Da Campora a Napoli sulle tracce di un’antica casata: gli Acampora.

Premessa
Scopo principale di questo mio articolo è quello di riportare le principali notizie, bibliografiche e d’archivio, che ho recentemente raccolto riguardo a degli antichi Acampora  di Napoli che – a seconda dei casi – sono o potrebbero essere di origini agerolesi. Le loro vicende rimandano spesso a monumenti e/o a vicende storiche di detta città, sui quali anche riporto sperando che così la lettura dell’articolo risulti interessante non solo agli Acampora di oggi che sono a caccia delle loro radici, ma anche a chi è a caccia di nuovi pretesti e fili conduttori per (ri)visitare Napoli e la sua storia.
Origine ed evoluzione del cognome.
La presente forma del cognome Acampora rappresenta l’ultimo stadio di un’evoluzione che partì oltre un millennio fa con de Campulo, attestata nella nostra zona (Ducato d’Amalfi) fin dall’anno 966 (cfr. a pergamena trascritta a pag. 39, vol. 1 de Il Codice Perris J. Mazzoleni, R. Orefice Il Codice Perris Cartulario Amalfitano, Amalfi Centro di Cultura e Storia Amalfitana 1989). Per Agerola, le più antiche attestazioni che troviamo nella medesima raccolta di pergamene medievali risalgono al 1186, con tali Pietro de Campulo (ivi, p. 345, doc. CLXXVIII) e Sergio, figlio di Costantino de Campulo (ivi, p. 346, doc. CLXXIX). Il cognome allude al luogo di origine del “capostipite”, cheè quasi certamente da riconoscersi in quel casale agerolese  che nel Medio Evo si chiamava Campulo e che oggi dicesi Campora.  A tale conclusione porta anche l’attuale diffusione geografica del cognome, la quale  vede la Campania nettissimamente  in testa tra le regioni italiane, presentando 553 famiglia Acampora,, contro le 37  della seconda classificata (Veneto), le 32 della Lombardia, etc. All’interno della Campania, gli Acampora si concentrano nettamente nella Provincia di Napoli e, dentro questa, Agerola primeggia di gran lunga con  135 famiglie;, seguita da  Ercolano (91), Napoli (90), Portici (42), Sorrento (21), Torre del Greco (18)  e così via diminuendo. (dati da www.cognomix.it ).[1].
A partire dal basso medioevo, il cognome s’incamminò sulla trafila evolutiva de Campulo > de Campora > da Canpora > de Acampora/ d’Acampora > Acampora; ma non tutti i diversi rami genealogici sparsisi via via per la regione e per l’Italia percorsero detta trafila per intero (vedi i de Campora ancora oggi esistenti a Napoli e a Roma).
Chiudo questa premessa facendo presente che per  i de Campulo e sue evoluzioni di forma non è da scartare l’ipotesi di poli-cefalia,nel senso che – derivando da un toponimo abbastanza comune (Campulus, diminutivo tardo-letino di campum = ‘campagna piana’) –  esso è potuto nascere in più luoghi e in diversi momenti del Medio Evo. Così, potrebbero essere di ceppi indipendente dal nostro quei de Campora  segnalati nel Medio Evo a Mantova e quei Campulo che si dissero nobili messinesi e che nel 1563 ottennero il patronato della Cappella dell’Annunziata in S. Lorenzo Maggiore di Napoli (precedentemente dei Palmieri). Ma chissà che a Messina non erano giunti tempo prima dalla Campania …
  
 Gente che sapeva allargare l’orizzonte.
A partire già dai secoli in cui Agerola fu parte del Ducato d’Amalfi, furono molti gli Acampora che intessero un rapporto con Napoli. Come per tante altre famiglie agerolesi, si trattò di frequentazioni per motivi di commercio e di studio, ma anche di trasferimenti di residenza che inizialmente non ruppero i rapporti coi parenti rimasti in montagna (utili partner in imprese commerciali e artigianali miranti al mercato della capitale), ma che alla lunga generarono dei rami familiari indipendenti che fatalmente finirono col perdere cognizione delle loro antiche origini agerolesi.
Di una famiglia con alcuni membri ad Agerola e altri fuori ci parla, ad esempio, un atto di compravendita redatto ad Agerola nel 1321 (Il Codice Perris Cartulario Amalfitano). 1985 vol. 3, p. 815) in cui tale Palmo de Campulo si fa rappresentare dal fratello Bartolomeo in quanto lontano da Agerola (“Palmo …non est ad presens in partibus istis” si scrisse nell’atto). Giuseppe Gargano, citando quello stesso documento e collegandosi anche al mare che – secoli dopo – gli Acampora di Campora posero nel loro stemma, ipotizza che quell’assenza di Palmo fosse legata ad un suo trovarsi imbarcato per qualche lontano dove, come in quei secoli capitava spessissimo agli uomini dei centri rivieraschi del ducato di Amalfi e, talora, anche a degli Agerolesi (G. Gargano, Terra Agerula). Evoluzione socio-economica e rivisitazione topografica nei secoli del medioevo. Libro edito dal Comune di Agerola e dal Centro di cultura e storia amalfitana, 2016). Ma torniamo ai più certi e più numerosi Acampora che frequentarono Napoli e che talora vi trasferirono il proprio domicilio, se non la residenza.
 
