Sull’insolito modo di dire “un tale” nel dialetto agerolese.

Nel dialetto che si parla ad Agerola (micro variante del napoletano)  sopravvive  un sostantivo maschile gent(o) (pronunciato con vocale finale indistinta) che presenta significato diverso da quello del sostantivo femminile gent(e) . Quest’ultimo, è un nome collettivo che,  al di là della divrsa pronuncia, è identico all’italiano gente e  sta per  ‘insieme, gruppo, numero indeterminato di persone’ [1].

 Invece, gento al maschile (‘o gent; nu gento, chillu gento)  viene usato ad Agerola per indicare un  individuo, un tale, una persona maschile. Come esempio d’uso, riporto la seguente frase: “Papà, papà, là fore ce sta nu gente ca te vò!” (Papà, papà, llà fuori  c’è un uomo che vuole vederti!”).

Volendo interrogarsi sull’origine del termine, conviene innanzitutto ricordare che l’italiano gente eredita il suo valore di collettivo dall’equivalente latino  nte (da  gignĕre ‘generare’), tant’è vero che, presso i romani,una gens era l’insieme dei membri  di tutte le famiglie appartenenti a una certa stirpe o progenie  (ad es: la gens Claudia, la gens Flavia, ecc.).

Problematica appare invece l’etimologia del dialettale sostantivo maschilegento.  Ciò che mi pare più probabile è che si ricolleghi anch’esso a  gignĕre, in particolare al medievale   genĭtus (aggettivo da participio passato  della forma passiva di gignĕre) che, mentre si contraeva per sincope [3]   in *gento,  vedeva il suo senso passare da ‘generato’ovvero ‘nato’, a ‘individuo, uomo’.

Ma mi sembra interessante notare che il termine gento viene preferito ai quasi equivalenti  omme, signore e cristiano [2] quando la persona da indicare è uno sconosciuto e, come spesso mi è parso di cogliere, quando si vuol suggerire all’ascoltatore di trattarla con prudente diffidenza..

Ciò mi suggerisce l’ipotesi che  nella genesi di questo gento e del suo significato, abbia influito il latino gentes (plurale del già visto gens), che nel periodo romano imperiale  prese a significare barbari, stranieri’ (in contrapposizione a Romani e Greci) e, poco dopo, anche ‘pagani, miscredenti’ in contrapposizione ai cristiani [4].

NOTE

 1 –Insieme che è di norma individuato per una comune caratteristica, attività o provenienza (es:  gente per bene,  povera gente;  gente di  teatro, gente di fuori) . Si veda al proposito la voce “gente”  del dizionario online www.garzantilinguistica.it

2 – A proposito del sostantivo cristiano e del suo uso come equivalente di ‘persona,  tizio, uomo’, con sottinteso pregiudizio positivo, si consideri anche ciò che segnalo nelle ultime righe dell’articolo.

3 – La sincope è quel fenomeno che, nella evoluzione secolare di una parola, porta ad eliminare  uno o più fonemi. Tipico esempio è quello del latino calidus che diventa “caldo”

4 –Al proposito si vedano le  voci “gentile²” e “gente2” del Vocabolario Treccani e si consideri, inoltre, che San Paolo fu detto l’Apostolo delle genti in quanto il suo apostolato si rivolse soprattutto verso i cosiddetti gentili, intendendo con tale termine i popoli non giudaici, i pagani.

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La  “transumanza” delle patate. The”transhumance” of potatoes.

(Scroll down for English version).

E’ noto che nella pastorizia esistono due tipologie di transumanza: quella che vede pastori e  greggi compiere lunghi spostamenti da una regione climatica ad un’altra (ad esempio dall’Appennino abruzzese al tavoliere pugliese lungo il tratturo l’Aquila – Candela) e quella che prevede invece spostamenti meno lunghi, ma più ripidi, in quanto insegue le fasi di boom vegetativo delle erbacee spostandosi soprattutto in altitudine (in pianura d’inverno e su di una vicina montagna d’estate). E’ a questa transumanza verticale, nota anche come monticazione o alpeggio, che allude lo scherzoso e metaforico  titolo di questo mio articolo, il cui contenuto è però assolutamente serio e vuole ricordare una antica pratica colturale della nostra zona. 

Essa mi fu raccontata anni fa da un anziano coltivatore diretto di Agerola  e mi fu poi confermata da diverse altre persone che ricordavano i tempi in cui  

l’agricoltura costituiva ancora la principale, se non unica, fonte di reddito di molte famiglie del paese e la coltivazione della patata era tra le più redditizie [1].  

Nonostante che, all’epoca, ci si spostava per lo più a piedi, i contatti tra gli Agerolesi e gli abitanti dei limitrofi centri rivieraschi (Amalfi, Conca, Furore, Praiano e Positano) erano più frequenti di oggi [2]. Ne conseguivano scambi di esperienze e riflessioni che permisero ben presto ai nostri contadini di notare come la resa di quel tubero (chili di patate nuove ottenute per ogni chilo di patate vecchie seminate) aumentava sensibilmente se non si seminava ogni anno nello stesso luogo. Ma non nel senso di stesso campo (come ben insegnano le pratiche della  rotazione e del sovescio), ma nel senso di stesso paese, stesso tipo di suolo e clima.  

Ne conseguiva l’uso di scambiare le patate da semina tra Agerola e uno dei sopracitati paesi a bassa quota della Costa d’Amalfi. Il più delle volte ciò avveniva a baratto: in primavera, il coltivatore agerolese dava al coltivatore di Furore o Praiano eccetera, come patate da seminare, quelle da lui coltivate in montagna l’anno precedente. In cambio, il partner di Furore, o Praiano eccetera dava all’Agerolese delle patate coltivate l’anno prima a bassa quota.   

Con questa specie di  transumanza, non stagionale ma generazionale,  le patate della Costa d’Amalfi alternavano una annata a bassa quota e una annata a quota d’alta collina o montagna, così da dare sempre la massima resa. 

Note 

1 –  Nel corso del tardo  Settecento e dell’Ottocento la coltivazione della patata, insieme a quella del mais, era diventata la nostra  principale fonte di carboidrati, scalzando in ciò le castagne  e inducendo una progressiva sostituzione dei castagneti in campi coltivati. Oltre ad essere vendute fuori paese, le patate erano anche  molto presenti nella dieta degli agerolesi, che infatti si guadagnarono il soprannome di patanari  (‘mangiapatate’). 

 2 –Mi riferisco soprattutto al periodo anteriore alla costruzione delle rotabili (quella per Gragnano completata nel 1885 e quella per Amalfi nel 1936).  

English version

This article is dedicated to Carol LeWitt of the Yale University (New  Haven, CT, U.S.A.) and to the dieticians who are currently studying our

traditional diet and produces

It is well known that Mediterranean pastoralism admits 

two types of transhumance ( a ) the one that sees shepherds and livestocks make long journeys from one climatic subregion to another (e.g. from Abruzzo to the Tavoliere following the millenary Aquila – Candela tratturo) and ( b ) the one 

that involves shorter, but steeper transfers (from a lowland to a nearby highland and vice versa) to find green pastures both in winter and in summer. The title of te present article alludes to the latter type of transfer, which is called vertical transumance or monticazione and alpeggio in Italian.  It is a playful, metaphorical allusion, but the article content is absolutely serious and is intended to report an ancient cultivation practice.

