L’antico toponimo La Francazza. Con un cenno anche a Le Franche.

Mel vigente stradario di Agerola, si chiama Via Francazza quella stradina che collega Via Armando Diaz con Via Villani  e, fino a pochi decenni f, portava lo stesso nome anche  quela che fu poi denominata Via Francesco Saverio Acampora [1], perché entrambe conducevano, e conducono, a quella porzione del casale Bomerano che si chiama La Francazza. Trattasi di un toponimo antico che si ritrova anche sul Regio Catasto Onciario di Agerola del 1752, il quale lo cita più volte come luogo ove possedevano beni i Villani, gli Avitabile, i de Fusco, i  d’Acampora e i Cuomo, ma anche le parrocchie di S. Giacomo e di S. Elia di Furore.

Mappa stradale di Bomerano nord (Agerola)

Riguardo all’origine del toponimo va notata la presenza della radice franco/a, nel senso di ‘libero/a’. Più esattamente ci vedo una discendenza da ‘franchìgia’, nel senso di ‘privilegio di esenzione da un pagamento dovuto’ (cfr. Vocabolario Treccani), con un percorso etimologico che parte dalla forma medievale franchitia (molto frequente nelle pergamene amalfitane e napoletane), passa per la forma franchezza e, infine, si corrompe in Francazza.

Circa  la forma intermedia porto ad esempio questei due passi di inizio Seicento  tratti dalle pagine 325 e 759 dellaDescrittione del Regno di Napoi ecc., opera di Scipione Mazzella stampato a Napoli nel  1601:

1) “Godono questi soldati della nuova milizia  (che così si nominano) alcuni privilegi di franchezza.

2) …l’antico privilegio di franchezza fatto dalla Rep.  di Napoli il  9 di maggio 1109 a gli huomini Amalfitani …

Il primo passo allude  a delle esenzioni tributarie che andavano di fatto a rimpinguare il salario di quei soldati [2]. Il secondao si riferisce invece all’esenzione da dazi doganali e tasse di ancoraggio che Napoli accordò ai mercanti  marittimi amalfitani.

Ma qui abbiamo a che fare col toponimo di una zona rurale, per cui dobbiamo ritenere che la franchigia  di cui trattasi doveva riguardare  i terreni, , i possedimenti agrari.

Ma da quale gravame era stata affrancata quell’area o parte di essa [3]?  E poi, chi e perché lo fece? Le risposta dovrebbero venire da documenti d’epoca che non esistono o, perlomeno, non sono stati ancora rintracciati.

Per ora non possiamo che avanzare delle ipotesi qualitative e, tra queste,   quella che mi sembra pià probabile ammette la presenza in zona di un fondo rustico che, dopo un periodo di concessione in enfiteusi, fu acquistato dal concessionario (o dai concessionari.) tramite l’operazione che dicesi affrancazione (vedi  la voce Affrancazione nell’Enciclopedia Treccani).

A questo punto perché non ipotizzare una genesi del toponimo che attinga  direttamente al vocabolo tardo latino affrancatio (leggi affrancazio)?. Dato che esso indicava un’azione (quella di affrancare, rendere libero), è facile immaginare che nella parlata del volgo prese articolo e desinenza femminili, diventando l’affrancatia, da cui, per aferesi:  la francatia.

 Le Franche

 A  proposito di franchìgie applicate a terreni voglio qui ricordare anche quelle che, nel Medioevo,  i governanti riconoscevano a delle aree  strategiche ove le necessità militari rendevano necessario il formarsi di un abitato che, opportunamente fortificato, fungesse da baluardo di difesa. Onde favorire il popolamento di quei luoghi, si concedevano dunque delle franchigie che riducevano o annullavano il carico fiscale dei residenti. Casi del genere hanno fatto nascere i tanti centri abitati nel cui nome compare il termine fanco/franca (Castelfranco, Borgofranco, Francavilla, Villafranca,  ecc.). Nella nostra zona, un caso simile sembra essere il borgo de Le Franche (tra Gragnano e Pimonte), visto che si pone a guardia della più agevole via naturale per un esercito intenzionato a scavalcare i Monti Lattari e minacciare Amalfi..

Note

1 – Nato ad Agerola nel1870, F.rancesco Saverio Acampora è stato un valente e generoso medico civile e militare la cui passione collaterale per l’elettrotecnica lo fece diventare un pioniere della radiologia medica. Ma di questa fu anche un martire, morendo per le conseguenze delle radiazioni emesse dalle primordiali attrezzature che si usavano all’epoca.

2 -Siamo nel periodo vicereale e si parla di una milizia  italiana da affiancare a quella spagnola e alla cui costituzione doveva contribuire “ciascheduna Terra del Regno” nella misura di “5 fanti per ogni cento fuochi” (ossia nuclei familiari) che “si  nominato per gli Eletti di esse Terre”.  Contando circa 250 fuochi, Agerola ne doveva inviare una dozzina.

3 – Come è ben noto agli studiosi di toponomastica storica, i nomi di luogo che citano una presenza (naturale o antropica che sia) molto spesso si allargano a coprire un areale (un intorno) più vasto dello spazio occupato dalla “cosa”  da cui prendono spunto. Come esempi locali si possono ricordare i toponimi Ponte (anticamente Lo Ponte) , La Teglia,  Casarella e Fontana.

 

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I Lantaro. Un’antica casata agerolese che seppe eccellere nel commercio marittimo.

 

1 – Origine del nome

Il cognome Lantaro, o de Lantaro, nacque probabilmente come patronimico derivato dal nome di persona  Lantarius, la cui etimologia risale forse al greco lámpō (‘splendo’), da cui venne anche il latino lanterna, rimasto identico nell’Italiano.

A dimostrare l’antichità di tale appellativo si può ricordare quel Lantarius che fu conte di Limoges  e fondatore del monastero di Guéret (nella Francia centrale) nell’VIII secolo [1]. Ampliando la ricerca a onomastici simili, troviamo nel Friuli dell’anno  mille un conte di nome Lantiero   che poi si trasferì a Paratico (provincia di Brescia)  dando luogo a una discendenza di cui fu elemento di spicco, nel Cinquecento,  Giacomo Lanteri, autore di due importanti “dialoghi” sulla progettazione delle fortezze.

 2 –I Lantaro  di Agerola tra XII e XVI secolo.

Stando alle fonti medievali edite che ho potuto consultare, i Lantaro sono presenti ad Agerola fin dal XII secolo. In particolare, una atto notarile del 1187 (una divisione di beni ereditari) ci informa che dei Lantaro vi possedevano, almeno da diversi decenni, un castagneto sito in località Genestaro e due case in località Polberosa [2]. Non sappiamo dove esattamente si trovassero dette località, ma il casale più indiziato è Pianillo, visto che il documento precisa che il  castagneto di Genestraro confinava a oriente col fiume Penise e che tra i confinanti delle case a Polberosa vi erano dei Pironti (da cui il toponimo Li Pironti ancora in uso).

Ma fu forse il casale di San Lazzaro quello nel quale la presenza dei Lantaro fu più cospicua, tanto da generare quel toponimo Li Lantari (“bonorum que dicuntur Li Lantari”) che ci viene ricordato da un docimento del 1442  [3]. Abbiamo poi un atto notarile rogato in Napoli nell’anno   1501 [4]  e  relativo a una vertenza tra i figli del fu Nardello Lantaro e Battista de Rosa per una “via seu transito” attraverso il fondo di quest’ultimo, sito  “in terra Ageroi” e, verosimilmente, a Pianillo, ove resiste il toponimo Case de Rosa.

3 –Lisolo Lantaro de Agerulo.

Colui che diede una svolta alle fortune della casata nacque ad Agerola verso il 1330. Trattasi di quel “Lisolo  de Lantaro de Agerulo mercatori in Neapoli commoranti” che viene ricordato innanzitutto per il cospicuo prestito in denaro da lui fatto a Carlo III di Durazzo re di Napoli.

  Una importante traccia documentale di detto prestito fu scovata dal noto  storico locale Matteo Camera e consiste in un decreto regio del 1385 (che però riprende una decisione dell’anno precedente)  il cui testo egli riportò per intero nella sua monumentale opera dedicata alla storia del ducato d’Amalfi [5]. In tale decreto, che  fu emanato dalla regina Margherita  in vicarianza del fuori sede consorte re Carlo III, si sollecita il  rimborso a “Lisolo  de Lantaro de Agerulo, mercatori Neapoli commoranti” della cifra da lui prestata al re.

Da esso apprendiamo innanzitutto l’ammontare del  credito vantato da Lisolo, pari a 514 once,  14 tari e16  grana, vale a dire 15.434,8 tarì [6]:. Per farsi un’idea del concreto valore di quella somma si tenga presente che un  mastro giurato (il magistrato che affiancava il Sindaco nell’amministrazione delle città) aveva una paga annua di una dozzina di tarì e che ammontò a 4.700 tarì il riscatto che fu pagato per liberare re Carlo II, catturato dagli Aragonesi durante la Guerra del Vespro.

La cifra prestata da Lisolo a Carlo III era dunque molto ingente (espressa in Euro sarebbe una cifra milionaria), per cui si giustificare pienamente la definizione di “mercante ricchissimo” usata per Lisolo Lantaro dal Canera.

Interessanti, nel decreto regio, sono anche le modalità  di restituzione del prestito (o nutuo, come lì viene chiamato). La regina Margherita, informando anche il Camerario del Regno (sorta di Ministro delle finanze) e le massime autorità locali,  si rivolge ai doganieri, fundicarii  [7]  e percettori di tasse e gabelle di Amalfi, ordinando  loro di versare al Lantaro, dietro presentazione di apposite cedole,  ogni loro prossimo incasso, fino al totale pareggio del debito contratto (“….foret dicto Lisolo de dicta quantitate pecunie integraliter satisfactum”).

Ciò mi fa ipotizzare che Lisolo Lantaro avesse elargito la somma a nome e per conto di Amalfi, , i cui amministratori avevano deciso di supportare economicamente lo sforzo difensivo di re Carlo III contro Luigi I, ma  trovandosi con poca liquidità in cassa  dovettero cercare un anticipatore e con lui impegnarsi a restituire gradualmente il prestito richiesto. La disponibilità a ciò data da Lisolo Lantaro ce ne rivelerebbe dunque un certo spirito patriottico verso quel ducato amalfitano di cui si sentiva cittadino (ci teneva a dirsi “de Agerulo” e Agerola era parte del Ducato). D’altra parte possiamo immaginare che Lisolo  avesse anche dei motivi di ordine pratico per sentirsi legato ad Amalfi, al suo porto e alla sua marineria; tasselli importanti di quei trasporti via mare che certamente  entravano nelle sue attività di mercante.

 Per i suoi commerci, Lisolo  dovette certamente usare anche l’area portuale di Napoli. In particolare  il settore a est del Molo Piccolo  che proprio in epoca angioina prese a chiamarsi “porto degli Amalfitani e  dei Sorrentini” [8] . Esso era vicinissimo a quel quartiere di Portanova ove egli era domiciliato e dove risiedevano tante altre famiglie provenienti dalle terre del ducato d’Amalfi

 

         La veduta di Napolidal mare  nota come Tavola Strozzi. Pur datandosi al 1472-73, essa mostra una Napoli non molto diversa da quella in cui visse Lisolo Lantaro.