 A Napoli per laurearsi (e talora per restarci).
Uno dei motivi che portavano degli Agerolesi a Napoli era la decisione di conseguire una laurea presso la locale Università [2]. Ovviamente era cosa che solo le famiglie più ricche potevano permettersi, anche perché la lenta e faticosa viabilità antica dei Monti Lattari non consentiva certo il pendolarismo ed era dunque d’obbligo caricarsi anche la spesa di un’abitazione nella capitale.
Tra le casate che se lo poterono permettere vi furono anche gli Acampora o, per meglio dire, delle famiglie di tal cognome in situazione economica quantomeno agiata. Taluni di quegli studenti riuscivano, dopo la laurea, ad esercitare ad Agerola (ad esempio, il regio giudice a contratto Bartolomeo de Campora, di cui ho trovato un atto del 1664 nell’archivio della Collegiata di Maiori). Altri, invece, trovarono migliori opportunità a Napoli, ove svolsero buone carriere professionali e, talora, vi si radicarono definitivamente.   Un po’ diverso fu il caso del trentenne “professore di legge” Salvatore d’Acampora che il Catasto Onciario del 1752 segnala come residente ad Agerola in casa del cugino Clemente d’Acampora fu Giuseppe (filatore di seta e possidente che in casa propria a S. Vincenzo di Campora teneva anche due servi). Sembrandomi improbabile che Salvatore si limitasse a dare lezioni private ad Agerola, penso che egli fosse quasi sempre a Napoli, in casa d’affitto o ospite presso parenti. Tra gli Acampora che si laurearono in legge a Napoli, dovrei citare qui anche Giovanni Acampora (o de Acampora), ma di lui dirò più avanti, dato che all’avvocatura affiancò presto altre passioni ed attività.
Segnalo infine, tra i laureati che esercitavano a Napoli nei secoli scorsi, degli altri Acampora di cui non so dire se fossero nati ad Agerola o avessero qui solo remote radici. E’ il caso, tra gli altri, del dottor Lorenzo (Nicola Giuseppe) de Campora o d’Acanpora, ammesso al Collegio dei Dottori di Napoli nel 1678 (ASNA Collegio dei dottori, 28, fasc. 50). Altri casi sono rintracciabili nel Catalogo de’ legali del Foro napoletano per uso e comodi del pubblico per l’anno 1784 fino a’ 4 maggio 1785, di G. Saccarese e G. Doria. A pagina 224 vi troviamo l’avvocato Salvatore d’Acampora con sede al quartiere Portanova, “nelle case del marchese Odoardi”. A Portanova erano anche case di don Gregorio d’Acampora, che tra l’altro ospitava l’avvocato Nicola Maria Barone Billi. Ma negli stessi anni, un altro Acampora (Sergio) risulta proprietario di immobili a S. Giovanni a Carbonara ed ha tra gli inquilini l’avvocato Domenico Paglione. A pag. 105 troviamo l’avvocato Francesco Acampora, esercitante a Mater Dei nelle case del duca di Martino, nonché il quasi omonimo Francesco d’Acampora, col suo studio alla Pigna Secca, nelle case di don Filippo Sabbatini.
A Napoli come mercanti.
Un’altra buona ragione per frequentare Napoli era quella di cercarvi fortuna inserendosi nel settore commerciale. Fu probabilmente un ricco mercante, non sappiamo di cosa, quell’Antonio de Acampora figlio di Davide, che nel 1680 fece edificare presso le case avite di Agerola la chiesetta di S. Michele Arcangelo, ad uso di sacello di famiglia. Il fatto che egli fosse divenuto cittadino partenopeo ce lo dimostra l’iscrizione scolpita sulla lastra tombale, ove egli si presenta come Antonius de Acampora neapolitanus.
Di origini agerolesi doveva essere anche quel Vincenzo d’Acampora che nel 1580 fu tra i circa trenta mercanti di bestiame che firmarono una petizione volta a ottenere che la cassa boaria istituita al Mercato di Napoli dall’Ospedale degli Incurabili rispettasse la norma di un pronto pagamento alla consegna delle bestie (che poi avrebbe rivenduto ai macellai), evitando ai mercanti lunghi e costosi soggiorni in città (testo integrale della petizione su Vincenzo Magnati, Teatro della carità istorico, legale, mistico, politico. Napoli 1727 pp. 174 – 176).
 
 Sempre nel settore della mercatura, troviamo un Acampora che potrebbe aver cominciato col portare e vendere a Napoli parte di quella seta che Agerola produceva in gran quantità. Trattasi di Andrea de Acampora, mercante all’ingrosso di stoffe che compare in un contratto del 17 settembre 1540 insieme al socio Andrea de Carluccio, impegnandosi a pagare al magnifico Marco Mazza di Verona la bella  somma di 3.700 ducati per la fornitura di 101 pezze di panno di Fiandra di lana colorata (ASS, notaio Bartolomeo d’Amore, p. 441).
Ma anche come valenti mastri muratori.
Interessante da segnalare è anche il caso di certi Acampora che a Napoli eccelsero nel campo, solo apparentemente umile, dell’arte muraria, tanto che li troviamo impegnati nella fabbrica della monumentale chiesa del Gesù Nuovo come mastri muratori di  fiducia di grandi artisti. Si tratta dei fratelli  Andrea e Domenico d’Acampora, che, tra il 1639 e il 1645, ebbero a collaborare col grande scultore Giuliano Finelli (Massa Carrara 1602 – Roma 1653) nella realizzazione della cappella di S. Francesco Saverio (ala destra del transetto). Di tale incarico sopravvive in archivio il contratto, il cui testo è riportato in D. Dombrowski, Giuliano Finelli: Bildhauer zwischen Neapel und Rom.: Vienna 1997, pag. 506). Anni dopo, tra il 1654 e il 1663,  si trovò a lavorare nel Gesù Nuovo la squadra del mastro muratore Giovanni Andrea d’Acampora (quasi certamente un figlio di uno dei precedenti), chiamato  nientedimeno che dal celebre marmoraro e scultore Cosimo Fanzago per curare la messa in opera dei marmi preparati per la Cappella della Visitazione (II di destra).
 
                      Il Fanzago aveva lavorato anche all’altare di S. Francesco Saverio e forse fu in quella occasione che scoprì la perizia e serietà degli Acampora. Simona Starita, nella sua bella tesi di dottorato, “Andrea Aspreno Falcone e la scultura della metà del Seicento a Napoli” (Dottorato in Scienze storiche etc, Ciclo XXIII, 2011, Università Federico II, Napoli) riporta un documento d’epoca che elenca persino i pagamenti fatti a Giovanni Andrea (pag. 91): circa 200 ducati pagatigli in più “partite” tra il marzo del 1654 e  l’ottobre del 1663 tramite il Banco della Pietà, il Banco del Popolo e quello del Salvatore.
Un lungo legame con la Santa Casa dell’Annunziata.
Il mercante Andrea d’Acampora, per l’ampia stima che s’era guadagnata in Città, nel 1561 fu prescelto per la Mastrìa della Santissima Annunziata, ossia fu uno dei quattro Governatori che dovevano dirigere l’omonimo ente assistenziale (famosa la sua Ruota degli esposti e l’annesso ospizio per trovatelli), curando anche le importanti funzioni finanziarie del collegato Banco dell’Annunziata.  Si scopre che il menzionato Andrea non fu né il primo né l’ultimo Acampora a entrare nella Mastrìa della SS. Annunziata. Prima di lui troviamo infatti Giovanni d’Acampora quale governatore di quel luogo pio e banco popolare negli anni 1368  1369 e 1370; poi Francesco d’Acampora, in carica nel 1498, nel 1503 e nel 1507; infine Giovanni Tommaso d’Acampora per l’anno1597. Ma se consideriamo anche quelli che si firmavano col cognome in forma più antica, allora l’elenco si amplia con Giovanni Berardino de Campolo, eletto per il 1562, e Recio  de Campulo, di cui parleremo ancora più avanti e che fu per tre volte governatore dell’Annunziata: negli anni a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento (F. Imperato, “Discorsi intorno all’origine, regimento, e stato, della gran’casa della Santissima Annuntiata di Napoli”, Napoli 1629).
 
