I Luoghi Pii laicali e il Concordato del 1741.

Dell’aggettivo “pio” (dal latino pius) ci è ben nota l’applicazione a una persona o gruppo di persone, allorquando significa “che prova, mostra o rispecchia un profondo sentimento di fede e di devozione”. Ma il vocabolario Treccani ci ricorda che esso si applica a tutto ciò “che concerne la religione, il culto, la vita religiosa”, quelle “istituzioni che si propongono insieme fini di culto e di carità o di assistenza sociale”. Ne discende che la dizione Luoghi pii, equivalente a Opere pie, indica quelle istituzioni (e loro sedi) che, mosse da motivazioni religiose e solidaristiche, si occupavano di  carità e assistenza sociale. A seconda di chi li amministrave, erano distinte in ecclesiastiche, laicali e miste.

Un ospedale retto da monaci di un certo ordine lo si classificava, dunque, come un Luogo pio ecclesiastico, mentre l’esempio più diffuso di Luogo pio laicale (o misto, se aggregava anche qualche religioso) è quello delle confraternite [1].

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Ad Agerola le confraternite sono ancora numerose, ma ancor di più lo furono nei secoli scorsi. Su di esse raccolse molte notizie storiche il compianto Angelo Mascolo e le si può leggere nel Capitolo II della Parte VII  del suo volume Agerola dalle origini ai giorni nostri (MicroMedia 2003).

Con questa mia breve nota voglio segnalare una fonte di tardo Settecento che è staata di recente resa fruibile da Google Mi riferisco al fascicolo intitolato “Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della Provincia di Principato Citra” che ha per sottotitolo: I quali, secono la riforma fatta nel corrente anno 1788, debbono corrispondere la prestazione come segue”. Il fatto di presentarsi anonima (nessun autore indicato in copertina) mi fece subito intuire che doveva trattarsi di un allegato a una pubblicazione governativa dedicata a quella Riforma che è citata nel sottotitolo della Nota. In ciò mi confortava anche il  fatto che –sempre in Google – si trovano altre Note simili, dedicate ad altre provincie del Regno di Napoli.

Scoprire quale fosse la riforma in questione non mi è stato facile, ma alla fine ci sono riuscito, scovando e  leggendo il bel saggio di Nello Roga “Dai Luoghi pii alla pubblica assistenza in Terra di Lavoro  Una ricerca sulle confraternite della diocesi di Aversa nel primo periodo borbonico e nel Decennio francese” (Napoli, 2013).

Bisogna risalire al 1741, quando re Carlo di Borbone, grande riformatore, stipulò con la Santa Sede un Concordato che  fissò i limiti della competenza ecclesiastica sugli luoghi pii laicali e, parallelamente, definì i seguenti regimi fiscali per i luoghi pii del l Regno di Napoli:

  1. a) I luoghi pii ecclesiastici, come pure le chiese e le comunità ecclesiastiche, avrebbero goduto di una tassazione ridotta al 50% di quella ordinaria per i beni acquisiti prima del Concordato, e che tali beni non sarebbero stati assoggettati ad altri tributi eventualmente introdotti in futuro  per beni dei privati. Invece, ai beni acquisiti dopo il Concordato si sarebbero applicati “tutti i tributi regi e pubblici pesi che si pagano e pagheranno da’ laici”.
  2. b) Gli ospedali e i monti di pietà (antenati dei Monti dei pegni) godevano l’esenzione da qualsiasi tribyto.
  3. c) luoghi pii laicali e misti avrebbero continuato a pagare regolarmente tutti i tributi.

Fu anche istituito in Napoli un Tribunale Misto (con membri sia di nomina governativa che di nomina curiale) con il compito di vigilare e soprintendere al rispetto delle nuove norme “intorno alla vita e rendimento de’ conti degli ospedali, estaurite  [2], confraternite ed altri luoghi pii laicali e misti governati e amministrati da laici, che non sono sotto l’immediata regia protezione …con l’invigilar primieramente che gli amministratori de’ suddetti luoghi pii rendano infallibilmente ogni anno i conti. Col decidere tutte le liti, che possono insorgere ad occasione ed intorno al rendimento de’ conti. Dovrà il medesimo tribunale invigilare e soprintendere che i suddetti luoghi pii sieno bene amministrati, con farsi delle lor rendite l’uso che si conviene [3], secondo la natura e gli obblighi di ciascun di essi.

Ma veniamo ora a quell’anno  1788 che è citato nel sottotitolo della Nota qui presa in esame. Sempre dal saggio del Roga apprendiamo che quell’anno  fu emesso un provvedimento col quale si obbligavano tutti i Luoghi pii laicali e misti a contribuire al mantenimento del sopracitato Tribunale  Misto. Ciò doveva avvenire  mediante il versamento di un contributo annuale detto “annua prestazione”.

A verificare quali fossero, in ciascun Comune, i luoghi pii amministrati da laici e, quindi, tenuti a dare quell’annua prestazione, furono i Governatori locali, le cui indicazioni consentirono di compilare –per ciasuna provincia del Regno – una Nota del tipo di quella qui presa in esame.

xxxx

Detta Nota, dopo aver dato l’elenco di tutti i comuni che facevano parte della Provincia di Principato Citra (o Citeriore; quella da cui scaturirà poi la Provincia di Salerno), procedendo in ordine alfabetico, giunge presto a trattare del nostro comune, dando il seguente elenco di luoghi pii laiclali e misti

AGEROLA

Composta de seguenti Casali

CAMPORA – di Agerola

-Cappella di S. Maria di Loreto                     duc. 1,5

-Cappella del Rosario                                   duc. 1,5

-Cappella del Nome di Dio                            duc. 1,5

-Cappella di S. Maria delle Grazie                duc. 1,5

-Monte De’ Morti                                          duc. 1,5

BOMERANO -di Agerola

-Cappella del Pio Monte nella

   Parrocchia di S. Matteo                             duc. 1,5

-Cappella del Rosario in detta Chiesa          duc. 1,5

PIANILLO -di Agerola    

-Cappella del Sagramento                            duc. 1,5

-Monte de’ Morti                                           duc. 1,5

-Congregazione, e Cappella del Carmine     duc. 1,5

-Cappella di S. Maria della Pietà  nella

   Parrocchia di S. Maria della Manna           duc. 1,5

  1. LAZZARO -di Agerola

-Congregazione del Sagramento,

   Rosario, e Morti                                                  duc. 1,5

-Cappella di S. Maria a Miano                      duc. 1,5

MONTEPERTUSO -di Agerola

-Chiesa parrocchiale di

  1. Maria delle Grazie duc. 1,5

NOCELLA -di Agerola

-Cappella di S. Croce                                   duc. 1,5

In questo elenco, come in altri documenti di secoli fa, il termine  “cappella” non ha quell’accezione architettonica (‘vano con uno o più altari’) che è oggi dominante. Esso sta invece a indicare associazioni sorte per volontà di singoli fedeli o di gruppi (che le dotano di beni e rendite), allo scopo di adempiere a uno specificato  fine di culto (di solito la celebrazione di messe dedicate) e/o di carità e assistenza. In pratica, molte delle Cappelle in elenco corrispondono a confraternite o congreghe.

La cifra che vediamo indicata a ffianco a ciascuna istituzione è la annua prestazione di cui sopra, fissata in un ducato e mezzo per tutti i luoghi pii agerolesi. Scorrendo per intero la Nota si osserva che era il minimo richiedibile, evidentemente riservato agli istituti della fascia di rendita più bassa. Ci sono poi dei casi in cui la prestazione è di 6 o addirittura di 30 ducati , come per la confraternita Madonna delle Vergini di Scafati, evidentemente molto ben dotata.

Nell’elenco sopra riportato, un altro aspetto interessante è quello di vedervi indicati come casali di Agerola gli insediamenti di Montepertuso e Nocelle, i quali sono  poi passati a Positano, cui afferirono anche nel Medioevo [4].