 Al proposito voglio ricordare che a Napoli  gli Amalfitani avevano propri fondaci e  godevano di esenzioni doganali nate probabilmente con gli stretti rapporti commerciali e militari del periodo ducale   (secoli IX-XI) e poi riconfermati  con dei Privilegi dai sovrani normanni, svevi ed angioini.  Inoltre, nella capitale, gli Amalfitani avevano propri banchi di cambio nella Ruga  Campsorum  [9] e chissà che simili attività bancarie non le esercitasse anche Lisolo o qualche suo congiunto. 

Purtroppo, di Lisolo Lantaro e della sua famiglia non sappiamo molto.  Forse fu un suo stretto parente quel Cristoforo Lantaro che nel 1376 fu eletto governatore della Casa della SS.Annunziata in Napoli, a fianco  di Angelo Caracciolo, Iacubello  Mele e Simone Salomone [10].

Sappiamo poi dal Camera  che Lisolo morì verso il 1387 e che venne seppellito nella basilica di S. Agostino Maggiore “alla Zecca” (chiusa dopo il sisma del 1980 e ora finalmente in corso di restauro), dentro la quale egli aveva creato una cappella di famiglia dedicata a S. Antonio Abate che poi, nel 1473 sarà ceduta alla Universitas (municipalità)   di Agerola per funzionare come luogo di aggregazione ed ente assistenziale della colonia agerolese a Napoli. (vedi articolo Da Campora a Napoli sulle orme degli Acampora su questo blog).

Di lì a poco però i Lantaro – probabilmente ramificandosi – si spostarono anche in altre zone di Napoli,  tant’è vero che nel Seicento troviamo  tale  Francesco Antonio Lantaro  che commissiona una cappella di famiglia nella chiesa di S.Maria della Sanità [11] .

 4 -I primi possessi feudali dei Lantaro di Agerola

   Riguardo a Lisolo Lantaro, il Camera, ci dice anche che egli ebbe  possedimenti feudali nell’agro di Aversa, più esattamente a Parete, per poi aggiungere che il di lui figlio Nicola sposò una donna della nobile e potente  famiglia dei Capuano di Amalfi. Inoltre, attingendo a una scrittura del 1390 da lui rintracciata nei registri della cancelleria angioina, l’autore dimostra che nel 1390 re Ladislao, figlio ed erede di Carlo III, anche per riconoscenza verso il defunto  Lisolo per la fedeltà dimostrata e per i servigi resi (solo il citato prestito o anche altro?), concesse in feudo a Nicola Lantaro  il  castrum di Guardia ed il titolo di barone. Trattavasi del paese che oggi chiamiamo Guardia Piemontese, all’epoca classificato come castrum in quanto borgo fortificato. Esso domina dall’alto dei suoi 500 m  di altitudine il litorale che va da Belvedere Marittimo a Paola (provincia di Cosenza) ed è famoso per aver accolto nel Duecento una colonia valdese proveniente dalla Provenza,  della cui lingua occitana restano tracce nella odierna parlata locale.

 

  1. Veduta di Guardia Piemontese (Cosenza)

5  -Nobiltà e stemma dei Lantaro di Agerola

A seguito di dette concessioni feudali i Lantaro furono ammessi nella nobiltà partenopea, con iscrizione al Seggio di Portanova.  Ma degli esponenti della casata continuarono a vivere anche ad Agerola, dove un segno tangibile della loro presenza è dato dal bel crocefisso bifacciale  in marmo che ora è conservata nella parrocchiale della SS. Annunziata a San Lazzaro. Esso è attribuibile al basso Medioevo e  reca scolpito alla base della croce, sul lato posteriore, lo stemma della famiglia che commissionò l’opera: Famiglia che possiamo identificare coi Lantaro per la perfetta corrispondenza col blasone che l’erudito locale G. B. Bolvito descrisse come ancora in uso ai suoi tempi (tardo Cinquecento) per la casata Lantaro [12].

  Esso derivava dall’antico stemma civico di Agerola, con solo l’aggiunta di tre stelle d’oro sulla banda rossa che bipartiva obliquamente il campo (tipica di Amalfi) lasciando soazio a due ali nere, una per lato,  che per il Bolvito erano d’aquila, mentre le considerò ali di corvo Francesco Pansa [13].

6 – Espansione della casata oltre l’asse Agerola – Napoli

Non più tardi del 1362 (data del documento che lo prova) dei Lantaro si erano trasferiti nel casale amalfitano di Lone [14], mentre l’espansione verso Maiori (altro centro costiero del Ducato di Amalfi) è comprovata da documenti quattrocenteschi che vi segnalano alcuni Lantaro possidenti [15]. Sappiamo poi che nel 1482 i Liparoti che risiedevano a Maiori o frequentavano quel porto, nominarono il maiorese Benedetto Lantaro come loro Console [16]. Infine, sempre a Maiori, un documento del 1523 citato dal Pansa nella sua Istoria (op.cit. p. 104) menziona proprietà di tale Vincenzo Lantari nella platea puplica della cittadina.

 

 Non più tardi di inizio Seicento dei Lantaro cominciarono a frequentare anche Sorrento e probabilmente a stabilirvisi. Infatti, nel 1612 nacque in quella città la “Commenda dei Lantari” o “di S. Giovanni”.  L e commende  erano associazioni che avevano come obiettivo quello di far incontrare l’offerta e la domanda di capitali da investire in imprese commerciali [17] In molti casi,  tra cui porrei quello in questione,i capitali  dati in affido non erano in denaro, bensì in “carati di navi”, vale a dire quote di proprietà di un naviglio espresse in ventiquattresimi (1 carato = 1/24).

A fondare la Commenda di cui sopra fu Paolo Antonio Lantaro,  cavaliere dell’Ordine di Malta dal 1609. Il fatto che fonti d’epoca lo dichiarino “di nobile famiglia napoletana, già ascritta al Sedile di Portanova di Napoli” [18], ce lo fa ritenere un sicuro discendente dell’agerolese Lisolo Lantaro, mentre l’aver fondato una siffatta associazione a Sorrento,fa supporre che con Paolo Antonio continuasse anche la tradizione commerciale marittima della famiglia.

  

7 –Altre acquisizioni feudali

  Il castello baronale di Valenzano (Bari)

Nel corso dei secoli XVI e XVII continua la presenza dei Lantaro a Napoli, ma alcuni esponenti della casata allargano i loro interessi anche verso la Puglia. Emblematico al proposito è il caso di Giovan Pietro Lantaro, che nel 1594 è così stimato in città da venire eletto come uno dei quattro governatori dell’importante istituto religioso ed economco della SS. Annunziata [19], ma che risulta anche come colui che nel 1583 acquistò il feudo di Vallerano (centro a a poche miglia da Bari).  Alla sua morte il feudo passò al figlio Francesco Antonio, che poi lo cedette al bergamasco Aurelio Furietti [20].  Anche per Giovan Pietro Lantaro sono ipotizzabili attività di spedizione o commercio via mare, visto che nell’archivio di stato di Bari ci sono carte che riguardano dei suoi rapporti col portolano di Terra d’Otranto [21].

 
Veduta di Accadia

Un altro feudo pugliese che è passato per le mani dei Lantaro è quello di Accadia (terra al confine tra Daunia e Capitanata). Dopo essere stato dei Brancaccio e  dei de Azziae, nel 1547 fu acquistato da Pietro de Stefano (altro agerlese che aveva fatto gran fortuna a Napoli, dove fu  anche  governatore della SS. Annunziata ed Eletto del popolo). Per mancanza di eredi, nel 1640  il feudo fu acquistato per 18000 ducati  da Teodora Lantaro, figlia di Giovan Pietro. Ella sposò il patrizio napoletano Giambattista Caracciolo del Sole e godette del titolo di Baronessa di Accadia.  Alla sua morte il feudo passò al figlio Carlo per poi doversi vendere “su istanza de’ creditori” nel 1665  [22].

 

8 – Verso la scomparsa del cognome (almeno dall’Italia)

Oggi il cognome  Lantaro è scomparso dall’Italia. Ad Agerola esso manca almeno da metà Settecento, visto che nel Regio Catasto Onciario del 1752, che riporta anche la composizione di tutte le famiglie allora esistenti,  non compare nessuna persona con tale cognome. Allo stesso periodo risale poi la notizia scritta che era già scomparso da Napoli il ramo nobile avente per capostipiti Lisolo e Nicola Lantaro. Infatti C. Tutini, a pagina 103 del suo Dell’ origine e fundazion de saggi di Napoli: (opera stampata 1754) indica i Lantaro come una delle “famiglie estinte” del Seggio di Portanova; e non li elenca per alcun altro Seggio nobiliare della capitale.

Come dicevo, il cognome Lantaro non risulta più presente in Italia, però esistono (concentrati soprattutto in Liguria e Sicilia) circa settecento persone col cognome Lanteri, che potrebbe essere una evoluzione di Lantaro/Lantari.  In tal caso potremmo considerare come attuali discendenti anche i c 408 Lanteri  segnalati oggi  in Francia, i 180 segnalati negli USA e i 46  in Argentina ( dati dal sito www.locatemyname.com/it/ )

Tornando alla forma Lantaro del cognome, a far pensare che secoli fa esso si diffuse anche in Spagna  vi è il fatto che un noto sito web di ricerche araldiche a pagamento sostiene che la casata sia addirittura nata in Spagna (ma senza indicare alcuna prova documentale di ciò). Tra l’altro, lo stemma che tale sito assegna ai presunti Lantaro di Spagna è in tutto e per tutto quello dei Lantaro di Agerola!