A rafforzare ulteriormente l’idea di un legame particolare tra gli Acampora e la Santa Casa, vi è il fatto che dentro la chiesa dell’Annunziata gli Acampora ebbero anche un loro altare.  Della sua edificazione parla un notamento del primo gennaio 1504 col quale i Maistri  della Santa Casa concedono a Francesco de Campora (al di là della diversa trascrizione del cognome, potrebbe trattarsi del  Francesco d’Acampora che abbiamo visto  tra i governatori della Santa Casa del 1498, 1503 e 1507) di erigere in detta chiesa un altare di famiglia vicino alla Cappella dei Brancaccio e, in quanto a foggia, “a similitudine della Cappella del nobile Francesco Coronato” (Giambattista d’Addosio “Origine, vicende storiche e progressi della Real S. Casa dell’Annunziata in Napoli”. Napoli, 1883).
Andrea Acampora Capitano del Popolo e Consultore della Città di Napoli.
Che sia o meno lo stesso che abbiamo visto come governatore dell’Annunziata, è importante segnalare quell’Andrea Acampora  che compare ancora in una cronaca del 1535 relativa al grandioso corteo che andò incontro  a Carlo V d’Asburgo (nel cui vasto  impero ricadevano anche il sud Italia, la Sicilia e la Sardegna) di rientro, vittorioso, da quella spedizione navale contro Tunisi che era stata invocata dal viceré di Napoli Pedro de Toledo e che fu decisivo per porre argine alle ricorrenti scorrerie “saracene” sulle coste italiane.
Una vivida descrizione di quel corteo, coi nomi di tutti i rappresentanti di Napoli che vi presero parte e degli abiti che vestivano, si trova a pagina 186 e seguenti del vol. 3 dell’opera di Giovanni Antonio Summonte (1749)  Historia della città e Regno di Napoli, sotto il titolo “Il glorioso trionfo e bellissimo apparato dalla Città di Napoli fatto nell’entrare in essa la Maestà cesarea di Carlo V”. Vi si specifica che Andrea d’Acampora sfilò nella schiera dei Capitani del Popolo  e che, tra essi,  egli era l’unico a ricoprire anche la carica di pubblico Consultore (ossia consulente del governo cittadino).
Altre cariche ricoperte da Rencio de Campulo.
Tornando a parlare di Rencio de Campulo, già visto come amministratore della Santa Casa dell’Annunziata, devo ricordare anche che – sempre a Napoli –  egli ricoprì due volte l’importante carica di Eletto del Popolo; una prima volta nel 1498 e poi ancora nel 1504 (lo registrano varie fonti, tra cui le Memorie storico diplomatiche etc. di Matteo Camera, Vol. 2, p. 627). Nei  secoli dell’ancient regime,  l’Eletto del Popolo era l’unico rappresentante dei ceti subalterni in seno all’organo di governo della città, detto Tribunale di S. Lorenzo dal nome del complesso religioso (S. Lorenzo Maggiore, su Via dei Tribunali) dove si svolgevano le adunanze. Dato che le decisioni si prendevano a maggioranza e che i Nobili avevano cinque rappresentanti,  il ruolo dell’l’Eletto del Popolo sembrerebbe minimo, ma in certi momenti il suo peso veniva di molto accresciuto dal fatto che, pur provenendo di norma dall’emergente ceto borghese fatto di professionisti e ricchi mercanti, egli aveva dietro la stragrande e non docile maggioranza dei Napoletani.
 
Chiusa questa digressione di inquadramento, passo a segnalare che nel corso dei secoli, vari furono gli oriundi di Agerola che salirono alla carica di Eletto del Popolo: Pietro Sarriano, dottore due volte (1527 e 1539) , Pietro de Stefano (1536), Giambattista Fusco (l1554), Giambattista Naclerio (1631) e poi suo fratello Andrea, protagonista del litigio  in piazza che scatenò la celebre Rivolta di Masaniello del 1647. Dietro tali elezioni credo che vi  fosse anche la visibilità guadagnata dagli Agerolesi (e figli o nipoti di Agerolesi)  frequentando spesso il complesso di S. Agostino alla Zecca, dove la comunità agerolese aveva eretto – con la Cappella e Monte assistenziale di S. Antonio Abate –  il suo punto di aggregazione e dove aveva anche sede il Seggio del Popolo.
Rencio de Campulo emerse come Eletto del Popolo nelle tornate del 1498 e del 1504 .
Negli anni Ottanta del Quattrocento, egli è segnalato come compatrono della chiesa di S. Maria nel borgo fortificato di Pino, insieme a due Vicedomini e all’onorabile Zaccaria de Campulo A. Feniello, Napoli: notai diversi : 1322-1541 : dalle Variarum Rerum di G.B. Bolvito. Napoli, 1998,  p. 45). Visto che Pino sta a due passi da Agerola, la notizia sembra confermare definitivamente la nascita agerolese di Rencio.
 
Cesare de Acampora nella Regia Camera della Sommaria.
Nei secoli in cui Napoli è stata capitale di regno o viceregno, la Regia Camera della Sommaria era ciò che oggi diremo Corte dei Conti, ma anche il massimo Tribunale Amministrativo. Aveva sede nel Castel Capuano, dove il viceré Pedro de Toledo volle riunire tutti i tribunali di Napoli.
Nei primi anni del Seicento fu tra i Razionali (ossia contabili) della Sommaria tale Cesare de Acampora (vedi  V. Coniglio, Il viceregno di Napoli nel sec. XVIInotizie sulla vita commerciale e finanziaria secondo nuove ricerche negli archivi italiani e spagnoli. Ed. di Storia e Letteratura, 1955, p. 170). A Margine mi piace far notare che col de Acampora lavorava, sempre come razionale, Giovan Alfonso Mascolo, il cui cognome rimanda ancora all’area di Agerola e dintorni.
 
