Appello per il risanamento dei nostri valloni

Come avevo (aimè) previsto, la famosa “emergenza rifiuti in Campania” non è stata affatto superata con le misure prese dal governo lo corso anno. Esse hanno, si, trovato delle soluzioni (che non intendo qui discutere) per il cosa fare dei rifiuti regolarmente raccolti, ma hanno completamente eluso l’altra faccia del problema: quella dei rifiuti “regolarmente dispersi”. Voglio dire quei rifiuti di vario genere che una parte della popolazione si ostina   ad abbandonare al suolo.

Un fenomeno ampio e variegato che va dal gettare a terra -con incredibile nonchalance– l’incarto di ciò che si sta mangiando mentre si passeggia o si guida, fino a dei casi  di lucida ed operosa … nettezza urbana creativa, nei quali il cittadino, anzicchè depositare i rifiuti nei cassonetti (o rivolgeri al servzio pubblico, per quelli ingombranti), si prende la briga di caricarli in macchina, raggiungere un luogo “tranquillo”  (magari nottetempo) e qui liberarsi della scomoda “merce”.

I luoghi preferiti per simili operazioni variano a seconda del contesto: nelle troppo urbanizzate pianure del nocerino-sarnee, dell’hinterland napoletano e del casertano, è gioco forza accontentarsi dei margini stradali (ove –bisogna dirlo- c’è l’attenuante di una speranza che, prima o poi, passerà qualcuno a ripulire). Sui nostri monti, invece, l’ambiente offre molte più opportunità e si può scegliere tra il solito deposito “temporaneo” sullo slarghetto a margine-strada e (opzione di gran lunga preferita!) lo sversamento dei rifiuti in una delle tante lame (ossia valloni) di cui Madre Natura ci ha fatto dono.

            Circa quest’ultima abitudine, devo ricordare che lo sversamento nei valloni vanta una tradizione millenaria; solo che in epoca pre-indutriale, i nostri antenati avevano ben poco da gettare (tutto veniva  riciclato  in casa) e quel poco che si sversava era o inerte o biodegradabile (frammenti di una ciotola rotta; qualche osso di maiale …), per cui la soluzione era del tutto sostenibile.

Per rendersi conto di quanto sia infinitamente diversa la situazione odierna, basta fermarsi su un qualiasi ponte o ponticello e guardare di sotto. Nel novanta per cento dei casi si troverà uno spettacolo orripilante e deprimente: lingue di rifiuti di ogni genere (fino ad elettrodomestici, masserizie, detriti edilizi e resti di lavorazioni) discendono dai margini stradali fino all’alveo, restringendone l’ampiezza e, spesso, riducendo anche in altezza la sezione utile del ponte, con ovvi rischi idrogeologici. Se poi si scende in un greto torrentizio e se ne  percorre un tratto, si scopre che le acque delle  piene hanno trasportato i rifiuti fino a notevoli distanze dai luoghi di sversamento, seppellendo sotto un intrico di plastiche, stracci, ferri e quant’altro l’originario letto roccioso dell’alveo o le biancheggianti ghiaie in mezzo alle quali io bambino (e tanti miei coetanei) andavo ad ammirare i girini, le rane, le bisce d’acqua e le salamandre.

Ovviamente, il traporto verso valle non si arresta sui confini comunali; così che dei nostri rifiuti solidi vengono costantemente rifornite anche le celebri spiagge della Praia e del “fiordo” di Furore! Se questo ci ricorda che il problema ha anche conseguenze sul turismo, voglio sottolineare che l’impatto negativo sull’economia dell’area non si limita certo al danno subito dalle citate baie costiere. Infatti, si devono aggiungere il generale crollo di immagine che subisce il territorio e le sue produzioni (in primis quelle alimentari), nonchè la compromissione di altri notevoli attrattori turistici della zona. Mi riferisco, in particolare, allo splendido canyon dello Schiato (a cavallo tra Agerola e Furore-Conca dei Marini) e le belle forre che che sono incise nell’altipiano agerolese dal Rio Penise e dal Torrente La Rossa. Queste ultime sono, invero, una risorsa quasi del tutto dimenticata, sebbene Agerola abbia grande bisogno di arricchire la sua offerta escursionitica con nuovi percorsi all’interno del paese. Percorsi che siano più a portata di mano e brevi, così da attrarre  i passeggiatori meno arditi o con meno tempo a disposizione (ad esempio: genitori con bimbi e ospiti che hanno 1 o 2 ore libere, prima o dopo un pranzo al ristorante).

Circa questa esigenza, ricordo al lettore che già una dozzina di anni fa il locale circolo  Legambiente ‹‘A riola› aveva richiamato l’attenzione della cittadinanza e degli Amminitratori, progettando il “Circuito dei tre ponti” e  organizzando un campo di volontariato che ripulì il tratto di forra presso l’antico ponte tra Pianillo e Bomerano. Un altro episodio di ripulitura e sistemazione lo si è poi avuto nel 2006/2007 quando  è giunto alla fase attuativa il progetto Sentiero Penise (nell’alta valle del Rio) avviato su fondi europei dalla precedente Amminitrazione  Cuomo.

Quest’anno, infine, l’associazione ‹Sentieri degli dei› (FIE) ha svolto tre giornate di pulizia in alveo presso il ponte medioevale della antica strada di collegamento tra Pianillo e I Villani,  in un contesto ricco di grotticelle e rarità botaniche. Simili iniziative volontaristiche sono quanto mai utili a far crescere la sensibilità popolare verso il problema e c’è da augurarsi che vi partecipino sempre più persone. Ma il loro effetto pratico rischia di essere effimero, venendo sopraffatto dall’arrivo di nuovi rifiuti portati dalla corrente.

D’altra parte, in molte località i volumi di materiale da rimuovere sono tali da richiedere mezzi e risorse economiche che i volontari non hanno. Poi, in alcuni punti, ai depositi in fondo agli alvei si aggiungono dei grossi coni di terra, detriti edilizi e rifiuti che verso gli alvei discendono da vicine strade di montagna. Come geologo ho il dovere di segnalare l’esigenza che queste criticità vengano presto risolte, onde scongiurare il rischio che con eventi meteorici eccezionali esse possano alimentare frane e colate di fango in grado di recare danni e lutti più a valle.

Alla luce di tutto ciò sollecito i tecnici e gli amministratori degli Enti Locali affinchè mettano a punto un progetto generale di risanamento  della nostra rete di valloni (risanamento sia igienico-estetico che idrogeologico), perseguendo  ogni strada utile a reperire le necessarie risore economiche. Tra queste ultime, ricordo lo stanziamento previsto nella Finanziaria 2010  per piani straordinari diretti a rimuovere le situazioni a più elevato rischio idrogeologico.

Intanto, però, si proceda subito a contrastare il fenomeno degli sversamenti abusivi con una insistente  campagna di sensibilizzazione  e con efficaci servizi di vigilanza e repressione. Si tratta certamente di un impegno parecchio più gravoso rispetto ai soliti appalti di opere pubbliche, ma  -proprio per questo- è lì che si misura l’operosità di una giunta comunale.

 

Questo articolo è apparso anche sul numero del Gennaio 2010 del periodico “Furore”

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La  “transumanza” delle patate. The”transhumance” of potatoes.

(Scroll down for English version).

E’ noto che nella pastorizia esistono due tipologie di transumanza: quella che vede pastori e  greggi compiere lunghi spostamenti da una regione climatica ad un’altra (ad esempio dall’Appennino abruzzese al tavoliere pugliese lungo il tratturo l’Aquila – Candela) e quella che prevede invece spostamenti meno lunghi, ma più ripidi, in quanto insegue le fasi di boom vegetativo delle erbacee spostandosi soprattutto in altitudine (in pianura d’inverno e su di una vicina montagna d’estate). E’ a questa transumanza verticale, nota anche come monticazione o alpeggio, che allude lo scherzoso e metaforico  titolo di questo mio articolo, il cui contenuto è però assolutamente serio e vuole ricordare una antica pratica colturale della nostra zona. 

Essa mi fu raccontata anni fa da un anziano coltivatore diretto di Agerola  e mi fu poi confermata da diverse altre persone che ricordavano i tempi in cui  

l’agricoltura costituiva ancora la principale, se non unica, fonte di reddito di molte famiglie del paese e la coltivazione della patata era tra le più redditizie [1].  

Nonostante che, all’epoca, ci si spostava per lo più a piedi, i contatti tra gli Agerolesi e gli abitanti dei limitrofi centri rivieraschi (Amalfi, Conca, Furore, Praiano e Positano) erano più frequenti di oggi [2]. Ne conseguivano scambi di esperienze e riflessioni che permisero ben presto ai nostri contadini di notare come la resa di quel tubero (chili di patate nuove ottenute per ogni chilo di patate vecchie seminate) aumentava sensibilmente se non si seminava ogni anno nello stesso luogo. Ma non nel senso di stesso campo (come ben insegnano le pratiche della  rotazione e del sovescio), ma nel senso di stesso paese, stesso tipo di suolo e clima.  

Ne conseguiva l’uso di scambiare le patate da semina tra Agerola e uno dei sopracitati paesi a bassa quota della Costa d’Amalfi. Il più delle volte ciò avveniva a baratto: in primavera, il coltivatore agerolese dava al coltivatore di Furore o Praiano eccetera, come patate da seminare, quelle da lui coltivate in montagna l’anno precedente. In cambio, il partner di Furore, o Praiano eccetera dava all’Agerolese delle patate coltivate l’anno prima a bassa quota.   

Con questa specie di  transumanza, non stagionale ma generazionale,  le patate della Costa d’Amalfi alternavano una annata a bassa quota e una annata a quota d’alta collina o montagna, così da dare sempre la massima resa. 

Note 

1 –  Nel corso del tardo  Settecento e dell’Ottocento la coltivazione della patata, insieme a quella del mais, era diventata la nostra  principale fonte di carboidrati, scalzando in ciò le castagne  e inducendo una progressiva sostituzione dei castagneti in campi coltivati. Oltre ad essere vendute fuori paese, le patate erano anche  molto presenti nella dieta degli agerolesi, che infatti si guadagnarono il soprannome di patanari  (‘mangiapatate’). 

 2 –Mi riferisco soprattutto al periodo anteriore alla costruzione delle rotabili (quella per Gragnano completata nel 1885 e quella per Amalfi nel 1936).  

English version

This article is dedicated to Carol LeWitt of the Yale University (New  Haven, CT, U.S.A.) and to the dieticians who are currently studying our

traditional diet and produces

It is well known that Mediterranean pastoralism admits 

two types of transhumance ( a ) the one that sees shepherds and livestocks make long journeys from one climatic subregion to another (e.g. from Abruzzo to the Tavoliere following the millenary Aquila – Candela tratturo) and ( b ) the one 

that involves shorter, but steeper transfers (from a lowland to a nearby highland and vice versa) to find green pastures both in winter and in summer. The title of te present article alludes to the latter type of transfer, which is called vertical transumance or monticazione and alpeggio in Italian.  It is a playful, metaphorical allusion, but the article content is absolutely serious and is intended to report an ancient cultivation practice.

It was told to me years ago by an elderly farmer from Agerola and it was then confirmed to me by several other people who remembered the days when agriculture was still the main (if not the only) source of income for many families and potato was one of the most profitable crops [1].

Although at the time people moved mostly on foot or by mule [2], for kinship and for social and commercial reasons, contacts between the inhabitants of Agerola and those of the neighboring coastal towns (Amalfi, Conca, Furore, Praiano and Positano) were more frequent than today. The implied exchange of experiences and ideas that allowed the local peasants to discover that the yield of potato (kilos of new produce obtained from every kilo of old potatoes sown) increased significantly if not sown every year in the same place. But not in the sense of the same field (as the practices of rotation and green manure teach), but in the sense of the same zone, same soil type and microclimate.

This resulted in the custom of exchanging potatoes for sowing between Agerola and one of the aforementioned other towns of the Amalfi Coast. In most cases this exchange took place by barter: every year, in spring, the farmers of Agerola supplied potatoes to be sown to the farmers of  Furore or Praiano etc., taking them from the potatoes grown in the mountains the previous year. In exchange, those farmers of Furore, or Praiano, etc. supplied their companions 

in Agerola with potatoes to sown taken from those they had cultivated at low altitude the year before.

With this practice, they say, the potatoes of the Amalfi Coast alternated a generation (i.e. harvest) at low altitude (few tens to 400 – 500 m a.s.l.) and a generation at higher elevation (600 to900 m a.s.l.), so as to always give maximum yield. 

Note

1 – During the late eighteenth and nineteenth centuries, the cultivation of potatoes, together with that of corn, had become our main source of carbohydrates, thereby undermining the local production of chestnuts (active since the 10th – 11th century) and causing the progressive replacement of chestnut groves with cultivated fields. In addition to being sold outside the country, potatoes were also very present in the diet of the Agerolans, who in fact were nicknamed patanari (i.e. potato eaters).