 

NOTE

1 -R. de Lasteyrie,  Étude sur les comtes et vicomtes de Limoges antérieurs à l’an 1000. Parigi 1874, p. 11.
2 – R. Filangieri, Codice diplomatico amalfitano: Le pergamene di Amalfi esistenti nel R. Archivio di Stato di Napoli (dall’anno 907 ai 1200), Napoli 1917, pp. 424 – 425.
3 -C. Salvati e R. Pilone, Gli archivi dei monasteri  amalfitani (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità) 860-1645  Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, collana Fonti. N. 2. Amalfi 1986, pp. 126-127].
4  -A. Feniello, Napoli: notai diversi : 1322-1541 : dalle Variarum Rerum di G.B. Bolvito .Collana “Cartulari notarili campani del XV secolo n. 6, Napoli 1998, p. 132]
5 – M. Camera, Memorie storico diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi. Salerno 1881. Vol. II, pp. 621-622.
6 -Il fatto che non sia una cifra tonda piò derivare da una conversione da altra moneta, oppure dalla aggiunta di interessi.
7 – II fundicario era il gestore del fondacoo, termine che in genere designava i magazzini per le merci, non di rado privati e associati a spazi abitativi di un mercante o di una colonia di mercanti (vedi i fondaci amalfitani in tante città portuali del Mediterraneo orientale). Ma in questo specifico  documento si tratta del “fondaco maggiore” di Amalfi, ossia dei magazzini pubblici annessi alle dogane, dove il deposito merci era a paga,emto.
8 –Atti dell’Accademia Pontaniana. Napol1913. Vol. 43, p. 43; Annali dell’Istituto di storia economica e sociale. Napoli 1966. Vol. 7, p. 11.
9–T. Colletta, Napoli città portuale e mercantilela città bassa, il porto e il mercato dall’VIII al XVII secolo. Edizioni Kappa 2006, p.  171.
10- F. Imperato,  Discorsi intorno all’origine, regimento e stato della gran’casa della SS. Annunziata. Napoli 1639, p.86.
11 -Collana “Ricerche sul Seicento napoletano”. Numero del 1992, p. 169]
9- G. Salvati e R. Pilone, Archivi Monasteri di Amalfi. Centro di Cultura e Storia Amalfitana, Fonti, 2, Amalfi 1986, p. 126.
12 – Saggio biografico e letterario del Sig. Giovanni Bolvito, conservato presso la  Biblioteca provinciale di Salerno, Misc. Amalf., V, f. 39′; G. Gargano, Terra Agerulo, p. 31-32.
13 Francesco Pansa, Istoria dell’antica repubblica d’Amalfi ecc. Opera del terdo Seicento uscita postuma per iniziativa del nipote Giuseppe nel 1724. Vol. 2, p. 150.
14 -R. Pilone, Amalfi, Sergio de Amoruczo (1361 – 1398). Collana “Cartulari notarili campani del XV secolo. Napoli 1994, pp.45 -47. ,
15 – V. Criscuolo, Le pergamene dell’archivio della Collegiata di Maiori. Amalfi 2003, varie pp., desumibili dall’Indice analitico.
16 – M. Camera, Memorie storico diplomatiche ecc, vol. II, p. 499.
17 -Era detta commenda anche la forma di contratto che si stabiliva tra chi affidava il capitale (il commendante) e chi lo prendeva in gestione per farlo fruttare (il commendatario)
18 – Rivista del Sovrano Militare Ordine di Malta,  1941, p. 18;  B. dal Pozzo, Ruolo generale de’ Cavalieri Gerosolimitani della veneranda lingua d’Italia. Sovrano militare ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta. Messina1689, pp. 192 e 334]
19 – F. Imperato, Op. cit. p. 107],  la casta acquista feudi e titoli nobiliari fuori regione.
20 M. Garruba,  Serie critica de sacri pastori Baresi, 1844, p. 923, n. 4;   Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli,  1805, Tomo X, p. 5.
21 -R. Orefice, Petizione di relevi:repertorio e indice analitico per Puglia e Basilicata1510 – 1698. Bari 1988, p. 170.
22–E.. Ricca,  La Nobilità del regno delle due Sicilie, 1859, vol. 1, pp. 12 e 13. Per lo studio delle attività dei Lantaro in Puglia risultano utili i documenti d’archivio che segnala Renata Orefice  alle pagine 170 e 171  del suo saggio Petizioni dei Relevi: repertorio e indice analitico per Puglia e Basilicata 1510-1698 (Napoli1988), dove il già visto feudatario di Valenzano Giovan Pietro Lantaro compare in rapporto col portolano di Terra d’Otranto  e Dorotea,  Girolama e Isabella Lantaro col percettore di Terra di Bari.

 

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La “Guerra francese” (o Varra rotta) come veniva giocata ad Agerola.

Ieri sera Agerola ha celebrato la VI Giornata Nazionale del Dialetto indetta dall’UNPLI. Nel corso della manifestazione, dopo una mia “lezione” dedicata alle sopravvivenze del neutro latino nella grammatica della nostra parlata dialettale, abbiamo presentato l’opuscolo ““Giochi e filastrocche per bambini e ragazzi dell’Agerola che fu”.  Tra i giochi che in esso vengono ricordati, c’è quello della Varra rotta, detto anche a Guerra francese.

In un post del mese scorso che ora ho rimosso, ne avevo fornito una descrizione relativa a come viene praticato al nord Italia, tanto per stimolare gli Agerolesi a …tirar fuori dei ricordi su come lo si articolava qui da noi.

Ora che quei ricordi sono emersi (soprattutto da Antonio Avitabile e Crescenzo Naclerio), pubblico la versione agerolese di quel bellissimo gioco a squadre, traendola appunto dall’opuscolo di cui sopra.

 Gioco della Varra rotta (o Guerra francese)

Varra rotta 1] è  un gioco noto anche come Guerra francese, che ad Agerola era praticato fino a una trentina di anni fa. Esso merita più righe degli altri giochi scomparsi sia perché molto bello, sia perché aveva svolgimento e regole abbastanza articolate. Era un gioco a squadre – rigorosamente maschili –  sembra riecheggiare certi tornei cavallereschi del Medioevo.  Affascinante come una partita di pallone, era ancora più economico del calcio, dato che non necessitando di alcun attrezzatura o equipaggiamento particolare; bastava avere buone gambe, scaltrezza e spirito agonistico. Importante era, ed è, avere a disposizione un vasto campo di gioco, specie con squadre numerose. Buone soluzioni di ripiego erano le piazze e i sagrati delle chiese (ottimo, tra i secondi, quello erboso che stava davanti a S. Pietro di Pianillo, poi abbassato di quota e asfaltato).

O I O IOO

SQUADRE E CEMPO DI GIOCO.

I  due capisquadra menavano ‘o tuocco per decidere chi cominciava a scegliersi i compagni di squadra; cosa che poi continuavano, alternandosi. La dimensione delle squadre variava tra 4 o 5  e  10 elementi , anche a seconda di quanto era grande il campo di gioco. Le due squadre si schieravano sui due lati corti del rettangolo di gioco. Come regola, bisognava stare dietro una “linea di difesa” (la varra) da marcarsi per terra in qualche modo; ma spesso ci si accontentava della linea (o del muro) di fondo (che diventava la propria varra) . In ogni caso, la propria barra andava difesa da possibili invasioni da parte di un giocatore della squadra avversaria (nel qual caso quest’ultima avrebbe vinto lo scontro). Lo spazio compreso tra le due varre era il “campo di battaglia”. L’inizio della linea laterale destra era, per ciascuna squadra, la “prigione” dove mettere in fila i giocatori avversari via via catturati nel corso della partita.

 

 

 

LE CATTURE.

Un giocatore era considerato “preso” (e doveva dunque andare nella prigione degli avversari) se veniva semplicemente toccato da un avversario mentre si trovava nel “campo di battaglia”. Ma non tutti potevano catturare tutti. Si doveva rispettare la seguente regola fondamentale: ogni giocatore che esce dalla sua barra può catturare solo  l’ultimo avversario entrato in campo prima di lui e può essere catturato solo dall’avversario che entra in campo subìto dopo di lui.  Facciamo un esempio indicando i giocatori con lettere di squadra (A o B) e numeri che ne danno l’ordine di entrata nel campo di battaglia: Il giocatore A1 esce dalla sua barra ed entra in campo. In risposta, entra in campo un giocatore avversario (B2), che cerca di catturare A1. Specie se B2 si avvicina parecchio alla barra nemica, un altro giocatore della prima squadra (A3) deciderà di entrare in campo in soccorso di A1 e punterà a catturare B2.  Ma questo A3 dovrà anche cercare di non essere a sua volta catturato da un altro giocatore della seconda squadra (B4) eventualmente sceso in campo dopo di lui.

CATTURE E SFIDE COLLEGATE.

Ogni volta che avveniva una cattura, il gioco veniva fermato (un po’ come a calcio dopo un gol) e veniva poi riavviato come segue:  il giocatore che aveva appena fatto un prigioniero doveva andare presso la barra degli avversari e sfidava uno dei giocatori lì presenti (ovviamente sceglieva quello che gli sembrava il più debole). Questi doveva mettersi a piedi uniti, ben ritto e con un braccio dietro la schiena e l’altro in avanti, piegato e con la mano aperta a palmo in su. Lo sfidante gli si poneva davanti  con postura favorevole a uno scatto di fuga, ma un suo piede doveva comunque toccare un piede dello sfidato. Poi gli dava tre schiaffetti sulla mano tesa  (distanziati a suo piacere) e, al terzo schiaffetto, partiva come un razzo verso la barra dei suoi. Ovviamente, partiva anche lo sfidato, ma con un piccolo ritardo dovuto alla sua scomoda posizione iniziale e al tempo di riflesso.  Se lo sfidato raggiungeva e toccava lo sfidante, lo prendeva prigioniero e annullava la cattura che quello aveva fatto in precedenza.  Ma doveva  raggiungerlo  in pochi metri, perché inseguirlo fino alle vicinanze della barra avversaria significava correre il forte rischio di essere preso da un compagno dello sfidante uscito apposta in suo soccorso. Insomma, la partita era ripresa a tutti gli effetti.

LIBERAZIONE DEI PRIGIONIERI.

Gli avversari catturati  da ciascuna squadra e messi in fila nelle rispettive prigioni (dove si tenevano per mano a formare una catena),  potevano essere liberati da un compagno di squadra che  – cercando di non essere a sua volta catturato – riusciva a toccare il prigioniero o, quando erano più di uno, il primo della catena di prigionieri. Quando ciò riusciva, i prigionieri erano tutti liberati e potevano tornare dietro la barra della squadra d’origine, per poi riprendere a giocare normalmente.

Anche una liberazione di prigionieri interrompeva il gioco. Lo si riprendeva anche in questo caso con la sfida già descritta per i la ripresa dopo una cattura.

CHI E COME VINCEVA.

Resta da dire che non si vinceva solo catturando tutti igli avversari o riducendoli a così pochi da indurli alla resa. Anzi, la vittoria più canonica e bella era quella ottenuta riuscendo a mandare un proprio giocatore – senza che per strada fosse toccato e imprigionato – oltre la barra dell’altra squadra (il che poteva far gioiosamente gridare: Varra rotta !). Ma era praticamente impossibile  riuscirci  prima di aver fatto parecchi prigionieri e aver così ridotto la capacità degli avversari di vigilare la propria barra per tutta la sua

 

NOTE

1 – Il termine dialettale varra  sta per ‘barra’ o ‘sbarra’. Infatti l’oscillazione B-V  è cosa molto frequentissima nel napoletano. In quanto al senso, esso  potrebbe essere abbastanza simile a quello che prende da secoli nei tribunali, dove  indicano il settore dove si pongono gli avvocati addetti alla difesa ( e la ringhiera che lo delimita). Ma con riferimento a una difesa che qui è militare (sia pure per gioco)  invece che legale.

Varra rotta potrebbe dunque significare, metaforicamente, ‘Difesa vinta’, ‘avversario messo in rotta’ ; tanto più che tra i significati dell’italiano rotta vi è quello militaresco di ‘rovinosa sconfitta in battaglia’.

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Un campanile racconta. Ovvero:  nuovi indizi sulla storia della chiesa di Tutti i Santi ad Agerola.

La chiesa agerolese di Tutti i Santi è sita nella porzione meridionale del casale di Bomerano; zona già sede di castagneti, campi e casa sparse nel Medioevo e con un infittirsi delle residenze (anche signorili) intorno al Settecento, quando infatti si prese a denominarla Case Nuove o Case Nove..