   Compulsore della Città di Napoli.
Ricordato preliminarmente che i Compulsori erano dei pubblici ufficiali incaricati di costringere i venditori morosi (soprattutto di pane) a versare i tributi dovuti al Comune, segnalo che a ricoprire quella carica nella Napoli di metà Seicento fu tale Luca Acampora. Lo si legge alle pagine  604 e 751 di  Archivio storico per le province Napoletane, Volume 3; nonché a pagina 155 del Ragguaglio della miracolosa protezione di San Francesco Saverio verso la città e il Regno di Napoli nel contagio del milleseicentocinquantasei (Per Pietro Palombo, Napoli 1743) ove si riporta una delibera degli Eletti datata  16 giugno 1656 di cui riporto il seguente stralcio:
“…perciò si ordina al Magnifico Luca d’Acampora nostro Compulsore estraordinario, che trovi i Pittori,e facci fare con ogni prestezza e celerità le dette immagini che se le pagherà quello che giustamente meritano per le loro fatiche, & anco faccia fare le stampe in foglio…a ciò che ogni uno possa avere la sua in sua casa & ricorrere a detta Gloriosissima Vergine per la grazia sì desiderata.
 
 La grazia che tutti invocavano era la fine di quella terribile pestilenza e le pitture di cui trattasi erano da farsi sopra ognuna delle porte di ingresso alla città. Dovevano mostrare l’Immacolata col Bambino in grembo e sotto di essa i Santi Gennaro, Francesco Saverio e Santa Rosalia. L’incarico di dipingerle toccò al grande Mattia Preti ed è davvero un peccato che di quei suoi affreschi sopravviva solo quello in testa alla Porta di San Gennaro (vedi foto).
Pare che da Consultore (ossia addetto alla riscossione dei diritti presso i venditori, soprattutto di pane), Luca d’Acampora passasse poi a Credensiero della Conservazione del grano della Città; ufficio che non svolse sempre in modo inoppugnabile, tanto che nel 1665 fu incarcerato e processato  (V. d’Onoftio, Giornali di Napoli dal 1660 al 168’. Vol. 2, p 22)
Due Giovanni Acampora legati alla poesia napoletana di primo Settecento.
Il primo di questi due personaggi omonimi fu quel Giovanni Acampora che le fonti d’epoca indicano spesso come l’abate Acampora . Molti autori antichi lo ricordano come “esattissimo correttore di stampe”, ossia curatore e revisore di pubblicazioni ( vedi ad es: Niccolò Capasso, Varie poesie di Niccolo Capassi primario professore di legge . Napoli 1761; Vincenzo Ariani, Memorie Della Vita, e  Degli Scritit di Agostino Ariani.  Napoli 1778, P. 98), curatore, tra l’altro, di una  Raccolta di  rime di poeti napoletani non più ancora stampate, uscita a stampa nel 1701. Della cultura e della meticolosità deperizia, ma era prima di tutto una persona di cultura del cui aiuto si avvalse, tra gli altri, il giurista e filosofo Pietro Giannone, esponente di spicco dell’Illuminismo italiano (Atti dell’Accademia di scienze morali e politiche, Napoli, 1928 , p. 158).
Il secondo Giovanni Acampora in oggetto fu  avvocato del foro napoletano, ma è ricordato anche come buon rimatore. Di lui ci rimane l’opera in due volumi Delle Rime scelte di varj illustri poeti napoletani, pubblicata nel 1723.  In essa troviamo anche una decina di pagine dedicate alle rime del Giovanni Acampora abate, il cui pezzo iniziale riporto in figura.
           are il genio letterario di Giovanni Acampora avvocato fu l’amicizia (cominciata mentre erano entrambi studenti di legge a Napoli) con il conterraneo Biagio Avitabile, l’Agerolese che  fu cofondatore e primo direttore  della “colonia” partenopea dell’Accademia dell’Arcadia (vedi articolo a lui dedicato su questo blog). Oltre ad essere entrambi di nascita agerolese, i due furono probabilmente “compagni di corso” mentre studiavano Legge a Napoli.
Come avvocato, Giovanni Acampora è ricordato anche per la decisiva allegazione che scrisse su incarico governativo allorquando si trattò – anche dietro la spinta di una rivolta popolare – di impedire l’istituzione a Napoli di un Tribunale del  Sant’Uffizio (meglio noti come Tribunali dell’inquisizione) rivendicando la supremazia e l’indipendenza della giurisdizione regia su quella papalina.
Governatori di S. Maria dell’Aiuto
A Napoli, lungo la strada che da Mezzocannone passa per l’Orientale e conduce a S. Maria la Nova (chiesa di cui fu benefattore  il nostro  Andrea Brancati, che lì ottenne anche una fossa sepolcrale), sorge la bella chiesa barocca di S. Maria dell’Aiuto, opera del noto architetto Dionisio Lazzari,  realizzata dopo la fine della grande peste del 1656. Sulla destra entrando vi si osserva il bel monumento funebre a Gennaro Acampora, col suo spettacolare ritratto ad altorilievo scolpito nel 1738 da Francesco Pagano su disegno di Bartolomeo Granucci (T. Fittipaldi, Scultura napoletana del Settecento, Napoli 1980, pp. 106-107). L’annessa iscrizione ricorda le virtù morali del personaggio, lamenta la sua prematura scomparsa al nono lustro e lo ricorda come gran benefattore, nonché governatore di quella chiesa [3]. L’iscrizione non dice altro sul profilo sociale del personaggio,ma il ritratto marmoreo, ove egli appare imparruccato, con elegante “completo alla francese” e un libro nella sinistra, lo fa immaginare come un esponente dell’alta borghesia cittadina, probabilmente della componente intellettuale.
 
