpito quello che possiamo considerare lo stemma del ramo pianillese dei Cavaliere, il quale è stato pubblicato da Salvatore Amici [23] che così lo blasona: D’azzurro alla croce d’oro accantonata da quattro teste di cavallo al naturale. Per mancanza di indicazioni, non so dire se i colori li ricava da una fonte attendibile o se non siano, invece, ipotetici.

8 Stemma dei Cavaliere di Pianillo

 

6 –Un abbaglio del Camera

A proposito di tracce dei Cavaliere nelle chiese di Agerola, devo qui segnalare quello che a me pare un chiaro errore di ubicazione commesso dal Camera. A pagina 630 del secondo volume delle sue Memorie storico diplomatiche ecc, parlando della chiesa di S. Matteo Apostolo a Bomerano, dice che nel suo pavimento vi è una lapide sepolcrale con l’epigrafe

MARCUS ANTONIUS CAVALERIUS SEPOLTURAM PRO SE ET SUIS CONDESCENDENTIBUS FONDAVI ANNO DOMINI 1514

(Marco Antonio Cavaliere fondò questa sepoltura per se e i suoi discendenti  nell’anno del Signore 1514).

Considerato il fatto che questa lapide è di parecchi decenni  anteriore alla costruzione di quella chiesa [24] e che il brano del Camera prosegue dicendo che in S. Matteo  trovasi anche la Cappela del Carmine con l’ iscrizione “Hoc opus feri fecit Ioannis Battista Cavalerio A. D. 1592” (cose che, come abbiamo visto, stanno da secoli in S. Pietro di Pianillo), c’è da ritenere che l’autore, forse interpretando male degli appunti da lui stesso presi anni prima, riferì erroneamente alla parrocchiale di Bomerano ciò che aveva in realtà visto in quella di Pianillo.

In base a ciò ritengo che la botola sepolcrale di Marco Antonio Cavaliere stava nel pavimento di S. Pietro Apostolo, verosimilmente al piede dell’altare di famiglia di cui al citato saggio di Ida Maietta  [25].

D’altra parte, il nome Marco era molto usato dai Cavaliere di Pianillo e ne costituisce esempio quel già citato Marco Cavaliere che nel Trecento possedeva il fondo a monte del mulino de La Vertina;

Un altro esempio viene da un documento del 1645 che contiene la composizione della giunta comunale dell’epoca e che indica tale Marco Cavaliere come l’eletto a rappresentare il casale di Pianillo [26] Probabilmente i Cavaliere erano molto legati alla scomparsa chiesa pianillese di S. Marco, della quale è possibile che avessero il patronato. Non sappiamo dove esattamente  fosse ubicata quella chiesa, ma una zona indiziata è quella vicina al fondo dei Cavaliere a La Vertina [27].

 

7 – Due famosi episodi violenti.

I Cavaliere che vissero ad Agerola nel Medioevo sono noti soprattutto per due episodi che travalicano la semplice “storia di famiglia” e che hanno lasciato traccia nelle cronache storiche del Ducato di Amalfi e non solo.

Il primo di essi è del 1346  e vide protagonisti i fratelli Simone, Bartolomeo, Iuliano e Iunto Cavaliere. Capeggiando una squadra di duecento malandrini, essi assaltarono e incendiarono le proprietà dell’arciprete Orlando de Rosa e dei suoi fratelli, uno dei quali rimase ucciso nello scontro  [28].

L’altro episodio riguarda la distruzione del borgo fortificato di Pino (quel Castrum Pini fondato dagli Amalfitani nel X secolo e di cui sopravvivono una delle chiese  e molti sparsi ruderi su un colle tra Agerola e Pimonte). Varie fonti antiche attestano che essa fu operata da alcuni esponenti della famiglia Cavaliere “ex mandato Regio”, ma vi è disaccordo sulla data del fatto e su quale fu dunque il sovrano che ordinò quella distruzione ( da porsi comunque tra gli ultimi anni del Trecento e i tempi di re Ferrante d’Aragona) [ 29].

Risolvere queste incertezze e inquadrare meglio entrambi gli episodi, richiede però uno spazio che allungherebbe troppo questo già lungo mio articolo; per cui rimando gli interessati a un mio prossimo post.

 9 Pino del Ducato di Amalfi

Note

1 -C. Salvati e R. Pilone, Le pergamene del fondo “Mansi” conservatore presso il centro di cultura e storia amalfitana. Amalfi 1987, p. 32.

2- -Documento LXXI della raccolta Le pergamene dell’archivio vescovile di Amalfi e Ravello, di Jole mazzoleni, Arte Tipogtrafica, Napoli, 1973. Vol. 1, pp. 110-113.

3 – Roguardo ai roseti, che all’epoca erano detti rosari. Ricordo che cessi costituivano la base per poi ricavarne, per distillazione in corrente di vapore, quella “acqua di rose” che Agerola esportava a Napoli, portandola persino ai sovrani angioini (cfr. M. Camera, Memorie, vol. II, p. 62.

4 –Visto che i documenti d’epoca giunti fino a noi (cioè non andati persi) sono solo un infinitesimo di quelli che furono effettivamente redatti, trovare anche solo poche attestazioni per secolo di un certo cognome in un certo luogo, può essere considerato come un fortissimo indizio, se non proprio una prova,della presenza continua e numericamente consistente di quella casata in quel luogo.