2 –This was particularly true before the construction of the roads connecting Agerola with Gragnano (1885) and to Amalfi (1936).

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Il Sentiero degli Dei su L’Essenziale

A questo link de L’essenziale (n.20, del, 26 marzo 2022) vi è un bell’articolo, comparso a pagina intera sull’edizione cartacea, a firma di Natalino Russo, noto scrittore di viaggi e fotografo, che invita  a percorrere il nostro Sentiero degli Dei illustrandone con ottimo stile i diversi valori paesaggistici, naturalistici ed etno-culturali.

Scrive Natalino: “ Amalfi, Positano e Sorrento popolano le cronache dei grandi viaggiatori, ma gli altri centri sono molto meno noti. Come Agerola, che si trova a circa 600 metri di altitudine, in una conca tra le montagne e al tempo stesso affacciata sul mare aamalfitano.

A dorso di mulo

Proprio da Agerola si può partire per un’escursione sul versante meridionale di questi monti. […]

E tra questi spicca il Sentiero degli dei, che collega Bomerano, frazione di Agerola, al piccolo centro di Nocelle, sopra Positano. […]

A un’ora dalla partenza, in una zona di terrazzi erbosi tra alte pareti, si ha la sensazione di trovarsi sospesi. Laggiù in fondo c’è il mare, una presenza costante e magica. Qui, sul sentiero si giunge a una vecchia abitazione diroccata. La presenza di un pergolato con un grande tavolo in legno lascia intuire che la casa è abitata. Infatti è la base di Antonio Milo, un giovane pastore che ha scelto di restare tra queste montagne insieme alle sue capre. ”

Ad Agerola quel numero de L’Essenziale è andato subito a ruba, ma trattandosi di un settimanale, nelle città vicine potreste ancora trovarne una copia da leggere e conservare ad uso dei turisti che soggiornano ad Agerola.

https://www.internazionale.it/essenziale/notizie/natalino-russo/2022/04/04/costiera-amalfitana-sentiero-dei

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Compiti e spese dell’amministrazione comunale in epoca borbonica. Dati dal Catasto Onciario del 1752.

Il Catasto Onciario (o Catasto Carolino) fu il mezzo tramite il quale re Carlo III di Borbone, dopo aver rimesso nel 1737 i debiti fiscali di tutti i Comuni, provò a fare una riforma tributaria basata sul principio che i tributi “siano con eguaglianza ripartiti ed il povero non sia caricato più delle sue deboli forze ed il ricco paghi secondo i suoi averi“. Esso fu detto onciario perché utilizzò l’oncia (posta pari a sei ducati) come unità di conto.

Nel catasto di ciascun comune, a  valle delle rivele, che riportano la composizione, le occupazioni e le rendite di ogni famiglia, segue la Collettiva generle delle once, riportante il totale degli imponibili e i conteggi per determinare quali percentuali di tassazione applicare a  ciascuna categoria (cittadini, forestieri, ecclesiastici, luoghi pii, ecc).

La Collettiva di Agerola fu redatta e firmata dalla giunta comunale dell’epoca, formata dal sindaco  Nicolò de Martino e dagli eletti Gaspare Coccia, Martino d’Acampora e Giacomo di Rosa, coadiuvati dal cancelliere  Agostino Naclerio.  L’intero documento può reperirsi qui. Inoltre la si trova riportata integralmente nel volume di Pasquale Villani “Il sistema tributario del Regno di Napoi e le finanze comuali del distretto di Salerno alla metà del Settecento” (Salerno 1958,) , molto utile per capire come era strutturato il catasto voluto ca re Carlo di Borbone e come si calcolavano le imposte. Ma anche per interessanti raffronti  economici e fiscali tra  Agerola e gli altri centri del Pricipato Citra di cui l’autore riporta le Collettive.

In quella di Agerola, esattamente nel paragrafo dedicato alla categoria dei  Napoletani abitanti, troviamo anche un interessante elenco di tutte le spese ordinarie annualmente sostenute dall’amministrazione comunale dell’epoca. Tale elenco, che è riportato integralmente nella figura che segue, consente di farsi un’idea di cosa significasse, all’epoca, amministrare un comune, ma ci pone anche di fronte a dei vocaboli desueti dei quali provo qui a chiarire il significato.

L’elenco delle spese annue sostenute  dalla Universitas di Agerola a metà Settecento (dalle pag. 106 e 106 del citato volume di V. Villani).

Il totale annuo dei pesi (ossia spese) del comune era di 2.267 ducati, 2 tarì e 6 grana, mentre l’imponibile dell’intero comune era paria 26.971 ducati e 4 tarì.

Nell’elenco delle spese, salta all’occhio la forte incidenza (17% circa) delle spese che riguardano la vita religiosa. Per tale categoria troviamo, nell’ordine: 6 ducati annui di prebenda all’ arciprete  del paese; 52 ducati annui  di sussidio al locale convento francescano di S. Salvatore de Cospidi; 12 ducati per l’annuale festa del Corpus Domini [1];  la bella cifra di 30 ducati annui per il padre predicatore invitato ad Agerola per la Quaresima ; 8 ducati annui al cappellano della chiesa di Tutti i Santi (della quale viene ricordata la fondazione laicale dicendo”che è cappella di questo pubblico”); e una non specificata offerta caritatevole ai  “padri Cappuccini  e di Gerusalemme” [2].

Pubblica sicurezza e sanità.

Ovviamente, a queste spese per la cura delle anime si affiancavano quelle per le necessità materiali della comunità. A tale categoria appartengono, tra l’altro, due voci di spesa per l’ordine e la sicurezza pubblica. La prima di esse è quella che prevede un’uscita di 74,2 ducati annui “Per la squadra del ripartimento di campagna”. Infatti, una attenta ricerca bibliografica mi ha consentito di chiarire che si tratta del soldo (paga) dei componenti  la locale Squadra di campagna, vale a dire il corpo di armigeri che operava nella specifica zona rurale (ripartimento di campagna) contro le azioni di banditi e scorritori  [3]. L’altra voce di spesa per la pubblica sicurezza  è quella che recita “Per la contribuzione per la filuca della guardia, ducati 12” . Si trattava  del  contributo che il comune doveva pagare annualmente al regio servizio di guardia costiera,che era  svolto da una feluca [4] al cui mantenimento contribuivano tutti i paesi della Costa d’Amalfi.

L’impegno dell’amministrazione comunale nel campo della sanità pubblica, ovvero per garantire un’assistenza sanitaria anche ai meno abbienti, è testimoniato dalla spesa di  136 ducati annui  per un contratto a un medico fisico e chirurgo che doveva operare come medico condotto e curare pauperes sine mercede.

Una feluca

Annona e mulini comunali.

Vi è poi una coppia di spese che sembrano aver a che fare con l’annona, ovverosia con la politica per le scorte di cereali. Vivendo un periodo segnato da periodiche carestie e connesse speculazioni di mercato. Le autorità di governo fronteggiavano con misure volte, da una parte, a ridurre le importazioni e stimolare l’aumento delle produzioni cerealicole locali e, dall’altra, a costituire scorte cittadine con le quali calmierare i prezzi e fare assistenza. Le spese in questione consistono in 22 ducati annui al regio Mastro Portolano di Salerno per diritti sulla importazione di grani [5] e 12 ducati annui ai quattro eletti che formavano ila giunta o comunale, per il loro doversi occupare dell’assaggi dei grani.

Importati o prodotti in loco che fossero, i  cereali andavano ovviamente macinati e il modo più economico per farlo era servirsi di un mulino comunale. A tal proposito il documento in esame riporta l’annua spesa di 5 ducati, 4 carlini e 1 grano per i censi sopra dei  mulini che l’amministrazione comunale aveva  preso in affitto [6] .

Foto dei primi del Novecento mostrante il mulino ad acqua di località La Vertina, lungo il fiumicello Penise, al confine tra Pianillo e Campora.

I mulini pubblici sono poi menzionati di nuovo all’interno dell’ultima voce dell’elenco (spese varie per un totale di 120 ducati annui), che prevede spese per le riparazioni (acomodi) di cui quegli strategici opifici avevano periodicamente bisogno.

Assistenza legale al Comune

Due delle voci di spesa in elenco riguardano il supporto legale alla pubblica amministrazione. Si tratta dei 20 ducati annui destinati all’avvocato in Napoli (incaricato di assistere sindaco ed eletti nei loro rapporti con gli uffici e i i tribunali centrali del Regno), insieme alle non quantizzate Spese de (per)  liti incluse, nell’ultima voce dell’elenco delle spese. Per gli atti ordinari della giunta comunale, l’assistenza archivistica era data dall’ordinario cancelliere, per  il quale una apposita voce prevede una spesa di 14 ducati. .

Funzionamento del locale Giudicato Circondariale Regio

Come ho meglio descritto nell’articolo Quando Agerola aveva la sua “corte bajulare” la corte di giustizia che il duca Antonio Piccolomini aveva istituito ad Agerola nel Quattrocento [7 ], continuava ad esistere nel Settecento come Giudicato Circondariale Regio. Ne era a capo un governatore e giudice del quale Lodovico Antonio Muratori scrisse: ll Governadore di Agerola è Assessore, e Giudice nativo della Corte di Amalfi; anzi mancando il Governadore in Amalfi, può il Governadore di Agerola andare ad esercitare nella Corte di Amalfi da Governadore, e Giudice; come alle volte si è osservato  [8 ] .

Il Giudicato Regio di Agerola continuò ad esistere anche nell’Ottocento e nel 1867  fu trasformato in una Pretura, con annesso piccolo carcere,che visse fino al 1890.  [9].

Nella Collettiva del Catasto Onciario, le spese comunali che appaiono riconducibili al funzionamento del Giudicato Regio sono le seguenti:

1) Al Regio signor Governatore per provisione e pasto  (ducati 75. 3. 18 annui) [10];

2) Affitto della casa del Governatore (ducati 12 annui) [11]

3) Provisione all’ordinario giurato(ducati  12  annui) [12];

4) Per fare venire l’assisa dei neri ;

5)  Pedatici dei corrieri regi.

Le ultime due uscite, inserite senza quantificazione nella voce finale dell’elenco,  meritano di essere spiegate ricordando, innanzitutto,  che i corrieri regi erano uomini incaricati di portare la corrispondenza pubblica da un luogo a un altro [13]. Riguardo al termine pedatico (da cui l’odierno ‘pedaggio’) va detto che esso nacque nel Medioevo per indicare la tassa da pagare per attraversare certi passi montani  o per percorrere certe strade. Ma qui è forse usato nel senso più ampio di ‘spese di missione’, ‘diaria per trasferta’ da pagare a quei corrieri regi.

Riguardo alla enigmatica espressione  “Per far venire l’assisa de’ neri”, mi pare chiaro che si trattava di spese di missione da pagarsi ai convocati per una seduta (assisa) ad Agerola.  Ma chi erano costoro? Il nome gergale di “neri” potrebbe riferirsi a dei giudici togati  per via del colore di quella loro veste. 

Casa della Corte come appariva a inizio Novecento (mio disegno da foto)

 

Note

1 –Questa festa doveva essere la maggiore  tra quelle riguardanti l’intero Comune, e doveva probabilmente ruotava intorno alla chiesa di S. Pietro Apostolo nel casale-capoluogo di Pianillo. In tale chiesa, infatti, agiva fin dal secolo XVI una Confraternit del Santissimo Corpo di Cristo,  poi  sostituita con quella, ancora esistente, del Carmine.

2 – Queste offerte erano probabilmente destinate a istituti della vicina Amalfi. Per padri di Gerusalemme si intendono i Gerosolomitani, che nacquero come Ospitalieri di San Giovanni a Gerusalemme e presero poi il nome di Cavalieri di Malta.

3 – Si veda  Alessio De Sarii, Codice delle leggi del regno di Napolis. Libro primo -duodecimo: De’ delitti privati, e pubblici, e delle pene. Napoli 1797, p 59.

4 – Piccolo veliero mediterraneo, attrezzato con due alberi ciascuno con una vela latina, e senza bompresso.

5 – I mastri portolani erano degli ufficiali preposti alla gestione e al coordinamento dei porti e delle · attività commerciali .

6 – Nello stesso catasto onciario trovo che uno di questi mulini era del monastero della SS. Trinità di Amalfi, che per esso riceveva dal comune di Agerola un censo di 3 ducati e 4  carlini annui.

7 – “Costui ( il Duca),  avuta considerazione della posizione topografica di Agerola e di Praiano, lontani da Amalfi, destinovvi un Capitano ed un Governatore ad amministrare unitamente la giustizia, tenendo essi residenza in Agerola. Quest’ultimo (il Governatore )  esercitava le funzioni di giudice e di consultore, ovvero di assessore ordinario presso la corte ducale di Amalfi, in cui intervenir dovea per due giorni in ogni settimana …

 Nell’ordine giudiziario eravi pure in Agerola  una corte bajulare con il giurato e il maesrtro d’atti” (da  M. Camera, Memorie storico-diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi  (Salerno, 1881), vol. 2, p. 623).