  A dimostrare che il legame degli Acampora con la chiesa di S. Maria dell’Aiuto non fu cosa occasionale, bensì duratuta, vi è un’altra lapide che cita i governatori che curarono i lavori di restauro effettuati nel 1792, tra i quali era tale Nicola Acampora; probabilmente un nipote del sopraddetto Gennaro. Ma torniamo al monumento funebre di quest’ultimo per dire che in testa ad esso è scolpito uno stemma di famiglia mostrante un albero dal liscio e alto tronco (un pino marittimo o da pinoli, si direbbe) accostato alla base da due colombe affrontate. Esso risulta pressoché identico allo stemma che contraddistingue certi Acampora di Agerola (quelli del casale Bomerano) e che può vedersi sull’arco della loro cappella nella parrocchiale di S. Matteo Apostolo (cappella in fondo alla nave di sinistra), sul cui bel pavimento maiolicato è inserita la tomba del reverendo don Luca Acampora, fratello di quel notaio Luigi A. noto in paese per aver sposato la vedova del Generale Avitabile e per aver ampliato e decorato il Palazzo Acampora di Bomerano .
Restano quindi pochi dubbi  [4] sul legame di parentela tra questi specifici Acampora di Napoli e quelli di Palazzo Acampora di Bomerano[5] ].
Rimanendo in tema di stemmi di famiglia devo, sia pur velocemente, ricordare che il ramo storico degli Acampora di Campora è diverso da quello degli Acampora di Bomerano, presentando un drago alato sorgente dal mare, con una corona vegetale (di alloro?) nella zampa alzata e sormontato da tre stelle a sei punte.
I primi elementi sembrano voler simboleggiare valentia militare (drago) esoressosi in vittoriose battaglie navali. Più incerta è l’interpretazione delle tre stelle, che possono simboleggiare una aspirazione a cose superiori o (se il farle a sei punte non fu casuale) un ritenere gli avi lontani di origine ebraica (cfr. il Davide padre dell’ Antonio fondatore della chiesetta di famiglia). Dei de Campora di Napoli furono investiti della qualità di Nobili e Militi con diploma di re Ferdinando il Cattolico del 25 settembre 1526, riconfermato da Carlo VI d’Austria il 14 aprile 1728 (Francesco  Bonazzi, Famiglie nobili e titolate del napoletano ascritte all’Elenco Regionale o che ottennero  posteriori legali riconoscimenti  (Napoli, 1902), p. 265). Il Bonazzi non ne descrive lo stemma, ma potrebbe essere quello che Nicola della Monica segnala nel suo saggio Palazzi e giardini di Napoli (Newton Compton 2016), osservato in Palazzo de Campora di Via dei Tribunali 197 e nella Villa de Campora di Cercola: quadripartito, con un’aquila nera nel primo campo, torri civiche nel secondo e terzo e il leone rampante nel quarto.
NOTE
1 – Come per i “cognomi di provenienza” in genere, si deve pensare a un soprannome (che poi si consoliderà in cognome) affibbiato a un oriundo, per distinguerlo da degli omonimi sulla base del posto da cui era giunto. Il luogo dove avveniva questo “ri-battesimo”  poteva essere vicino o lontano dalla zona di origine dell’oriundo,a seconda del raggio di notorietà della medesima. Nel caso specifico,  essendo Campulo un villaggio di una certa importanza, ma pur sempre un villaggio, , come luogo di nascita del soprannome de Campulo possiamo immaginare sia un altro dei villaggi formanti Agerola che un comune dei dintorni. In ogni caso, il neonato cognome dovette piacere alla casata in questione, per cui presero ad usarlo anche quelli che (rientrati o mai usciti) risiedevano a Campulo/Campora.
2 – Tolto il periodo iniziale che vide gli Studi ospitati in diversi conventi, tra cui quello di S. Domenico Maggiore (sec. XIII – XVI), la prima sede unificata nacque nel1616 e fu il Palazzo dei Regi Studi  ottenuto ristrutturando l’ex Caserma della cavalleria (il vasto edificio è  oggi sede del Museo Archeologico Nazionale, evoluzione di un progetto iniziato da re Ferdinando IV di Borbone). Nel 1777  il re trasferì i Regi Studi nel Collegio del Salvatore (ancora oggi parte della Federico II, con accesso da Via Mezzocannone 8 e dalle Rampe di S. Marcellino), precedentemente sede Collegio Massimo dei Gesuiti (espulsi dal Regno dieci anni prima).
3 – UUna iscrizione su marmo murata sotto al monumento ricorda i legati che don Gennaro fece a favore della chiesa, registrati dal notaio Leonardo Marinelli di Napoli.
4 – Una residua incertezza in merito si lega alla possibilità (non scartabile allo stato attuale della ricerca) che lo stemma in S. Matteo Apostolo fu semplicemente copiato da quello in S. Maria dell’Aiuto per un semplice supposizione di parentela. Se invece si dimostrasse che gli Acampora di Bomerano lo usavano anche prima del 1739, allora ogni dubbio sarebbe sciolto.
5 – Da una ricerca archivistica ancora in corso, l’antenato più remoto di questao ramo risulta essere lil Magnifico Saverio d’Acampora (mastro ferraro e possidente, nato nel 1703). Dal suo primogenito, Luca, bacque Andrea, che ebbe come primogenito il citato reverendo don Luca e come secondogenito il Luigi notaio che sposò in prime nozze la vedova del generale Paolo Avitabile (nababbo reduce da quel Punjab ov’era stato Governatore)..

 

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La geomorfologia di Agerola entra in una guida internazionale. The geomorphology of Agerola is now described in an international guide book

Sono lieto di informare i lettori e i turisti che visitano i nostri “monti sorgenti dal mare” che l’importante casa editrice Springer ha appena pubblicato il volume Landscapes and Landforms of Italy (parte di una collana che include volumi simili dedicati ad altri paesi e regioni del mondo). Io ho avuto il piacere e l’onore di contribuire alla stesura del capitolo dedicato al Vesuvio e ai Campi Flegrei (Cap. 33;  pagine 389 – 398) e di scrivere per intero quello dedicato al comprensorio dei Monti Lattari (Cap.  34:  Sorrento Peninsula and Amalfi Coast: The Long-Term History of an Enchanting Promontory;  pagrs 399 – 408

Quest’ultimo, dopo una introduzione dedicata alla storia geologica dell’intera area, presenta un itinerario di visita con sette soste, una delle quali è dedicata alla lettura geomorfologica del paesaggio agerolese; con particolare attenzione agli eventi tettonici ed erosivi che troncarono la nostra conca in tramontana quando si formò la depressione ospitante il Golfo di Salerno. Tale “racconto” è illustrato tra l’altro con la figura che allego.

Per comprare il volume, oppure uno o più dei capitoli in cui si articola, si vada sul sito:

Landscapes and Landforms of Italy | Mauro Soldati | Springer

http://www.springer.com/kr/book/9783319261928

English version:

I am happy to inform the readers of this blog (tourists included) that  Springer has just published  a book entitled Landscapes and Landforms of Italy. For that book I collaborated with the colleagues  L. Brancaccio and P. P. C. Aucelli in writing the chapter (33) devoted to Mt. Vesuvius and Campi Flegrei volcanoes. Moreover, I wrote alona the following chapter 34, whose title is   Sorrento Peninsula and Amalfi Coast: The Long-Term History of an Enchanting Promontory;.
The latter include san introduction devoted to the geological and geomorphological history of the area, followed by an itinerary of visit with seven commented stops. Stops 2, 3, 4 and 5 are useful to those walking along the famous Path of Gods with curiosity about the origin of the ladscape they are crossing. Stop 5, in particular, helps visitors understanding  the tectonic and erosional events that truncated the intramontabe Agerola basin when (around two millions years ago) the graben hosting the Gulf of Salerno formed.
To by the mentioned book or single chapters of it, go to the website:
Landscapes and Landforms of Italy | Mauro Soldati | Springer   http://www.springer.com/kr/book/9783319261928

 

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Case palazziate, magnifici e nobili viventi dell’Agerola settecentesca. Seconda parte.