5 – G. Gargano, Terra AgerulA. Evoluzione socieconomica e rivisitazione topografica nei secoli del Medioevo. Ed. Comune di Agerola e CCSA, Amalfi 2016, p.174.

6 – Di detto mulino erano allora proprietari tre enti ecclesiastici di Scala: S Marciano, il monastero di S. Giuliano al Monte Corbellano (Cervigliano)  e il monastero di S. Castaldo. Quest’ultimo possedeva anche una vicina selva, posra sulla sponda del Penise che appartiene a Campora e che lasciò i toponimi Ripa di San Cataldo (non più in uso) e San Cataldo (ancora in uso).

7 – Jole Mazzoleni e Renata Orefice (1989) – Il Codice Perris. Cartulario amalfitano; Sec. X-XV. Ed. CCSA, Amalfi 1985-1988, vol. III, pp.  904-906  e 1085-1090.

8 –Mazzoleni e Orefice, Op. cit., doc. DCX, vol. III, p. 1449 e s.

9 – Mazzoleni e Orefice, Op. cit., vol. III, pp. 1037 e s.

10 – per apprezzarne il valore di consideri che,  pochi anni prima, una proprietà fatta di « vinea et terra cum domibus et fabricis et curti » era stata pagata 90 tarì; Mazzoleni e Orefice, Op. cit., vol. III, pp. 863 e s.

11 -A. Mascolo, Agerola dalle origini ai giorni nostri, Ed. Eidos 2003, p. 378 ; R. Orefice, Le Pergamene degli Archivi Vescovili di Amalfi e Ravello, vol VI, ed. CCSA, Amalfi 1981, p. 83.

12 – M. Camera, Op. cit., vol. II, p. 623:]CCSA, Amalfi 1981, p. 83.

13 – Nel senso lato di ‘insieme delle famiglie più agiatezza, colte e politicamente influenti’.

14 – M. Camera, Op. cit., vol II, p. 620; G. Gargano, Terra Agerula. Evoluzione socio-economica e rivisitazione topografica nei secoli del medioevo” .  Ed. Comune di Agerola e CCSA, Amalfi 2016, p. 143.

15 -Verbale della visita di Mons. Montilio nel 1572. Archivio vescovile di Amalfi. Di questa chiesa, che fu anche parrocchiale, oggi non resta altro avanzo che il toponimo “San Giovanni”, applocato alla zona dove essa sorgeva.

16 – Erano: il reverendo don Giovan Luigi S. di Napoli, il nobile ed egregio Paolo S. fu Giacomo, l’onorabile Benedetto S.,  Matteo S. fu Pietro, Bartolomeo S., Matteo S. fu Francesco, Angelo S. e Sebastiano S. di Napoli .

17 – M. Camera, Op. cit., vol. II, p. 622.

18 – Ed. Micromedia 2003, pp. 378, 379, 381 e 387.

19 –Così risulta dal verbale della Visita pastorale effettuata da  Mons. Bologna del 1709 (Archivio vescovile di Amalfi), ove si specifica che detto beneficiun seu cappellania era precedentemente stato degli Scatola, per poi passare alla “famiglia di Ambrosio Cavaler”.

20 –Quello di S. Trofimena nell’Ottocento passò ad ospitare S. Francesco e ora ospita S. Gerardo.

21 –I. Maietta, Recuperi e restauri ad Agerola.Ed. Eidos, Cast.re di Stabia 1990, p.65.

22 –Si spera che a questa improvvida operazione si ponga rimedio al più presto, ricomponendo insieme le due parti e riutilizzando il tutto o come acquasantiera o come fonte battesimale.

23 –  S. Amici, Araldica Amalfitana. Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, 7/8 (1994), p.175 e figura a p. 29.

24 –Dai verbali delle visite pastorali riulta che fu edificata nel corso degli anni  Settanta e Ottanta del Cinquecento, dopo che la primitiva S. Matteo era andata in rovina, probabilmente a causa del forte sisma del 15612.

25 –Purtroppo,  le lapidi tombali che stavano in S. Matteo sono scomparse col rifacimento novecentesco del pavimento (lasciate sotto il nuovo rivestimento o rimosse e “conservate”? e dove?). In S. Pietro, che pure ha un pavimento rifatto, le lastre tombali furono affisse alle pareti. Ma tra di esse non compare quella dei Cavaliere; che potrebbe essere quella che, presentando sul retro un bel bassorilievo di S. Bernardino da Siena, sta murata con quest’ultimo in vista e l’epigrafe nascosta.

26 –Il  sindaco era Gregorio de Avitabile fu Ottaviio e gli eletti che rappresentavano gli altri casali erano Stefano Casanova per San Lazzaro, Natale de Campora per Campora e Gregorio de Avitabile per Bomerano. Cfr. Salvati e Pilone, Gli archivi dei monasteri amalfitani. Amalfi 1986, doc. n. 43, p. 201.

27 – Documenti CCCCLIV e DXIII  in Mazzoleni e Orefice, Op. cit., vol. III, pp.  904-906  e 1085-1090.

28 – N. Camera, Op. cit.,  vol.I, p. 553.

29  -G. Celoro Parascandolo, Pimonte. Pino,-Pimonte- Franche castelli amalfitani. 1968, p. 27 e s.

 

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