It was told to me years ago by an elderly farmer from Agerola and it was then confirmed to me by several other people who remembered the days when agriculture was still the main (if not the only) source of income for many families and potato was one of the most profitable crops [1].

Although at the time people moved mostly on foot or by mule [2], for kinship and for social and commercial reasons, contacts between the inhabitants of Agerola and those of the neighboring coastal towns (Amalfi, Conca, Furore, Praiano and Positano) were more frequent than today. The implied exchange of experiences and ideas that allowed the local peasants to discover that the yield of potato (kilos of new produce obtained from every kilo of old potatoes sown) increased significantly if not sown every year in the same place. But not in the sense of the same field (as the practices of rotation and green manure teach), but in the sense of the same zone, same soil type and microclimate.

This resulted in the custom of exchanging potatoes for sowing between Agerola and one of the aforementioned other towns of the Amalfi Coast. In most cases this exchange took place by barter: every year, in spring, the farmers of Agerola supplied potatoes to be sown to the farmers of  Furore or Praiano etc., taking them from the potatoes grown in the mountains the previous year. In exchange, those farmers of Furore, or Praiano, etc. supplied their companions 

in Agerola with potatoes to sown taken from those they had cultivated at low altitude the year before.

With this practice, they say, the potatoes of the Amalfi Coast alternated a generation (i.e. harvest) at low altitude (few tens to 400 – 500 m a.s.l.) and a generation at higher elevation (600 to900 m a.s.l.), so as to always give maximum yield. 

Note

1 – During the late eighteenth and nineteenth centuries, the cultivation of potatoes, together with that of corn, had become our main source of carbohydrates, thereby undermining the local production of chestnuts (active since the 10th – 11th century) and causing the progressive replacement of chestnut groves with cultivated fields. In addition to being sold outside the country, potatoes were also very present in the diet of the Agerolans, who in fact were nicknamed patanari (i.e. potato eaters).

2 –This was particularly true before the construction of the roads connecting Agerola with Gragnano (1885) and to Amalfi (1936).

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Il Sentiero degli Dei su L’Essenziale

A questo link de L’essenziale (n.20, del, 26 marzo 2022) vi è un bell’articolo, comparso a pagina intera sull’edizione cartacea, a firma di Natalino Russo, noto scrittore di viaggi e fotografo, che invita  a percorrere il nostro Sentiero degli Dei illustrandone con ottimo stile i diversi valori paesaggistici, naturalistici ed etno-culturali.

Scrive Natalino: “ Amalfi, Positano e Sorrento popolano le cronache dei grandi viaggiatori, ma gli altri centri sono molto meno noti. Come Agerola, che si trova a circa 600 metri di altitudine, in una conca tra le montagne e al tempo stesso affacciata sul mare aamalfitano.

A dorso di mulo

Proprio da Agerola si può partire per un’escursione sul versante meridionale di questi monti. […]

E tra questi spicca il Sentiero degli dei, che collega Bomerano, frazione di Agerola, al piccolo centro di Nocelle, sopra Positano. […]

A un’ora dalla partenza, in una zona di terrazzi erbosi tra alte pareti, si ha la sensazione di trovarsi sospesi. Laggiù in fondo c’è il mare, una presenza costante e magica. Qui, sul sentiero si giunge a una vecchia abitazione diroccata. La presenza di un pergolato con un grande tavolo in legno lascia intuire che la casa è abitata. Infatti è la base di Antonio Milo, un giovane pastore che ha scelto di restare tra queste montagne insieme alle sue capre. ”

Ad Agerola quel numero de L’Essenziale è andato subito a ruba, ma trattandosi di un settimanale, nelle città vicine potreste ancora trovarne una copia da leggere e conservare ad uso dei turisti che soggiornano ad Agerola.

https://www.internazionale.it/essenziale/notizie/natalino-russo/2022/04/04/costiera-amalfitana-sentiero-dei

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Compiti e spese dell’amministrazione comunale in epoca borbonica. Dati dal Catasto Onciario del 1752.

Il Catasto Onciario (o Catasto Carolino) fu il mezzo tramite il quale re Carlo III di Borbone, dopo aver rimesso nel 1737 i debiti fiscali di tutti i Comuni, provò a fare una riforma tributaria basata sul principio che i tributi “siano con eguaglianza ripartiti ed il povero non sia caricato più delle sue deboli forze ed il ricco paghi secondo i suoi averi“. Esso fu detto onciario perché utilizzò l’oncia (posta pari a sei ducati) come unità di conto.

Nel catasto di ciascun comune, a  valle delle rivele, che riportano la composizione, le occupazioni e le rendite di ogni famiglia, segue la Collettiva generle delle once, riportante il totale degli imponibili e i conteggi per determinare quali percentuali di tassazione applicare a  ciascuna categoria (cittadini, forestieri, ecclesiastici, luoghi pii, ecc).

La Collettiva di Agerola fu redatta e firmata dalla giunta comunale dell’epoca, formata dal sindaco  Nicolò de Martino e dagli eletti Gaspare Coccia, Martino d’Acampora e Giacomo di Rosa, coadiuvati dal cancelliere  Agostino Naclerio.  L’intero documento può reperirsi qui. Inoltre la si trova riportata integralmente nel volume di Pasquale Villani “Il sistema tributario del Regno di Napoi e le finanze comuali del distretto di Salerno alla metà del Settecento” (Salerno 1958,) , molto utile per capire come era strutturato il catasto voluto ca re Carlo di Borbone e come si calcolavano le imposte. Ma anche per interessanti raffronti  economici e fiscali tra  Agerola e gli altri centri del Pricipato Citra di cui l’autore riporta le Collettive.

In quella di Agerola, esattamente nel paragrafo dedicato alla categoria dei  Napoletani abitanti, troviamo anche un interessante elenco di tutte le spese ordinarie annualmente sostenute dall’amministrazione comunale dell’epoca. Tale elenco, che è riportato integralmente nella figura che segue, consente di farsi un’idea di cosa significasse, all’epoca, amministrare un comune, ma ci pone anche di fronte a dei vocaboli desueti dei quali provo qui a chiarire il significato.

L’elenco delle spese annue sostenute  dalla Universitas di Agerola a metà Settecento (dalle pag. 106 e 106 del citato volume di V. Villani).

Il totale annuo dei pesi (ossia spese) del comune era di 2.267 ducati, 2 tarì e 6 grana, mentre l’imponibile dell’intero comune era paria 26.971 ducati e 4 tarì.

Nell’elenco delle spese, salta all’occhio la forte incidenza (17% circa) delle spese che riguardano la vita religiosa. Per tale categoria troviamo, nell’ordine: 6 ducati annui di prebenda all’ arciprete  del paese; 52 ducati annui  di sussidio al locale convento francescano di S. Salvatore de Cospidi; 12 ducati per l’annuale festa del Corpus Domini [1];  la bella cifra di 30 ducati annui per il padre predicatore invitato ad Agerola per la Quaresima ; 8 ducati annui al cappellano della chiesa di Tutti i Santi (della quale viene ricordata la fondazione laicale dicendo”che è cappella di questo pubblico”); e una non specificata offerta caritatevole ai  “padri Cappuccini  e di Gerusalemme” [2].

Pubblica sicurezza e sanità.