Limitandosi ai 4 casali che sempre hanno fatto parte della universitas di Agerola (Bomerano, Campora, Pianillo e San Lazzaro), si osserva che i luoghi pii laicali o misti  erano ben 13, a fronte di una popolazione comunale che contava solo 2.900 anime (vedi articolo “Quanti eravano…” in questo blog).  Per raffronto vi dico che la stessa Nota porta 6 luoghi pii per Positano, 8 per Ravello, altrettanti per Pimonte, 9 per Praiano-Vettica Maggiore, 12 per Scala, 18 per Lettere-Casola e addirittura una trentina per Amalfi e suoi casali.  Una proliferazione di istituti che sul pieno del culto poteva essere positiva o, almeno, innocua, ma che – sul piano delle attività assistenziali – finiva talvolta col favoritre favoritismi familiari [5]. Cose che, come viene ricordato anche nella già citaa opera del di Cicco, finiranno col indurre l’autorità centrale a istituire in ciascun comune una sola Congregazione di Carità  (legge 753 del 1862), con il compito di “amministrare tutti  i beni destinati ai poveri”, e poi – con la legge 847 del 1937 –  a trasformare quelle congregazioni  in altrettanti Enti comunali di assistenza

(E.C.A.) [6]. Con lo scopo di assistere gli individui e le famiglie che si trovino in condizioni di particolari necessità.

 

NOTE

[1] – Le confraternite (o con greche) sono associazioni spontanee di fedeli che, canonicamente erette (con un decreto vescovile), ma gestite da laici, perseguono il duplice scopo di promuovere il culto divino e svolgere attività assistenziali (praticare la carità cristiana) verso il prossimo . Simili associazioni  cominciarono a sorgere già in epoca paleocristiana, ma fu tra il XIV ed il XVIII secolo che il loro numero esplose in tutta Europa.

2[2] – Ttermine greco-medievale che a Napoli e dintorni si trattenne nei secoli a seguire col significato di confraternita ad amministrazione autonoma.

[3] – Come ricorda Pasquale Di Cicco nel suo saggio  intitolato La pubblica beneficenza nel Mezzogiorno. Dalle Opere pie all’Ente comunale di assistenza (In: “La Capitanata – Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia”, XXV-XXX, 1993, pp. 73-84), questa vigilanza era tesa a  contrastare, da una parte, gli abusi da parte degli amministratori di certi luoghi pii e, dall’altra,  a  evitare che le loro sostanze, disperdendosi per mille rivoli, venivano destinate a fini diversi da quelli della beneficenza”.

[4] – Questi passaggi meriterebbero  uno studio specifico. Intanto ricordo che Montepertuso formava una universitas distinta sia da Positano che da Agerola nel 1729 (vedi in A. Bulgarelli Lukacs 1993, L’imposta diretta nel Regno di Napoli in età moderna) e che la limitrofa  Nocelle è indicata come casale di Agerola tanto nel  Dizionario Geografico Ragionato del Regni di Napoli di L. Giustiniani (stampato nel 1787) che nella Istorica descrizione del Regno di Napoli di G. M. Alfano (stampata nel 1823).

[5] – Si deve probabilmente a quella finale proliferare eccessiva di istituti all’interno di ogni Comune e Parrocchia (che  portava al ridurrsi del numero di soci/confratelli) se il termine confraternita ha finito col significare anche, nel linguaggio figurato, il negativo significato di  ‘gruppo ristretto, combriccola poco trasparente’ che non rende giustizia della  nobile valenza sociale delle confraternite medievali.

[6] – Con il trasferimento dell’assistenza sanitaria alle Regioni, nel 1978 si ebbe la soppressione degli E.C.A. i cui beni e il cui personale furono trasferiti ai Comuni.

 

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Appartenne ad Agerola l’area di pascuum pecoribus che, resa celebre da Galeno, diede il nome ai Monti Lattari.

Introduzione.

L’andamento dell’odierno confine settentrionale di Agerola  presenta delle anomalie che fanno intuire come esso sia mutato nel corso dei secoli. La più vistosa anomalia è quella della località Goffone, la quale costituisce quasi un’isola amministrativa[1] di Agerola  (solo un sottile isto a sud est la lega al resto del territorio agerolese) circondada da spazi che appartengono a Pimonte e a Gragnano. Altre anomalie  si legano al fatto che, nel tratto compreso tra il Colle Garofalo e il M. Cervigliano, il limite comunale non segue quasi mai gli spartiacque e le incisioni torrentizie. Esso  presenta bruschi gomiti, saliscendi e altre “stranezze” che mi fanno pensare che qui il confine comunale è stato “recentemente” ritoccato o tenendo conto anche dei limiti tra le proprietà prvate presenti in zona (curando che nessuna di esse finisse per metà in un comune e per metà in un altro).

A proposito di confini amministrativi, va ricordato che siamo in un’area che ha conosciuto notevoli  mutamenti nel corso dei secoli. In epoca romana essa appartenne tutta (fin su alla conca detta Gerula, ossia Agerola)  al pagus di Stabia. Le prime suddivisioni vi apparvero, credo, nel corso delll’alto Medio Evo, quando assunse dignità amministrativa Agerola e, a Nord di essa, gli Amalfitani crearono i castra   di Gragnano e Pino, cui seguirono la Terra di Pimonte e quella delle Franche. Verso la fine del Medio Evo si ebbe la scomparsa dell’universitas (comune) di Pino (vedi M. Camera, Memorie storico diplomatiche ecc., Vol. II, p. 644) e il suo territorio dovette probabilmente essere assegnato pro parte a Pimonte, pro parte a Le Franche e pro parte ad Agerola.  La zona di cui tratto in questo articolo (zona di Lattara, molto vicina alle rovine della antica Pino), fu probabilmente una di quelle che  furono assegnate ad Agerola.

 

Lattara e Galeno.

La località Lattara è  fatta di vari colli a sommità sub-pianeggiante (in senso geomorfologico dei terrazzi alluvionali), posti intorno a quota 500 m  nella zona che si incastra tra le alture di Colle Sughero – Colle S. Angelo, a Sud,  e quelle di Colle Carpineto – Pino, a Nord. Per caratteristiche e posizione, essa sembra proprio essere quella cui si riferiva il celebre medico Galeno quando, nel II secolo d.C., indicava la zona di provenienza del latte con straordinarie virtù terapeutiche che si produceva nei dintorni di Stabia; zona che egli descrive come pascuum pecoribus posti su colli di altitudo mediocris, distanti 30 stadiii o poco più (5,3 -5,5 km) dal lido stabiano (Methodo med., I, de rimediis, 5, 12, 7). Grazie al latte curativo che vi si produceva, quel luogo divenne così famoso che il toponimo fu scelto per denominare anche l’intera dorsale montuosa circostante, come attestano già gli scritti di VI secolo di Cassiodoro (Variae, XI, 10)  e di Procopio di Cesarea (Rer. Goth., I. IV).

Lattara nel Catasto Onciario.

Scorrendo il Regio Catasto Onciario di Agerola del 1752, ho scoperto che il territorio comunale allora comprendeva anche quella località Lattara che oggi, invece, ricade nel Comune di Pimonte. Ciò può ritenersi certo nonostante il fatto che quello sia un catasto privo di mappature. Trattasi infatti di un catasto a fini fiscali che adottava come criterio di inclusione non la residenza dei proprietari (che potevano essere tanto agerolesi che forestieri), bensì la collocazione dei beni immobili dentro i confini del Comune.

Dal Catasto Onciario di Agerola risulta che, a metà Settecento, a dividersi la proprietà di Lattara/Piano di Lattara erano i seguenti cittadini di Agerola:  Giovanni d’Acampora, Filippo d’Acampora, Felice di Fusco, M.co Giobatta Eboli, il reveredno Alessandro Coccia e il chierico Aniello Avitabile. Ad essi si aggiungevano i forestieri: Giuseppe Caucello di Gragnano, Giuseppe Lumberdi delle Francehe,  Crescenzo Donnarumma delle Francehe, il reverendo Tommaso Cavaliero di Furore, il beneficio del fu Matteo Rocco di Praiano ed i Padri  Gesuiti di Castellammare di Stabia.