Oggi l’edificio presenta una facciata “a capanna” (cioè con frontone triangolare a tutta ampiezza) con ricca decorazione a stucco di gusto eclettico [1] ascrivibile alla fine dell’Ottocento o ai primi del Novecento. Essendo di epoca recente anche gli intonaci e gli stucchi dell’interno, chi vi dedicasse solo una visita frettolosa potrebbe pensare che sia recente l’intera struttura e interpretare come neo-gotiche le forme ogivali che caratterizzano le arcate e le crociere dell’interno.

In realtà questa chiesa di Tutti i Santi ha origini molto più antiche e una storia che è ancora tutta o quasi da ricostruire. Stando ai dati pregressi da me sintetizzati in Appendice (vedi), l’ edificio esiste almeno dal tardo Quattrocento, quando vi fu posto il sepolcro di Giovanni Summonte e sua moglie (non più esistente, ma visto dallo storico Matteo Camera) e vi fu realizzato quell’affresco con Vergine in trono col Bambino che ancora vi si osserva incastonato nella bella tavola del Ragolia  (San Pietro papa e Santi, del 1652) che è sull’altare maggiore.

Passando dai dati pregressi a delle nuove osservazioni di carattere architettonico, parto dal campanile [2] e faccio notare innanzitutto la sua strana posizione: contrariamente alla regola che lo vuole in facciata [3], esso  è giustapposto al fianco destro della chiesa, all’altezza della terza arcata della navata laterale; una posizione che peraltro lo rende invisibile (o ne fa scorgere solo la punta) a chi sosti sul sagrato della chiesa.

Incuriosito da questa stranezza, ho condotto qualche osservazione e misura [4] all’interno del campanile stesso, cui si accede da una porticina che affaccia nella sacrestia.

Tale ambiente ha una bella volta “a schifo” con lunette  rampanti (3 sui lati lunghi e 2 sui corti) e può ritenersi edificato tra il XVI e il XVIII secolo.

La sacrestia fu poggiata, da un lato, contro la fiancata destra del transetto e, da un altro, contro il campanile.  Entrando nel piano terra di quest’ultimo,  si nota con piacere che qui, a differenza del resto, non vi sono re-intonacature recenti a oscurare le tessiture murarie. L’unico disturbo alla lettura delle strutture antiche è dato da moderni tramezzi che isolano circa un quarto dello spazio per farne un piccolo gabinetto di decenza a servizio della sacrestia.

Ciò che si comprende esaminando attentamente le murature   è che il campanile ebbe inizialmente un piano terra configurato a portico, cioè una struttura composta di quattro robusti pilastri angolari (circa 1,2 x 1,2 m) collegati da archi  ogivali (larghi circa 2 m e alti circa 4 m al vertice) generanti una volta a crociera che fu poi bucata per farvi passare uno scalandrone di legno diretto verso la cella campanaria.   Solo successivamente, probabilmente secoli dopo l’erezione, le arcate del piano terra  furono chiuse con muri di tompagno che risultano spessi 60 – 65 cm.

Dalla tompagnatura dell’arco rivolto vero la chiesa sporge – in posizione fuori asse rispetto all’arco stesso – il dorso  di una nicchia in disuso che affacciava sopra l’altare di S. Giuseppe, che è quello centrato sotto la terza crociera della navata destra.  Mi pare molto probabile che detta nicchia fu ivi realizzata profittando di una precedente apertura, che ipotizzo essere stata la porta d’ingresso alla primitiva chiesa di Tutti i Santi; quella eretta contestualmente al campanile.

Ciò sia per raffronto con alcuni casi analoghi (quali la chiesetta di S. Pietro ad Alba Fucens el la cattedrale di Minturno; vedi foto),  sia in considerazione del fatto che, per  tecniche murarie e struttura iniziale, il nostro campanile pare da doversi collocare nell’intervallo XII-XIV secolo; periodo nel quale la regola di orientare le chiese con abside/i verso est e ingresso a ovest veniva rispettata quasi senza eccezioni [5]

  La tipologia di campanile in questione è piuttosto rara in Italia, ma abbastanza frequente in Europa centro-settentrionale (as esempio in Francia, dove è nota col nome di clocher-porche). Detti avancorpi a torre sopra la porta di ingresso ,simboleggiavano molto meglio dei campanili posti in altra posizione la protezione dalle forze del Male. Anzi, gli esempi più antichi, con le loro forme semplici e massicce e con finestre assenti o solo in alto, appaiono come delle reali fortificazioni dell’ingresso.

Come esemplifica il caso della cattedrale di Minturno, il campanile-portico poteva ergersi al centro di un porticato esteso su tutta la facciata. Per quanto il presente stato dei luoghi non permetta facili verifiche, l’ipotesi che un simile avancorpo esistesse anche davanti alla primitiva chiesa di Tutti i Santi (in forme certamente più umili che a Minturno) trova un punto di plausibilità nel fatto che la particella su cui sorge la chiesa include anche una striscia di terreno (larga circa quanto il campanile) lungo il fianco nord-ovest dell’edificio.

Tale striscia di terreno (evidenziata in rosa nella figura che segue) è rimasta di proprietà della chiesa anche dopo che alla stessa fu data la nuova e vigente orientazione con facciata a nord-est. Presumibilmente nel Seicento, una parte di quello spazio fu sfruttato per costruirvi la sacrestia, mentre la parte a nord-est del campanile ha visto sorgere, in tempi recenti, altri vani di servizio.

 

Pianta attuale  della chiesa di Tutti i Santi in Bomerano realizzata dallo studio di progettazione  STANF di Agerola. Ritoccata la parte riguardante il campanile (per dargli l’originaria  forma porticata), , coloro in rosa la sacrestia e gli altri ambienti di servizio citati nel testo, e in celeste la massima estensione che poteva avere la chiesa di prima fase, (con orientazione a sud-est rimarcata  anche dalla simbolica abside che aggiungo su quel lato).

Passando ad altro, va detto che nel periodo in cui la chiesa ebbe facciata a nord-ovest, a permettere la visibilità del monumento, vi doveva essere una strada (sia pure campestre) che vi giungeva da nord-ovest . Provare l’esistenza di detta strada (verosimilmente scomparsa da secoli) richiederà accurate ricerche; nel frattempo faccio notare che  qualche residuo segno lo si coglie sulla moderna mappa catastale e su una carta topografica di primo Ottocento (vedi figure).

Sulla prima si notano confini tra particelle che potrebbero derivare dall’antica presenza di un stradina NO-SE  diretta verso il campanile. Sulla carta ottocentesca, d’altra parte, si nota un cospicuo allineamento di case sulla stessa direttrice (linea a pallini gialli). Dette case sorsero probabilmente lungo l’ipotizzata strada o stradina prima che essa scomparisse del tutto , esautorata da una arteria parallela e poco più ad est (attuale Via Principe di Piemonte).  Giunta in faccia alla chiesa, l’antica strada poteva aggirarla su uno o entrambi i lati, per poi riprendere la direzione sud-est e proseguire verso il solco della località Cava (tra i rialzi di Tuoro e Corona), miglior punto per la discesa verso Furore.

In merito alla forma e alle dimensioni che ebbe la prima chiesa di Tutti i Santi sussistono molte incertezze, ma la dimensioni del suo campanile  fanno pensare a un edificio non piccolissimo.. La sagoma che le attribuisco in figura (area campita in celeste) va  intesa come un primo tentativo di delineazione basato, tra l’altro,  sull’ipotesi che parti dei muri perimetrali della seconda chiesa (quelle che mostrano opere di rinforzo all’esterno) siano una eredità dell’edificio iniziale. E pari, se non superiori, sono le incertezze che esistono in merito all’articolazione interna che ebbe la chiesa di prima fase (forse con schema di tipo basilicale con navata centrale larga circa quanto il campanile).

In tema di chiese “ruotate”, ovverosia ricostruite con orientazione diversa da quella iniziale, potrei citare molti altri esempi, ma mi limito a quello, più vicino, di S. Maria di Pino (antico borgo fortificato tra Agerola e Pimonte) . La pianta davvero atipica di quella chiesa (con absidi su due lati dell’edificio) mi pare che si possa interpretare come l’effetto di una fase di ampliamento tardo-medievale con contestuale cambio di orientazione dell’aula (absidi della seconda fase rivolti a nord, mentre la chiesa di prima fase li aveva a est). Anche in questo caso il campanile assume una strana posizione rispetto alla chiesa di seconda fase e potrebbe essere sorto al centro della facciata della prima chiesa.

 

Conclusioni.

Tornando alla chiesa di Tutti i Santi in Bomerano e tentando di concludere con una sintesi cronologica (per quanto manchino elementi di datazione certi),  schematizzo come segue la mia ipotesi di evoluzione dell’edificio:

  1. a) Edificazione iniziale della chiesa con abside o absidi a sud-est e facciata a nord-ovest avente al centro, ossia sull’entrata della chiesa, un campanile-portico (XII-XIII sec.?)
  2. b) Forse a seguito di forti danni recati dal terribile sisma del 1456 (uno dei più forti che abbia colpito il sud Italia), l’edificio viene ricostruito ampliandolo verso nord-est e verso sud-ovest, dove viene posto il nuovo presbiterio con absidi rettangolari. Questa datazione della seconda fase va d’accordo con la data della menzionata sepoltura di Giovanni Summonte e consorte e con l’epoca dell’affresco dellaVergine in trono col Bambino (vedi Appendice). Va inoltre d’accordo con l’impronta tardo gotica dell’edificio riconoscibile nella coesistenza di archi e volte tanto ogivali quanto a tutto sesto, nonché nella poca  differenza d’altezza tra navata centrale e navate laterali (da cui l’assenza di un cleristorio) e nello scarso slancio longitudinale delle navate stesse, con connessa percezione policentrica dello spazio. Il tardo gotico italiano viene normalmente limitato al periodo che va dall’ultimo quarto  del Trecento a circa la metà del Quattrocento. Ma, in realtà periferiche come la nostra,esso si è probabilmente protratto ancora per qualche decennio.
  3. c) Nel corso del Seicento la chiesa fu arricchita di opere d’arte tra cui l’ancora esistente “macchina d’altare” con bella tavola del pittore Michele Ragolia e lo scomparso reliquiario ove si custodirono le reliquie di 12 santi martiri donate da Mons. Pichi (vedi Appendice). Alla stessa fase seicentesca possiamo tentativamente ascrivere anche la costruzione della Sacrestia col suo arco di collegamento al vano di piano terra del campanile, che aveva da lungo tempo persa la sua iniziale funzione di portico d’ingresso alla chiesa.
  4. d) L’arricchimento degli interni proseguì nel Settecento e nel primo Ottocento (vedi il settecentesco altare maggiore in marmi policromi e la tela del soffitto della navata centrale, datata 1805).
  5. e) Con l’apertura del tunnel delle Palombelle (1885), Agerola fu finalmente collegata a Gragnano con una rotabile (carrozzabile, la si diceva allora). Pochi anni dopo l’arteria fu proseguita fino a Tutti i Santi, ampliando una preesistente stradina comunale un po’ staccata dalla chiesa (attuale Via Principe di Piemonte). Tra questo evento e i primi del Novecento posiamo inquadrare gli interventi che diedero l’attuale aspetto all’interno e che ricomposero la facciata della chiesa, rialzando il frontone oltre il colmo del tetto e decorando il tutto in stile eclettico. Infine, negli anni Quaranta del ‘900 la famiglia Cuomo fece aggiungere a sue spese un catino semicilindrico in fondo all’abside di sinistra.