Ovviamente, a queste spese per la cura delle anime si affiancavano quelle per le necessità materiali della comunità. A tale categoria appartengono, tra l’altro, due voci di spesa per l’ordine e la sicurezza pubblica. La prima di esse è quella che prevede un’uscita di 74,2 ducati annui “Per la squadra del ripartimento di campagna”. Infatti, una attenta ricerca bibliografica mi ha consentito di chiarire che si tratta del soldo (paga) dei componenti  la locale Squadra di campagna, vale a dire il corpo di armigeri che operava nella specifica zona rurale (ripartimento di campagna) contro le azioni di banditi e scorritori  [3]. L’altra voce di spesa per la pubblica sicurezza  è quella che recita “Per la contribuzione per la filuca della guardia, ducati 12” . Si trattava  del  contributo che il comune doveva pagare annualmente al regio servizio di guardia costiera,che era  svolto da una feluca [4] al cui mantenimento contribuivano tutti i paesi della Costa d’Amalfi.

L’impegno dell’amministrazione comunale nel campo della sanità pubblica, ovvero per garantire un’assistenza sanitaria anche ai meno abbienti, è testimoniato dalla spesa di  136 ducati annui  per un contratto a un medico fisico e chirurgo che doveva operare come medico condotto e curare pauperes sine mercede.

Una feluca

Annona e mulini comunali.

Vi è poi una coppia di spese che sembrano aver a che fare con l’annona, ovverosia con la politica per le scorte di cereali. Vivendo un periodo segnato da periodiche carestie e connesse speculazioni di mercato. Le autorità di governo fronteggiavano con misure volte, da una parte, a ridurre le importazioni e stimolare l’aumento delle produzioni cerealicole locali e, dall’altra, a costituire scorte cittadine con le quali calmierare i prezzi e fare assistenza. Le spese in questione consistono in 22 ducati annui al regio Mastro Portolano di Salerno per diritti sulla importazione di grani [5] e 12 ducati annui ai quattro eletti che formavano ila giunta o comunale, per il loro doversi occupare dell’assaggi dei grani.

Importati o prodotti in loco che fossero, i  cereali andavano ovviamente macinati e il modo più economico per farlo era servirsi di un mulino comunale. A tal proposito il documento in esame riporta l’annua spesa di 5 ducati, 4 carlini e 1 grano per i censi sopra dei  mulini che l’amministrazione comunale aveva  preso in affitto [6] .

Foto dei primi del Novecento mostrante il mulino ad acqua di località La Vertina, lungo il fiumicello Penise, al confine tra Pianillo e Campora.

I mulini pubblici sono poi menzionati di nuovo all’interno dell’ultima voce dell’elenco (spese varie per un totale di 120 ducati annui), che prevede spese per le riparazioni (acomodi) di cui quegli strategici opifici avevano periodicamente bisogno.

Assistenza legale al Comune

Due delle voci di spesa in elenco riguardano il supporto legale alla pubblica amministrazione. Si tratta dei 20 ducati annui destinati all’avvocato in Napoli (incaricato di assistere sindaco ed eletti nei loro rapporti con gli uffici e i i tribunali centrali del Regno), insieme alle non quantizzate Spese de (per)  liti incluse, nell’ultima voce dell’elenco delle spese. Per gli atti ordinari della giunta comunale, l’assistenza archivistica era data dall’ordinario cancelliere, per  il quale una apposita voce prevede una spesa di 14 ducati. .

Funzionamento del locale Giudicato Circondariale Regio

Come ho meglio descritto nell’articolo Quando Agerola aveva la sua “corte bajulare” la corte di giustizia che il duca Antonio Piccolomini aveva istituito ad Agerola nel Quattrocento [7 ], continuava ad esistere nel Settecento come Giudicato Circondariale Regio. Ne era a capo un governatore e giudice del quale Lodovico Antonio Muratori scrisse: ll Governadore di Agerola è Assessore, e Giudice nativo della Corte di Amalfi; anzi mancando il Governadore in Amalfi, può il Governadore di Agerola andare ad esercitare nella Corte di Amalfi da Governadore, e Giudice; come alle volte si è osservato  [8 ] .

Il Giudicato Regio di Agerola continuò ad esistere anche nell’Ottocento e nel 1867  fu trasformato in una Pretura, con annesso piccolo carcere,che visse fino al 1890.  [9].

Nella Collettiva del Catasto Onciario, le spese comunali che appaiono riconducibili al funzionamento del Giudicato Regio sono le seguenti:

1) Al Regio signor Governatore per provisione e pasto  (ducati 75. 3. 18 annui) [10];

2) Affitto della casa del Governatore (ducati 12 annui) [11]

3) Provisione all’ordinario giurato(ducati  12  annui) [12];

4) Per fare venire l’assisa dei neri ;

5)  Pedatici dei corrieri regi.

Le ultime due uscite, inserite senza quantificazione nella voce finale dell’elenco,  meritano di essere spiegate ricordando, innanzitutto,  che i corrieri regi erano uomini incaricati di portare la corrispondenza pubblica da un luogo a un altro [13]. Riguardo al termine pedatico (da cui l’odierno ‘pedaggio’) va detto che esso nacque nel Medioevo per indicare la tassa da pagare per attraversare certi passi montani  o per percorrere certe strade. Ma qui è forse usato nel senso più ampio di ‘spese di missione’, ‘diaria per trasferta’ da pagare a quei corrieri regi.

Riguardo alla enigmatica espressione  “Per far venire l’assisa de’ neri”, mi pare chiaro che si trattava di spese di missione da pagarsi ai convocati per una seduta (assisa) ad Agerola.  Ma chi erano costoro? Il nome gergale di “neri” potrebbe riferirsi a dei giudici togati  per via del colore di quella loro veste. 

Casa della Corte come appariva a inizio Novecento (mio disegno da foto)

 

Note

1 –Questa festa doveva essere la maggiore  tra quelle riguardanti l’intero Comune, e doveva probabilmente ruotava intorno alla chiesa di S. Pietro Apostolo nel casale-capoluogo di Pianillo. In tale chiesa, infatti, agiva fin dal secolo XVI una Confraternit del Santissimo Corpo di Cristo,  poi  sostituita con quella, ancora esistente, del Carmine.

2 – Queste offerte erano probabilmente destinate a istituti della vicina Amalfi. Per padri di Gerusalemme si intendono i Gerosolomitani, che nacquero come Ospitalieri di San Giovanni a Gerusalemme e presero poi il nome di Cavalieri di Malta.

3 – Si veda  Alessio De Sarii, Codice delle leggi del regno di Napolis. Libro primo -duodecimo: De’ delitti privati, e pubblici, e delle pene. Napoli 1797, p 59.

4 – Piccolo veliero mediterraneo, attrezzato con due alberi ciascuno con una vela latina, e senza bompresso.

5 – I mastri portolani erano degli ufficiali preposti alla gestione e al coordinamento dei porti e delle · attività commerciali .

6 – Nello stesso catasto onciario trovo che uno di questi mulini era del monastero della SS. Trinità di Amalfi, che per esso riceveva dal comune di Agerola un censo di 3 ducati e 4  carlini annui.

7 – “Costui ( il Duca),  avuta considerazione della posizione topografica di Agerola e di Praiano, lontani da Amalfi, destinovvi un Capitano ed un Governatore ad amministrare unitamente la giustizia, tenendo essi residenza in Agerola. Quest’ultimo (il Governatore )  esercitava le funzioni di giudice e di consultore, ovvero di assessore ordinario presso la corte ducale di Amalfi, in cui intervenir dovea per due giorni in ogni settimana …

 Nell’ordine giudiziario eravi pure in Agerola  una corte bajulare con il giurato e il maesrtro d’atti” (da  M. Camera, Memorie storico-diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi  (Salerno, 1881), vol. 2, p. 623).