Nella prima parte di questo mio articolo ho delineato alcuni caratteri dell’edilizia residenziale agerolese a metà del Settecento, così come essa traspare dal Catasto voluto da re Carlo di Borbone (Catasto carolino o onciario). Si è visto che il 95% degli Agerolesi possedeva la casa in cui abitava e che le abitazioni erano in massima parte di tipo contadino o a funzione mista, non mancando quasi mai un orto o terreno da zappa colligato  ad uso della famiglia. Ciò determinava quello stile di insediamento “a case sparse” . Credo che il paesaggio costruito di metà Settecento già includesse dei casamenti (complessi di case attaccate “in linea” o raggrumate intorno a un cortile comune) abitati da gruppi di famiglie strettamente imparentate tra loro e sorti per aggiunte successive di vani e corpi al susseguirsi delle generazioni. Probabilmente erano dei casamenti di quel tipo a costituire i corpi di edilizia civile di massima volumetria. Ma se consideriamo le sole residenze mono-familiari, le più ampie ed  eleganti erano quelle che il Catasto segnala come “case palazziate” (o case palazzata). Nella prima parte dell’articolo, ho pure  presentato la mia ipotesi su cosa poteva corrispondere a quel termine nei piccoli centri e ad Agerola in particolare.

In questa seconda parte, invece, dedico attenzione  ai proprietari di dette case palazziate, cercando di delinearne i profili sulla base di ciò che di loro ci dice il Catasto Onciario.

Vediamo innanzitutto che a tutti e gli otto proprietari di case palazziate il Catasto assegna il doppio £trattamento” di Magnifico e di Don (abbr. M.co D.) .Inoltre, per due di loro (Domenico Lauritano e Gio Battista Positano), nello spazio usualmente dedicato a indicare l’attività svolta [6],  viene aggiunta la specifica “Vive del suo”. Specifica che nel caso del M.co D. Vincenzo Villani diventa “Vive del suo nobilmente” e, nei casi di Giovanni di Fusco e Giuseppe Brancati, “vive nobilmente” [7].

E’ tutta una terminologia storicamente superata e desueta, su cui vale la pena di dare qualche spiegazione, prima di procedere oltre.

L’attributo di Magnifico, che  viene da magnus (‘grande’) e facĕre (‘fare’), sta per “che ha e dimostra grandezza e nobiltà d’animo, generosità e liberalità” (dal vocabolario Treccani). Nel corso dei secoli, esso è stato usato per principi, grandi personaggi, alti magistrati, ricchi e influenti mercanti, ecc.(vedi, ad esempio, il Magnifico per antonomasia, ossia Lorenzo de’ Medici). Tra XVI e XVIII secolo, nel meridione d’Italia, l’uso del Magnifico fu  esteso a una fascia sociale più ampia, diventando appellativo di distinzione per persone che si distinguevano dal ceto inferiore, ovvero per gli appartenenti al ceto dei civili (2° ceto) o onorati del popolo.

Riguardo al trattamento con il l “Don”, ricordo innanzitutto che esso è forma contratta di “domino” ed è di derivazione signorile e feudale, provenendo dal latino dominus che sta per ‘signore, padrone’. Tra il Duecento e il Cinquecento fu riservato esclusivamente a membri  dei patriziati cittadini e a nobili titolati (principi, duchi, marchesi, ecc.). Successivamente – subendo sorte analoga al Magnifico – registrò un ampliarsi della casistica di applicazione [8], la quale fu estesa anche ai membri delle modeste e non titolate aristocrazie locali (1° ceto).

A  proposito del sostantivo “aristocrazia”  (termine di origine greca traducibile come ‘la prevalenza, il governo dei più meritevoli’), attingendo al vocabolario Treccani ricordo che significa anche “L’insieme delle famiglie nobili di un luogo”.

Trattandosi di una distinzione relativa, operata all’interno di ciascuna comunità locale, vi era una bella differenza tra l’essere, ad esempio, un Magnifico Don  di Napoli e un Magnifico Don di Agerola (così come tra un palazzo dell’alta nobiltà titolata nella Capitale e una casa palazziata ad Agerola). Ma significava pur sempre rientrare in una élite  ristretta. Ad Agerola, per esempio, l’Onciario registra solo una trentina di individui meritanti il Magnifico (che era titolo personale) e solo venti famiglie i cui membri meritavano il Don.

Nell’ambito delle famiglie agerolesi che, nell’ Onciario, si fregiano del Don (Donna per la componente femminile) e vivono in case palazziate, solo don Giuseppe Brancati aveva un nobile titolato tra i suoi antenati (il barone di Orsomarso e Abbatemarco Andrea Brancati senior. suo prozio [9] ), ma erano dei suoi cugini a trasmettersi feudo e titolo, per cui lui non poteva dirsi barone, ma solo  “dei Baroni Brancati” [10].

 Circa la specificazione  “vive nobilmente”, esprimo il mio disaccordo con chi ne riduce il senso a ‘vivere senza applicarsi ad arti vili’, cioè a quei lavori manuali che garantivano sostentamento a quelli del ceto popolare. A  parte il fatto che sminuirebbe assai il concetto di nobiltà,tale interpretazione riduttiva  non convince,perché il fatto che le persone cui si applica non fanno lavori manuali è goà reso evidente dalla mancata indicazione di un qualsivoglia mestiere (tra nome ed età, in testa alla rivela)  e, più avanti, dalla mancanza della riga relativa alla valutazione economica del mestiere (Industria), qualore svolto. Ad esempio, si confrontino i seguenti due casi: (A) Benedetto Coccia lavoratore di seta, anni 39 … Industria di Benedetto: oncie 12; (B) M.co D. Giovanni di Fusco, vivendo nobilmente, anni 50 (non seguito da nessuna valutazione per Industria).

D’altra parte, per distinguere quelli che vivevano di rendita, vi era la specifica “vive del suo” (cioè del suo patrimonio  delle rendite che gli assicura) e dovrebbe far riflettere anche il caso in cui la specifica diventa  “vive del suo nobilmente” (caso del M.co D. Vincenzo Villani).

In definitiva, credo che  il “vive nobilmente” significasse ben più che ‘non esercitare lavori manuali; non averne bisogno per vivere’. Credo che fosse una specifica aggiuntiva che voleva segnalare una piena coerenza tra la nobiltà generica rimarcata dal Don e l’effettivo modi di vivere e comportarsi; un vivere more nobilium che probabilmente univa all’agiatezza economica una distinzione culturale ed etica, ma anche una avvertita partecipazione alla vita politica, almeno locale.