Come dicevo, questi proprietari non agerolesi sono elencati nel catasto preso in esame perché la località Lattara era parte di Agerola. Questa appartenenza si protrasse almeno fino al primo Ottocento, visto che anche  il Catasto Murattiano di Agerola riporta proprietà site a Lattara. Tra esse spicca una vasta selva, che continua nella limitrofa località Argentara (più vicina alle falde Nord del M. Cervigliano) di proprietà delle Beneficiate di Casa Cuomo[2].

Al momento non saprei drequando fu, esattamente, che Lattara passò al Comune di Pimonte, ma non dovrebbe essere difficile trovare traccia di questo passaggio nei documenti dell’archivio storico comunale (annesso al Museo civico di Casa della Corte). Fu forse nel 1808, quando il confine tra Agerola e Pimonte divenne un confine  tra provincie, dato che  il decreto regio numero 154 bis trasferì nella Provincia di Napoli i comuni di Pimonte, Gragnano, Lettere e Casola, mentre Agerola rimase nella provincia di Principato Citeriore? Oppure nel 1846, quando anche Agerola passò nella Provincia di Napoli, o ancora con riordini legati l’Unità d’Italia? Ai volenterosi che vorranno spulciare vecchie carte e libri l’ardua sentenza!

NOTE

[1] Nel linguaggio tecnico di settore, si definiscono Isole Amministratie quelle  parti di territorio comunale circondate interamente dal territorio di altro o altri Comuni.

[2]  I Benefici e i Monti erano istituzioni assistenziali create da enti oppure, come in questo caso, da famiglie agiate con lo scopo di assicurare contributi economici a membri che si trovassero in difficoltà. Si attingeva alle rendite che garantivano i titoli e/o i beni immobili posseduti dal Beneficio. La più comune tipologia di intervento era quella del “premio di maritaggio”, occia dote in denaro assegnata a giovani spose bisognose.

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9 km e 9 secoli di distanza  schiacciati dal teleobiettivo di Antonio Iovine.

Quasi ogni volta che passo per la tabaccheria-edicola Cuomo di Bomerano, l’amico Antonio Iovine, oramai più che una promessa nel campo della fotografia documentaristica, mi delizia mostrandomi  qualche suo nuovo “scatto”. Un suo filone prediletto è quello dei notturni, e ieri me ne ha mostrato uno così interessante che subito  gli ho chiesto: Posso pubblicarlo sul mio blog?  Ricevuto il suo convinti si, eccomi qui a presentarvi l’immagine in questione.

PINO (2)

Come mi ha spiegato Antonio, è una foto ripresa dalla zona “dietro al Traforo” (uscita dal tunnel per Gragnano), dove – muovendosi a piedi, cavalletto con fotocamera in spalla –  lui ha cercato e trovato il punto preciso per avere allineati due famosi templi mariani della zona:  la romanica chiesetta di S. Maria di Pino (a 573 metri s.l.m.) e il grande santuario della Madonna di Pompei (a 14 metri s.l.m.).

La potente zoomata messa in atto e l’eccezionale trasparenza dell’aria nella notte prescelta, hanno  fatto si che quasi si annullassero i nove chilometri di distanza che si hanno – in linea d’aria e in direzione quasi esattamente Sud – Nord – tra li due edifici sacri inquadrati.

In senso figurato, la foto “schiaccia” anche la grande distanza cronologica che intercorre tra le due chiese: quella pompeiana fu fatta erigere dal beato Bartolo Longo nel tardo XIX secolo, mentre quella in primo piano fu edificata nel decimo secolo sotto il doge di Amalfi Mastalo I . Ampliata nel corso del XIII, quando fu anche  ruotato di 90° il suo orientamento, la chiesa di S. Maria di Pino  è quanto di più integro rimane dell’antichissimo castrum Pini , borgo fortificato voluto dagli Amalfitani per difendere il loro ducato filo-bizantino contro possibili invasioni longobarde che, attaccandolo da Nord, sfruttassero l’agevole  corridoio naturale della valle del Rio di Gragnano per salire sino ai valichi agerolesi e, di lì,   piombare poi su Amalfi. In sinergia con le fortificazioni di Belvedere (Pimonte), Castello (Gragnano) e Lettere, il castrum di Pino  riuscì per secoli ad evitare simili invasioni, cedendo solo al terzo degli attacchi che portarono i Normanni (anno 1131). Finita così l’autonomia del ducato d’Amalfi, il castello di Pino vide ridimensionata la sua importanza strategica, ma il borgo continuò a vivere ancora per qualche secolo, costituendo una universitas a sé stante rispetto a quelle limitrofe di Pimonte e de  Le Franche, sulle quali ebbe, a tratti, primazia (v. M. Camera, Memorie storico-diplomatiche etc. vol. II, p. 644). Poi il borgo andò gradualmente spopolandosi e, ai tempi di re Ferrante,  subì il colpo di grazia di una distruzione ad opera di truppe aragonesi cui pare che diedero una forte mano dei militi della famiglia Cavaliere.

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I Lauritano, antichissima e notabile famiglia agerolese.

 

Come  è possibile verificare, ad esmpio, sul sito www.cognomix.it, la presente distribuzione del cognome Lauritano vede la Campania come regione italiana di massimo addensamento. Dentro la Campania vediamo  primeggiare le province di Napoli e Salerno, poiché sono esse a spartirsi  quel comprensorio dei Monti Lattari e dintorni in cui è massima la frequenza del cognome Lauritano, Agerola in testa.

Questa presente distribuzione geografica è già di per sé un buon indizio per ipotizzare che il cognome nacque dalle nostre parti.  D’altro canto, la sua etimologia rimanda, con davvero pochi dubbi, a un luogo della Costa d’Amalfi; esattamente a Laurito, sobborgo marittimo  della periferia Est di Positano che, a sua volta, deve il suo nome alla presenza di boschi di lauro (lauretum).

Prima di procedere oltre, devo avvisare il lettore di non dar credito a ciò che leggerà su un noto sito di araldica che ascrive l’ origine dei Lauritano alla zona di Catania e ai tempi dell’imperatore FedericoII.  Mi è stato facile verificare che le informazioni ivi fornite sono prese integralmente dall’opera di Filadelfo Mugnus (Palermo 1647)  Teatro genologico delle famiglie nobili … di Sicilia  e non si riferiscono affatto ai Lauritano (che proprio non compaiono tra i nobili di Sicilia), bensì alla famiglia Ala, cui corrisponde anche lo stemma che il sito araldico propone (caratterizzato appunto da un’ala o, per dirla come si usa in araldica, un “mezzo volo”) .

Tornando a noi, a riprova dell fatto che il cognome nacque dalle nostre parti  cito il documento numero LXX del Codice diplomatico Amalfitano (raccolta di pergamene medievali curata da Riccardo Filangieri).

E’  un contratto dell’anno 1066 redatto in Amalfi e concernente l’eredità che tale Trasimundus Mazoccula lasciò al monastero  di S. Maria de Fontanella, tra cui un podere a Maiori che conduceva ad tertia parte (mezzadria al 33%) tale  Ursus Lauritanus.