8 –L.. A. Muratori, Raccolta delle vite, e famiglie degli uomini illustri del regno di Napoli (Napoli 1755), p. 150.

9 – A. Mascolo, Agerola dalle origini ai giorni nostri, MicroMedia 2003, pp. 167,169 e 170).

10 –Con “provisione e pasto” si intende Stipendio e spese di vitto.

11 –Questa spesa si lega al fatto che il Governatore e Giudice aveva l’obbligo della residenza. La casa prescelta per alloggiarlo dovrebbe corrispondere al piano superiore di quella Casa della corte che poi divenne sede del Municipio e che ora ospita il Museo civico di Agerola.

12 -Qui per Giurato si intende un giudice popolare, ossia un membro della giuria   non appartenenti alla categoria dei giudici togati

13 -Nel caso specifico dovevano essere spesso utilizzati per gli scambi di documenti con Amalfi (capoluogo locale), Salerno (capitale della provincia di Principato Citra cui Agerola appartenne fino al 1846) e Napoli (capitale del Regno).

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Si fa presto a dire colle… Un oronimo dal doppio significato.

Nella toponomastica dei monti intorno ad Agerola (parte centrale dei Monti Lattari), ricorre abbastanza spesso il termine “colle”. Limitandosi ai toponimi che sono riportati sulle tavolette dell’IGM in scala 1:25.000, troviamo i seguenti casi:  Colle Carpeneto, Colle Ceppa, Colle dei Fiossi, Colle delle Vene, Colle di Lare, Colle di Mezzo, Colle Garofalo, Colle la Serra, Colle Maista, Colle S. Angelo, Colle Sproviere e Colle Sughero.

A questi possiamo poi aggiungere il toponimo in forma dialettale Lo Cuollo  che si trova citato nel Catasto Onciario di Agerola (anno 1752) e che è ancora in uso per una località a monte del casale Campora.  

Come significato di “colle”, il primo che viene in mente è quello di ‘altura, piccola elevazione del terreno, dosso’  (ad es. i Colli Eugane e i Sette colli di Roma).   

Ma, come riporta anche il Vocabolario Treccani, “colle” (dal latino collis, a sua volta dal greco kolonos o kolone) ha anche un altro significato ed è quello di “depressione della cresta di una dorsale montuosa che mette in comunicazione due valli”; vale a dire ‘sella, valico, passo’.

Come esempi di questo secondo utilizzo del termine, cito quelli che tutti noi  imparammo a scuola, studiando le ripartizioni della catena alpina: “Alpi Marittime dal Colle di Cadibona al Colle della Maddalena; …Alpi Graia dal Colle di Moncenisio al  Col Ferret”.

Ma a ricordarci che colle equivale talvolta a passo (nrl senso di valico), nell’Appennino tosco-romagnolo abbiamo il Passo della Colla, , nell’Appennino ligure il Passo Colla e nei nostri Monti Picentini il Varco della Colla, sul quale passa la provinciale che collega la valle di Giffoni a quella di Serino. E’ chiaro che, in tutti e tre questi casi, colla  sta per colle nel senso di valico .

 Il fatto che il sostantivo colle abbia assunto due significati così diversi  (altura e sella) pare che abbia influito la vivinanzaa collo (dal latino collum), che, tra i suoi significati, ha avuto anche quello di “sommità tondeggiante di un monte, soprattutto in quanto sia valicabile”. Così infatti si legge alla voce collo del Vocabolario Treccani, il quale aggiunge che “in questa accezione, è oggi più comine la variante  colle e la sua forma tronca còl.”

Tornando alla toponomastica storica dei Monti Lattari, faccio osservare che in essa non compaiono mai termini quali Passo,  Sella, Valico e Varco  [1], il che fa sospettare che una larga parte dei sopracitati oronimi locali a base Colle usino questo termine prorprio nell’accezione di passo, valico.

A titolo di esempio, riporto i casi diColle la Serra, Colle sughero e Colle S. Angelo.

Colle La Serra

Il luogo così denominato corrisponde alla sella (a 578 metri s.l.m.) che separa il M. Tre Callidel M. Cerasuolo; sella che viene sfruttata dall’antica mulattiera Agerola – Positano (oggi ribattezzata Sentiero degli Dei).

Colle Sughero

Riguardo a questo toponimo osservo che, da quando l’IGM l’ha segnato sulle sue carte topografiche,esso si è andato affermando come il nome del monte  sul quale cade (quota 1092 m a nord del casale Pianillo). Ma carte e documenti più antichi attestano che quel rilievo si chiamava Monte Acquara.  IMolto probabilmente il qui pro quo avvenne perché il topografo settentrionale che effettuò i rilievi cartografici nel periodo post unitario non capì che con Cuollo Suvero i montanari da lui intervistati non intendevano l’intero monte, bensì solo la selletta che esso presenta quasi in cima [2] e che è sfruttata dal sentiero che, parterndo dal versanteagerolese, passa a quello che guarda verso Pimonte e raggiunge la sorgente dell’Acquara.

Stralcio  della cartografia IGM 1:25.000  mostrante l’area del valico di Colle S. Angelo.  Il rettangolo rosso indica il sito dell’antica chiesetta-vedetta di S. Angelo ad Iugum.

Colle S. Angelo

Circa il toponimo Colle S. Angelo, ricordo che esso allude alla presenza di una chiesetta  del X secolo (oggi ridotta a poco più di un cumulo di pietre) che fungeva anche da punto di vedetta e segnalazione  e che era dedicata a S. Michele Arcangelo. Il rudere è posto esattamente nel punto in cui il crinale principale dei Monti Lattari  presenta un suo marcato minimo altimetrico (a 935 metri s.l.m.), così da costituire un comoso punto di valico che è sfruttata dall’antica mulattiera Amalfi – Agerola – Pino – Pimonte – Gragnano.  Che il termine colle stia qui per valico, lo conferma anche l’antico nome della citata chiesetta: S. Angelo ad Iugum  o Jugo,  dal latino iugum, ossia  ‘passo’.

Note

1- D. Camardo e A. Cinque (2005) La toponomastica della parte centrale dei Monti Lattari (antico Stato di Amalfi), Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana,  30, , p.122

2 –La zona sommitale del monte in questione è caratterizzata da due crinali paralleli, separati da due incisioni torrentizie, allineate e contrapposte, .che sono all’origine della citata selletta.

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Annura a Napoli, ancristo ad Agerola.

Il 1530 fu un anno drammatico per Pozzuoli, perché vi avvenne l’eruzione che creò ex novo il vulcano detto –non a caso- Monte Nuovo. Fortunatamente l’evento fu preannunciato da forti fenomeni precursori, tra cui molte scosse sismiche. In una perizia giurata ,resa  in data 30 luglio 1587, l’ottuagenario Antonius Russus  di Pozzuoli dichiarò tra l’altro che “nel giorno di San Geronimo (28 settembre) si sentì per detta Città un gran terremoto, lo quale allo stesso pigliava, e lasciava, e tutta la Città si mise in rivolta, e quasi tutta disabitò, ed andò in Napoli, e per le campagne, chi fuggiva in un luogo, e chi in un’altro, e pareva che il mondo volesse subissare; e le genti fuggivano etiam (ossia perfino, .N.d.r.) alla nuda, ed uscendo esso testimonio co’ suoi figliuoli, e sua moglie, ritrovò alla porta di Pozzuoli una donna nominata Zizula, moglie di Mastro Geronimo Barbiero, la quale andava in camicia a cavallo ad uno somiero (cioè somaro, N.d.r.) alla mascolina, scapillata: e tutti piangevano, e gridavano: Misericordia!” [1].

In  questo passo ritroviamo l’espressione “alla nuda”, versione ripulita (probabilmente dal dotto verbalizzante) della tipica e ancor’oggi usata locuzione dialettale annura, che -come accade spesso nel napoletano-  fa suonare la “d”  come una “r” e  salda assieme  la preposizione e l’aggettivo  (alla nuda > alla nura > a-nnura).

Qualcosa di simile pare sia da porre anche all’origine di ancristo, voce della parlata agerolese cui assegno il valore letterale di ‘alla Cristo’ (alla maniera del Cristo).L’uso ancora vivo della locuzione ( cfr. frasi del tipo “Viestete! Che faie ancora ancristo?” oppure “Me jettaie a mare ancristo”) mostra chiaramente che il significato è lo stesso di annura e nasce da un popolano  utilizzo del Cristo come emblema della nudità; cosa nella quale dovettero giocare un ruolo decisivo quelle antiche raffigurazioni del battesimo o della crocefissione e resurrezione del Cristo che lo mostravano esattamente nudo o con davvero poco addosso [2].

Assente nei dizionari dialettali napoletani,  il termine è invece segnalato nel Salernitano, area per la quale Pasquale Sacco segnala l’uso di “a l’ancrìsto”  per dire ‘nudo/nuda’ [3]. Tale forma, che potremmo anche trascrivere con al’ancristo, aiuta a capire che a locuzione sta per “alla Cristo”  e se ne differenzia per l’inserzione (epentesi) del suono “an” per un’esigenza eufonica, per rendere èiù facile e e armonica la pronuncia.

NOTE

1 – Il documento è riportato pià estesamente nell’interessantissimo articolo di R. Scandone e L.Giacomelli, Cronache di un’eruzione: la nascita di Monte Nuovo nel 1538.  Ambiente Rischio Comunicazione, n. 5, 2013.

2 –Si pensi soprattutto agli affreschi di epoca medievale, nei  quali il Salvatore è frequentemente rappresentato a figura nuda.

3 –Si veda la voce Ancristo in Pasquale Sacco, Spigolature etimologiche in provincia di Salerno. Edizioni ETS,  2018.

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Perché non possiamo non dirci …parte della Costa d’Amalfi

Le ragioni storiche

Chiedo umilmente scusa a  Benedetto Croce se ispiro al titolo di un suo celebre saggio [1] quello del presente mio articoletto, il quale vuol semplicemente illustrare l’antichità e il significato  della dizione “Costa d’Amalfi” e con ciò dare risposta a quegli amici agerolesi che di tempo in tempo mi hanno chiesto se a quella Costa appartiene anche il nostro Comune, che il mare di Amalfi e dintorni lo guarda dall’alto dei suoi seicento metri di quota.

E’ ben noto che, politicamente e amministrativamente, Agerola è stata legata ad Amalfi sin dai tempi del Ducato indipendente, più noto come Repubblica Marinara (periodo 839 – 1131), dal che deriva anche il fatto che Agerola fa ancor’oggi parte della diocesi d’Amalfi, nonostante nel 1846 essa abbandonò la Provincia di Salerno (ex Principato Citreriore o Citra) per aderire alla Provincia di Napoli [2].

La dizione Ducato di Amalfi fu mantenuta anche dopo la conquista da parte dei Normanni, ma il territorio così denominato venne a ridursi d’ampiezza con le infeudazioni di epoca angioina e aragonese, quando Positano, Pimonte, Gragnano e Lettere vennero distaccate per darle a signori diversi. A periodi, subì medesima sorte anche Agerola, ma poi nel 1461, quando re Ferrante riconquistò il regno di Napoli col decisivo aiuto delle truppe di papa Pio II guidate dal di lui nipote Antonio Todeschini Piccolomini, il premio che il re gli concesse fu, insieme alla mano della figlia Maria d’Aragona,, il feudo del Ducato di Amalfi costituito dai territori di Amalfi, Ravello, Scala,  Minori, Agerola, Tramonti, e Maiori (vedi documento d’epoca su M. Camera, Memorie etc, vol. I, p. 29).

Tra la fine del Cinquecento e la metà del Seicento, il possesso del Ducato di Amalfi da parte dei Piccolomini visse una travagliata fase debitoria che indusse re Filippo IV a mettere quel feudo in vendita  e consentì ai cittadini del Ducato d’Amalfi, Agerolesi compresi, di  comprarselo e di liberarsi così dal feudalesimo.

Le indicazioni che emergono da antiche descrizioni della Costa d’Amalfi.