Un motivo per farsi segnare in catasto con quella specifica poteva esse  quelle di creare un  presuppostio  documentale utile a che i discendenti potessero un domani chiedere il riconoscimento della nobiltà legale,  sia pure senza predicato feudale, in base alla cosiddetta prova della “centenaria prescrizione”, cioè potendo provare una nobiltà vivente per cento anni ovvero tre generazioni (vedi Atti del 10°  Congresso internazionale  di Genealogical and Heraldic Sciences. Vienna, 1970, Volume 2, P. 715).

Come spiega Alessandro di Sanza d’Alena nella nota a pagina 5 del suo saggio    Il Catasto Onciario di Ascoli Satriano del 1753,   “La nobiltà legale o civile comprende coloro che dimostrino che sia loro, come il loro padre ed avo, hanno vissuto civilmente, con decoro e comodità, in città demaniale o regia, con esclusione delle baronali, senza esercitare impieghi bassi e popolari e siano stati sempre stati ritenuti dal Pubblico come persone onorate e dabbene.” A ciò mi pare che sia da aggiungere solo che Agerola rispettava il requisito di non essere città baronale, essendo invece “città regia” sin dal 1583,  quando l’intero ducato d’Amalfi smise di essere feudo dei Piccolomini d’Aragona (vedi M. Camera, Memorie storico – diplomatiche … Vol. II, p. 156 e seguenti).

Per chiudere resterebbe da dire qualcosa di specifico per ciascuna degli otto Magnifici proprietari di case palazziate ad Agerola nel 1752. Uso il condizionale perché al momento non posso essere esauriente su tale aspetto, che richiederebbe lunghe ricerche archivistiche. Tuttavia ci provo, basandomi su ciò che traspare dalle loro rivele nel catasto onciario

 

1 -M.co D. Diodato Avitabile,. L’insieme delle  sue proprietà in Agerola (poteva anche averne altre fuori) vale la bella  cifra di 300 oncie (1800 ducati.[11]).  Potrebbe trattarsi del noto argentiere Diodato Avitabile che esercitò quell’arte  e ne fu anche Console nel 1735, ’41, ’44 e ’51. Forse si era appena ritirato ad Agerola (per motivi di salute e lascado figli argentieri a Napoli?) dove, nel 1752, vive con la sola moglie nella sua casa palazziata in località San Lorenzo.

2 -M.co Domenico Lauritano. A quanto già detto su di lui nella Prima Parte aggiungo che egli contribuiva al funzionamento della cappalla di famiglia (dedicata a S. Cristoforo) e che il suo imponibile lordo era di oltre 700 oncie (4200 ducati). A formarlo erano principalmente le numerose proprietà immobiliari, consistenti per lo più in selve e castagneti, ma anche una seconda “casa con cortile e giardino” al luogo  Casa Lauritano e una casetta a L’Inserata. Inoltre ricavava rendite da prestiti e da investimenti in affari altrui (in particolare di don Giuseppe Brancati) che assommavano complessivamente a quasi  700 ducati. Inoltre possedeve un gregge di duecento pecore dato a pigione. Da tutto ciò e dal fatto che in testa alla sua rivela troviamo la dictura  “vive del suo”,  si comprende che egli era un redditario, ma il Catasto ci dice pure che don Domenico  teneva “impiegati in negozi” la cifra di 200 ducati, il che fa ritenere che svolgesse anche attività da mercante.

3 -M.co D. Gio Battista Positano. Su di lui posso aggiungere solo che il suo imponibile lordo era di 235 oncie (1410 ducati), dato da vari “pezzi di terra” selve, boschi e vigne, nonché da 450 ducati investiti tramite don Michelangelo d’Acampora.  Utile a capire come la ruralità entrasse anche nella vita dei Magnifici, il fatto che dichiara anche una vacca per proprio uso.  Che non esercitasse alcun lavoro manuale, lo si evince dal fatto che la sua rivela non indica occupazione alcuna, né lo tassa per qualche industria). D’altra parte, la dicitura  “vivendo  del suo” è quella tipica dei redditari.

4 -M.co D. Giovanni di Fusco. Appartiene a quel ramo della casata dei Fusco (con patrizi a Salerno e nobili a Ravello) che subentrò ai Gallo nel possesso di buona parte della zona detta Li Galli. Il suo imponibile lordo è di oncie 269 (1614 ducati) e deriva quasi escusivamente da castagneti e selve castagni  (alcune delle quali prese a censo dalle parrocchie di  S. Pietro e S. Maria della Manna, nochè dalla Cappella di Loreto. Rendite minori gli venivano poi da piccoli prestiti ad interesse. Nella sua rivela mancano, come era norma per chi non esercitava lavori manuali, specifiche utili a scoprire l’eventuale titolo di studio, professione o carica pubblica giustificativa del Magnifico. Ai discendenti odierni il compito di scoprire di più su questo Giovanni; di cui sappiamo – intanto – che viveva nobilmente.

 5 -M.co D. Giuseppe Brancati . Per lui rimando a quanto ho scritto più sopra, aggiungo che il suo imponibile lordo era di 677 oncie (4042 ducati), dato principalmente da  proprietà agricole e silvicole, ma anche da interessi su prestiti. Ma interessi ne aveva anche da pagare, per un prestito di 600 ducati fattole da donna Caterina Caporale. Questa attitudine a “muover soldi per far soldi” mi piace legarla all’esempio che diede l’avo Andrea, che decenni prima era stato il pià ricco mercante-banchiere di Napoli. da

 6 -M.co D. Michelangelo d’Acmpora. Presentava nel 1752 un imponibile di 230 oncie (1380 ducati), dato da vari possedimenti (soprattutto selve). Subito a monte della sua casa palazziata, confinante con la chiesa di S. Michele Arcangelo fondata dagli Acampora,  possedeva anche una “casetta per proprio uso e pezzo d’orto attaccato”  e “la terza parte di un giardino accosto

a casa sua”. Non escludo, viste anche le figure che la sua casata aveva espresso in precedenza, che fosse Magnifico e Don per qualche carica pubblica ricoperta, oltre che per la sua agiatezza economica.

7 -M.co D. Vincenzo Avitabile. Come ho già segnalato su questo blog, era un giudice che nel 1752 era in servizio a Matera. Nella sua casa palazziata si avvaleva di ben 6 tra camerieri e servi. Il suo imponibile lordo era di oncie  585 (3570 ducati) e derivava sia da molti possedimenti in Agerola (soprattutto boschivi), sia da somme prestitate ad interesse (22 prestiti per un totale di circa 800 ducati ).