APPENDICE

Vincoli cronologici offerti dalle fonti e dalle opere d’arte presenti nella chiesa.

Stando ai documenti antichi sinora  scovati e pubblicati, la prima menzione della chiesa di Tutti i Santi a Bomerano (Agerola) risale al 1448 ed è presente in una pergamena di cui riportò il testo lo storico Francesco Pansa (Amalfi 1671-1718) [6] Che la chiesa esistesse già nel secolo XV lo attesta anche il fatto, riportato da Matteo Camera , che   “…In essa eravi il sepolcro di Giovanni Summonte e di Antonia, sua moglie, dell’anno 1475  [7].

Al tardo Quattrocento si può pure attribuire  quell’affresco con Vergine in trono col Bambino [8] che, quasi due secoli dopo, fu staccato dalla sua sede e   inserito dietro una finestra appositamente lasciata nella pala per l’altare maggiore (San Pietro papa e Santi) che  dipinse – nel 1652 – il noto pittore di origini palermitane Michele Ragolia [9], recentemente restaurata insieme alla bella “macchina d’altare” (a motivi architettonici in legno dipinto marmorino) che incornicia l’opera. Ritengo molto probabile che il citato affresco fu staccato dalla medesima chiesa di Tutti i Santi (detta anche della Vergine di Tutti i Santi) con l’intenzione di non perdere una immagine oramai cara ai fedeli durante una fase di ridecorazione dell’edificio.

Immaginare interventi del genere nel corso del secondo quarto del  Seicento (chiusi con l’installazione del nuovo altare maggiore nel 1652), spiegherebbe meglio perché Mons. Angelo Pichi,  arcivescovo di Amalfi tra il 1638 e il 1648 [10], donò a Tutti I Santi le reliquie di ben dodici santi.

Facendo un piccolo passo indietro nel tempo, cito il verbale della visita alle chiese di Agerola fatta dall’arcivescovo  Antonio Montilio nell’agosto del  1572  . Da esso risulta che la chiesa in questione non fosse tra le molte che egli trovò tanto danneggiate nella struttura ( credo per via soprattutto del sisma regionale del 1561). Tra le altre, risultava “devastata” la parrocchiale di S. Matteo, così che la visita  alle chiese di Bomerano non ccominciò- come sarebbe stata norma – da S. Matteo, bensì da Tutti i Santi, che operava temporaneamente come parrocchiale.

Tornando a procedere in ordine cronologico, ricordo che è opera settecentesca il bell’altare maggiore in marmi policromi, mentre la tela dipinta che orna il soffitto della navata centrale è opera datata al 1805.

NOTE

1 -Seguendo allo stile neo-classico, l’eclettismo architettonico si sviluppò a partire dalla metà del XIX secolo e produsse edifici e decorazioni ispirate a diversi – spesso commisti – stili del passato, con forme neo-gotiche,  neo-romaniche,  neo-bizantine, neo-rinascimentali, ecc.  L’eclettismo caratterizzò buona parte dell’architettura italiana fino ai primi decenni del Novecento.

2 –Esso si compone di quattro ordini più un tetto conico. I primi tre ordini sono a pianta quadrata, con lato che è di circa 4,4 m nel primo, 4,3 nel secondo e 4 nel terzo. La cella campanaria, con ampie monofore,   è al terzo livello. Il quarto livello è un breve cilindro con oculi tondi. Tolto il tetto, che è verosimilmente recente, la geometria ricorda da vicino il campanile di S. Pietro alli Marmi di Eboli, nonché di altre torri campanarie sorte in Campania nel periodo normanno (tra cui anche quella di S. Maria a Gradillo di Ravello).

Il campanile della chiesa annessa

alla badia di San Pietro alli Marmi ad Eboli (SA).

3 –Uso nato nei secoli in cui le chiese cristiane si costruivano con la facciata  rivolta ad occidente e la zona absidale verso est (direzione delle albe agli equinozi) o sud-est (direzione dell’alba al solstizio invernale, prossimo al Natale). In tal modo, le torri campanarie, guardando verso il tramonto,  assumevano anche il simbolico valore di torre di difesa contro il buio della morte e del peccato, mentre il sole nascente – verso cui guardavano le absidi di fondo con gli altari, simboleggiava il Cristo che viene e la Resurrezione.

4 –Al proposito, ringrazio i reggenti della chiesa e della confraternita annessa per avermi permesso i sopralluoghi e gli archeologi Domenico  Camardo e Mario Notomista per avermi  aiutato a verificare la plausibilità delle mie interpretazioni.

5  -Eccezioni erano concesse solo in caso di impedimenti legati a particolari condizioni orografiche (edificazione su un crinale affilato o lungo un forte pendio) o preesistenti costruzioni; impedimenti che non certamente non presentava il sub pianeggiante e allora sgombro sito di Tutti i Santi di Bomerano..

6 -I Il testo della pergamena appare a pagina 181 del II volume della sua  “Istoria della antica repubblica d’Amalfi e di tutte le cose appartenenti alla medesima accadute nella città di Napoli e suo Regno”. Vi è citata una località di Agerola detta Ad Omnes Sanctos, segno  pressocché indubitabile che vi sorgeva un edificio sacro con quella intitolazione..

7 –M. Camera , Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi (Salerno 1881), vol. II, p. 630.

8 –La presenza di questo tema non deve sembrare un fuori luogo, in quanto la più antica e corretta denominazione del culto in questione (introdotto in Italia da papa Bonifacio IV nel 609) fu “della Vergine Maria e a tutti i martiri”.

9  –Sia l’affresco che la pala d’altare  in questione sono descritti e interpretati nel volume curato dalla dottoressa Ida Maietta “Recuperi e restauri ad Agerola” (Eidos, 1990).

10 –Riporto questa forchetta cronologica in quanto M. Camera, dalle cui Memorie… traggo la notizia, non ci dà la data esatta della donazione. Le reliquie in questione appartenevano a  S. Abondio,  S. Severino, S. Candido, S. Ponziano, S. Giusto,  S. Fausto, S. Placido, S.  Plautilla, S. Concordo, S. Francesco Saverio, S. Ignazio e S. Filippo Neri.v

 

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La caponata. Ricette e nuova spiegazione del nome.

Il mese scorso, mentre lavoravo all’articolo dedicato agli Acampora che emigrarono fuori Agerola, trovai notizia di una certa “Margherita d’Acampora di Agerola, caupona” (l’ultimo termine ne indica l’occupazione) così registrata in un seicentesco documento della parrocchia di S. Vito di Positano, dove ella si era trasferita. [1 ].

Ciò mi fece tornare in mente la fola, che ho sentito circolare in paese, secondo la quale la pietanza nota come caponata sarebbe stata inventata a Positano da un/una Agerolese. Pensai: deve essere stata proprio la lettura del passo prima citato a far scattare, nella mente di chi per primo mise in giro quella storiella, il fantasioso “ragionamento” che caupona fosse il soprannome di detta Margherita [2]  e che un piatto da lei creato divenisse noto come caponata.

In realtà è brn noto che le origini della caponata  risalgono a ben prima del Seicento, il che – unitamente all’ampia diffusione geografica che la caratterizza, rende davvero poco credibile l’ipotesi di cui sopra.

Ma prima di procedere oltre, visto che l’ho citata, vediamo di chiarire che lavoro svolgesse quella Margherita d’Acampora. Avrei pochi dubbi che il parroco dell’epoca, usasse l’antiquato termine di caupona per dire che ella gestiva un’osteria. Infatti, in epoca romana, erano detti  caupones i gestori delle cauponae (plurale di caupona): sorte di osterie in senso antico, cioè luoghi dove si poteva non solo bere e mangiare qualcosa, ma anche pernottare [3].

Le funzioni e l’organizzazione delle antiche cauponae emergono abbastanza chiaramente da molti  testi, affreschi e graffiti di epoca romana, ma a me piace ricordare qui in particolare una testimonianza d’epoca che pochi conoscono: l’insegna marmorea di una caupona che sorgeva nei pressi dell’attuale Macchia d’Isernia (IS)  e che ora si trova al Louvre di Parigi.

 

caupona isernia calidio-erotico-blog

Il citato bassorilievo di Macchia d’Isernia (figura tratta dal saggio di Franco Valente  La taverna di Calidio Erotico e Fannia Voluttà a Macchia d’Isernia,che può leggersi sul sito www.francovalente.it)

In essa sono rappresentati, da una parte, l’ostessa che allunga la mano presentando il conto e, dall’altra  parte, il cliente che, avvolto in un mantello con cappuccio, regge per la capezza un mulo bardato. L’iscrizione che accompagna la scena riporta il seguente dialogo tra l’ostessa (O) e il viandante (V) che è stato ospite della caupona:

V: Facciamo il conto.
O: Devi pagare un asse per un sestario (circa mezzo litro) di vino, un asse per il pane e due assi per il companatico.

V: Mi sta bene.

O: Devi ancora otto assi per la donna.
V: Anche questo mi sta bene.

O: Sono due assi per il fieno dato al mulo.

V: Questo mulo mi manderà in rovina!

Questa vignetta parlante dell’antichità (una sorta di fumetto ante litteram), oltre a ricordarci che molte cauponae offrivano anche compagnia femminile per la notte,  si fa apprezzare anche per la chiusura umoristica del dialogo, che vede il cliente lamentarsi non dei 4 assi spesi per mangiare, né per gli 8 spesi per “la ragazza” (di cui poteva anche fare a meno), bensì per i soli 2 assi spesi per  far mangiare il mulo, suo prezioso e umile compagno di viaggio!

CAPONATA

 Una bella caponata napoletana come è intesa oggi. Foto dal sito https://amalfinotizie.it

Tornando ora alla caponata e, prima di tutto, alla sua definizione, mi sembra esaustivo ciò che riporta il vocabolario Treccani, che a Caponata fa corrispondere i seguenti tre significati:
1. Vivanda frugale in uso un tempo fra i marinai, costituita da galletta  intinta nell’acqua salata e condita con olio, aceto, aglio e cipolla.
2. Pietanza napoletana, detta anche panzanella alla marinara: specie d’insalata fatta con gallette ammorbidite in acqua, acciughe, cipolle e pomodori freschi a fette, basilico e aglio, peperoni verdi e olive, il tutto condito con olio, aceto, sale e pepe.
Un piatto simile (pane biscottato rammollito nell’acqua e condito con olio, sale, ecc.) è anche tradizionale nella Puglia e nella Calabria.
3. Piatto della cucina siciliana a base di melanzane fritte a pezzetti con sedano, cipolla, capperi, olive, pomodoro, ecc., condito in agrodolce.