Passando a documenti medievali che citano dei Lauritano di Agerola, il più antico che ho finora rinvenuto è un testamento del 1190 integralmente trascritto nella raccolta Le pergamene degli archivi vescovili di Amalfi e Ravello (vol. IV, pp. 1-10). Vi si menziona un vigneto a Caput de Pendolo (antico nome del casale San  Lazzaro) che labora tale Leo de Laurito. Ma se non vi convincesse l’equazione de Laurito = Lauritano, dobbiamo andare all’anno 1277 (stesso volume, p. 58 e seguenti) per trovare, sempre  nella localtà agerolese di Caput de Pendulo, un Andrea Lauritano che tiene un podere della ecclesia Amalfitana. In realtà vi sarebbe anche una scrittura del 1125 (doc. CX dellla raccolta Il Codice Perris) a menzionare un Marino Lauritano e la figlia Teodora (coniugata Pagurillo), ma non è certo che risiedessero ad Agerola. Dubbio che, invece, non sussiste per quel  Francesco Lauritano che nel 1320 stabilì una società mercantile col nobile amalfitano Pietro del Giudice; impresa che purtroppo si risolse in un indebitamento di Francesco che, cinque anni dopo,  fu costretto a vendere una sua proprietà di Furore per risarcire il socio (doc. CCCCXXXVII  della raccolta Il Codice Perris).

Nel frattempo  altri Lauritano si erano trasferiti  fuori dal ducato di Amalfi.  Tra essi spicca, ad esempio, il notaio Ioannes Lauritanus de Summa ( ‎R. Filangieri e  ‎B. Mazzoleni,  1943,  Gli atti perduti della Cancelleria angioina, I, 56 ; VII, 83 ; IX, 683 e  Accademia pontaniana, Testi e documenti di storia napoletana, v. 43, p. 48).

Per il ramo agerolese c’è da ribadire il suo antico e continuo legame con il casale di San Lazzaro  (ex Caput de Pendulo), dove passarono da piccoli proprietari e coloni di terre appartenenti a enti religiosi amalfitani,  a intestatari di proprietà sempre più numerose e vaste, sia per normali acquisti che, probabilmente, per quel diffuso fenomeno che vide tanti contratti ad pastinandum e simili risolversi alla lunga con la cessione ai coloni di parte diei fondi da essi migliorati e coltivati per generazioni. Ma queste sono vicende  ancora tutte da indagare. Di certo sappiamo che nel Seicento i  Lauritano avevano costituito a San Lazzaro un loro borghetto (da cui il toponimo Casa Lauritano) lungo la via pubblica principale e che, circa a metà di quel secolo, don Carlo L. vi aggiunse una piccola ma armoniosa cappella gentilizia  dedicata al patrono della famiglia,  S. Cristoforo. Essendo questi noto come protettore dei naviganti,  c’è da credere che il rapporto dei Lauritano coi commerci marittimi non si esaurì con il sopracitato episodio del 1320-1325 dello sfortunato   Francesco.

Casa Lauritano, Agerola. Particolare dell'ingresso sulla via pubblica. Foto di Aldo Cinque, anni '70 del novecento.

La metà meglio conservata dell’antico palazzo dei Lauritano a San Lazzaro di Agerola. Foto dell’autore risalente agli anni ’70.

 

casa-lauritano-agerola-ingresso

Ai primissimi del ‘700 il Lauritano di maggior spicco era don Pietro, affermato notaio in Napoli. Ai suoi tempi i Lauritano crearono un altare di famiglia nella parrocchiale di San Lazzaro. L’altare fu dedicato alla Madonna del Carmine e ad esso fu abbinata la fossa sepolcrale della famiglia.

Il palazzo che è alle spalle della citata cappella di S. Cristoforo è così descritto nel Catasto Onciario (ossia Carolino) del 1752: casa palazziata  con cortile e giardino attaccato per proprio uso nel luogo Casa Lauritano, giusta la via pubblica e i beni di don  Pietro Lauritano.

Casa Lauritano, Agerola. Particolare del cortile (foto Aldo Cinque anni '70 del novecento)

Casa Lauritano, Agerola. Particolare del cortile (foto Aldo Cinque anni ’70 del novecento)

Come attesta la data sotto l’emblema di famiglia dipinto in una delle stanze, l’edificio fu fatto ristrutturare e decorare negli anni trenta  del Settecento da don Domenico Lauritano, capo di un nucleo familiare che è così descritto nel citato Catasto:

 

M.co Domenico Lauritano,  vive del suo, anni 60

Don Andrea fratello, anni 62

Don Vincenzo, fratello, anni 50

Chierico don Casimiro*, nipote, anni 26

Giovanni Cristoforo, nipote, anni 16

Patrizio, nipote, anni 13

Gervaso, nipote, anni 10

Dioniggi, nipote, ani 7

Donna Cristina, nipote, anni 19

Donna  Vittoria Cimmino, vedova, anni 48

 

L’abbreviazione M.co sta per “magnifico”, titolo di rispetto  che nel Settecento veniva usato in modo molto più generoso che non nel Rinascimento: non più riservato a nobili, ne potevano usufruire i professionisti delle arti liberali (medici, notai, avvocati, ecc.) e anche chiunque si distinguesse nella comunità locale per una condizione particolarmente agiata (ad esempio i ricchi mercanti e possidenti), così da potersi dire, come nel caso di don Domenico, che “vive del suo”, cioè di rendita.

Il nipote chierico, Casimiro, doveva essere  il cappellano di S. Cristoforo, carica per la quale -in base allo statuto  dettato da don Carlo nel suo testamento-  avevano la precedenza i sacerdoti di famiglia.

Sempre dal Catasto Onciario apprendiamo che don Domenico  aveva numerose proprietà immobiliari (oltre che un gregge di trecento pecore dato in gestione a terzi). Tra dette proprietà, per lo più concentrate a San Lazzaro, figurano un’altra casa con cortile e giardino collegato nel luogo di Casa Lauritano confinante con i beni di D. Pietro Lauritano e Giovanni Matera; un tenimento con selva castagnale, castagneto e terreno da zappa con case dirute a Radicosa e Pietra Lata (quest’ultima località è quella dove sorge il cosiddetto Castello Lauritano) e un boschetto e selva a Radicosa, La Croce,  confinante con i beni del Convento di Cospiti e Matteo Casanova (probabilmente il luogo ov’era posta in origine la croce in marmo medievale che ora è esposta nella parrocchiale).  L’insieme dei beni posseduti da don Domenico dava un totale tassabile di oltre 4.000 ducati, il che ne faceva il capofamiglia più ricco di Agerola.

Come ho già accennato, tra  i residui diella decorazione pittorica voluta da don Domenico per la sua casa palazziata, vi è  l’emblema di famiglia. Esso mostra un albero (lauro?) e accostati al suo tronco due leoni rampamti affrontati 

Lo stemma dei Lauritano di Agerola

Lo stemma dei Lauritano di Agerola

Termino dicendo che l’agiatezza economica e il prestigio dei Lauritano di Agerola (almeno dei più fortunati tra essi)  continuarono anche nell’Ottocento, secolo che vede sorgere un altro, più voluminoso palazzo Lauritano a San Lazzaro (quello sul panoramico colle di Tuoro) e un altro ancora a Pianillo, vicino alla medievale chiesa di S. Maria la Manna. Nel frattempo, a segnalare la stima goduta in paese, i Lauritano esprimono tre sindaci: Casimiro nel 1793,  Antonio nel 1810 e  Alfonso nel 1876-84 (A. Mascolo, 2003, Agerola dalle origini ai giorni nostri,pp. 373-374).

 

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      TERMINI DIALETTALI IN USO AD AGEROLA

              In preparazione della Giornata Nazionale del Dialetto e  delle Lingue Locali (edizione 2017), cui anche quest’anno ha aderito la Pro Loco di Agerola,  gli alunni di Terza Media dell’ Istituto Comprensivo S. di Giacomo – E. de Nicola  hanno effettuato una raccolta di termini dialettali che è poi stata rifinita con l’aiuto mio (Aldo Cinque) e della professoressa Angela Avitabile. Detta raccolta, intitolata “Pagine di un vocabolario agerolese” è stata presentata al pubblico nel corso della manifestazione Comme parlamme nuie, tenutasi ad Agerola il 21 gennaio u.s., Visto che ha suscitato molto interesse, la pubblico integralmente qui di seguito.Giornata UNPLI del dialetto

NOTE PER LA LETTURA:

Per ciascuna voce del”vocabolarietto” vengono dati nell’ordine:

  • il vocabolo dialettale (in corsivo grassetto)*;
  • la sua classificazione grammaticale**
  • il significato (in Italiano, tra virgolette);
  • l’origine certa o probabile (etimologia)

* : Le vocali sottolineate (nel dialettale) sono quelle che suonano  indeterminate.