Sull’antichità della dizione Costa d’Amalfi, basterà ricordare che la utilizzò, a metà del Trecento, anche il Boccaccio, che  nell’incipit della quinta novella della seconda giornata del suo Decameron, scrisse:

Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la piú dilettevole parte d’Italia; nella quale assai presso a Salerno è una costa sopra il mare riguardante, la quale gli abitanti chiamano la Costa d’Amalfi, piena di piccole cittá, di giardini e di fontane e d’uomini ricchi e procaccianti in atto di mercatantía …

Di poco posteriore, e assai utile per meglio comprendere a quale territorio si riferisse, è la descrizione della Costa d’Amalfi che ci ha lasciato Leandro Alberti nella sua celebre Descrittione di tutt’Italia (Venezia 1551). Qui, a pagina 160 si legge:

Avanti che più oltre passi, voglio descrivere la Costa di Amalfi che risguarda al Mezo giorno, la quale è di tanta vaghezza, et di tanta amenità, che credo, che pochi luoghi si possano ritrovare da ragguagliare a quella. Ella è di lunghezza circa venti miglia, ove si veggono alti, difficili, et aspri Monti, et massimamente da quel lato ch’è sopra il Mare. Et è tanto difficile la via da salirvi, che ognun solamente a vederla, si stracca. Si veggono però fra detti strani balci molto aggredevoli valli, ove sono belle Fontane con altri sorgivi di chiare acque, dalle quali escono vaghi, et dilettevoli ruscelletti, et scendendo con gran mormorio, et susurro, danno gran piacere alle persone. Sono questi ameni luoghi molto habitati, ove si scorgono tutte le maniere di fruttiferi alberi, sì come di aranci, cedri, limoni, pomi, olivi, peri, succini, pome granate, cerese, con altre specie di frutti, che sarei lungo in descriverle. Apparono anche belle vigne. Danno etiandio gran piacere a gli occhi, et all’odorato, le pareti di mortella, allori, bussi, ellera, gisalmini, ramerini, rose, et rosette, di diverse specie, con altri simili arbuscelli, da i quali esce soavissimo odore, et rendono all’occhio gran dilettatione. Evvi quivi l’aria temperata, et si scopre il Mare quasi da ogni lato. Ella è tutta questa costa (come dicemmo) molto habitata, in tal guisa, che pare, a quelli che navigano il mare vicino a questi luoghi, risguardandola, una continua città di lungo tratto più tosto, che separate habitat ioni … (seguono notizie su Amalfi, Ravello e altri centri maggiori).

Da questa bella e generosa descrizione appare chiaro che l’Alberti si riferisce al versante sud (che risguarda a Mezzogiorno) dei Monti Lattari. Il fatto che l’Alberti dica “ove si veggono alti, difficili, et aspri Monti …et molto aggredevoli valli” rende chiaro che per Costa d’Amalfi non si intendeva solo la fascia litoranea, ma anche il suo entroterra montuoso [3].

Inoltre, la  gran varietà di frutti che l’Alberti dice essere qui prodotti ( “tutte le maniere di fruttiferi alberi … aranci, cedri, limoni, pomi, olivi, peri, succini, pome granate, cerase,  …”) è anch’essa una indiretta conferma che l’area indicata come Costa d’Amalfi saliva sino a quote montane e includeva i territori di Agerola e Tramonti, i più fertili del comprensorio.

Venendo a tempi un po’ più recenti, posso citare, come fonte che attesta l’uso e il significato di “Costa d’Amalfi”, un decreto della Regia Camera di Napoli del 29 maggio 1600 riportato da Matteo Camera a pagina 465, volume primo, delle sue Memorie  storico diplomatiche  ecc (Salerno 1881). In tale decreto, che usa “Ducato de Amalfi ” e “Costa de Amalfi” come sostanziali sinonimi, viene ribadito l’antico privilegio riconosciuto agli uomini della Costa  d’Amalfi  dimoranti nella capitale, di godere delle medesime esenzioni fiscali di cui godevano i cittadini napoletani. Il tutto, si badi bene, su istanza di un nativo di Tramonti, terra non-rivierasca della Costa d’Amalfi.

L’uso di intendere sotto tale dizione anche l’immediato entroterra montuoso del litorale amalfitano è continuato anche nell’Ottocento. Tra le fonti che l’attestano mi limito a riportarne una che chiama in causa proprio Agerola. Si tratta  di ciò che scrive il dotto Alessandro di Meo a pagina 207, volume 12, dei suoi  Annali critico-diplomatici del regno di Napoli della mezzana età (Napoli 1819):

Agerola , o Gerola , nella Costa di Amalfi, nell’alto del monte a Ponente …

Le ragioni etimologiche.

Oggi come oggi sono in molti a credere che il sostantivo “costa” sia un mero sinonimo di “riva”, ma se – in ambito geografico litoraneo – esso  ha avuto per secoli  un diverso significato, è per via del fatto che il vocabolo viene dal latino cŏsta, tra le cui accezioni domina quella di ‘fianco’. Nella nomenclatura di elementi del paesaggio fisico, “costa” ha così preso il significato di ‘fianco di monte o di collina’, da cui  i nomi delle tante località di versante che in Italia son dette La Costa, Le Coste e simili. Ma i riflessi nella toponomastica riguardano anche parecchie cime  montuose; ad esempio:  Monte Costa delle Alpi Apuane, Monte Costa Calda tra Campagna ed Acerno e Monte Costa Sole poco a nord est di Roma.

Se poi “costa” è stato usato anche e soprattutto come nome comune di certe fasce territoriali affacciate sul mare (“costa sopra il mare riguardante”  dice il Boccaccio nel brano sopra riportato), è per la forte continuità concettuale col già visto senso di ‘fianco di monte’, solo che stavolta è un fianco (di monte, catena o altopiano) che scende fin nel mare [4 ].

D’altra parte, che il termine “costa” debba usarsi per indicare qualcosa di diverso (più ampio) della riva o del lido, è ancora regola nella neolatina lingua francese, nella quale, lo attesta il dizionario Larousse, côte vale ‘terre adjacente ou proche du domine marine’. E similmente accade nell’Inglese, che usa shore o coast-line per dire ‘riva’, mentre a  coast dà significato di “the land next to or near to the sea or ocean” (dall’Oxford Advanced Learner’s Dictionary).

Per chiudere questa sezione etimologica ricordo che da “costa”, nel senso geografico di cui sopra, è poi scaturita la variante “costiera”. Usato già dal Sannazzaro (1457 – 1530), per l’area di Posillipo, solo nel primo Novecento il sostantivo “costiera” si affermò nella denominazione locale “Costiera Amalfitana”, usata soprattutto nella pubblicistica turistica italiana (gli stranieri continuano a preferire Côte d’Amalfi, Amalfi CoastAmalfi küste).

Su questa  tavola della Carta del litorale di Napoli diel Rizzi Zannoni  (fine secolo XVIII) l’ombreggiatura mette bene in risalto lo spartiacque principale della dorsale dei Monti Lattari, indicato anche dalle freccette rosse.

                                                       

Conclusioni.

In definitiva, si può affermare che esistono ottime ragioni  storico-geografiche ed etimologiche per ritenere errato delimitare la Costa d’Amalfi (o Costiera Amalfitana che dir si voglia) facendosi condizionare dal decorso del confine tra le Provincie di Salerno e di Napoli. Infatti, nella dizione Costa d’Amalfi il sostantivo  “costa” ha il più antico e corretto significato di ‘fianco montuoso  che scende a mare’, e si riferisce all’intero versante sud della dorsale dei Monti Lattari nel tratto che appartenne al Ducato di Amalfi. Dunque, il limite settentrionale della Costa d’Amalfi va riconosciuto nello spartiacque principale dei Monti Lattari (vedi figura) e non certo in quel moderno confine di provincia che, nella zona orientale,  scende fin sulla piana sarnese abbracciando anche il versante nord dei Lattari, mentre nella zona occidentale, intorno ad Agerola, fa grossomodo il contrario, passando a mezza costa [5] del  versante sud.

Note:

1 -Ovviamente mi riferisco  al breve saggio del 1942 “Perché non possiamo non dirci “cristiani” , nel quale il filosofo  sostiene che nel corso dei secoli, il Cristianesimo ha compiuto una rivoluzione nella coscienza morale dei popoli, creando nuovi valori e nuove virtù  che dai credenti sono poi passate, per una sorta di osmosi sociale, a tutti indistintamente.

2- Nel Regno di Napoli il sistema delle Provincie era stato introdotto nei primi anni del Decennio Francese (1806 – 1815),. La Provincia di Napoli fu realizzata ex novo, mentre quella salernitana derivò sostanzialmente da quello che prima si chiamava  Principatus citra serras Montorii (Principato al di qua delle montagne di Montoro’, vale a dire dei M. Picentini, al di là dei quali era il Principato Ultra).

3 -Secoli prima, il Ducato indipendente di Amalfi aveva incluso anche una fetta del fianco nord dei Monti Lattari, quella che includeva Lettere, Gragnano, Pimonte e Pino.

4Cfr. la voce costa sul dizionario etimologico online www.etimo.it

5 –L’ espressione “a mezza costa”, molto usata da geografi e geomorfologi, sta a significare ‘in posizione altimetrica intermedia lungo un versante’ e ci ricorda che “costa” vale innanzitutto ‘fianco di monte, versante’ e poi, in ambiti litoranei, ‘versante che scende in mare’. 

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 Produttori, artigiani, commercianti  e professionisti agerolesi di fine Ottocento.

Con questa breve nota  segnalo ai lettori una pubblicazione di fine Ottocento nella quale si rinviene una descrizione commerciale di Agerola che, sebbene stringata, dà un efficace quadro di quali attività contribuivano maggiormente all’economia locale dell’epoca. Ma son sicuro che, nello scorrere tale descrizione, l’attenzione di molti lettori sarà attratta anche dai nomi delle persone che vi si citano, tra i quali potrebbero riconoscere un loro antenato, ovvero il fondatore di una attività produttiva o commerciale che ancora continua..

La pubblicazione in questione si intitola Annuario d’Italia, Calendario generale del Regno. Parte seconda. (Stabilimento tipografico Bontempelli, Roma 1894.  A pagina 185 vi si legge:

AGEROLA

Collegio elettorale di Castellammare di Stabia. Diocesi di Amalfi. Abitanti  4161.  Dista Km 12 da Gragnano (Capoluogo mandamentale).

Trovasi sopra un alto colle circondato da altri di maggiore altezza; solo dalla parte del mezzogiorno godesi la bella veduta del mare e dei paesi della penisola Sorrentina e linea di Amalfi.

E’ salutata come la Svizzera d’Italia [1], ed ha rinomanza di incantevole villeggiatura estiva.

Gli inglesi specialmente vi si fermano buona parte dell’anno per respirarvi l’aria saluberrima [2].

A  700 metri sul livello del mare.                                                                             ]

Prodotti . Il suo territorio è montuoso, fertile  per legna di castagno, cereali, uve e frutta in genere. Uffuci  postale e telegrafico locali. Stazione ferroviaria di Gragnano, sulla linea Castellammare  Napoli.

Fiere: 20 e 21 settembre .[3]

Sindaco: Coppola notaio Andrea.

Segretario: Compagnone Vincenzo.

Notaio: Acampora Michele.

ALBERGATORI: Ferraioli Francesco – Florio Alfonso – Lauritano Angelo – Mascolo Felice.

Foto di primo Novecento con la facciata dell’Albergo Risorgimento, costruito nel 1876.

Foto di primo Novecento con la facciata dell’Albergo Risorgimento, costruito nel 1876.

BESTIAME (neg.): Fusco Antonio – Fusco Tommaso – Milo Salvatore – Villani Francesco.

BURRO E FORMAGGIO (fabbr.):. Apuzzo Antonio – Apuzzo Giuseppe – Apuzzo Luigi – Buonocore Ferdinando – Fusco Nicola –  Naclerio Bernardo –  Naclerio Ferdinando.

CALCE (neg.): Fusco Giuseppe di Carlo – Fusco Saverio –  Gentile Catello –  Mascolo Giuseppe – Mascolo Michele .[4]

CEREALI (neg.): Fusco Raffaela – Gentile Angelo – Riti Giuseppe – Viviani Alfonso.[5]

DROGHIERI: Villani Francesco .

MERCIAI.: Imperati Felice – Naclerio Giusepp.

OLIO D’OLIVA (neg.): Amatruda Melchiorre – De Martino Luigi – Naclerio Giuseppe fu Casimiro. [6]

PANETTIERI: Fusco Giuseppe – Fusco Luigi – Manna Luigi – Pisacane Nicola – Viviani Alfonso.

PANIERAI:  De Rosa Giuseppe –  Fusco Gaetano – Fusco Salvatore – Villani Gennaro – Villani Salvatore. [7]

POLVERI PIRICHE (fabbr.): Di Martino Ferdinando. [8]

SARTI: Buonocore Antonio – Candido Generoso – Criscuolo Giuseppe – Criscuolo Luca – D’Auria Michele – Naclerio Antnio – Villani Antonio –  Villani Pasquale. [9]

VINO (prod.): Avitabile Giovanni – Coccia Vincenzo – Cennamo Francesco – Florio Matteo – Gentile Luigi – Mascolo Giuseppe –Naclerio Giovanni – Ruocco Diodato.

PROFESSIONI.

FARMACISTI: Brancati eredi- Guida Vincenzo.

MEDICI – CHIRURGHI: Coccia Luigi – Coccia Francesco – Ferrante Agostino – Florio Giuseppe.