La ricetta siciliana (la numero 3) si distingue dalle altre non solo perché vi domina la melanzana e perché non è un piatto crudo, ma anche per l’assenza di una base di pane bagnato. Ma questa assenza potrebbe esser frutto di una evoluzione recente.
Circa l’origine del nome caponata non vi sono certezze. Le due ipotesi che più frequentemente si leggono lo fanno derivare o da caupona (come a dire “piatto da osteria, semplice da farsi  e poco costoso) o da “capone”, nome che si dà alla lampuga (Coryphaena hippurus) in alcune zone della Sicilia, sostenendo che in antico la caponata la si facesse con pezzi di quel pesce pelagico.

FRESELLA OK

 Una tipica fresella o frisella ottenuta tagliando orizzontalmente in due una pagnottella e ricuocendola a lungo in forno moderato. Foto dal sito http://www.pastamadrelover.it)

In tal modo si spiega meglio come mai sotto il nome di caponata si raccolgano vivande dai condimenti tanto diversi; perché il nome attiene alla base che si va a condire, la quale – come dicevo – è un pane tagliato e biscottato.

Al proposito ricordo a chi non l’avesse ancora letti, i due articoli di questo blog che ho dedicato al tipico pan biscotto di Agerola : Le antiche origini del “biscotto” tipico agerolese  e M’hai miso ‘n galea senza vascuotto! .

In essi ricordo che, nel Medioevo,  il nostro pane biscottato finiva anche nelle cambuse delle navi che partivano da Amalfi e da Napoli, come parte essenziale della scorta di cibo per i marinai e gli uomini d’arme che li accompagnavano in giro per il Mediterraneo. E come lo consumavano? Facendosi delle belle caponate, ovviamente!

NOTE

1 – Atti del convegno La costa d’Amalfi nel secolo XVII. Centro di Cultura e Storia Amalfitana, Amalfi 2003, Vol. I, p.117

2 –Ipotesi probabilmente scaturita dal fatto che ad Agerola esiste il soprannome di Cupone (o chille ‘e Cupone = ‘quelli di Cupone’)  per dei Buonocore che abitano nella località Copona, lungo la strada da Ponte a San Lazzaro  .

3 – Oggi usiamo ‘osteria’  per indicare un locale dove si vende vino e talora anche del cibo,  ma in origine e fino al Settecento le osterie davano anche alloggio. D’altra parte le parole oste e osteria  derivano dal latino hòspes, hospitis, che indicava ‘colui che riceve in casa dei forestieri’, oltre che ‘forestiero’

4 –Tale origine traspare anche dal verbo romanesco capare usato, ad esempio, per descrivere l’operazione che si fa quando si tagliano via le estremità dei fagiolini prima di cuocerli.

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AGEROLA E’ IN COPERTINA SU PEIN AIR. UN NUMERO DA NON PERDERE!

Lo scrittore di viaggi e fotografo  Natalino Russo, (mio ex allievo e caro amico) mi informa che sul numero di ottobre della famosa rivista Plein Air appere un suo articolo su Agerola come base ideale per una vacanza trekking sui Monti Lattari. E aggiunge: “La bella notizia è che la rivista ci ha dedicato la copertina!

Ringrazio Natalino di cuore e invito voi tutti a comprare e conservare questo numero di Plein Air. Cari saluti

Aldo Cinque

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Da Campora a Napoli sulle tracce di un’antica casata: gli Acampora.

Premessa
Scopo principale di questo mio articolo è quello di riportare le principali notizie, bibliografiche e d’archivio, che ho recentemente raccolto riguardo a degli antichi Acampora  di Napoli che – a seconda dei casi – sono o potrebbero essere di origini agerolesi. Le loro vicende rimandano spesso a monumenti e/o a vicende storiche di detta città, sui quali anche riporto sperando che così la lettura dell’articolo risulti interessante non solo agli Acampora di oggi che sono a caccia delle loro radici, ma anche a chi è a caccia di nuovi pretesti e fili conduttori per (ri)visitare Napoli e la sua storia.
Origine ed evoluzione del cognome.
La presente forma del cognome Acampora rappresenta l’ultimo stadio di un’evoluzione che partì oltre un millennio fa con de Campulo, attestata nella nostra zona (Ducato d’Amalfi) fin dall’anno 966 (cfr. a pergamena trascritta a pag. 39, vol. 1 de Il Codice Perris J. Mazzoleni, R. Orefice Il Codice Perris Cartulario Amalfitano, Amalfi Centro di Cultura e Storia Amalfitana 1989). Per Agerola, le più antiche attestazioni che troviamo nella medesima raccolta di pergamene medievali risalgono al 1186, con tali Pietro de Campulo (ivi, p. 345, doc. CLXXVIII) e Sergio, figlio di Costantino de Campulo (ivi, p. 346, doc. CLXXIX). Il cognome allude al luogo di origine del “capostipite”, cheè quasi certamente da riconoscersi in quel casale agerolese  che nel Medio Evo si chiamava Campulo e che oggi dicesi Campora.  A tale conclusione porta anche l’attuale diffusione geografica del cognome, la quale  vede la Campania nettissimamente  in testa tra le regioni italiane, presentando 553 famiglia Acampora,, contro le 37  della seconda classificata (Veneto), le 32 della Lombardia, etc. All’interno della Campania, gli Acampora si concentrano nettamente nella Provincia di Napoli e, dentro questa, Agerola primeggia di gran lunga con  135 famiglie;, seguita da  Ercolano (91), Napoli (90), Portici (42), Sorrento (21), Torre del Greco (18)  e così via diminuendo. (dati da www.cognomix.it ).[1].
A partire dal basso medioevo, il cognome s’incamminò sulla trafila evolutiva de Campulo > de Campora > da Canpora > de Acampora/ d’Acampora > Acampora; ma non tutti i diversi rami genealogici sparsisi via via per la regione e per l’Italia percorsero detta trafila per intero (vedi i de Campora ancora oggi esistenti a Napoli e a Roma).
Chiudo questa premessa facendo presente che per  i de Campulo e sue evoluzioni di forma non è da scartare l’ipotesi di poli-cefalia,nel senso che – derivando da un toponimo abbastanza comune (Campulus, diminutivo tardo-letino di campum = ‘campagna piana’) –  esso è potuto nascere in più luoghi e in diversi momenti del Medio Evo. Così, potrebbero essere di ceppi indipendente dal nostro quei de Campora  segnalati nel Medio Evo a Mantova e quei Campulo che si dissero nobili messinesi e che nel 1563 ottennero il patronato della Cappella dell’Annunziata in S. Lorenzo Maggiore di Napoli (precedentemente dei Palmieri). Ma chissà che a Messina non erano giunti tempo prima dalla Campania …
  
 Gente che sapeva allargare l’orizzonte.
A partire già dai secoli in cui Agerola fu parte del Ducato d’Amalfi, furono molti gli Acampora che intessero un rapporto con Napoli. Come per tante altre famiglie agerolesi, si trattò di frequentazioni per motivi di commercio e di studio, ma anche di trasferimenti di residenza che inizialmente non ruppero i rapporti coi parenti rimasti in montagna (utili partner in imprese commerciali e artigianali miranti al mercato della capitale), ma che alla lunga generarono dei rami familiari indipendenti che fatalmente finirono col perdere cognizione delle loro antiche origini agerolesi.
Di una famiglia con alcuni membri ad Agerola e altri fuori ci parla, ad esempio, un atto di compravendita redatto ad Agerola nel 1321 (Il Codice Perris Cartulario Amalfitano). 1985 vol. 3, p. 815) in cui tale Palmo de Campulo si fa rappresentare dal fratello Bartolomeo in quanto lontano da Agerola (“Palmo …non est ad presens in partibus istis” si scrisse nell’atto). Giuseppe Gargano, citando quello stesso documento e collegandosi anche al mare che – secoli dopo – gli Acampora di Campora posero nel loro stemma, ipotizza che quell’assenza di Palmo fosse legata ad un suo trovarsi imbarcato per qualche lontano dove, come in quei secoli capitava spessissimo agli uomini dei centri rivieraschi del ducato di Amalfi e, talora, anche a degli Agerolesi (G. Gargano, Terra Agerula). Evoluzione socio-economica e rivisitazione topografica nei secoli del medioevo. Libro edito dal Comune di Agerola e dal Centro di cultura e storia amalfitana, 2016). Ma torniamo ai più certi e più numerosi Acampora che frequentarono Napoli e che talora vi trasferirono il proprio domicilio, se non la residenza.
 
 A Napoli per laurearsi (e talora per restarci).
Uno dei motivi che portavano degli Agerolesi a Napoli era la decisione di conseguire una laurea presso la locale Università [2]. Ovviamente era cosa che solo le famiglie più ricche potevano permettersi, anche perché la lenta e faticosa viabilità antica dei Monti Lattari non consentiva certo il pendolarismo ed era dunque d’obbligo caricarsi anche la spesa di un’abitazione nella capitale.
Tra le casate che se lo poterono permettere vi furono anche gli Acampora o, per meglio dire, delle famiglie di tal cognome in situazione economica quantomeno agiata. Taluni di quegli studenti riuscivano, dopo la laurea, ad esercitare ad Agerola (ad esempio, il regio giudice a contratto Bartolomeo de Campora, di cui ho trovato un atto del 1664 nell’archivio della Collegiata di Maiori). Altri, invece, trovarono migliori opportunità a Napoli, ove svolsero buone carriere professionali e, talora, vi si radicarono definitivamente.   Un po’ diverso fu il caso del trentenne “professore di legge” Salvatore d’Acampora che il Catasto Onciario del 1752 segnala come residente ad Agerola in casa del cugino Clemente d’Acampora fu Giuseppe (filatore di seta e possidente che in casa propria a S. Vincenzo di Campora teneva anche due servi). Sembrandomi improbabile che Salvatore si limitasse a dare lezioni private ad Agerola, penso che egli fosse quasi sempre a Napoli, in casa d’affitto o ospite presso parenti. Tra gli Acampora che si laurearono in legge a Napoli, dovrei citare qui anche Giovanni Acampora (o de Acampora), ma di lui dirò più avanti, dato che all’avvocatura affiancò presto altre passioni ed attività.
Segnalo infine, tra i laureati che esercitavano a Napoli nei secoli scorsi, degli altri Acampora di cui non so dire se fossero nati ad Agerola o avessero qui solo remote radici. E’ il caso, tra gli altri, del dottor Lorenzo (Nicola Giuseppe) de Campora o d’Acanpora, ammesso al Collegio dei Dottori di Napoli nel 1678 (ASNA Collegio dei dottori, 28, fasc. 50). Altri casi sono rintracciabili nel Catalogo de’ legali del Foro napoletano per uso e comodi del pubblico per l’anno 1784 fino a’ 4 maggio 1785, di G. Saccarese e G. Doria. A pagina 224 vi troviamo l’avvocato Salvatore d’Acampora con sede al quartiere Portanova, “nelle case del marchese Odoardi”. A Portanova erano anche case di don Gregorio d’Acampora, che tra l’altro ospitava l’avvocato Nicola Maria Barone Billi. Ma negli stessi anni, un altro Acampora (Sergio) risulta proprietario di immobili a S. Giovanni a Carbonara ed ha tra gli inquilini l’avvocato Domenico Paglione. A pag. 105 troviamo l’avvocato Francesco Acampora, esercitante a Mater Dei nelle case del duca di Martino, nonché il quasi omonimo Francesco d’Acampora, col suo studio alla Pigna Secca, nelle case di don Filippo Sabbatini.
A Napoli come mercanti.
Un’altra buona ragione per frequentare Napoli era quella di cercarvi fortuna inserendosi nel settore commerciale. Fu probabilmente un ricco mercante, non sappiamo di cosa, quell’Antonio de Acampora figlio di Davide, che nel 1680 fece edificare presso le case avite di Agerola la chiesetta di S. Michele Arcangelo, ad uso di sacello di famiglia. Il fatto che egli fosse divenuto cittadino partenopeo ce lo dimostra l’iscrizione scolpita sulla lastra tombale, ove egli si presenta come Antonius de Acampora neapolitanus.
Di origini agerolesi doveva essere anche quel Vincenzo d’Acampora che nel 1580 fu tra i circa trenta mercanti di bestiame che firmarono una petizione volta a ottenere che la cassa boaria istituita al Mercato di Napoli dall’Ospedale degli Incurabili rispettasse la norma di un pronto pagamento alla consegna delle bestie (che poi avrebbe rivenduto ai macellai), evitando ai mercanti lunghi e costosi soggiorni in città (testo integrale della petizione su Vincenzo Magnati, Teatro della carità istorico, legale, mistico, politico. Napoli 1727 pp. 174 – 176).
 