** Le abbreviazioni usate sono: s. = sostantivo; agg. = aggettivo; m. = maschile; f. = femminile; v. = verbo; trans. = transitivo; intr. = intransitivo; rifl.= riflessivo).

 

A

Accapezzà (v. trans.) letteralmente “mettere la cavezza, ricongiungere una fune ai due capi”. In senso figurato “capire, cogliere il senso di un discorso”.

Acquazza (s.f.) “rugiada” che in Italiano è anche detta, guazza, dal latino volgare aquatia, tramite il distacco della a iniziale che passa nell’articolo.

Ajunà (v. trans.) “raccogliere” (ad es: le castagne). L’origine della parola diventa chiara se pensiamo all’equivalente italiano “adunare” (dal latino ad unus).

Allerta /allirto (locuzione avv.) “in piedi, eretto”. Scaturisce dal latino ergere “erigere, tirare su”.

Amunita (s.m.) “fungo porcino, Boleto”. Deriva dal latino tardo amanita che, a sua volta, deriva dal greco amanitēs.aNCINO, OSSIA RICCIO

Ancino (s.m.) “riccio, involucro spinoso delle castagne”. Deriva probabilmente dal greco echìnos ”riccio”, che passò anche nel latino.

Ancristo, angristo (agg.) “nudo, svestito”. L’aggettivo pare ispirato alla nudità del Cristo in croce.

Annuzzà (v. intr. e rifl.) “soffocare, strozzarsi nell’inghiottire qualcosa”. Deriva dal sostantivo nuzzo “nocciolo”, ovvero dal latino nucĕus.

Ardica (s.f.) “ortica”. Il termine deriva dal latino urtica.

Arrevutà (v.trans.) “buttare tutto sottosopra, creare disordine, rivoltare”. Dal latino volgare volvitare “volgere”, con ri– iniziale a indicare un movimento inverso “voltare sottosopra”.

Assuccià (v. trans.) “pareggiare, spianare, rendere regolare”. Viene dal latino assocciāre, dall’aggettivo socĭus “compagno, pari (di un altro)”.

Autano (s.m.) “albero del genere Ontano”. Dal latino tardo alnetanus. Si noti che il nome scientifico della specie presente sui M. Lattari è Alnus cordata.

Autapesce (s.m.) Ad Agerola indica sia il mestolo forato usato durante la frittura, sia lo scolapasta. L’etimologia dà ragione al primo significato, derivando da vota “gira” e pesce.

Avascio (agg.) “corto basso”. Dal latino tardo bassus, di orgine osca.

B

Bàbbio (agg. e s.m.) “sciocco, semplicione”. Il termine deriva da una radice onomatopeica bab- da cui anche babbuino. Si noti il cambio di accento rispetto al corrispondente italiano “babbèo”.

Bascuglia (s. f.) “bilancia del tipo bascula”. Dal francese bascule (da bat-cul, “batticulo”) per il fatto che essa oscilla.

Biscuotto / viscuotto (s. m.). Con la specifica ’e ‘rano (“di grano”) equivale a “pan biscotto”, ossia pane cotto in forno due volte; la seconda a bassa temperatura e a lungo, per renderlo del tutto anidro e croccante.

Bizzuoco (agg. m., femm. Bizzoca) “bigotto, bacchettone”. L’origine della parola nasce da un ironico accostamento della persona a un monaco, derivando dal latino medievale  bigiòcius (“dal saio bigio”).

Brenna / vrenna (s. f.) “crusca”. Deriva probabilmente dal greco blènnos, passato nel latino blènnus con, tra gli altri, il senso di “vile”, qui con riferimento allo scarso valore della crusca rispetto al nucleo del chicco.

Buatta (s.f.) “lattina, barattolo di latta“. E’ forma corrotta del francese boîte (“scatola”).

C

Caccavella (s. f.) “pentola, donna grossa e bassa, grosso cappello”. Dal latino tardo cacca bella, succedaneo di caccabŭlus, a sua volta diminutivo di caccabus “caldaia”.

Cagliuoppolo (s.m.) “matassa”, ma anche “imbroglio, faccenda intricata”. Etimologia incerta.

Caiola (s.f.) “gabbia” (per lo più quella per gli uccelli). Deriva dal latino caveŏla, diminutivo di cavĕa, che aveva tra i suoi significati anche quello di “gabbia”.

Calcara / carcara (s.f.) “forno per la calce”. Dal latino fornax calcaria. Ad Agerola ne è derivato anche il verbo carcarià “ardere”.

Càntaro (s.m.) “pitale, vaso di terracotta, verniciato dentro e fuori, che si usa per i propri bisogni corporali”. Il termine deriva dal latino canthărus, greco Kàntharos, radice kanth- “forma curva”.

Capacchiuòve (s.m.) letteralmente significa “testa a chiodo” ed è il nome dialettale dei funghi chiodini.

Carusiello (s. m.) salvadanaio di terracottae, in senso figurato, anche “risparmio, rendita modesta ma continua. Nacque dal paragonare il liscio e tondo globo di terracotta con una testa pelata, che da noi si dice caruso; dal greco kara “testa rasata

Cato (s.m.) “secchio di legno con manico circolare”. Il vocabolo deriva dal latino cadus, a sua volta derivante dal greco kádos.

Cavura (s.f.) “acqua calda, con alloro e finocchio, per la pulizia annuale delle botti”. Letteralmente “la calda”, dal latino caldus.

Cavurara (s.f.) “pentolone, calderone”. Per l’etimologia vedi la voce cavura.

Cavzone (s.m.) “pantalone”. Come nella parola mevza (“milza”), la coppia vz è l’evoluzione napoletana di lz. Deriva dal latino calx “calcagno”, per dire che l’indumento copre le gambe fino a laggiù. Si noti la forte similitudine col francese chausson.

Cellaro (s.m.) “cantina, locale-dispensa”. Deriva dal latino medievale cellarĭum, che nacque dal latino cella.

Centr-e-vallo (s.m.) “upupa”. Nel nostro dialetto la centra è la cresta e vallo è il gallo. La e centrale è contrazione di de; dunque il nome vuol dire “Cresta di gallo”.

Cerasa (s.f.)ciliegia”. E’ uno dei casi in cui il dialetto è più vicino all’originale parola latina cerăsum, che non l’italiano.

Chianghiere / chianchiere (s.m.) “macellaio”. Dal grosso ceppo sul quale i macellai di una volta tagliavano la carne; la chianca, così detta dal latino planca.

Chianta (s.f.) “pianta, albero”. Deriva dal latino planta, col suono pla tramutato in chia (come chiana da plana, chiena da plena, ecc.). Ne deriva anche il dim.vo chiantulella “alberello”.

Chiazza (s.f.) “piazza”, ma anche “pezzo di terra coltivabile” (Cfr. macerina). Deriva dal greco plateis, passato per il latino platea.

Cogna (s.f.) “catasta, mucchio”. Deriva forse dal latino cunĕus nel senso di “cosa triangolare” e in riferimento alla più comune forma presa dai mucchi.

Criscito (s.m.) “lievito madre”. Dal verbo crescere.

Cuccune (s.m.) “fungo del tipo Ovulo. Infatti l’uovo (di gallina o altro volatile da cortile) ad Agerola è detto anche coccone; termine del linguaggio bimbesco, che riprende il coccodè delle galline.

Cuofeno e cufenaturo (s. m.) “grossi panieri usati nei lavori agricoli, o per riporvi scorte o anche panni da lavare. Derivano dal latino cophinius, a sua volta dal greco kophinius.

Cuffià (v. trans.) “sfottere, prendere in giro”. Dal latino cùfiu, derivato dal greco kùpios “stolto”.