Integrazioni e commenti

1 –Questa frase riprende lo slogan “Agerola, la piccola Svizzera napoletana”  che fu usato per molti decenni  nella promozione turistica del paese. Innalzando il lusinghiero paragone dal rango provinciale a quello nazionale (“la Svizzera d’Italia”), l’estensore dovette credere di far cosa grata agli Agerolesi, mentre invece sfiorò il ridicolo, visto che tante località alpine dell’Italia hanno paesaggi che somigliano a quelli elvetici ben più del nostro. 

2  -Questa presenza di villeggianti inglesi merita di essere indagata e quantificata. Intanto, però, ricordo che se ne ha traccia anche nel romanzo di anonimo inglese The Providence of Agerola, uscito  a puntate su The Messenger of the Sacred Heart of Jesus (Londra 1881-82).

3 –Qui si cota, come principale fiera di Agerola quella che si teneva nel casale di Bomerano in coincidenza con i festeggiamenti del locale patronoS. Matteo apostolo.

La piazza presso la chiesa di S. Matteo dove si teneva la fiera di Agerola

4 –Per l’abbondanza della roccia calcarea e di boschi da cui trarre il legname necessario alla lunghissima cottura delle pietre, Agerola aveva in funzione diverse calcare, ossia forni da calce. Ne accenna anche Emilio Scaglione nel suo bel romanzo Il passo del diavolo.

5 –Vale la pena di ricordare che ad Agerola,  a causa delle sue estati non abbastanza calde, si produceva ben poco grano, mentre ampi spazi erano dedicati alla segale (dial. Jurmano) , all’orzo e al mais (dial. Graurinia da Gano d’India).

6–Per ragioni climatiche, ad Agerola non vi erano uliveti (ne stanno sorgendo alcuni solo in questi anni, grazie al riscaldamento climatico in corso). I tre negozianti qui citati dovevano trattare olio prodotto a quote più basse nei comuni circostanti. Ricordiamoci che Agerola era già collegata a Napoli, via Gragnano,  con una rotabile, mentre ancora non c’erano né la strada costiera amalfitana (futura SS 145), né  quella per scendere da Agerola ad Amalfii via Furore e Conca dei Marini.

7 –I  prodotti più tipici e apprezzati dei nostri panierari (o cestai che dir si voglia)  erano le sporte, le sportele e gli sportoni realizzate con sottili strisce di legno di castagno. 

Un costruttore di sporte al lavoro. Foto dal sito http://www.cronachesalerno.it.

8 –Decenni prima i de Martino di Pianillo avevano creato ad Agerola una piccola fabbrica di polvere da sparo autorizzata da governo borbonico. La loro prima polveriera sorse nelle vicinanne del ponte di S. Bernardino (il ponte sul Penise della frazione Ponte); successivamente, per ragioni di sicurezza, l’opificio venne trasferito nella deserta località Fiobana, dove ancora sussistono i reltivi ruderi in attesa di restauro e valorizzazione turistica.

9 -Il numero relativamente elevato di sarti qui indicati fa sospettare che ad Agerola venissero a farsi cucire abiti anche gli abitanti di alcuni centri della vicina Costiera Amalfitana.

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Posizione e origine del toponimo medievale Scataquilianum.

Tra i toponimi agerolesi attestati nel Medioevo e oggi non più in uso vi è quello Scataquilianum, che troviamo citato in una charta offertionis  del 1204 il cui testo è riportato alle pagine 110 – 113 del volume 1 de  Le Pergamene degli Archivi Vescovili di Amalfi e Ravello (a cura di J. Mazzoleni; Napoli 1972).  Con quell’atto notarile il giudice Sergio de Sergio Comite donava alla chiesa dei Santi  Filippo e Giacomo di Amalfi la sua proprietà terriera “in Ageroli positum at Scataquilianum, loco nominato a lu Faytu.  

Circa l’ubicazione della zona allora denominata Scataquilianum (scataquilano), intravedo i seguenti tre motivi per porla nel casale di Campora:

1 –In quel casale esiste ancora una località Faito (equivalente odierno di Faytu che sta per ‘zona con faggi’) e si trova nella parte bassa di Campora, a valle di Casa Amatruda e a breve distanza da Portolana [1].

2 –Nel sopracitato atto del 1204, descrivendo i confini della proprietà che il de Sergio Comite aveva a Scataquiliano si dice che de supra (ossia verso  monte) il confine era dato da una via interpoderale, mentre de subtus (a valle)  la proprietà confinava col fiume  (che ad Agerola non può essere che il Penise). Nel citare poi i confini laterali si parla di settentrione e meridione; facendo con ciò capire che il versante sul quale giaceva la proprietà era orientato grossomodo N- S. Questo dato,  insieme alla presenza del Penise al piede del versante, fanno propendere per una ubicazione in territorio di Campora.

3 –Il terzo motivo  d a me considerato si lega all’etimo di Scataquilianum. A tale proposito osserviamo innanzitutto la terminazione in –anum. Questo noto suffisso aggettivale, che diventa –ano col passaggio al volgare, caratterizza soprattutto  i toponimi cosiddetti prediali, scaturiti dal nomen del proprietario dell’area in epoca romana o tardo antica (ad esempio: ove era il fondo di tale Bassius nacque il toponimo Bassiano; ove era quello di un Caius nacque Caian, ecc.).

Ma lo stesso suffisso –anum venne usato per dare nome a un luogo aggettivando un sostantivo che citava qualche presenza o caratteristica tipica del luogo stesso. Così, ad esempio, dal vento favonio che vi spira fu denominata  l’sola di Favignana e, mentre la presenza di folti selve fece nascere il nome Montesilvano.

E’ a questo secondo tipo di toponimi in –anum che, a mio avviso, va ascritto il nostro Scataquilianum. La sua radice pare contenere, in forma contratta e un po’ corrotta, una voce del verbo scatere (‘sgorgare’) e il sostantivo aquilie, assimilabile ad aquola, diminutivo di aqua, che sta per ‘filo d’acqua’  [2] .

Da aquola deriva anche il nome della nostra sorgente Acquolella (tra Agerola e Pogerola) mentre la variante aquile sta all’otigine anche del toponimo Acquile sui monti poco ad est di Acerno, nonché del nome antico della città de L’Aquila, che originariamente fu detta Acquilis  per a presenza di sorgenti, non di aquile.

Dunque, l’enigmatico toponimo Scataquilianum  pare significare ‘(Zona) delle piccole sorgenti’. Ciò rafforza quanto già detto ai punti 1 e 2 riguardo alla collocazione del toponimo nel casale Campora e, più esattamente, nella zona che abbraccia le piccole sorgenti di Via Casa Positano, Macerinelle; Faccella e Fontanella.  Le due sorgentelle di Faccella versano nell’incisione che scende verso la sopracitata località Fato. Come spiego nel libro Terra Agerula [3], il toponimo Faccella è anch’esso un idronimo, poiché è da interpretarsi  come corruzione di Faucella,diminutivo tardo del latino fauces, ‘bocca’ nel senso di orifizio da cui scaturisce acqua.

NOTE

1 –Credo che i faggi che ispirarono il toponimo in questione si trovavano al fondo della gola fluviale, poco soleggiata e perciò caratterizzata da un microclima fresco adatto a quella specie arborea.

2 – Castiglioni e Mariotti (1994).  Il vocabolario della lingua latina, p. 83. .

3 – A. Cinque, La toponomastica in uso nel medioevo. In: Terra Agerula, di G. Gargano. Edizioni CCSA, Amalfi 2016, pp.  53 – 67.

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I Monti Lattari visti da Castelcivita

Agerola, si sa, è chiusa da monti su tre lati, ma verso Sud è stupendamente affacciata sul golfo di Salerno. Ad esclusione delle giornate ad alta umidità atmosferica e poca visibilità, la vista verso sud spazia fino ai rilievi che chiudono a meridione detto golfo e che contornano verso oriente la Piana del Sele, detta anche di Paestum  (Fig. 1). In tale scenario, la sagoma montuosa più facile a riconoscersi è quella dei Monti Alburni (o Monte Alburno al singolare) con l’alta e ripida scarpata che lo delimita a oriente e col suo altopiano sommitale leggermente inclinato vero il Tirreno.

Il Golfo di Salerno e i rilievi che lo bordno visti da Agerola

L’altopiano, che sale fino a 1700 metri di quota ed è ricco di imponenti faggete, è costellato da spettacolari doline e inghiottitoi che fanno dell’Alburno “il Carso del sud Italia”. Ad attrarre qui tanti speleologi italiani e stranieri è anche la presenza di lunghe grotte carsiche sub-orizzontali alla base del massiccio calcareo. Di queste è certamente regina la lunga e variegata Grotta di Castelcivita, il cui imbocco è vicino all’omonimo paese, ma in effetti ricade nel territorio di Controne.

Carta della Campania meridionale con marcata la congiungente da Agerola a Castelcivita.

Tornando al tema delle viste panoramiche, voglio presentare ai lettori la bella foto che segue, che pubblico per gentile concessione di Raffaele Madaio, conduttore dell’ottima trattoria “al Portello” di Castelcivita. L’ha scattata dalla super panoramica balconata del suo locale in una di quelle asciutte giornate di viento ‘e terra  che ci regalano  nitide visioni di lungo raggio. Contro il rosso cielo del tramonto si staglia chiaramente la silhouette dei Monti Lattari – Penisola Sorrentina.

Nel riquadro con annotazioni che riporto sotto la foto, indico anche  Capri, il Monte S. Costanzo e le inconfondibili sagome dei monti Tre Caslli e S. Angelo a Tre Pizzi, a mezza costa delle quali si trova il ripiano orografico di Agerola.

La dorsale dei Monti Lattari – Penisola Sorrentina vista da Castelcivita (foto di Raffaele Madaio).

Chiudo suggerendo ai lettori che ancora non l’avessero fatto, di mettere in programma una gita a Castelcivita, innanzitutto  per visitare la splendida grotta, ma anche per esplorare il pittoresco borgo arroccato medievale di Castelcivita  (culminante con l’elegante Torre Angioina), salire a scarpinare sul boscoso altopiano [1 ] e/o scendere sul greto del fiume Calore a vedere le grosse sorgenti carsiche dell’Ausino che vi si riversano  []

La Torre Angioina di Castelcivita

Note

1 – Sull’altopiano dell’Alburno si può salire anche in auto, con due rotabili che partono una da Ottati e una da S. Angelo  a Fasanella, pochi chilometri a sud di Castelcivita.

2 – Il breve sentiero che scende al fiume si imbocca circa 200 metri dopo il piazzale della Grotta di Castelcivita, lungo la strada che va al paese. 

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Su Pietro de Stefano, autore della più antica guida della Napoli Sacra

Abstract.  About Pietro de Stefano , author of  the first  guidebook to Napes sacred buildings (year 1560). The most ancient guidebook illustrating churches, monasteries  and religious institutions of Naples (Italy)  was printed in 1560 with the title Descrittione dei luoghi sacri della città di Napoli, per (i.e. by) Pietro de Stefano napolitano.  As some modern scholars speculated that “ Pietro de Stefano” is just a paseudonym adopted by an  unknown  author who did not want to reveal himself,, in this article I  report some bibliographic informations demonstrating that the author of the Descrittione was a real Pietro de Stefano owner of various fiefdoms in the kingdom of Naples. After that, the article presents various hints (one of which of heraldic type) suggesting that Pietro (who was and lived born in Naples) had his ancestors in Agerola, where the de Stefano family exists since the 13th century (see the article “Antiche famiglie agerolesi: i de Stefano”)

1 Introduzione.

ll presente articolo è una sorta di continuazione del tema che trattai nell’articolo dal titolo “Antiche famiglie agerolesi: i de Stefano”, pubblicata su questo blog il 14 giugno 2018. 

In essa evitai di trattare il personaggio cinquecentesco Pietro de Stefano perchè la lunga discussione che esso richiede avrebbe appesantito troppo il pezzo. Di lui parla anche Matteo Camera nel capitolo su Agerola della sua opera maggiore [1]. Volendo ora dedicare a quel personaggio lo spazio che merita, partirò  proprio da ciò che di lui scrisse il Camera: 

2  Osservazioni al brano di M. Camera 

“Oriundo di Agerola, ma nativo napolitano fu poi Pietro de Stefano (o degli Stefani) figlio di Antonello nativo napolitano. Nel 1547 comprò la terra di Accadia (Capitanata) per 12.000 ducati da Giambattista d’Azzia marchese della Terza. Fu egli letterato e de’ letterati protettore generoso (qui una nota aggiunge: Se ne veggano i componimenti nelle raccolte del  Giolito,  del Ruscelli e del Dolce). Nel 1536 venne nominato per uno dei  governatori della Casa Santa dell’Annunziata di Napoli e anche Eletto del popolo negli anni 1499 e 1536. Diede egli alla luce nel 1560  la” Descrittione dei luoghi sacri di Napoli”, libro molto ricco di notizie chiesastiche e iscrizioni  utili al rischiarimento delle patrie memorie”.