8 –L.. A. Muratori, Raccolta delle vite, e famiglie degli uomini illustri del regno di Napoli (Napoli 1755), p. 150.

9 – A. Mascolo, Agerola dalle origini ai giorni nostri, MicroMedia 2003, pp. 167,169 e 170).

10 –Con “provisione e pasto” si intende Stipendio e spese di vitto.

11 –Questa spesa si lega al fatto che il Governatore e Giudice aveva l’obbligo della residenza. La casa prescelta per alloggiarlo dovrebbe corrispondere al piano superiore di quella Casa della corte che poi divenne sede del Municipio e che ora ospita il Museo civico di Agerola.

12 -Qui per Giurato si intende un giudice popolare, ossia un membro della giuria   non appartenenti alla categoria dei giudici togati

13 -Nel caso specifico dovevano essere spesso utilizzati per gli scambi di documenti con Amalfi (capoluogo locale), Salerno (capitale della provincia di Principato Citra cui Agerola appartenne fino al 1846) e Napoli (capitale del Regno).

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Si fa presto a dire colle… Un oronimo dal doppio significato.

Nella toponomastica dei monti intorno ad Agerola (parte centrale dei Monti Lattari), ricorre abbastanza spesso il termine “colle”. Limitandosi ai toponimi che sono riportati sulle tavolette dell’IGM in scala 1:25.000, troviamo i seguenti casi:  Colle Carpeneto, Colle Ceppa, Colle dei Fiossi, Colle delle Vene, Colle di Lare, Colle di Mezzo, Colle Garofalo, Colle la Serra, Colle Maista, Colle S. Angelo, Colle Sproviere e Colle Sughero.

A questi possiamo poi aggiungere il toponimo in forma dialettale Lo Cuollo  che si trova citato nel Catasto Onciario di Agerola (anno 1752) e che è ancora in uso per una località a monte del casale Campora.  

Come significato di “colle”, il primo che viene in mente è quello di ‘altura, piccola elevazione del terreno, dosso’  (ad es. i Colli Eugane e i Sette colli di Roma).   

Ma, come riporta anche il Vocabolario Treccani, “colle” (dal latino collis, a sua volta dal greco kolonos o kolone) ha anche un altro significato ed è quello di “depressione della cresta di una dorsale montuosa che mette in comunicazione due valli”; vale a dire ‘sella, valico, passo’.

Come esempi di questo secondo utilizzo del termine, cito quelli che tutti noi  imparammo a scuola, studiando le ripartizioni della catena alpina: “Alpi Marittime dal Colle di Cadibona al Colle della Maddalena; …Alpi Graia dal Colle di Moncenisio al  Col Ferret”.

Ma a ricordarci che colle equivale talvolta a passo (nrl senso di valico), nell’Appennino tosco-romagnolo abbiamo il Passo della Colla, , nell’Appennino ligure il Passo Colla e nei nostri Monti Picentini il Varco della Colla, sul quale passa la provinciale che collega la valle di Giffoni a quella di Serino. E’ chiaro che, in tutti e tre questi casi, colla  sta per colle nel senso di valico .

 Il fatto che il sostantivo colle abbia assunto due significati così diversi  (altura e sella) pare che abbia influito la vivinanzaa collo (dal latino collum), che, tra i suoi significati, ha avuto anche quello di “sommità tondeggiante di un monte, soprattutto in quanto sia valicabile”. Così infatti si legge alla voce collo del Vocabolario Treccani, il quale aggiunge che “in questa accezione, è oggi più comine la variante  colle e la sua forma tronca còl.”

Tornando alla toponomastica storica dei Monti Lattari, faccio osservare che in essa non compaiono mai termini quali Passo,  Sella, Valico e Varco  [1], il che fa sospettare che una larga parte dei sopracitati oronimi locali a base Colle usino questo termine prorprio nell’accezione di passo, valico.

A titolo di esempio, riporto i casi diColle la Serra, Colle sughero e Colle S. Angelo.

Colle La Serra

Il luogo così denominato corrisponde alla sella (a 578 metri s.l.m.) che separa il M. Tre Callidel M. Cerasuolo; sella che viene sfruttata dall’antica mulattiera Agerola – Positano (oggi ribattezzata Sentiero degli Dei).

Colle Sughero

Riguardo a questo toponimo osservo che, da quando l’IGM l’ha segnato sulle sue carte topografiche,esso si è andato affermando come il nome del monte  sul quale cade (quota 1092 m a nord del casale Pianillo). Ma carte e documenti più antichi attestano che quel rilievo si chiamava Monte Acquara.  IMolto probabilmente il qui pro quo avvenne perché il topografo settentrionale che effettuò i rilievi cartografici nel periodo post unitario non capì che con Cuollo Suvero i montanari da lui intervistati non intendevano l’intero monte, bensì solo la selletta che esso presenta quasi in cima [2] e che è sfruttata dal sentiero che, parterndo dal versanteagerolese, passa a quello che guarda verso Pimonte e raggiunge la sorgente dell’Acquara.

Stralcio  della cartografia IGM 1:25.000  mostrante l’area del valico di Colle S. Angelo.  Il rettangolo rosso indica il sito dell’antica chiesetta-vedetta di S. Angelo ad Iugum.

Colle S. Angelo

Circa il toponimo Colle S. Angelo, ricordo che esso allude alla presenza di una chiesetta  del X secolo (oggi ridotta a poco più di un cumulo di pietre) che fungeva anche da punto di vedetta e segnalazione  e che era dedicata a S. Michele Arcangelo. Il rudere è posto esattamente nel punto in cui il crinale principale dei Monti Lattari  presenta un suo marcato minimo altimetrico (a 935 metri s.l.m.), così da costituire un comoso punto di valico che è sfruttata dall’antica mulattiera Amalfi – Agerola – Pino – Pimonte – Gragnano.  Che il termine colle stia qui per valico, lo conferma anche l’antico nome della citata chiesetta: S. Angelo ad Iugum  o Jugo,  dal latino iugum, ossia  ‘passo’.

Note

1- D. Camardo e A. Cinque (2005) La toponomastica della parte centrale dei Monti Lattari (antico Stato di Amalfi), Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana,  30, , p.122

2 –La zona sommitale del monte in questione è caratterizzata da due crinali paralleli, separati da due incisioni torrentizie, allineate e contrapposte, .che sono all’origine della citata selletta.

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Annura a Napoli, ancristo ad Agerola.

Il 1530 fu un anno drammatico per Pozzuoli, perché vi avvenne l’eruzione che creò ex novo il vulcano detto –non a caso- Monte Nuovo. Fortunatamente l’evento fu preannunciato da forti fenomeni precursori, tra cui molte scosse sismiche. In una perizia giurata ,resa  in data 30 luglio 1587, l’ottuagenario Antonius Russus  di Pozzuoli dichiarò tra l’altro che “nel giorno di San Geronimo (28 settembre) si sentì per detta Città un gran terremoto, lo quale allo stesso pigliava, e lasciava, e tutta la Città si mise in rivolta, e quasi tutta disabitò, ed andò in Napoli, e per le campagne, chi fuggiva in un luogo, e chi in un’altro, e pareva che il mondo volesse subissare; e le genti fuggivano etiam (ossia perfino, .N.d.r.) alla nuda, ed uscendo esso testimonio co’ suoi figliuoli, e sua moglie, ritrovò alla porta di Pozzuoli una donna nominata Zizula, moglie di Mastro Geronimo Barbiero, la quale andava in camicia a cavallo ad uno somiero (cioè somaro, N.d.r.) alla mascolina, scapillata: e tutti piangevano, e gridavano: Misericordia!” [1].