 Sempre nel settore della mercatura, troviamo un Acampora che potrebbe aver cominciato col portare e vendere a Napoli parte di quella seta che Agerola produceva in gran quantità. Trattasi di Andrea de Acampora, mercante all’ingrosso di stoffe che compare in un contratto del 17 settembre 1540 insieme al socio Andrea de Carluccio, impegnandosi a pagare al magnifico Marco Mazza di Verona la bella  somma di 3.700 ducati per la fornitura di 101 pezze di panno di Fiandra di lana colorata (ASS, notaio Bartolomeo d’Amore, p. 441).
Ma anche come valenti mastri muratori.
Interessante da segnalare è anche il caso di certi Acampora che a Napoli eccelsero nel campo, solo apparentemente umile, dell’arte muraria, tanto che li troviamo impegnati nella fabbrica della monumentale chiesa del Gesù Nuovo come mastri muratori di  fiducia di grandi artisti. Si tratta dei fratelli  Andrea e Domenico d’Acampora, che, tra il 1639 e il 1645, ebbero a collaborare col grande scultore Giuliano Finelli (Massa Carrara 1602 – Roma 1653) nella realizzazione della cappella di S. Francesco Saverio (ala destra del transetto). Di tale incarico sopravvive in archivio il contratto, il cui testo è riportato in D. Dombrowski, Giuliano Finelli: Bildhauer zwischen Neapel und Rom.: Vienna 1997, pag. 506). Anni dopo, tra il 1654 e il 1663,  si trovò a lavorare nel Gesù Nuovo la squadra del mastro muratore Giovanni Andrea d’Acampora (quasi certamente un figlio di uno dei precedenti), chiamato  nientedimeno che dal celebre marmoraro e scultore Cosimo Fanzago per curare la messa in opera dei marmi preparati per la Cappella della Visitazione (II di destra).
 
                      Il Fanzago aveva lavorato anche all’altare di S. Francesco Saverio e forse fu in quella occasione che scoprì la perizia e serietà degli Acampora. Simona Starita, nella sua bella tesi di dottorato, “Andrea Aspreno Falcone e la scultura della metà del Seicento a Napoli” (Dottorato in Scienze storiche etc, Ciclo XXIII, 2011, Università Federico II, Napoli) riporta un documento d’epoca che elenca persino i pagamenti fatti a Giovanni Andrea (pag. 91): circa 200 ducati pagatigli in più “partite” tra il marzo del 1654 e  l’ottobre del 1663 tramite il Banco della Pietà, il Banco del Popolo e quello del Salvatore.
Un lungo legame con la Santa Casa dell’Annunziata.
Il mercante Andrea d’Acampora, per l’ampia stima che s’era guadagnata in Città, nel 1561 fu prescelto per la Mastrìa della Santissima Annunziata, ossia fu uno dei quattro Governatori che dovevano dirigere l’omonimo ente assistenziale (famosa la sua Ruota degli esposti e l’annesso ospizio per trovatelli), curando anche le importanti funzioni finanziarie del collegato Banco dell’Annunziata.  Si scopre che il menzionato Andrea non fu né il primo né l’ultimo Acampora a entrare nella Mastrìa della SS. Annunziata. Prima di lui troviamo infatti Giovanni d’Acampora quale governatore di quel luogo pio e banco popolare negli anni 1368  1369 e 1370; poi Francesco d’Acampora, in carica nel 1498, nel 1503 e nel 1507; infine Giovanni Tommaso d’Acampora per l’anno1597. Ma se consideriamo anche quelli che si firmavano col cognome in forma più antica, allora l’elenco si amplia con Giovanni Berardino de Campolo, eletto per il 1562, e Recio  de Campulo, di cui parleremo ancora più avanti e che fu per tre volte governatore dell’Annunziata: negli anni a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento (F. Imperato, “Discorsi intorno all’origine, regimento, e stato, della gran’casa della Santissima Annuntiata di Napoli”, Napoli 1629).
 
A rafforzare ulteriormente l’idea di un legame particolare tra gli Acampora e la Santa Casa, vi è il fatto che dentro la chiesa dell’Annunziata gli Acampora ebbero anche un loro altare.  Della sua edificazione parla un notamento del primo gennaio 1504 col quale i Maistri  della Santa Casa concedono a Francesco de Campora (al di là della diversa trascrizione del cognome, potrebbe trattarsi del  Francesco d’Acampora che abbiamo visto  tra i governatori della Santa Casa del 1498, 1503 e 1507) di erigere in detta chiesa un altare di famiglia vicino alla Cappella dei Brancaccio e, in quanto a foggia, “a similitudine della Cappella del nobile Francesco Coronato” (Giambattista d’Addosio “Origine, vicende storiche e progressi della Real S. Casa dell’Annunziata in Napoli”. Napoli, 1883).
Andrea Acampora Capitano del Popolo e Consultore della Città di Napoli.
Che sia o meno lo stesso che abbiamo visto come governatore dell’Annunziata, è importante segnalare quell’Andrea Acampora  che compare ancora in una cronaca del 1535 relativa al grandioso corteo che andò incontro  a Carlo V d’Asburgo (nel cui vasto  impero ricadevano anche il sud Italia, la Sicilia e la Sardegna) di rientro, vittorioso, da quella spedizione navale contro Tunisi che era stata invocata dal viceré di Napoli Pedro de Toledo e che fu decisivo per porre argine alle ricorrenti scorrerie “saracene” sulle coste italiane.
Una vivida descrizione di quel corteo, coi nomi di tutti i rappresentanti di Napoli che vi presero parte e degli abiti che vestivano, si trova a pagina 186 e seguenti del vol. 3 dell’opera di Giovanni Antonio Summonte (1749)  Historia della città e Regno di Napoli, sotto il titolo “Il glorioso trionfo e bellissimo apparato dalla Città di Napoli fatto nell’entrare in essa la Maestà cesarea di Carlo V”. Vi si specifica che Andrea d’Acampora sfilò nella schiera dei Capitani del Popolo  e che, tra essi,  egli era l’unico a ricoprire anche la carica di pubblico Consultore (ossia consulente del governo cittadino).
Altre cariche ricoperte da Rencio de Campulo.
Tornando a parlare di Rencio de Campulo, già visto come amministratore della Santa Casa dell’Annunziata, devo ricordare anche che – sempre a Napoli –  egli ricoprì due volte l’importante carica di Eletto del Popolo; una prima volta nel 1498 e poi ancora nel 1504 (lo registrano varie fonti, tra cui le Memorie storico diplomatiche etc. di Matteo Camera, Vol. 2, p. 627). Nei  secoli dell’ancient regime,  l’Eletto del Popolo era l’unico rappresentante dei ceti subalterni in seno all’organo di governo della città, detto Tribunale di S. Lorenzo dal nome del complesso religioso (S. Lorenzo Maggiore, su Via dei Tribunali) dove si svolgevano le adunanze. Dato che le decisioni si prendevano a maggioranza e che i Nobili avevano cinque rappresentanti,  il ruolo dell’l’Eletto del Popolo sembrerebbe minimo, ma in certi momenti il suo peso veniva di molto accresciuto dal fatto che, pur provenendo di norma dall’emergente ceto borghese fatto di professionisti e ricchi mercanti, egli aveva dietro la stragrande e non docile maggioranza dei Napoletani.
 
Chiusa questa digressione di inquadramento, passo a segnalare che nel corso dei secoli, vari furono gli oriundi di Agerola che salirono alla carica di Eletto del Popolo: Pietro Sarriano, dottore due volte (1527 e 1539) , Pietro de Stefano (1536), Giambattista Fusco (l1554), Giambattista Naclerio (1631) e poi suo fratello Andrea, protagonista del litigio  in piazza che scatenò la celebre Rivolta di Masaniello del 1647. Dietro tali elezioni credo che vi  fosse anche la visibilità guadagnata dagli Agerolesi (e figli o nipoti di Agerolesi)  frequentando spesso il complesso di S. Agostino alla Zecca, dove la comunità agerolese aveva eretto – con la Cappella e Monte assistenziale di S. Antonio Abate –  il suo punto di aggregazione e dove aveva anche sede il Seggio del Popolo.
Rencio de Campulo emerse come Eletto del Popolo nelle tornate del 1498 e del 1504 .
Negli anni Ottanta del Quattrocento, egli è segnalato come compatrono della chiesa di S. Maria nel borgo fortificato di Pino, insieme a due Vicedomini e all’onorabile Zaccaria de Campulo A. Feniello, Napoli: notai diversi : 1322-1541 : dalle Variarum Rerum di G.B. Bolvito. Napoli, 1998,  p. 45). Visto che Pino sta a due passi da Agerola, la notizia sembra confermare definitivamente la nascita agerolese di Rencio.
 
Cesare de Acampora nella Regia Camera della Sommaria.
Nei secoli in cui Napoli è stata capitale di regno o viceregno, la Regia Camera della Sommaria era ciò che oggi diremo Corte dei Conti, ma anche il massimo Tribunale Amministrativo. Aveva sede nel Castel Capuano, dove il viceré Pedro de Toledo volle riunire tutti i tribunali di Napoli.
Nei primi anni del Seicento fu tra i Razionali (ossia contabili) della Sommaria tale Cesare de Acampora (vedi  V. Coniglio, Il viceregno di Napoli nel sec. XVIInotizie sulla vita commerciale e finanziaria secondo nuove ricerche negli archivi italiani e spagnoli. Ed. di Storia e Letteratura, 1955, p. 170). A Margine mi piace far notare che col de Acampora lavorava, sempre come razionale, Giovan Alfonso Mascolo, il cui cognome rimanda ancora all’area di Agerola e dintorni.
 