Purtroppo il Camera, diversamente dal suo solito, non cita alcuna prova che i citati Pietro  e Antonello avevano antenati agerolesi; il che potrebbe far sospettare che dietro quella affermazione ci fosse solo una preconcetta convinzione  che tutti i de Stefano di Napoli discendevano da immigrati ivi giunti da Agerola. 

Ma sulla questione della patria di Pietro de Stefano (patria nel senso di ‘terra dei padri’)  tornerò più avanti. Intanto voglio portare alcune integrazioni e rettifiche su altri punti toccati dal Camera nel brano di cui sopra.

Per il Cinquecento è fuorviante citare l’equivalenza de Stefano – degli Stefani, della quale trovo traccia solo per il primo periodo angioino, particolarmente in riferimento agli importanti artisti Pietro, Tommaso e Masuccio degli Stefani, per l’appunto detti anche de Stefano, che molto attivi a Napoli [2]. Pietro, in particolare, fu l’architetto cui si deve la chiesa intorno alla quale sorse poi  il celebre complesso assistenziale  della SS. Annunziata [3 ] istituzione nella quale ci imbatteremo ancora nel prosieguo di questo articolo.

Riguardo alla carica di Eletto del Popolo (unico rappresentante delle vaste componenti non nobili nell’organo di governo della Città) devo dire che il nome di Pietro de Stefano compare una sola volta (con nomina del 27 dicembre 1536 nell’elenco di coloro i quali ricoprirono quella carica elettiva). A ricoprirla nel 1499 non fu Pietro (come dice il Canera) bensì Antonello de Stefano [4]. 

Su Antonello de Stefano esistono numerose tracce archivistiche e bibliografiche che lo rivelano come un  apprezzatissimo notaio napoletano vissuto a cavallo dei secoli XV e XVI. Sotto di lui lavoravano anche due altri notari: Baordo de Falco e Giovanni Perrecta [5] Antonello fu molto stimato anche da re  Federico I d’Aragona, che nel 1496, appellandolo “Nobil egregio viro Antonello de Stefano lo nominò suo procuratore e nunzio presso papa Alessandro VI  [6 ] 

Riguardo alla carica di co-governatore della Casa della SS. Annunziata, il Camera riporta che Pietro de Stefano la ricoprì nel 1536, il che è vero, ma risulta che egli l’aveva ricoperta anche nel 1531. Mi pare interessante notare anche che vai furono i de Stefano che ebbero quell’incarico nei secoli XV e XVI. Il primo fu tale Davide de Stefano, nominato nel 1470, poi Pietro nel 1531,  Marino nel 1534, di nuovo Pietro nel l 1536, di nuovo Marino nel 1552, Giovan Battista nel 1572 e infine Fabio nel 1577 [7].Ciò fa sospettare che nell’ambiente della SS. Annunziata, la casata de Stefano godesse di una stima che si rinnovava generazione dopo generazione. A un legame particolare con quell’ente fa  pensare anche il fatto  che fu proprio nella chiesa della SS. Annunziata che Pietro de Stefano eresse la sua cappella di famiglia (vedi oltre).

Circa l’affermazione che Pietro de Stefano fu “letterato e de’ letterati protettore generoso”, con relativa notazione “Se ne veggano i componimenti nelle raccolte del  Giolito,  del Ruscelli e del Dolce”, devo dire che i miei tentativi di trovare conferme in opere consultabili online non ha dato esito alcuno. Ma devo credere che il Camera lesse raccolte  di quegli autori che in rete non is trovano.  Ciò nonotante , non credo che per Pietro l’attività letteraria andassre oltre i limiti del puro e occasionale diletto .Riguardo alla sua Desrittione… (ecc), faccio notare che  uscì quando l’autore era un sessantenne ed è certamente frutto di innumerevoli e attente ispezioni  in quasi tutte le chiese e monasteri di Napoli, verosimilmente diluite  nel corso di vari decenni e sostenuti da una costanza di impegno più del ricercatore che dello scrittore. . In quanto all’essere anche “dei letterati protettore” , credo che il Camera la basasse sull’ aver trovato notizia di qualche opera letteraria stampata col sostegno finanziario del de Stefano;  cosa che ricchi mercanti e baroni facevano spesso ottenendo che le opere così stampate fossero loro dedicate in frontespizio.

2 Un libro tanto raro quanto importantissimo

Riguardo al libro che il Canera cita, va detto che il suo titolo  esatto è Descrittione dei luoghi sacri della città di Napoli, più un lungo sottotitolo che specifica: con li fondatori di essi, reliquie, sepolture et epitaffi scelti che in quelli si ritrovano, l’entrate  et possessori che al presente li possiedeno, et altre cose degne di memoria.  Segue la dicitura : Opera non meno dilettevole che utile, per Pietro de Stefano napolitano. 

Stampata nel 1560 da Raymondo Amato di Napoli, l’opera rappresenta la prima “guida sacra” di Napoli e divenne un modello che nel Seicento fu seguito per le celebri guide di  Cesare d’Engenio Caracciolo e Carlo de Lellis. 

Essa è ancora oggi molto consultato dagli studiosi,  perché ricca di notizie su chiese che sono poi scomparse che  hanno cambiato aspetto, ma anche per le notizie che fornisce circa l’economia degli enti religiosi dell’epoca.  Divenuta già rara nel ‘700, dell’opera esistono poche copie originali, ma per l’importanza documentale  che essa riveste,  Stefano D’Ovidio e Alessandra Rullo del Dipartimento di Discipline storiche dell’Università Federico II di Napoli. Ne hanno curato nel 2007 una riedizione digitale che è disponibile anche online

Inoltre, nel 2018 ne è uscita una ristampa della  Forgotten Books  che è acquistabile a modico prezzo. 

A sinistra il frontespizio del libro di Pietro de Stefano Descrittione dei luoghi sacri della città di Napoli, edito nel 1560

A destra la copertina della ristampa prodotta da Forgotten Books nel 2018.

Sull’identità dell’autore Antonella Canfora, riprendendo l’analoga opinione di Francesco Amirante  [8], così si esprime : “Non abbiamo alcuna notizia biografica sullo sconosciuto autore …. il suo nome non compare tra le liste degli Accademici napoletani e si potrebbe addirittura ipotizzare che Pietro De Stefano sia uno pseudonimo di un altro autore probabilmente più noto [9] 

A smentire l’ ipotesi pseudonimo basterebbero le notizie fornite dal Camera nel brano sopra riportato. Ma, siccome esse mancano di dati documentali a supporto, mi sono dedicato a cercare qualcos’altro, trovandolo, infine,  nell’opera di Ottavio Beltrano “Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici province (Napoli 1640). Parlando dei de Stefano che avevano in feudo Accadìa e altri centri del Regno di Napoli, dice: “Ultimamente Pietro de Stefano scrisse un libro intitolato Luoghi sacri di Napoli ….”. Al di là dell’impreciso titolo del libro (evidentemente citato a memoria), è da ritenersi del tutto attendibile l’identificazione del suo scrittore col Pietro de Stefano barone di Casella, visto che il Beltrano scrive a breve distanza di tempo dall’uscita di quel libro e, soprattutto, perché riporta una lista dei discendenti di Pietro de Stefanocosì completa e ricca di dettagli (vedi Appendice) da far credere che egli attinse alla viva voce degli eredi.

3 Dunque, la Descritione non è di anonimo.

Per quanto sopra esposto, mi pare che sia adeguatamente accertato che (1) l’autore della preziosa Descrittione (etc), prima guida alla Napoli sacra, fu effettivamente Pietro de Stefano e non un altro scrittore che quel nome e cognome avrebbe usato come pseudonimo. Inoltre (2) trattasi dello stesso Pietro de Stefano che in precedenza  aveva acquisito il titolo di barone comprando i feudi cilentani di Caselle in Pittari, Sicili e Morigerati, nonché quello di  Accadìa e Santo Mango nel Foggiano.

Rasta ora da verificare se quel Pietro de Stefano fosse davvero oriundo di Agerola, come riteneva il Camera. E’ una questione sulla quale le fonti bibliografiche non offrono alcuna prova diretta. Tuttavia, studiando le fonti concernenti i feudi di famiglia e ragionando sullo stemma di famigli a, credo di aver raccolto indizi sufficienti a dare al quesito una risposta positiva.

4 I feudi comprati da Pietro de Stefano

Nel periodo dei Vicerè spagnoli (1501 . 1713), nel quale  vissero Pietro de Stefano e suoi primi discendenti,  le necessità di far cassa indussero il governo a moltiplicare le vendite di feudi e di connessi titoli nobiliari. Ne approfittarono molti ricchi mercanti e banchieri che, oltre a considerare la”compra di feudi” un buon investimento, riuscivano così a passare nella classe dei nobili, antica ambizione dei mediani.

Per quanto concerne Pietro de Stefano,  a pagina 159  della  già citata opera di Ottavio Beltrano leggiamo che egli “nel 1522   comprò le terre di Accadia e Santo Mango nella provincia di Principato Ultra, e in Principato Citra le terre di Casella, Sicilì e Morgerale,…” In effetti  la data del 1522 (non smentita né confermata da altre fonti antiche) può ritenersi valida solo per l’acquisto dei feudi in Principato Citra (odierni comuni di Caselle in Pittari e  Morigerati con la sua frazione Sicilì). Per Accadìa invece  è  abbondantemente documentato che Pietro de Stefano lo acquistò nel 1547 

Caselle in Pittari,  Moigerati e Sicilì sono centri collinari dell’entroterra di Policastro Bussentino, della cui millenaria diocesi essi fanno parte. Ricadono nel bacino del Bussento, il più bell’esempio italiano di fiume carsico: esso  nasce a 900 m di quota alle falde del M. Cervati e, giunto presso Caselle, si inabissa in un grande inghiottitoio per continuare il suo percorso entro un sistema di gallerie e caverne lungo circa 5 chilometri. Torna in superficie con una grossa sorgente carsica presso Morigerati e da lì continua la sua corsa verso il Tirreno, raggiungendolo a Policastro.

Come diversi  altri centri del Cilento meridionale e del Cosentino, Caselle, Morigerati e Sicilì devono il loro consolidarsi (se non proprio la loro origine) ad arrivi in zona di monaci italo-greci di culto ortodosso (cosiddetti Basiliani) che nel X secolo  fuggivano dalla Sicilia arabizzata, seguiti anche da molte delle famiglie che vivevano intorno ai loro monasteri siciliani. Dopo secoli di dominio feudale da parte dei  Sanseverino (che a Morigerati furono seguiti da Matteo Comite), quei tre feudi passarono, come si è detto, ai de Stefano, che tennero Morigerati e Sicilì fino l’eversione della feudalità (1806), mentre Caselle fu da essi venduta nel 1674 per far fronte a debiti  [10].  

Il palazzo baronale dei de Stefano a Morigerati.

A Morigerati, il palazzo baronale che fu ed è ancor’oggi dei de Stefano, incorpora la porta di ingresso all’antico borgo murato ed include la cappella gentilizia con interessanti opere d’arte seicentesche.

Passando ad Accadìa e Santo Mango, va detto che, quando Pietro de Stefano ne divenne feudatario, erano terre del Principato Ulteriore o Ultra (corrispondente per lo più al Sannio e all’Irpinia), ma oggi Accadìa è assegnata alla provincia di Foggia. Santo Mango dovrebbe corrispondere all’odierna San Mango sul Calore (Av), ma di quel feudo le fonti non danno molte notizie e pare che i de Stefano non lo tennero a lungo.

Accadìa è un centro di antichissima origine posto in posizione strategica sulle colline dell’Appennino Dauno che dominano la Capitanata e controllano sia un tratto del Regio tratturo Pescasseroli – Candela, sia quella via naturale di passaggio al versante tirrenico della Penisola che viene sfruttata anche dalla moderna autostrada Napoli Bari.  Nel 1462  Accadìa fu al centro di una battaglia che segnò la definitiva sconfitta degli Angioini ad opera degli Aragonesi. La presa di Accadìa, urbs fortis che cedette solo  dopo 19 giorni di combattimenti, fu pertanto celebrata effigiandola sulle porte in bronzo che re Ferrante fece realizzare per  il Caste Nuovo (ex Maschio Angioino) di Napoli.

In quanto a storia feudale, Accadìa fu prima dei de Bruyers, poi degli Scott, dei del Balzo, di Federico d’Aragona, dei Brancaccio e,dei de Azzia. Da questi ultimi Pietro de Stefano la acquistà per 12000 ducati e ne ebbe il Regio Assenso dal Viceré Don Piedro deToledo, il  2 aprile 1547  [11] 

Alla sua morte (1570 circa) Pietro divise le proprietà feudali tra i suoi due figli: a l primogenito Gio. Angelo diede Accadìa e Santo Mango, a Gio. Luise Casella, Sicilì e Morgerale   [ 12].