In  questo passo ritroviamo l’espressione “alla nuda”, versione ripulita (probabilmente dal dotto verbalizzante) della tipica e ancor’oggi usata locuzione dialettale annura, che -come accade spesso nel napoletano-  fa suonare la “d”  come una “r” e  salda assieme  la preposizione e l’aggettivo  (alla nuda > alla nura > a-nnura).

Qualcosa di simile pare sia da porre anche all’origine di ancristo, voce della parlata agerolese cui assegno il valore letterale di ‘alla Cristo’ (alla maniera del Cristo).L’uso ancora vivo della locuzione ( cfr. frasi del tipo “Viestete! Che faie ancora ancristo?” oppure “Me jettaie a mare ancristo”) mostra chiaramente che il significato è lo stesso di annura e nasce da un popolano  utilizzo del Cristo come emblema della nudità; cosa nella quale dovettero giocare un ruolo decisivo quelle antiche raffigurazioni del battesimo o della crocefissione e resurrezione del Cristo che lo mostravano esattamente nudo o con davvero poco addosso [2].

Assente nei dizionari dialettali napoletani,  il termine è invece segnalato nel Salernitano, area per la quale Pasquale Sacco segnala l’uso di “a l’ancrìsto”  per dire ‘nudo/nuda’ [3]. Tale forma, che potremmo anche trascrivere con al’ancristo, aiuta a capire che a locuzione sta per “alla Cristo”  e se ne differenzia per l’inserzione (epentesi) del suono “an” per un’esigenza eufonica, per rendere èiù facile e e armonica la pronuncia.

NOTE

1 – Il documento è riportato pià estesamente nell’interessantissimo articolo di R. Scandone e L.Giacomelli, Cronache di un’eruzione: la nascita di Monte Nuovo nel 1538.  Ambiente Rischio Comunicazione, n. 5, 2013.

2 –Si pensi soprattutto agli affreschi di epoca medievale, nei  quali il Salvatore è frequentemente rappresentato a figura nuda.

3 –Si veda la voce Ancristo in Pasquale Sacco, Spigolature etimologiche in provincia di Salerno. Edizioni ETS,  2018.

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Perché non possiamo non dirci …parte della Costa d’Amalfi

Le ragioni storiche

Chiedo umilmente scusa a  Benedetto Croce se ispiro al titolo di un suo celebre saggio [1] quello del presente mio articoletto, il quale vuol semplicemente illustrare l’antichità e il significato  della dizione “Costa d’Amalfi” e con ciò dare risposta a quegli amici agerolesi che di tempo in tempo mi hanno chiesto se a quella Costa appartiene anche il nostro Comune, che il mare di Amalfi e dintorni lo guarda dall’alto dei suoi seicento metri di quota.

E’ ben noto che, politicamente e amministrativamente, Agerola è stata legata ad Amalfi sin dai tempi del Ducato indipendente, più noto come Repubblica Marinara (periodo 839 – 1131), dal che deriva anche il fatto che Agerola fa ancor’oggi parte della diocesi d’Amalfi, nonostante nel 1846 essa abbandonò la Provincia di Salerno (ex Principato Citreriore o Citra) per aderire alla Provincia di Napoli [2].

La dizione Ducato di Amalfi fu mantenuta anche dopo la conquista da parte dei Normanni, ma il territorio così denominato venne a ridursi d’ampiezza con le infeudazioni di epoca angioina e aragonese, quando Positano, Pimonte, Gragnano e Lettere vennero distaccate per darle a signori diversi. A periodi, subì medesima sorte anche Agerola, ma poi nel 1461, quando re Ferrante riconquistò il regno di Napoli col decisivo aiuto delle truppe di papa Pio II guidate dal di lui nipote Antonio Todeschini Piccolomini, il premio che il re gli concesse fu, insieme alla mano della figlia Maria d’Aragona,, il feudo del Ducato di Amalfi costituito dai territori di Amalfi, Ravello, Scala,  Minori, Agerola, Tramonti, e Maiori (vedi documento d’epoca su M. Camera, Memorie etc, vol. I, p. 29).

Tra la fine del Cinquecento e la metà del Seicento, il possesso del Ducato di Amalfi da parte dei Piccolomini visse una travagliata fase debitoria che indusse re Filippo IV a mettere quel feudo in vendita  e consentì ai cittadini del Ducato d’Amalfi, Agerolesi compresi, di  comprarselo e di liberarsi così dal feudalesimo.

Le indicazioni che emergono da antiche descrizioni della Costa d’Amalfi.

Sull’antichità della dizione Costa d’Amalfi, basterà ricordare che la utilizzò, a metà del Trecento, anche il Boccaccio, che  nell’incipit della quinta novella della seconda giornata del suo Decameron, scrisse:

Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la piú dilettevole parte d’Italia; nella quale assai presso a Salerno è una costa sopra il mare riguardante, la quale gli abitanti chiamano la Costa d’Amalfi, piena di piccole cittá, di giardini e di fontane e d’uomini ricchi e procaccianti in atto di mercatantía …

Di poco posteriore, e assai utile per meglio comprendere a quale territorio si riferisse, è la descrizione della Costa d’Amalfi che ci ha lasciato Leandro Alberti nella sua celebre Descrittione di tutt’Italia (Venezia 1551). Qui, a pagina 160 si legge:

Avanti che più oltre passi, voglio descrivere la Costa di Amalfi che risguarda al Mezo giorno, la quale è di tanta vaghezza, et di tanta amenità, che credo, che pochi luoghi si possano ritrovare da ragguagliare a quella. Ella è di lunghezza circa venti miglia, ove si veggono alti, difficili, et aspri Monti, et massimamente da quel lato ch’è sopra il Mare. Et è tanto difficile la via da salirvi, che ognun solamente a vederla, si stracca. Si veggono però fra detti strani balci molto aggredevoli valli, ove sono belle Fontane con altri sorgivi di chiare acque, dalle quali escono vaghi, et dilettevoli ruscelletti, et scendendo con gran mormorio, et susurro, danno gran piacere alle persone. Sono questi ameni luoghi molto habitati, ove si scorgono tutte le maniere di fruttiferi alberi, sì come di aranci, cedri, limoni, pomi, olivi, peri, succini, pome granate, cerese, con altre specie di frutti, che sarei lungo in descriverle. Apparono anche belle vigne. Danno etiandio gran piacere a gli occhi, et all’odorato, le pareti di mortella, allori, bussi, ellera, gisalmini, ramerini, rose, et rosette, di diverse specie, con altri simili arbuscelli, da i quali esce soavissimo odore, et rendono all’occhio gran dilettatione. Evvi quivi l’aria temperata, et si scopre il Mare quasi da ogni lato. Ella è tutta questa costa (come dicemmo) molto habitata, in tal guisa, che pare, a quelli che navigano il mare vicino a questi luoghi, risguardandola, una continua città di lungo tratto più tosto, che separate habitat ioni … (seguono notizie su Amalfi, Ravello e altri centri maggiori).