Cria (s. f.) “inezia, nonnulla”. Deriva dal nome di un’antica monetina di scarso valore che recava impresso un chicco di orzo (krĭ in greco).

Culera (s.m.) “colera”. Ad Agerola è anche sinonimo di “fetore, puzza insopportabile”.

Cuoglie-cuoglie (s.m.) Letteralmente “cogli-cogli”. Varietà di peperoncini verdi (detti anche p. di fiume o friarielli) che fruttifica a ripetizione e che vanno raccolti giovani.

Cupeto (s.m.) “torrone”. Il termine viene dall’arabo qubbaita e originariamente indicava un dolce fatto con mandorle, pistacchi e miele.

Cupiello e cupellone(s. m.) “mastelli di legno a doghe” usati soprattutto per dar da mangiare al maiale. Deriva dal latino cupa “botte e simili”, o direttamente dal greco kùpellon.cUPELLONE

Cuppino (s.m.) “mestolo con lungo manico e coppa emisferica”. Diminutivo di coppa.

Currèa (s. f.) “cintura, cintola, correggia di cuoio”. Il termine scaturisce dal latino corriga, così come lo spagnolo correa.

Curuoglio (s. m.) “cercine”, panno raccolto in forma circolare che si pone sul capo per poi poggiarvi qualcosa da portare. Deriva dal latino corollio, -onis, diminutivo di corolla.

 

D

Descepolo  (s. m.) “allievo, discente”. Deriva dal verbo latino discere (“imparare”) col suffisso –pulus che forse è da pul (“giovane”). Ad Agerola, specie al femminile, sta per “apprendista sarta”.

 

E

E’vera(s. f.) “erba”. Deriva dal latino herba e mostra la mutazione (assai frequente nel NapoletanO della b in  v, unita all’inversione d’ordine delle consonanti (rb > br >v_r).

F

Figurinia (s.f.) Corruzione dialettale dell’Italiano “fico d’India”, nato quando la pianta fu importata dalle appena scoperte Americhe, allora credute parte delle Indie.

Fravecatore (s.m.) “muratore”. Deriva dal latino fabrǐca, che ha generato anche i vocaboli dialettali fraveca “muratura”, sfrave “demolire murature” e sfravecacina “detriti edilizi”.

Fronna (s.f.) “foglia”. Dal latino frondem. Si noti che il plurale (‘e fronne) ha anche il senso di fronda, cioè ramoscello con foglie.

Fuscella (s.f.) “cestello di giunco intrecciato per cagliate e ricotta”. Deriva dal latino fiscus “cesto”.

G

Gravone (s.f.) “carbone”. Dal latino carbo tramite l’inversione (metatesi) car > cra e l’addolcimenti cra > gra.

Graurinia (s.m.) “mais, granturco”. Forma contratta di grano d’India, perché la pianta fu importata dalle Americhe quando esse erano credute essere parte delle Indie. Cfr. figurinia e Surecignia.

I

I’ (v. intr.) “andare”. Si lega al latino ire e ha declinazione irregolare: io vaco, tu vaie, nuie iamme, io ieve, tu ive.

(I)’ntufato (agg.) “gonfio”. Dal latino tufa “tromba”; con riferimento al gonfiarsi delle guance quando la si suona.

(I)nzèrta (s.f.) “treccia”. Deriva dal latino insere “intrecciare”.

J

Janara (s.f.) “strega, donna brutta e malefica”. Deriva da Janus “Giano”, antichissima divinità italica al cui culto le prime “streghe” si ricollegavano.

Jetto (s.m.) “getto, giovane virgulto di una pianta”. Deriva dal latino iactus, voce del verbo iactare “gettare” che in dialetto è jettà.  

Junco /Jungo (s.m.) “ginestra”. I suoi rami flessibili si usavano per intrecciare cesti, in sostituzione del vero giunco, assente ad Agerola, mancandovi ambienti palustri. Deriva dal latino iuncus.

Jurmano (s.m.) “segale”. Il termine dialettale nasce dal fatto che questo tipo di grano – adatto ai climi freddi – fu importato dall’area germanica.

L

Llandra (s.f.) “ghianda”. Dal latino glans, glandis, con aferesi della g- iniziale.

Lattarola (s.f.) “Reichardia picroides, ossia l’erba detta anche Caccialepre o Grattalingua”. Il suo nome locale allude al lattice bianco e dolciastro che la pianta contiene.

Lisciva (s.f.) “composto di acqua bollente, cenere e foglie di alloro, usato per lavare i panni”. Dal latino lix–licis, antico nome dell’acqua.

Lianza o Alianza (s.f.) “sbadiglio, sbadigliare”. Peculiarità del dialetto agerolese di cui sfugge l’etimologia. Forse deriva dal verbo latino halare “respirare, soffiare”.

Lianza o meglio Alianza (=sbadiglio)

Lianza o meglio Alianza (=sbadiglio)

Lecino (s.m.) “Quercus ilex, ossia leccio. Dall’aggettivo latino ilicinus, “del leccio”.

Lurdo (agg.) “lurido, sporco”. Viene dal latino luridŭs. Vi si ricollega anche il verbo agerolese allurdà “sporcare”.

Luttrina (s.f.) “catechesi, lezioni di catechismo” Nacque dal latino doctrina (derivato di docere, “insegnare”) e dal fatto che per i cristiani l’insegnamento fondamentale è quello dei principî della religione, detto anche a catechesi.

Levinghele (s. f.) “i semini dei pomidoro e altri ortaggi” Etimologia incerta.

M

Maccaturo (s.m.) “fazzoletto da naso o da testa”. Quelli da testa, più grossi, erano usati dalle nonne anche per fare fagotti mappate, durante la spesa. E’ parola assorbita dal Francese, derivando da mouchoir.

Màfero (s.m.) “tappo della botte”. La parola deriva dall’osco mamphar, attraverso il tardo latino mamphur.

Mammana (s.f.) “ostetrica”, con ovvie radici nel vocabolo mamma.

Mandra (s.f.) “recinto per chiudervi il bestiame, stalla”. Deriva, come anche il suo diminutivo mandrolla, dal latino măndra, măndrula che, a sua volta, viene dal greco mándra “ovile, recinto”.

Manucolo (s.m.) “fascio di paglia, fieno o rametti”. Viene dal latino manipŭlus, derivato di manus “mano”, intendendo che il fascio è grande quanto una mano può afferrare.

Marcoffio (n. proprio e s.m.) “ragazzo simpaticamente scaltro”. E’ il protagonista di fiabe popolari (Marcoffio int’a luna), ma anche un modo di apostrofare persone (proprio nu marcoffio!).

Mascata (s.f.) “brina, gelata del suolo”. Deriva dall’antichissimo tema mediterraneo mask (da cui anche “maschera” e “mascella”). Il nesso è che con una gelata, sul suolo si forma come una maschera, bianca e dure.

Mascatura (s.f.) “serratura”. Dal latino mascŭlus, diminutivo di mas “maschio”, per una metafora comune in meccanica quando si abbia un pezzo (chiavistello) che entra in un altro.

Mastrella (s.f.) variante del napoletano mastrillo “trappola”, che indica più specificamente una “trappola per uccelli”. Deriva dal latino mastriculum “luogo angusto”.

Matrella (s.f.) “mangiatoia per le capre”. Forse derivato da mandra (vedi).

Mbrustulaturo (s. m.) “abbrustitoio, tostatore a mano”. E’ parola che ha perso la a iniziale (Abbrustulaturo) e che forse deriva dall’incrocio di abbruciare col latino ustus “bruciato”.

Mesale (s.m.) “tovaglia per tavola da pranzo”. Nasce dal latino mensale, mensalis “della mensa”.

Murtale (s.m.) “mortaio, pesta sale”. Deriva dal latino mortarium. Ad Agerola, il pestello col quale si batteva nel mortaio è detto pisaturo (vedi).

Muto (s.m.) “imbuto”. Dal latino imbutum, passato attraverso gli stadi immuto e ‘mmuto.