 

I pannelli V e VI (parti basse delle ante di sinistra e destra) della porta in bronzo del Caste Nuovo di Napoli, opera di Guglielmo monaco.

Alla morte di  Giovan Angelo il feudo e il connesso titolo di barone di Accadìa passarono al figlio  Pietro Antonio, cui poi successe, nel 1611, il figlio  Ottavio. Costui morì nel 1640 senza lasciare legittimi successori, per cui la Regia Corte, il 1° di ottobre di quell’anno, vendette Accadìa, per 19000 ducati, a donna Dorotea Lantaro, figliuola di Giovan Pietro e moglie di Giovan Battista Caracciolo  [13]

5 Il feudo di Ogliastro 

I possedimenti feudali appena descritti sono quelli che acquistò Pietro de Stefano nel corso del Cinquecento. Ma un suo discendente di ramo cadetto, a nome Gaetano, verso la fine del Seicento  divenne barone di Ogliastro (oggi O. Cilento), dando origine ad un nuovo ramo nobile della famigli de Stefano, il cui BEL palazzo baronale fa ancora bella mostra di se nella cittadina cilentana,

Il Palazzo de Stefano a Ogliastro Cilento.

Dall’alto Medioevo al 1556, Ogliastro fece parte di quel feudo di Agropoli che i principi longobardi di Salerno avevano  donato ai vescovi pestani, ossia di Capaccio [14]. Poi fu venduto agli Spigadore, dando inizio a una girandola di feudatari (non insolita nel periodo vicereale), passando nell’ordine ai Bonito (nobili amalfitani), ai de Clario, agli Altomare, ai de Conciliis. Questi tennero Ogliastro per sole due generazioni, poiché la terza fu priva di maschi e il feudo divenne dota che Delia, de Conciliis portò  a Gaetano de Stefano suo sposo.  Per successione Ogliastro passò poi (1741) a  Giuseppe e poi a suo figlio Gaetano che nel m  1782 lo trasmise al figlio Pietro che infine , morendo, lo lasciò al primogenito  Matteo, che tenne Ogliastro fino alla abolizione della feudalità con legge del 1806.

Questo ramo dei de Stefano godette dei titoli di Marchesi di Ogliastro e Patrizi della città di Salerno. Inoltre  fu  ricevuta nell’ Ordine di Malta e  ritenuta ammissibile nelle Reali Guardie del Corpo ed iscritta al Registro delle Piazze Chiuse.

6  La parola agli stemmi

Nell’attesa che future scoperte archivistiche (ad esempio, presso il ponderosoArchivio storico del Banco di Napoli) vengano a comprovarla in modo più diretto e certo, l’ipotesi che lo studioso e barone napoletano Pietro de Stefano discendesse da  famiglia agerolese  appare quantomeno molto probabile sulla base di diversi alcuni . Tra essi vi  è il fatto che nel 1640, quando Ottavio de Stefano morì’ senza figli le il feudo di Accadia fu messo in vendita, ad aggiudicarselo non fu – come già detto –  Dorotea Lantaro, esponente anche lei di una famiglia agerolese trasferitasi a Napoli  [15]. 

Un altro indizio favorevole viene dal dato che, come riportano varie fonti,  la famiglia di Pietro de Stefano fu iscritta (col titolo di Baroni di Accadìa) tra le famiglie nobili del Seggio napoletano di Portanova [16] quartiere dove, fin dal Medioevo, si concentravano le  case e le botteghe degli Agerolesi,  a due passi da S. Agostino alla Zecca (nella quale era laloro Cappella di S. Antonio Abate) e dai moli che nel porto di Napoli erano riservati a quelli del ducato di Amalfi [17].

Ma il più forte indizio del legame genealogico del Pietro de Stefano in questione coi de Stefano di Agerola emerge dal raffronto degli stemmi gentilizi anticamente usati dalla due parti.

Lo stemma che contraddistingue i  de Stefano agerolesi  fin dal Seicento lo troviamo effigiato in tre chiese del paese, su altrettanti altari di famiglia: 

 (1) nella chiesa parrocchiale di S. Nicola, dove lo stemma è dipinto in calce alla seicentesca tela dell’altare di sinistra,  dedicato alla Madonna del Rosario; 

(2) nella chiesa della SS. Annunziata, dove lo s temma è dipinto in calce alla tela della Madonna dell’Arco che ora sta nell’oratorio della confraternita del SS. Sacramento, ma che proviene da uno dei due altari di lor patronato che i de Stefano avevano eretto in quella chiesa non più tardi del 1709 [18]

(3) nella chiesa di S. Maria di  Loreto, detta anche di S. Martino (dove gli stucchi in testa all’altare di S. Giovanni Battista recano uno stemma bipartito che affianca l’insegna dei de Stefano a quella della famiglia Cavaliere

Chiesa di S. Nicola ad Agerola.  La tela Madonna del Rosario (di ignoto pittore napoletano di inizio Settecento) con stemma dei de Stefano (a destra ingrandito) patroni dell’altare cui la tela appartiene.

 In tutti e tre i casi si nota che la figura araldica caratterizzante lo stemma (occupante la metà inferiore dello scudo) è quella della cosiddettariviera, che rappresenta un fiume, (in francese rivière), generalmente disegnando un ponte sotto il quale esso scorre. Nel caso in questione il ponte è a tre arcate e i colori sono al naturale su fondo argento (che vale bianco in araldica). Nel campo superiore, di azzurro, sono tre stelle d’oro (giallo)allineate  in orizzontale. 

Per quanto riguarda lo stemma dei baroni de Stefano, ecco come lo descrivono il Beltrano (op. cit.p. 162) nel 1640 e il d’Engenio un trentennio dopo [19 ]: 

“Fà  per arme detta famiglia de Stefano un ponte cò un fiume di sotto, sopra il capo azurro cò sbarra traversa [18]  d’oro e una stessa per parte similmente d’oro, con una stella sopra il cimiero [21]  col motto:Sstellas impana;  però sopra il cimiero di detto Gio.Battista [22] v’è per impresa un Elefante che mira la Luna col motto Elate metis e sotto l’armi un Serpe col motto Sibilo terret. 

Infine abbiamo lo stemma dei de Stefano marchesi di Ogliastro che è troncato (scudo diciso in un campo superiore, detto 1°,e uno inferiore, detto 2°) col 1° di azzurro alla sbarra di oro accostata da due stelle a sei raggi dello stesso; al 2° di argento al portico di tre arcate di pietra merlato fondato sul mare, il tutto al naturale [23]. 

Mi pare evidente che quelli sin qui visti sono degli stemmi “imparentato” tra di loro, con differenze minori che sono interpretabili come delle brisure, termine che in araldica indica quelle alterazioni di uno stemma iniziale apportate per distinguere un particolare ramo della famiglia.

In quanto a cronologia,  possiamo dire che lo stemma dei marchesi di Ogliastro è il meno antico dei tre, potendone ascrivere la nascita all’acquisizione per nozze di quel feudo e titolo da parte di Gatano de tefano a fine Seicento. 

Tra i restanti due stemmi (quello dei de Stefano di Agerola e quello dei de Stefano baroni di Accadìa,) è il primo quello che si candida per essere il più antico, presentando in maniera più semplice le figure fondamentali e caratterizzanti , cioè  il ponte sul fiume a tre arcate e le tre stelle d’oro in campo azzurro.

Quello stemma, del tipo non nobilare  [23], doveva essere in uso da temp [24] 

(tra i de Stefano di Agerola e tra alcuni loro parenti stabilitisi a Napoli,) quando Pietro, avendo  acquistato Accadìa e il titolo di barone, si trovò nella necessità di disegnare e depositare uno stemma nobiliare per sè e per il ramo mobile che con lui iniziava  Lo fece partendo dallo stemma avito e introducendovi due brisure,: (a) l’aggiunta della banda [25, e (b) lo spostamento sul cimiero di una delle tre stelle (la centrale, cui la banda  aveva tolto il posto).

Una ulteriore modifica dello stemma avito per distinguere un nuovo ramo fu apportata, circa un secolo e mezzo dopo, da quel Gaetano de Stefano che sposando Delia de Conciliis, aveva da lei ricevuto il feudo di Ogliastro (vedi cap. 5). Stavolta, come abbiamo visto, la brisura fu ben più sostanziale, in quanto  quello che era un ponte su un fiume fu trasformato in un “portico di tre arcate di pietra merlato fondato sul mare”

Ciò mi lascia credere che tale Gaetano (probabilmente un cadetto dei baroni di Caselle, Sicilì o Morigerati)  ignorasse la storia dello stemma di famiglia e non aveva frequentato Agerola, lì, magari sostando davanti all’altare dei de Stefano in S. Nicola, gli avrebbero raccontato che il ponte raffigurato sullo stemma si ispirava a quello che scavalcava il piccolo fiume Penise [26] proprio nelle vicinanze di quella chiesa. Chiesa che, nel Medioevo,  prima di essere la parrocchiale del casale Ponte (nome non casuale), era stata tutta di patronato dei de Stefano, che a Ponte erano famiglia leader

NOTE

1 – Matteo Camera, Memorie storico – diplomatiche della antica città e ducato di Amalfi (Salerno 1881), vol. 2, p. 626.

2 -B. de Dominici, Vite dei pittori, scultori e architetti napoletani. Napoli 1840, vol. 1, p. 89.

3 -T. Filangieri Fieschi  Ravaschieri, Storia della carità napoletana: S. Eligio Maggiore, Casa Santa dell’Annunziata, S. Maria del Popolo degl’Incurabili. Napoli 1875, p. 186 e seguenti. 

4 -La cosa è verificabile su più opere, tra cui C. Turini, Dell’origine e fundazion de’ seggi di Napoli. Napoli1754, p. 218. 

 5 -M. Amelotti, Per una storia del notariato meridionale (1982) p.286

.6 -C. Turini, Dell’origine e fundazion de’ seggi di Napoli (Napoli1754), p. 218.

7  -F. Imperato,  Discorsi intorno all’origine, regimento e stato della gran’casa della SS. Annunziata ( Napoli 1639), nella “Nota di tutti gli Economi seu Governatori  etc.”.

8 -F. Amirante,  Il Cinquecento.  In “Libri per vedere. Le guide storico-artistiche della città di Napoli: fonti, testimonianze del gusto, immagini di una città”, a cura di F. Amirante et alii, Napoli 1995, pp.5-47). 

9 – A. Canfora, Le guide di Napoli nell’editoria di antico regime (Napoli, Ed. Mosaico 2014, p.3. 

10 -Pierluigi Rovito, La rivolta dei notabili. Ordinamenti municipali e dialettica dei ceti in Calabria citra (1647-1650). Hoepli  1988, p.  289. 

 11 – Erasmo Ricca,  La nobiltà delle Due Sicilie Napoli 1859, vol. 1, p. 10 e seg.) .

12 – Ottavio Beltrano, ivi.

13  -I Caracciolo Lantaro non tennero a lungo quel feudo, poiché nel 1665, per sanare  delle questioni debitorie, esso fu venduto Guglielmo Reco per 22000 ducatLa girandola di feudatari e registrò un ultimo evento nel 1695, allorché  il matrimonio di  Marcherita Recco, ultima intestataria del feudo, portò Accadìa ai Dentivcem i quali lo terranno fino alla soppressione della feudalità con legge del 1806 emanata da Giuseppe Bonaparte (Erasmo Rucca, La nobiltà delle Due Sicilie. Napoli 1859, vol. 1, p. 10 e seg.).

  14 -Paestum divenne sede vescovile nel V secolo, ma nell’VIII – X secolo quell’insediamento di pianura di origine greca fu abbandonato in favore di un sito meglio difendibile e meno esposto a problemi idrogeologici: Nacque così il borgo  fortificato di Caput Aquis, dal nome di una grande sorgente posta ai piedi della collina che è assolutamente da visitare, insieme alla chiesa romanica della Madonna del Granato e i ruderi di Capaccio Vecchia (in posizione panoramica pochi chilometri a ovest della moderna Capaccio).

15 – Fu Lisolo Lantaro a creare quella Cappella di S. Antonio Abate in S. Agostino alla Zecca che nel  1473 sarà ceduta alla  municipalità   di Agerola per funzionare come luogo di aggregazione ed ente assistenziale della colonia agerolese a Napoli (vedi  l’articolo HYPERLINK “https://agerola.wordpress.com/2018/02/14/i-lantaro-unantica-casata-agerolese-che-seppe-eccellere-nel-commercio-marittimo/”I Lantaro. Un’antica casata agerolese che seppe eccellere nel commercio marittimo. )   

E’ intorno a quella cappella che dobbiamo immaginare gli incontri, le discussioni e gli accordi che contribuirono in più occasioni a far eleggere un oriundo agerolese a cariche pubbliche come quella di co-governatore della Santa Casa dell’Annunziata o di Eletto del Popolo in seno all’organo di governo cittadino. E fu probabilmente la comune frequentazione di quel luogo che mantenne vivi nei secoli l’amicizia tra gli oriundi de Stefano e gli oriundi Lantaro; cosa che dovette favorire in qualche modo Dorote nell’aggiudicarsi i il feudo messo in vendita alla morte di Ottavio. 