Da questa bella e generosa descrizione appare chiaro che l’Alberti si riferisce al versante sud (che risguarda a Mezzogiorno) dei Monti Lattari. Il fatto che l’Alberti dica “ove si veggono alti, difficili, et aspri Monti …et molto aggredevoli valli” rende chiaro che per Costa d’Amalfi non si intendeva solo la fascia litoranea, ma anche il suo entroterra montuoso [3].

Inoltre, la  gran varietà di frutti che l’Alberti dice essere qui prodotti ( “tutte le maniere di fruttiferi alberi … aranci, cedri, limoni, pomi, olivi, peri, succini, pome granate, cerase,  …”) è anch’essa una indiretta conferma che l’area indicata come Costa d’Amalfi saliva sino a quote montane e includeva i territori di Agerola e Tramonti, i più fertili del comprensorio.

Venendo a tempi un po’ più recenti, posso citare, come fonte che attesta l’uso e il significato di “Costa d’Amalfi”, un decreto della Regia Camera di Napoli del 29 maggio 1600 riportato da Matteo Camera a pagina 465, volume primo, delle sue Memorie  storico diplomatiche  ecc (Salerno 1881). In tale decreto, che usa “Ducato de Amalfi ” e “Costa de Amalfi” come sostanziali sinonimi, viene ribadito l’antico privilegio riconosciuto agli uomini della Costa  d’Amalfi  dimoranti nella capitale, di godere delle medesime esenzioni fiscali di cui godevano i cittadini napoletani. Il tutto, si badi bene, su istanza di un nativo di Tramonti, terra non-rivierasca della Costa d’Amalfi.

L’uso di intendere sotto tale dizione anche l’immediato entroterra montuoso del litorale amalfitano è continuato anche nell’Ottocento. Tra le fonti che l’attestano mi limito a riportarne una che chiama in causa proprio Agerola. Si tratta  di ciò che scrive il dotto Alessandro di Meo a pagina 207, volume 12, dei suoi  Annali critico-diplomatici del regno di Napoli della mezzana età (Napoli 1819):

Agerola , o Gerola , nella Costa di Amalfi, nell’alto del monte a Ponente …

Le ragioni etimologiche.

Oggi come oggi sono in molti a credere che il sostantivo “costa” sia un mero sinonimo di “riva”, ma se – in ambito geografico litoraneo – esso  ha avuto per secoli  un diverso significato, è per via del fatto che il vocabolo viene dal latino cŏsta, tra le cui accezioni domina quella di ‘fianco’. Nella nomenclatura di elementi del paesaggio fisico, “costa” ha così preso il significato di ‘fianco di monte o di collina’, da cui  i nomi delle tante località di versante che in Italia son dette La Costa, Le Coste e simili. Ma i riflessi nella toponomastica riguardano anche parecchie cime  montuose; ad esempio:  Monte Costa delle Alpi Apuane, Monte Costa Calda tra Campagna ed Acerno e Monte Costa Sole poco a nord est di Roma.

Se poi “costa” è stato usato anche e soprattutto come nome comune di certe fasce territoriali affacciate sul mare (“costa sopra il mare riguardante”  dice il Boccaccio nel brano sopra riportato), è per la forte continuità concettuale col già visto senso di ‘fianco di monte’, solo che stavolta è un fianco (di monte, catena o altopiano) che scende fin nel mare [4 ].

D’altra parte, che il termine “costa” debba usarsi per indicare qualcosa di diverso (più ampio) della riva o del lido, è ancora regola nella neolatina lingua francese, nella quale, lo attesta il dizionario Larousse, côte vale ‘terre adjacente ou proche du domine marine’. E similmente accade nell’Inglese, che usa shore o coast-line per dire ‘riva’, mentre a  coast dà significato di “the land next to or near to the sea or ocean” (dall’Oxford Advanced Learner’s Dictionary).

Per chiudere questa sezione etimologica ricordo che da “costa”, nel senso geografico di cui sopra, è poi scaturita la variante “costiera”. Usato già dal Sannazzaro (1457 – 1530), per l’area di Posillipo, solo nel primo Novecento il sostantivo “costiera” si affermò nella denominazione locale “Costiera Amalfitana”, usata soprattutto nella pubblicistica turistica italiana (gli stranieri continuano a preferire Côte d’Amalfi, Amalfi CoastAmalfi küste).

Su questa  tavola della Carta del litorale di Napoli diel Rizzi Zannoni  (fine secolo XVIII) l’ombreggiatura mette bene in risalto lo spartiacque principale della dorsale dei Monti Lattari, indicato anche dalle freccette rosse.

                                                       

Conclusioni.

In definitiva, si può affermare che esistono ottime ragioni  storico-geografiche ed etimologiche per ritenere errato delimitare la Costa d’Amalfi (o Costiera Amalfitana che dir si voglia) facendosi condizionare dal decorso del confine tra le Provincie di Salerno e di Napoli. Infatti, nella dizione Costa d’Amalfi il sostantivo  “costa” ha il più antico e corretto significato di ‘fianco montuoso  che scende a mare’, e si riferisce all’intero versante sud della dorsale dei Monti Lattari nel tratto che appartenne al Ducato di Amalfi. Dunque, il limite settentrionale della Costa d’Amalfi va riconosciuto nello spartiacque principale dei Monti Lattari (vedi figura) e non certo in quel moderno confine di provincia che, nella zona orientale,  scende fin sulla piana sarnese abbracciando anche il versante nord dei Lattari, mentre nella zona occidentale, intorno ad Agerola, fa grossomodo il contrario, passando a mezza costa [5] del  versante sud.

Note:

1 -Ovviamente mi riferisco  al breve saggio del 1942 “Perché non possiamo non dirci “cristiani” , nel quale il filosofo  sostiene che nel corso dei secoli, il Cristianesimo ha compiuto una rivoluzione nella coscienza morale dei popoli, creando nuovi valori e nuove virtù  che dai credenti sono poi passate, per una sorta di osmosi sociale, a tutti indistintamente.

2- Nel Regno di Napoli il sistema delle Provincie era stato introdotto nei primi anni del Decennio Francese (1806 – 1815),. La Provincia di Napoli fu realizzata ex novo, mentre quella salernitana derivò sostanzialmente da quello che prima si chiamava  Principatus citra serras Montorii (Principato al di qua delle montagne di Montoro’, vale a dire dei M. Picentini, al di là dei quali era il Principato Ultra).

3 -Secoli prima, il Ducato indipendente di Amalfi aveva incluso anche una fetta del fianco nord dei Monti Lattari, quella che includeva Lettere, Gragnano, Pimonte e Pino.

4Cfr. la voce costa sul dizionario etimologico online www.etimo.it

5 –L’ espressione “a mezza costa”, molto usata da geografi e geomorfologi, sta a significare ‘in posizione altimetrica intermedia lungo un versante’ e ci ricorda che “costa” vale innanzitutto ‘fianco di monte, versante’ e poi, in ambiti litoranei, ‘versante che scende in mare’. 

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 Produttori, artigiani, commercianti  e professionisti agerolesi di fine Ottocento.