N

Nennella (s.f.) “bambina”. Dal greco nenna, che vale “zia” e quindi appellativo affettuoso di donna.

‘Nzogna (s.f.) “sugna”. Deriva dal latino axungia, nato da axis e unguo, poiché lo strutto lo si usava anche per ungere gli assi dei carri. La dizione dialettale esatta sarebbe dunque anzogna.

O

(O) ‘Mbrello (s. m.) come l’italiano, ma con la O iniziale passata nell’articolo.

O’mme (s. m.) plurale uòmmene.  “uomo, persona”. Dal latino homo.   

P

Paliatone (s.m.) “bastonatura pesante”. Accrescitivo di paliata, che deriva dal greco pale “lotta”.

Palummella (s.f.) “falena, farfalla notturna”. Parola che il Napoletano ha preso dallo Spagnolo, lingua nella quale la farfalla è detta paloma.

Panaro (s.m.) “paniere, cesto tondo con manico”. Deriva dal latino panarìum, mentre la forma italiana risale al francese panier.

Parmiento (s. m.) “torchio per le vinacce”. Dal latino palmentum (che i documenti medievali citano in coppia col labellum “vasca ove pigiare l’uva”).

Pastenacchia (s. f.) “carota”. Deriva dal pastinaca, nome di un ortaggio simile alla carota che si coltivò prima di questa.

Pastenaturo (s. m.) “attrezzo in legno per forare il terreno e immetervi semi o piantine”. Deriva dal latino pastinare “zappare, scavare”.

Pennata (s. f.) “tetto”. Deriva dal latino pinnă che aveva tra i suoi significati quelli di “guglia” epala lignea della ruota da mulino”. Si ricordi che i tetti tradizionali di Agerola avevano tegole di legno dette palature.

Peperaccia (s.f.) “il fungo Lactarius piperatus”. Così chiamato per il suo gusto un po’ piccante; dal latino piper “pepe”.

Pere (s.m.) se la prima e è aperta: “piede”, in caso contrario: “pere”. Deriva dal latino pes, pedis con la comunissima trasformazione in r della d dolce. Tra i vari usi, si segnala l’abbinamento al nome di un frutto per indicare il nome del relativo albero (es: pere ‘e fica = fico).

Percià (v. trans.) “forare, passare da parte a parte”. Dal latino pertusiare tramite un’evoluzione simile a quella che portò al francese percer e all’inglese to pierce.

Pertuso (s.m.) “buco”. Derivato con poche variazioni dal latino pertugio, che è anche parola dell’Italiano.

Petraro / petrale (s.m.) “posto pietroso”. Nacque per indicare i luoghi ove era possibile trovare e raccogliere pietre (per costruire). Dal latino petra “pietra”, senza la metatesi che ha invece avuto il termine preta “pietra”.

Pecciuotto e picciotta (s.m. e f.) “ragazzo/a, giovine”. Come i pressoché identici termini siciliani, derivano dal medievale piccolo/a, che viene da una radice pik– col significato di “cosa minuta”. Nel Salernitano, nu picche significa “un pochetto” (di qualcosa).

Piennolo (s.m.) “treccia di pomodorini”. Deriva dal latino pendulum “pendente”, rispetto al quale mostra due variazioni che sono assai frequenti nel passaggio latino – volgare: la dittongazione della e (e > ie) e la riduzione a doppia nn della coppia nd (nd > nn).

Pimmece (s.f.) “cimice”. Come la forma italiana, deriva dal latino cimex con una variazione in p della prima sillaba che non trova chiara spiegazione.

Pisaturo (s.m.) “pestello da mortaio”. Deriva dal verbo tardo-latino pisare, “macinare” (da cui “pesto” e il dialettale pisto).  

Prena (agg.) “incinta”. Deriva dal latino praegnans (da cui anche l’italiano ‘pregna’), tramite una lenizione (indebolimento fonetico) simile a quella che portò da pugno a pùnio.

Prevola (s.f.) “pergola su cui si alleva la vite”, Dal latino medievale pergula, attraverso la metatesi per > pre e la mutazione g > v.

Prunto (agg.)prestante, con buon tono muscolare” e a Napoli, per la pasta, “al dente”. Etimologia incerta.

Puca (s.f.) “virgulto, rametto per innesto, spina”. Potrebbe aver avuto origine dal latino parvus “poco”, che significa anche “smilzo, sottile”.

Puntillo (s.m.) “paletto di sostegno a certi ortaggi”. Dal latino punctillum,” piccolo punto” per la terminazione appuntita di quei paletti.

Pupanio (s.m.) “peperoncino piccante”. Deriva dal latino piper “pepe”. In senso figurato indica anche “schiaffone che stordisce”.

 

Purtuallo (s.m.) “arancia”. Il nome indica anche la sua origine: il Portogallo, con la normale caduta della gutturale.

 

Putaturo o rungillo (s.m.) “falcetto, roncola”. Dal latino putare.

Putèca (s.f.) “bottega, negozio”. Deriva dal greco apotheke e ha perso la a iniziale perché, a un certo punto, la si credette articolo.

Q

Quaglià (v. trans.). “Cagliare,” ma anche “fissare qualcosa in un muro col cemento”. Dal  latino coagulare oer contrazione e passaggio coa > qua.,

R

Rampino (s. m.) “rastrello”. Deriva dal germanico rampe “dente del ferro del cavallo”. Il diminutivo, usato per un rastrello più piccolo e leggero, è al femminile: ‘a rampenella.

Rangella (s. f.) equivale al napoletano lancella e indica la “brocca di terracotta smaltata” per l’acqua. Deriva dal latino lanx, lancis “vassoio, piatto da portata”, con l’aggiunta del suffisso dim. -ella.

Ranogna (s. f.) “rana”, dal latino ranuncŭla diminutivo di rana.

Rariata (s.f.) “scalinata”. Deriva dal latino gradus, per perdita della g iniziale e della n, nonché la comune trasformazione della d in r.

Rascini  (s. m.)  “pantofole”. Etimologia incerta.

 

Rasola (s.f.) “spatola per tagliare le pagnotte di pane”. Forma femminilizzata del latino rasulo.

Reviezzelo (s.m.) “pettirosso”. Etimologicamente va letto come forma corrotta di rubizzolo, dal latino rubellĭo “rossiccio”, in riferimento al colore del piumaggio.

Riola (s.f.) “albero adulto di castagno da frutto”. E’ vocabolo esclusivo dell’area amalfitana, la cui origine ancora sfugge.

Ruccolo (s.m.) “barbagianni”. Origine incerta; forse onomatopeica (ispirata dal verso dell’uccello).

 

Runcillo (s.m.) “roncola”. Deriva dal latino tardo runcilio, che viene dal verbo runcare “tagliare”.

Rusto (s.m.) “rovo”, la pianta spinosa che dà le more. Deriva dal latino rùbeo “rosseggio”.

Ruzzimma (s.f.) “ruggine”. Come l’italiano, deriva dal latino aerūgo -gĭnis, che propriamente indicava la ruggine del rame (verderame), mentre poi si ampliò anche a quella del ferro.

S

Saccone (s.m.) letteralmente è “grosso sacco”, ma lo si usava molto per dire “materasso” (quelli di una volta erano poco più che sacchi pieni di lana grezza a fiocchi o “spoglie” di mais). Dal latino medievale sacconus.

Saettera (s.f.) “lastra di pietra con scolpita una fessura” Secoli fa servivano a creare nelle facciate un varco dal quale lanciare saette (da cui il nome) su un eventuale aggressore. Idem quando comparvero le armi da fuoco. Il termine indica anche lastre forate poste a terra come tombini.

Sarcina (s.f.) “fascio di legna”. Dal latino classico sarcina “fardello”.

Sarmiento (s.m.) “tralcio di vite staccato con la potatura” Deriva dal latino sarpere “tagliare, potare”.