   Compulsore della Città di Napoli.
Ricordato preliminarmente che i Compulsori erano dei pubblici ufficiali incaricati di costringere i venditori morosi (soprattutto di pane) a versare i tributi dovuti al Comune, segnalo che a ricoprire quella carica nella Napoli di metà Seicento fu tale Luca Acampora. Lo si legge alle pagine  604 e 751 di  Archivio storico per le province Napoletane, Volume 3; nonché a pagina 155 del Ragguaglio della miracolosa protezione di San Francesco Saverio verso la città e il Regno di Napoli nel contagio del milleseicentocinquantasei (Per Pietro Palombo, Napoli 1743) ove si riporta una delibera degli Eletti datata  16 giugno 1656 di cui riporto il seguente stralcio:
“…perciò si ordina al Magnifico Luca d’Acampora nostro Compulsore estraordinario, che trovi i Pittori,e facci fare con ogni prestezza e celerità le dette immagini che se le pagherà quello che giustamente meritano per le loro fatiche, & anco faccia fare le stampe in foglio…a ciò che ogni uno possa avere la sua in sua casa & ricorrere a detta Gloriosissima Vergine per la grazia sì desiderata.
 
 La grazia che tutti invocavano era la fine di quella terribile pestilenza e le pitture di cui trattasi erano da farsi sopra ognuna delle porte di ingresso alla città. Dovevano mostrare l’Immacolata col Bambino in grembo e sotto di essa i Santi Gennaro, Francesco Saverio e Santa Rosalia. L’incarico di dipingerle toccò al grande Mattia Preti ed è davvero un peccato che di quei suoi affreschi sopravviva solo quello in testa alla Porta di San Gennaro (vedi foto).
Pare che da Consultore (ossia addetto alla riscossione dei diritti presso i venditori, soprattutto di pane), Luca d’Acampora passasse poi a Credensiero della Conservazione del grano della Città; ufficio che non svolse sempre in modo inoppugnabile, tanto che nel 1665 fu incarcerato e processato  (V. d’Onoftio, Giornali di Napoli dal 1660 al 168’. Vol. 2, p 22)
Due Giovanni Acampora legati alla poesia napoletana di primo Settecento.
Il primo di questi due personaggi omonimi fu quel Giovanni Acampora che le fonti d’epoca indicano spesso come l’abate Acampora . Molti autori antichi lo ricordano come “esattissimo correttore di stampe”, ossia curatore e revisore di pubblicazioni ( vedi ad es: Niccolò Capasso, Varie poesie di Niccolo Capassi primario professore di legge . Napoli 1761; Vincenzo Ariani, Memorie Della Vita, e  Degli Scritit di Agostino Ariani.  Napoli 1778, P. 98), curatore, tra l’altro, di una  Raccolta di  rime di poeti napoletani non più ancora stampate, uscita a stampa nel 1701. Della cultura e della meticolosità deperizia, ma era prima di tutto una persona di cultura del cui aiuto si avvalse, tra gli altri, il giurista e filosofo Pietro Giannone, esponente di spicco dell’Illuminismo italiano (Atti dell’Accademia di scienze morali e politiche, Napoli, 1928 , p. 158).
Il secondo Giovanni Acampora in oggetto fu  avvocato del foro napoletano, ma è ricordato anche come buon rimatore. Di lui ci rimane l’opera in due volumi Delle Rime scelte di varj illustri poeti napoletani, pubblicata nel 1723.  In essa troviamo anche una decina di pagine dedicate alle rime del Giovanni Acampora abate, il cui pezzo iniziale riporto in figura.
           are il genio letterario di Giovanni Acampora avvocato fu l’amicizia (cominciata mentre erano entrambi studenti di legge a Napoli) con il conterraneo Biagio Avitabile, l’Agerolese che  fu cofondatore e primo direttore  della “colonia” partenopea dell’Accademia dell’Arcadia (vedi articolo a lui dedicato su questo blog). Oltre ad essere entrambi di nascita agerolese, i due furono probabilmente “compagni di corso” mentre studiavano Legge a Napoli.
Come avvocato, Giovanni Acampora è ricordato anche per la decisiva allegazione che scrisse su incarico governativo allorquando si trattò – anche dietro la spinta di una rivolta popolare – di impedire l’istituzione a Napoli di un Tribunale del  Sant’Uffizio (meglio noti come Tribunali dell’inquisizione) rivendicando la supremazia e l’indipendenza della giurisdizione regia su quella papalina.
Governatori di S. Maria dell’Aiuto
A Napoli, lungo la strada che da Mezzocannone passa per l’Orientale e conduce a S. Maria la Nova (chiesa di cui fu benefattore  il nostro  Andrea Brancati, che lì ottenne anche una fossa sepolcrale), sorge la bella chiesa barocca di S. Maria dell’Aiuto, opera del noto architetto Dionisio Lazzari,  realizzata dopo la fine della grande peste del 1656. Sulla destra entrando vi si osserva il bel monumento funebre a Gennaro Acampora, col suo spettacolare ritratto ad altorilievo scolpito nel 1738 da Francesco Pagano su disegno di Bartolomeo Granucci (T. Fittipaldi, Scultura napoletana del Settecento, Napoli 1980, pp. 106-107). L’annessa iscrizione ricorda le virtù morali del personaggio, lamenta la sua prematura scomparsa al nono lustro e lo ricorda come gran benefattore, nonché governatore di quella chiesa [3]. L’iscrizione non dice altro sul profilo sociale del personaggio,ma il ritratto marmoreo, ove egli appare imparruccato, con elegante “completo alla francese” e un libro nella sinistra, lo fa immaginare come un esponente dell’alta borghesia cittadina, probabilmente della componente intellettuale.
 
  A dimostrare che il legame degli Acampora con la chiesa di S. Maria dell’Aiuto non fu cosa occasionale, bensì duratuta, vi è un’altra lapide che cita i governatori che curarono i lavori di restauro effettuati nel 1792, tra i quali era tale Nicola Acampora; probabilmente un nipote del sopraddetto Gennaro. Ma torniamo al monumento funebre di quest’ultimo per dire che in testa ad esso è scolpito uno stemma di famiglia mostrante un albero dal liscio e alto tronco (un pino marittimo o da pinoli, si direbbe) accostato alla base da due colombe affrontate. Esso risulta pressoché identico allo stemma che contraddistingue certi Acampora di Agerola (quelli del casale Bomerano) e che può vedersi sull’arco della loro cappella nella parrocchiale di S. Matteo Apostolo (cappella in fondo alla nave di sinistra), sul cui bel pavimento maiolicato è inserita la tomba del reverendo don Luca Acampora, fratello di quel notaio Luigi A. noto in paese per aver sposato la vedova del Generale Avitabile e per aver ampliato e decorato il Palazzo Acampora di Bomerano .
Restano quindi pochi dubbi  [4] sul legame di parentela tra questi specifici Acampora di Napoli e quelli di Palazzo Acampora di Bomerano[5] ].
Rimanendo in tema di stemmi di famiglia devo, sia pur velocemente, ricordare che il ramo storico degli Acampora di Campora è diverso da quello degli Acampora di Bomerano, presentando un drago alato sorgente dal mare, con una corona vegetale (di alloro?) nella zampa alzata e sormontato da tre stelle a sei punte.
I primi elementi sembrano voler simboleggiare valentia militare (drago) esoressosi in vittoriose battaglie navali. Più incerta è l’interpretazione delle tre stelle, che possono simboleggiare una aspirazione a cose superiori o (se il farle a sei punte non fu casuale) un ritenere gli avi lontani di origine ebraica (cfr. il Davide padre dell’ Antonio fondatore della chiesetta di famiglia). Dei de Campora di Napoli furono investiti della qualità di Nobili e Militi con diploma di re Ferdinando il Cattolico del 25 settembre 1526, riconfermato da Carlo VI d’Austria il 14 aprile 1728 (Francesco  Bonazzi, Famiglie nobili e titolate del napoletano ascritte all’Elenco Regionale o che ottennero  posteriori legali riconoscimenti  (Napoli, 1902), p. 265). Il Bonazzi non ne descrive lo stemma, ma potrebbe essere quello che Nicola della Monica segnala nel suo saggio Palazzi e giardini di Napoli (Newton Compton 2016), osservato in Palazzo de Campora di Via dei Tribunali 197 e nella Villa de Campora di Cercola: quadripartito, con un’aquila nera nel primo campo, torri civiche nel secondo e terzo e il leone rampante nel quarto.
NOTE
1 – Come per i “cognomi di provenienza” in genere, si deve pensare a un soprannome (che poi si consoliderà in cognome) affibbiato a un oriundo, per distinguerlo da degli omonimi sulla base del posto da cui era giunto. Il luogo dove avveniva questo “ri-battesimo”  poteva essere vicino o lontano dalla zona di origine dell’oriundo,a seconda del raggio di notorietà della medesima. Nel caso specifico,  essendo Campulo un villaggio di una certa importanza, ma pur sempre un villaggio, , come luogo di nascita del soprannome de Campulo possiamo immaginare sia un altro dei villaggi formanti Agerola che un comune dei dintorni. In ogni caso, il neonato cognome dovette piacere alla casata in questione, per cui presero ad usarlo anche quelli che (rientrati o mai usciti) risiedevano a Campulo/Campora.
2 – Tolto il periodo iniziale che vide gli Studi ospitati in diversi conventi, tra cui quello di S. Domenico Maggiore (sec. XIII – XVI), la prima sede unificata nacque nel1616 e fu il Palazzo dei Regi Studi  ottenuto ristrutturando l’ex Caserma della cavalleria (il vasto edificio è  oggi sede del Museo Archeologico Nazionale, evoluzione di un progetto iniziato da re Ferdinando IV di Borbone). Nel 1777  il re trasferì i Regi Studi nel Collegio del Salvatore (ancora oggi parte della Federico II, con accesso da Via Mezzocannone 8 e dalle Rampe di S. Marcellino), precedentemente sede Collegio Massimo dei Gesuiti (espulsi dal Regno dieci anni prima).
3 – UUna iscrizione su marmo murata sotto al monumento ricorda i legati che don Gennaro fece a favore della chiesa, registrati dal notaio Leonardo Marinelli di Napoli.
4 – Una residua incertezza in merito si lega alla possibilità (non scartabile allo stato attuale della ricerca) che lo stemma in S. Matteo Apostolo fu semplicemente copiato da quello in S. Maria dell’Aiuto per un semplice supposizione di parentela. Se invece si dimostrasse che gli Acampora di Bomerano lo usavano anche prima del 1739, allora ogni dubbio sarebbe sciolto.
5 – Da una ricerca archivistica ancora in corso, l’antenato più remoto di questao ramo risulta essere lil Magnifico Saverio d’Acampora (mastro ferraro e possidente, nato nel 1703). Dal suo primogenito, Luca, bacque Andrea, che ebbe come primogenito il citato reverendo don Luca e come secondogenito il Luigi notaio che sposò in prime nozze la vedova del generale Paolo Avitabile (nababbo reduce da quel Punjab ov’era stato Governatore)..

 

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