Con questa breve nota  segnalo ai lettori una pubblicazione di fine Ottocento nella quale si rinviene una descrizione commerciale di Agerola che, sebbene stringata, dà un efficace quadro di quali attività contribuivano maggiormente all’economia locale dell’epoca. Ma son sicuro che, nello scorrere tale descrizione, l’attenzione di molti lettori sarà attratta anche dai nomi delle persone che vi si citano, tra i quali potrebbero riconoscere un loro antenato, ovvero il fondatore di una attività produttiva o commerciale che ancora continua..

La pubblicazione in questione si intitola Annuario d’Italia, Calendario generale del Regno. Parte seconda. (Stabilimento tipografico Bontempelli, Roma 1894.  A pagina 185 vi si legge:

AGEROLA

Collegio elettorale di Castellammare di Stabia. Diocesi di Amalfi. Abitanti  4161.  Dista Km 12 da Gragnano (Capoluogo mandamentale).

Trovasi sopra un alto colle circondato da altri di maggiore altezza; solo dalla parte del mezzogiorno godesi la bella veduta del mare e dei paesi della penisola Sorrentina e linea di Amalfi.

E’ salutata come la Svizzera d’Italia [1], ed ha rinomanza di incantevole villeggiatura estiva.

Gli inglesi specialmente vi si fermano buona parte dell’anno per respirarvi l’aria saluberrima [2].

A  700 metri sul livello del mare.                                                                             ]

Prodotti . Il suo territorio è montuoso, fertile  per legna di castagno, cereali, uve e frutta in genere. Uffuci  postale e telegrafico locali. Stazione ferroviaria di Gragnano, sulla linea Castellammare  Napoli.

Fiere: 20 e 21 settembre .[3]

Sindaco: Coppola notaio Andrea.

Segretario: Compagnone Vincenzo.

Notaio: Acampora Michele.

ALBERGATORI: Ferraioli Francesco – Florio Alfonso – Lauritano Angelo – Mascolo Felice.

Foto di primo Novecento con la facciata dell’Albergo Risorgimento, costruito nel 1876.

Foto di primo Novecento con la facciata dell’Albergo Risorgimento, costruito nel 1876.

BESTIAME (neg.): Fusco Antonio – Fusco Tommaso – Milo Salvatore – Villani Francesco.

BURRO E FORMAGGIO (fabbr.):. Apuzzo Antonio – Apuzzo Giuseppe – Apuzzo Luigi – Buonocore Ferdinando – Fusco Nicola –  Naclerio Bernardo –  Naclerio Ferdinando.

CALCE (neg.): Fusco Giuseppe di Carlo – Fusco Saverio –  Gentile Catello –  Mascolo Giuseppe – Mascolo Michele .[4]

CEREALI (neg.): Fusco Raffaela – Gentile Angelo – Riti Giuseppe – Viviani Alfonso.[5]

DROGHIERI: Villani Francesco .

MERCIAI.: Imperati Felice – Naclerio Giusepp.

OLIO D’OLIVA (neg.): Amatruda Melchiorre – De Martino Luigi – Naclerio Giuseppe fu Casimiro. [6]

PANETTIERI: Fusco Giuseppe – Fusco Luigi – Manna Luigi – Pisacane Nicola – Viviani Alfonso.

PANIERAI:  De Rosa Giuseppe –  Fusco Gaetano – Fusco Salvatore – Villani Gennaro – Villani Salvatore. [7]

POLVERI PIRICHE (fabbr.): Di Martino Ferdinando. [8]

SARTI: Buonocore Antonio – Candido Generoso – Criscuolo Giuseppe – Criscuolo Luca – D’Auria Michele – Naclerio Antnio – Villani Antonio –  Villani Pasquale. [9]

VINO (prod.): Avitabile Giovanni – Coccia Vincenzo – Cennamo Francesco – Florio Matteo – Gentile Luigi – Mascolo Giuseppe –Naclerio Giovanni – Ruocco Diodato.

PROFESSIONI.

FARMACISTI: Brancati eredi- Guida Vincenzo.

MEDICI – CHIRURGHI: Coccia Luigi – Coccia Francesco – Ferrante Agostino – Florio Giuseppe.

Integrazioni e commenti

1 –Questa frase riprende lo slogan “Agerola, la piccola Svizzera napoletana”  che fu usato per molti decenni  nella promozione turistica del paese. Innalzando il lusinghiero paragone dal rango provinciale a quello nazionale (“la Svizzera d’Italia”), l’estensore dovette credere di far cosa grata agli Agerolesi, mentre invece sfiorò il ridicolo, visto che tante località alpine dell’Italia hanno paesaggi che somigliano a quelli elvetici ben più del nostro. 

2  -Questa presenza di villeggianti inglesi merita di essere indagata e quantificata. Intanto, però, ricordo che se ne ha traccia anche nel romanzo di anonimo inglese The Providence of Agerola, uscito  a puntate su The Messenger of the Sacred Heart of Jesus (Londra 1881-82).

3 –Qui si cota, come principale fiera di Agerola quella che si teneva nel casale di Bomerano in coincidenza con i festeggiamenti del locale patronoS. Matteo apostolo.

La piazza presso la chiesa di S. Matteo dove si teneva la fiera di Agerola

4 –Per l’abbondanza della roccia calcarea e di boschi da cui trarre il legname necessario alla lunghissima cottura delle pietre, Agerola aveva in funzione diverse calcare, ossia forni da calce. Ne accenna anche Emilio Scaglione nel suo bel romanzo Il passo del diavolo.

5 –Vale la pena di ricordare che ad Agerola,  a causa delle sue estati non abbastanza calde, si produceva ben poco grano, mentre ampi spazi erano dedicati alla segale (dial. Jurmano) , all’orzo e al mais (dial. Graurinia da Gano d’India).

6–Per ragioni climatiche, ad Agerola non vi erano uliveti (ne stanno sorgendo alcuni solo in questi anni, grazie al riscaldamento climatico in corso). I tre negozianti qui citati dovevano trattare olio prodotto a quote più basse nei comuni circostanti. Ricordiamoci che Agerola era già collegata a Napoli, via Gragnano,  con una rotabile, mentre ancora non c’erano né la strada costiera amalfitana (futura SS 145), né  quella per scendere da Agerola ad Amalfii via Furore e Conca dei Marini.

7 –I  prodotti più tipici e apprezzati dei nostri panierari (o cestai che dir si voglia)  erano le sporte, le sportele e gli sportoni realizzate con sottili strisce di legno di castagno. 

Un costruttore di sporte al lavoro. Foto dal sito http://www.cronachesalerno.it.

8 –Decenni prima i de Martino di Pianillo avevano creato ad Agerola una piccola fabbrica di polvere da sparo autorizzata da governo borbonico. La loro prima polveriera sorse nelle vicinanne del ponte di S. Bernardino (il ponte sul Penise della frazione Ponte); successivamente, per ragioni di sicurezza, l’opificio venne trasferito nella deserta località Fiobana, dove ancora sussistono i reltivi ruderi in attesa di restauro e valorizzazione turistica.

9 -Il numero relativamente elevato di sarti qui indicati fa sospettare che ad Agerola venissero a farsi cucire abiti anche gli abitanti di alcuni centri della vicina Costiera Amalfitana.

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Posizione e origine del toponimo medievale Scataquilianum.