Scalandrone (s.m.) “larga scala in legno per raggiungere un soppalco o un piano superiore”. Risale al greco antico skálanthron “pertica, trave” associato a scala per il materiale usato a costruire quelle antiche rampe.

Scannasurece /scannasulece (s.m.) “pungitopo”. Per le sue foglie acuneate e dure, se ne ponevano fasci lungo le pertiche ove si appendevano salumi o altre cibarie, così che non vi arrivassero i topi (cioè i sureci). La forma italiana dice che “punge” i topi; quella dialettale dice che li scanna “sgozza”.

Sciecco (s.m.) “asino”. Ricalca il siciliano sceccu, di identico significato e probabilmente preso dall’area turco-armena.

Scioccola (s. f.) “chioccia”. Deriva dal latino fóccula con trasformazione del suono fl in sch , come nel caso di flumen che divenne sciummo.

Sciore (s.m.) “fiore” ma anche “farina bianca”. Dall’espressione latina flos farine nella quale flos “fiore” sta per “la parte migliore”.

Spierzo (agg.) “sperduto, errabondo”. Deriva dal latino expertus, participio passato di exspergere “spargere”.

Scugnà (v. trans.) “sgranare” (ad es. il mais dalle sue pannocchie), ma anche “perdere i denti” (da cui scugnato per “sdentato”). Deriva da ex e cunĕus col senso di “togliere qualcosa dal posto in cui è incuneata”.

Sepàla (s. f.) “recinzione rustica in legno”. Dal latino saepes (da cui “siepe”), forse passando per un diminutivo saepula.

Sguinzo (agg.) “obliquo, sghembo”. Simile all’italiano sguincio, deriva probabilmente dal francese antico guenchir “andare di traverso, per sghembo”.

Spurtiglione (s.m.) “pipistrello”. Deriva dall’antico nome latino di questi mammiferi volanti: verpetilĭo, così detti perché apparivano la sera (vespero).

Surfaniello (s.m.) corruzione dell’italiano zolfanello, ossia fiammifero a base di zolfo (o solfo).

Surunto (agg.) “molto sporco, specialmente di grasso”. Il termine deriva probabilmente dal latino uncto, participio passato di unguere “ungere”, con l’aggiunta del prefisso rafforzativo sur– (da super).

T

Tavulato (s.m.) “solaio in assi di legno” ma anche “sottotetto” (che tradizionalmente aveva pavimento in legno). Ricalca esattamente il latino tabulatum, da tabula “tavola”.

Tavuto  / tauto (s.m.) “cassa da morto”. Come il simile termine siciliano tabbuto, deriva dall’arabo tabut “cassa”.

Teraturo (s.m.) “cassetto” Deriva dal verbo tirare e ci ricorda che nell’italiano dell’Ottocento si diceva “cassetto a tiretto”.

Tèsta (s.f.) “vaso di terracotta per fiori e piante varie”. E’ uno dei casi in cui il napoletano ha conservato perfettamente il latino. Infatti nel latino antico testa significava “vaso”.

Tettaiuolo (s.m.) “carpentiere specializzato nel far tetti”. E’ il sostituto moderno di pennataro, per il quale si rimanda alla voce pennata.

Tìcolo / tìgolo (s.m.) “mattone per riscaldare il letto o i piedi”. Il vocabolo è imparentato con tegola, che viene dal latino tēgŭla, derivato del verbo tegĕre “coprire”.

Trica’ (v. intrans.) “tardare, indugiare, perdere tempo”. Deriva dal latino tricae che significa “fastidi, imbrogli, difficoltà”. Dunque il verbo tricàre (oggi tricà) significò all’inizio “fare ostacoli, far difficoltà e, quindi, metterci tempo a svolgere quanto richiesto”.

Truocchio (s.m.) “treccia di paglia”. Deriva probabilmente dal latino trichia (“treccia”).

Tuzzulachiuoppe (s.m.) “Picchio”. Parola composta di tuzzula “bussa, batte”, dallo spagnolo tozar e chiuppe “pioppo”; dal latino populus, passato nel volgare come  chiuppus.

U

Uòsemo (sost. m.), “senso dell’olfatto”, ma anche “fiuto, sentore” in senso figurato (cfr. it. “aver naso per …”). Dal latino osmare, che viene dal grco osmao (£fiutare”).

Urmo (s.m.), “olmo”. Deriva dal latino  ulmus per corruzione della l in r.

V

 

Valanzone  (s. m.) “bilancia”. Accrescitivo di Valanza, derivato, attraverso lo spagnolo balanza, dal latino bÍlanx, formato da bis “due volte” e lanx “piatto”. Si tratta, infatti, di uno strumento formato da due lance o piatti, appesi a due bracci.

Vallarine (s.m.) “tacchino”. E’ forma contratta e corrotta di “vallo “gallo” d’India, con allusione al luogo d’importazione della specie. Cfr. graurinia.

Varda (s.f.) “sella per mulo”. Dall’arabo barda’a da cui anche l’italiano barda “sella”.

Vaveta (s.f.) “madia per impastare il pane”. E’ variante del dialettale maveta. Deriva dal latino màgida, che a sua volta deriva dal greco  magis, magidos “pane, madia”.

Vrasera (s.f.) “braciere”. Viene dal latino tardo brasas (preso dal germanico) con la comune mutazione b > v.

Vrassecale (s.m.) “semenzaio”. Deriva da brassicale (di cui ha perso la b iniziale). Poiché in antico i semenzai si facevano soprattutto per le brassicacee (cavoli e broccoli).

Vucculare (s. m.) “guanciale (in macelleria)”. Deriva dal latino  bucca “guancia” o bucculae “mascelle”.

Vurpino (s.m.) “scudiscio, nerbo di bue”. Dal latino verpile, derivato dal sostantivo verpa “membro virile”, che è proprio l’organo col quale si fanno i nerbi.

Vrullera (unque s.f.) “padella bucata per arrostire le castagne”. Dato che la v iniziale è mutazione di un’originaria b, sarebbe come brullera, che ricorda il verbo francese bruler “arrostire, scottare” e deriva dal latino perurere di analogo significato. E’ stata raccolta anche la variante ‘rollera, con elisione della v iniziale.

Z

Zimmero (s.m.) “caprone”. Deriva dalla corruzione (b > m) di un termine longobardo zîber “capra”.

Zimmero

Zimmero

 

Zumbà, zumpà (v. intr.) “saltare”. L’etimologia del termine è di natura onomatopeica.

Zuzzimma / suzzimma  (s. f.) “sudiciume, sporcizia”. Deriva da sozzo con rafforzamento dell’iniziale (s >  z) e col suffisso –imma  laddove l’italiano mette invece –ura (> sozzura).

NOTA BENE:

Se in queste pagine risultano pochi vocaboli inizianti per D, dipende dal fatto che spesso, nel Napoletano e ancor di più nella parlata agerolese, la d viene mutata in r (es: dito > rito, detto > ditto >  ritto,  due > doie > roie).

La scarsità di parole inizianti per E, O, U e Q dipende, invece, da una effettiva carenza di casi, anche nell’Italiano. Comunque, per queste come per le altre iniziali, le quantità di voci raccolte dipendono anche dal caso, visto che la fase di raccolta non è stata molto estesa.

Come detto  durante la celebrazione della Giornata Nazionale del Dialetto 2017  (vedi pagina Facebook della Pro Loco), abbiamo avviato la costruzione di un Vocabolario di Agerolese e ANCHE TU PUOI SEGNALARE PAROLE DA INSERIRVI.

Per farlo, scrivi una email all’indirizzo agerolando@gmail.com

 

Ogni segnalazione deve contenere:

1 la parola dialettale (sostantivo, verbo, aggettivo o avverbio che sia) scritta così come la si pronuncia.

2 significato del vocabolo in Italiano

3 nome, cognome, età e frazione di residenza dentro Agerola.

Volendo puoi aggiungere il tuo recapito telefonico. Ci servirà per contattarti nel caso che avessimo bisogno di sentire come pronunci il vocabolo o per

altri chiarimenti.

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