16 – Scipione Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli . (Napoli 1601), p. 73.

17 -Rosalba di Meglio, Ordini mendicanti, monarchia e dinamiche politico-sociali .nella Napoli dei secoli XII – XV.. Napoli 2013, p. 222.)

18 -La notizia viene dal verbale della visita pastorale d Agerola che i Mons. Bologna, arcivescovo di Amalfi, effettuò nel 1709 (Archivio Vescovile di Amalfi). Vi sii legge che nella  parrocchiale della SS. Annunziata, nel del casale San Lazzaro, oltre all’altare della Madonna dell’Arco, i de Stefano (per l’esattezza gli eredi di Filippo de Stefano) possedevano un un altare dedicato a S. Antonio da Padova.

19 –Cesare d’Engenio, Descrizione del Regno di Napoli in dodici province diviso. Napoli 1671, p. 137.

20 -Con l’inusuale espressione “sbarra traversa” pare che qui si indichi la banda, ossia una fascia che scende diagonalmente da sinistra verso destra (il contrario della sbarra, che scende da destra verso sinistra). Si  tenga conto che la destra di chi guada uno stemma è la sinistra del milite che impugna lo scudo che esso stemma rappresenta; e viceversa.

21 -In araldica, il cimiero è la figura  posta sopra l’elmo o la corona che sovrastano lo scudo riportante lo stemma. Scegliere per cimiero una figura piuttosto che un’altra (si sceglieva tra animali e loro parti, oggetti, simboli e altro) serviva di norma a  a distinguere un determinato ramo della famiglia.

22 – Del ramo cui, nel  Seicento, spettò Sicilì; vedi Appendice. 

23 -Francesco Bonazzi, Famiglie nobili r titolate  del napolitano. Napoli 1902 pp. 343 e344.

23  -Mero contrassegno stabile di una famiglia, liberamente scelto e  slegato dal possesso di titoli nobiliari. Come i de Stefano, tra il basso Medievo e il Settecento se ne dotarono anche altre famiglie di Agerola, quali gli Acampora, gli  Avitabile,  i Brancati, i Cavaliere,  i Coccia, i Cuomo, i Naclerio, i Villani e altri ancora.

24 –Immagino che quello stemma fu creato da un antenato  allorquando la famiglia entrò a far parte dei notabili di Agerola, grazie anche al contributo, di fama e non solo, che le davano dei suoi figli spostatisi a Napoli.

25 –Molti araldisti ritengono che la banda rappresenti il balteo, ossia la cintura di cuoio pendente dalla spalla destra al fianco sinistro del milite, cui si agganciava il fodero della spada.  Vedi anche la nota 20.

26 –Tale ponte, chiamato di S. Bernardino, era  a tre arcate alquanto alte, poiché il Penise lì scorre antro una profonda gola. Oggi pa sua struttura originaria risulta pressocchè invisibile perché uno sconsiderato intervento di ampliamento degli anni Settanta l’ha ….sepolta nel calcestruzzo.  Ma tutto ciò che si fa si può anche disfare. Basta saper capire che ne vale la pena (spesa).    

APPENDICE

La discendenza del barone Pietro de Stefano fino al 1640

Alle pagine 159 e seguenti della sua Breve descrittione (etc) Ottavio Beltrano riporta una dettagliata lista dei discendenti diretti e collaterali del barone Pietro de Stefano (1500 – 1670 circa) estesa fino al 1640 circa e comprensiva degli affini legatisi in nozze con donne della casata de Stefano. La riporto integralmente anche perché è ricca di informazioni sui feudi posseduti e trasmessi, sui titoli nobiliari degli affini, sulle monacatire, sui titoli di studio conseguiti e sulle professioni esercitate e cariche pubbliche ricoperte da vari esponenti. Uniche modifiche da me apportate sono: l’inserimento di parentesi nelle quali chiarisco il senso di certe parole desuete e alcuni ritocchi alla punteggiatura (che usava solo e sempre virgole) per rendere più comprensibile il discorso. 

“Dal qual Pietro ne discesero Gio. Angelo e Gio. Luise ai quali alla sua morte divise le due baronie: a Gio. Angelo il primogenito li diede Accadia e Santo Mango, a Gio. Luise Casella, Sicili e Morgerale. 

Da Gio. Angelo, casato con Claudia Salernitana, nacquero Pietro Antonio, Giulio, Gio. Geronimo e Marc’Antonio, aggregati alla nobiltà salernitana nel seggio di Portanova,  il quale (probabilmente si riferisce a Pietro Antonio, il primogenito, n.d.r.) casato con Lucrezia Giugniana nobile capauana, fé  Gio. Angelo, Pietro Antonio e Dianora;  Gio. Angelo rinunciò la primogenitura a Pietro Antonio e si fé Teatino nomandosi Giacomo, poscia fu mandato da papa  Urbano VIII alla missione in terra di Giorgia col titolo di leg. Apostolico convertendo quei popoli alla vera fede di Cristo e qui morì con opinion di santità.

Pietro Antonio, casatosi con Dorotea Landro, produsse Ottavio e Dianora si fé monaca nel real monasterio di S. Chiara di Napoli ove al presente vive da buona religiosa. In più, dal detto Gio.Angelo ne nacquro Maria, casata con Fabio della Castagna barone di Sassano in Contado di Molise, Portia casata coPompeo di Ruggiero nobile salernitano, Giovanna casato con Marc’Antonio Seriale nobile di Sorrento, Beatrice con Tomaso Bonito nobile di Scala e Claudia col dottor  Ippolito Lanza nobile Capuano.

Gio. Luise secondogenito di Pietro, casandosi con Lucretia di Palma sorella di Consalvo che poi fu duca di S. Elia in Capitanata, procreò Gio. Pietro, D. Ottavio, Marcello, Prospero, Vittoria casato con Girolamo Curiale nobile sorrentino,che ne sono nati Giulia casata con Pietro Macedonio nobile di Porto, giudice criminale di Vicaria, n’è nato Luisa Maria al presente Auditore nella Provincia di Principato Citra, Zeza casata con d. Lucio Gargano, Isabella casata con Oratio Filomarino nobile del seggio di Capuana, n’è nato Scipione che è stato Auditore nella Provincia di Capitanata e Contado di Molise e giudice della città di Capua., Costanza e Felice monache nel Real monastero dell’Egiziaca, Gio. Pietro casato con Portia  Mazza nobile salernitana, ne nacquero Francesco, Gio. Luise, Lucretia, e Porfida la quale al presente è priora nel monastero della Croce di Lucca di Napoli,. Francesco, il quale successe al padre nelle baronie di Casella, Sicili e Morgerale, casossi con Camilla Brancaccio nobile del Seggio di Nido e Lucretia sua sorella diede per moglie a Rainaldo Brancaccio dal quale ne è nato Ferrante barone di Rufrano in Terra d’Otranto .

Dai detti Francesco e Camilla ne sono nati Tomaso, Mauritio, Portia casata col barone di Torchiara, Sara col barone della Redita (Eredita), Maria Antonia col barone di Cicerale, e Giulia in detto monastero della Croce d Lucca.

Prospero, quartogenito di Gio. Luise, avendo atteso agli studi, si fé dottor di Legge e fu Giudice della città di Ostuni e di Capua, Governatore della città di Troia e Auditor Generale delli presidii di Sua Maestà in Toscana, si casò con d. Isabella Cotogna di Toledo e procreò d. Costanza qual’hora è casata col dottor d. Giuseppe Caracciolo nobile del seggio di Capuana, d. Marcello csato con Zeza Capano nobile di Nido, dal quale matrimonio ne sono nati d. Prospero, d. Francesco e d. Ottavio.

Angela sorella del detto d. Marcello si fé monaca nel detto real monastero dell’Egiziaca. Casandosi di nuovo il detto Prospero con Brigida Imbrea nobile genovesa  ha germogliato Andrea il quale è dottore di Legge. 

Tomaso succedendo nella terra di Casella si casò con Elena  (sorella della Laura che segue, n.d.r.) e Mauritio, ricevendo Sicili in successione, casossi con Laura figliuola del dottor Gio. Battista de Stefano figlio di Vincenzo e di Laura Gariana.

Esercitandosi detto Vincenzo in diversi governi e offici di Spada e Cappa, in particolare il governo generale dello stato di Larino in Puglia e di donna Geronima Molargia  figlia di Michele nobile e familiare del S. Ufficio della città di Cagliari, venuto in Napoli per suoi negozi fu console delle nazioni Catalana e Sarda con privilegio di S. M. Si casò con Isabella Cabrera Idalgo, Spagnola figlia di Consalvo  e di Faustina Moccia, nobile del seggio napoletana di Portanova. Nacquero dal detto matrimonio:  Antonio Consalvo, che fù della Compagnia di Gesù gran teologo e predicatore; D. Maria moglie di D. Antonio Goti Idalgo, intertenito di Sua Maestà; Geltruda monaca nel Real Monastero della Concezione de’ Spagnuoli,; D. Diego,  Dottor di legge, Auditore delle Galere del Regno e del Terzo Spagnuolo in Napoli; D. Francisco , Capitan di Galere & intertenito.

Gio. Battista,  dopo aver servito Sua Maestà dall’anno  1604 dal tempo dell’Eccellenza del Signor Conte di Benevento in diversi carichi, come di Giudice di Barletta e di Baru, e Auditore nella Provincia di Calabria Ultra , con carico di Commissario di Campagna, l’Eccellenza del Signor Duca d’Alba lo mandò a processare la Dogana di Foggia, e essendo dopo venuto nella visita generale del Regno il Signor D. Francesco Antonio d’Alarcon lo mandò in suo luogo in più Province, e nell’anno 1636, fu fatto Giudice Criminale della gran Corte della Vicaria dall’Eccellenza del Signor Conte di Monterey, e oggidì lo sta esercitando per confirma dell’Eccellenza del Signor Duca di Medina  de las Torres (il vicere di quegli anni, n.d.r.) con molto applauso e soddisfazione del Pubblico  e limpidezza, I il dottor Marc’Antonio suo fratello, dopo aver atteso molti anni nell’Avvocationi delli Regii Tribunali di quella Città di Napoli, s’è ritirato dalli negozi e attende alla vita spirituale, godedone nell’almo Colleggio de Dottori. Oltre le suddette due figliuole (Elena e Giul, n.d.r.)  ha procreato detto Gio: Battista più figli con detta sua moglie, fra li quali Vincenzo, Carlo, Giacinto e Isabella. 

Vincenzo,  fattosi Dottor di legge,  si casò con D. Delia Acquaviva  figlia di Ascanio e di D. Maria Caracciolo, che n’è nata D. Anna. Egli  è stato Giudice di Capua, Governatore della Fragola (Afragola, n.d.r.) e al presente è Auditore nella Provincia di Terra d’Otranto.

Carlo, similmente Dottore, è stato Giudice delle città di Taranto e Bari. Giacinto nell’anno 1640, dall’Eccellenza del Signor Duca di Medina de las Torres è stato fatto Capitano d’Infantaria Napolitana. 

Egli andò con sua Compagnia, con l’armata di mare in Spagna al soccorso di Tarragona contro i Francesi e la loro armata, e nel soccorso di Perpignano. Infermato (reso infermo da ferite ricevute, n.d.r.), fu riformato e,  ritornato in Napoli, dopo lunga infermità morì cristianamente in età d’anni ventidue con saggio di grande riuscita nella militia. Fu seppellito nella Chiesa della Croce di Palazzo, de’ Padri riformati di S. Francesco, nella lor Cappella del Crocifisso a man sinistra nell’entrare, avendosi per tradizione c’avesse parlato detto Crocifisso alla Regina Sancha.

Isabella  (si è)  maritata con Scipione Galotto Barone delli Bonati (oggi Vibonati, n.d.r.)  e della Battaglia (oggi frazione di Casaletto Spartano. 

Da dettI Tomaso ed Elena sono nati Gioseppe, Francesco, Andrea e Anna, e da Maurizio, e Laura (son nati) Antonio, Pietro, Nicola, Giovanna e Adriana.

Il detto Francesco  (figlio di Gio. Pietro, n.d.r.) venne a convenzione con Gio: Loise suo fratello e per la Vvita Mimitia  (un vitalizio, n.d.r.) cedette la Terra di Morgerale;  il quale, casatosi con Martia Claps sorella del Barone di Casal nuovo nel vallo di Diano (oggi chiamasi Casalbuono)  ha fatto più figli: il primogenito , Pietr’Antonio,  s’è casato con D. Anna  de Aldana.  Il secondogenito, Lelio, essendo fatto Capitano d’Infantaria Napolitana, morì nel Piemonte. Honofrio, il terzogenit,  fu Dottore di legge”.

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