Tra i toponimi agerolesi attestati nel Medioevo e oggi non più in uso vi è quello Scataquilianum, che troviamo citato in una charta offertionis  del 1204 il cui testo è riportato alle pagine 110 – 113 del volume 1 de  Le Pergamene degli Archivi Vescovili di Amalfi e Ravello (a cura di J. Mazzoleni; Napoli 1972).  Con quell’atto notarile il giudice Sergio de Sergio Comite donava alla chiesa dei Santi  Filippo e Giacomo di Amalfi la sua proprietà terriera “in Ageroli positum at Scataquilianum, loco nominato a lu Faytu.  

Circa l’ubicazione della zona allora denominata Scataquilianum (scataquilano), intravedo i seguenti tre motivi per porla nel casale di Campora:

1 –In quel casale esiste ancora una località Faito (equivalente odierno di Faytu che sta per ‘zona con faggi’) e si trova nella parte bassa di Campora, a valle di Casa Amatruda e a breve distanza da Portolana [1].

2 –Nel sopracitato atto del 1204, descrivendo i confini della proprietà che il de Sergio Comite aveva a Scataquiliano si dice che de supra (ossia verso  monte) il confine era dato da una via interpoderale, mentre de subtus (a valle)  la proprietà confinava col fiume  (che ad Agerola non può essere che il Penise). Nel citare poi i confini laterali si parla di settentrione e meridione; facendo con ciò capire che il versante sul quale giaceva la proprietà era orientato grossomodo N- S. Questo dato,  insieme alla presenza del Penise al piede del versante, fanno propendere per una ubicazione in territorio di Campora.

3 –Il terzo motivo  d a me considerato si lega all’etimo di Scataquilianum. A tale proposito osserviamo innanzitutto la terminazione in –anum. Questo noto suffisso aggettivale, che diventa –ano col passaggio al volgare, caratterizza soprattutto  i toponimi cosiddetti prediali, scaturiti dal nomen del proprietario dell’area in epoca romana o tardo antica (ad esempio: ove era il fondo di tale Bassius nacque il toponimo Bassiano; ove era quello di un Caius nacque Caian, ecc.).

Ma lo stesso suffisso –anum venne usato per dare nome a un luogo aggettivando un sostantivo che citava qualche presenza o caratteristica tipica del luogo stesso. Così, ad esempio, dal vento favonio che vi spira fu denominata  l’sola di Favignana e, mentre la presenza di folti selve fece nascere il nome Montesilvano.

E’ a questo secondo tipo di toponimi in –anum che, a mio avviso, va ascritto il nostro Scataquilianum. La sua radice pare contenere, in forma contratta e un po’ corrotta, una voce del verbo scatere (‘sgorgare’) e il sostantivo aquilie, assimilabile ad aquola, diminutivo di aqua, che sta per ‘filo d’acqua’  [2] .

Da aquola deriva anche il nome della nostra sorgente Acquolella (tra Agerola e Pogerola) mentre la variante aquile sta all’otigine anche del toponimo Acquile sui monti poco ad est di Acerno, nonché del nome antico della città de L’Aquila, che originariamente fu detta Acquilis  per a presenza di sorgenti, non di aquile.

Dunque, l’enigmatico toponimo Scataquilianum  pare significare ‘(Zona) delle piccole sorgenti’. Ciò rafforza quanto già detto ai punti 1 e 2 riguardo alla collocazione del toponimo nel casale Campora e, più esattamente, nella zona che abbraccia le piccole sorgenti di Via Casa Positano, Macerinelle; Faccella e Fontanella.  Le due sorgentelle di Faccella versano nell’incisione che scende verso la sopracitata località Fato. Come spiego nel libro Terra Agerula [3], il toponimo Faccella è anch’esso un idronimo, poiché è da interpretarsi  come corruzione di Faucella,diminutivo tardo del latino fauces, ‘bocca’ nel senso di orifizio da cui scaturisce acqua.

NOTE

1 –Credo che i faggi che ispirarono il toponimo in questione si trovavano al fondo della gola fluviale, poco soleggiata e perciò caratterizzata da un microclima fresco adatto a quella specie arborea.

2 – Castiglioni e Mariotti (1994).  Il vocabolario della lingua latina, p. 83. .

3 – A. Cinque, La toponomastica in uso nel medioevo. In: Terra Agerula, di G. Gargano. Edizioni CCSA, Amalfi 2016, pp.  53 – 67.

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I Monti Lattari visti da Castelcivita

Agerola, si sa, è chiusa da monti su tre lati, ma verso Sud è stupendamente affacciata sul golfo di Salerno. Ad esclusione delle giornate ad alta umidità atmosferica e poca visibilità, la vista verso sud spazia fino ai rilievi che chiudono a meridione detto golfo e che contornano verso oriente la Piana del Sele, detta anche di Paestum  (Fig. 1). In tale scenario, la sagoma montuosa più facile a riconoscersi è quella dei Monti Alburni (o Monte Alburno al singolare) con l’alta e ripida scarpata che lo delimita a oriente e col suo altopiano sommitale leggermente inclinato vero il Tirreno.

Il Golfo di Salerno e i rilievi che lo bordno visti da Agerola

L’altopiano, che sale fino a 1700 metri di quota ed è ricco di imponenti faggete, è costellato da spettacolari doline e inghiottitoi che fanno dell’Alburno “il Carso del sud Italia”. Ad attrarre qui tanti speleologi italiani e stranieri è anche la presenza di lunghe grotte carsiche sub-orizzontali alla base del massiccio calcareo. Di queste è certamente regina la lunga e variegata Grotta di Castelcivita, il cui imbocco è vicino all’omonimo paese, ma in effetti ricade nel territorio di Controne.

Carta della Campania meridionale con marcata la congiungente da Agerola a Castelcivita.

Tornando al tema delle viste panoramiche, voglio presentare ai lettori la bella foto che segue, che pubblico per gentile concessione di Raffaele Madaio, conduttore dell’ottima trattoria “al Portello” di Castelcivita. L’ha scattata dalla super panoramica balconata del suo locale in una di quelle asciutte giornate di viento ‘e terra  che ci regalano  nitide visioni di lungo raggio. Contro il rosso cielo del tramonto si staglia chiaramente la silhouette dei Monti Lattari – Penisola Sorrentina.

Nel riquadro con annotazioni che riporto sotto la foto, indico anche  Capri, il Monte S. Costanzo e le inconfondibili sagome dei monti Tre Caslli e S. Angelo a Tre Pizzi, a mezza costa delle quali si trova il ripiano orografico di Agerola.

La dorsale dei Monti Lattari – Penisola Sorrentina vista da Castelcivita (foto di Raffaele Madaio).

Chiudo suggerendo ai lettori che ancora non l’avessero fatto, di mettere in programma una gita a Castelcivita, innanzitutto  per visitare la splendida grotta, ma anche per esplorare il pittoresco borgo arroccato medievale di Castelcivita  (culminante con l’elegante Torre Angioina), salire a scarpinare sul boscoso altopiano [1 ] e/o scendere sul greto del fiume Calore a vedere le grosse sorgenti carsiche dell’Ausino che vi si riversano  []

La Torre Angioina di Castelcivita

Note

1 – Sull’altopiano dell’Alburno si può salire anche in auto, con due rotabili che partono una da Ottati e una da S. Angelo  a Fasanella, pochi chilometri a sud di Castelcivita.

2 – Il breve sentiero che scende al fiume si imbocca circa 200 metri dopo il piazzale della Grotta di Castelcivita, lungo la strada che va al paese. 

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