8 -M.co D. Vincenzo Villani di anni 71, vantava un imponibile lordo di 402 oncie (2412 ducati) dato principalmente da proprietà immobiliari (case, terre, selce e castagneti) e, per circa 500 ducati,  da vari prestiti ad interesse; ma vi contribuiva anche un gregge di cento pecore, ovviamente  date a pigione. La specifica che  “Vive del suo nobilmente” lo qualifica come un redditario appartenente all’élite del paese. La sua casa casa palazziata (difficile da individuare oggi) sorgeva nel luogo detto Pubblica piazza di Bomerano (oggi P.za Capasso) e, adianebte ad essa, don Vincenzo possedeva anche  un frutteto. Sempre alla piazza, egli possedeva anche una casa diruta, un “giardino e cortile”, due porzioni di terreno incloto  e degli “stabili” affittati a Carlo di Ruocco per 20 ducati l’anno.

 

NOTE

 

6 –Ma l’attività veniva indicata solo se corrispondente a un lavoro manuale, dato che solo le attività di quel tipo si intendeva tassare; non le arti liberali.

7 –Questi appellativi non erano esclusivi dei possessori di case palazziate. In aggiunta a questi ultimi, infatti, il Catasto segnala altri 13 capifamiglia cui si dava del Magnifico. Per alcuni di loro quel titolo si somma al Don e al “vive del suo” (Domenico di  Martini, il  tenente Matteo Avitabile, Martino d’Acampora, regio giudice a contratto e Alessio Avitabile, che altre fonti mi indicano come dottore in legge ), per altri si somma solo al Don  (Giobatta Eboli  e Lorenzo Cuomo) e per Bernardino Naclerio si somma solo al vive del suo.  Tra quelli che recano solo l’appellativo di Magnifico, troviamo il notaio Pietro Lauritano   insieme allo studente Matteo Imperati (ventottenne che “attende allo studio” e che vive col fratello minore M.co Giulio “giudice a contratto”) e a sei benestanti artigiani:  il ferraro Saverio D’Acampora, il fornaro Baldassarre Gentile e i lavoranti di seta Aniello Avitabile, Vincenzo Cuomo, Giosefatto di Fusco e Pietro Villani .

8 – Una scia recente di questo progressivo ampliarsi di senso e di uso può riconoscersi in certe regioni del Sud Italia dove il Don è stato usato (e a tratti ancora lo si usa) per indicare persone di alta estrazione sociale (es. avvocati, notai, sindaci, medici, ecc.), oppure in Sicilia, dove lo si è usato e si usa per persone degne di rispetto (tra cui gli anziani riveriti per la loro esperienza e  saggezza, ma anche – in certi ambienti – i capimafia riveriti più che altro per paura).

9 –A. Cinque (2012) –I “parenti” agerolesi del cardinale Lorenzo Brancati. Con un’ appendice dedicata ad Andrea Brancati senior, barone d’Orsomarso e Abbatemarco, mercante di ragione ricchissimo. Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, n. 43/44. pp. 127 – 184.

10 – Anche le casate dei de Avitabulo/Avitabile, Como/Cuomo, Fusco, de Martino, Naclerio e Villani  avevano espresso dei nobili titolati, ma essi erano usciti da rami diversi eslegati (se non in una vaga memoria) da quelli presenti ad Agerola all’epoca del catasto onciario, ai quali li legava forse un antenato comune

11 –Per  apprezzare il valore di questa somma, e delle altre che seguono, può essere utile sapere che costava 1 ducato o poco più l’affitto annuale di una piccola casa (ad es: quella  usata dal bracciante  Gregorio di Ruocco e quella che Gennaro Cuomo affittava a Cristoforo Trotta, bracciale appena sposato con Carmina d’Acampora), mantre con 4 ducati si pagava l’affitto annuale per una casa comoda per cinque (ad es: quella che  Carlo Imperati  affittava al bracciante Giovanni Sparano, con moglie e tre figli). In virtù del notevole valore di un ducato, si usavano sue frazioni fino a 1/1200 (1 d. = 10 carlini; 1 c. = 10 grana; 1 g. = 2 tornesi; 1 t. = 6 cavalli).

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Case palazziate, magnifici e nobili viventi dell’Agerola settecentesca. Prima parte.

Scorrendo le pagine del Regio Catasto Onciario di Agerola, finito di compilare nel 1752 [1] si scopre che quasi tutti i nuclei familiari allora presenti ad Agerola erano proprietari della casa in cui abitavano.  Per l’esattezza, su un totale di 425 dichiaranti, quelli con casa di proprietà erano ben 403.  Che si trattasse in massima parte di costruzioni distribuite sul territorio in modo più o meno sparso, lo prova l’elevata frequenza – nelle rivele che compongono il Catasto –  di frasi del tipo   “Abita in casa propria con poco d’orto attaccato per proprio uso …” oppure, “Abita in casa propria con pezzo di terreno collegato per proprio uso …”.

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A sinistra: case rurali sparse al passaggio tra fascia a coltivi e  fascia dei boschi.A destra: un esempio di casa rurale minima (foto di A. Cinque, 1988)

A possedere un orto ad uso proprio vicino casa (cui potevano aggiungersi altri fondi agricoli e boschivi) non erano solo i contadini, ma anche parecchi  degli artigiani; cosa per la quale cito gli esempi del sartore (ossia sarto)  Pietro di Ruocco fu  Ignazio, con sua casa con orto al luogo Lo Piano, Bomerano, e del mastro falegname Antonio Amodio, con sua casa con orto al luogo La Fontana, S. Lazzaro. Ma dovrei citare soprattutto i tantissimi filatori di seta che svolgevano la loro attività all’interno di  famiglie che erano allo stesso tempo contadine e le cui case dovevano spesso includere un vano che – almeno stagionalmente – veniva destinato  all’allevamento dei bachi su appositi graticci lignei.

Circa le dimensioni e le tipologie delle abitazioni, il catasto onciario non fornisce alcuna informazione, sia perché la casa di proprietà nella quale si viveva non era considerata bene tassabile, sia perché – per tassare le poche seconde case presenti all’epoca –  era sufficiente indicarne la rendita annua e il valore economico. Ad ogni modo, considerato il contesto socio-economico locale e viste le residue  testimonianze materiali  [2], doveva trattarsi di case per lo più a carattere rustico e con volumetria ridotta all’essenziale. Ma se le case contadine monofamiliarI avevano volumi per lo più compresi tra 150 e 400 metri cubi circa  (sottotetto-fienile compreso), non mancavano qui e là dei casamenti più cospicui destinati a ospitare più nuclei familiari con antenato comune, cresciuti per successive aggiunte di vani o membri al succedersi delle generazioni e all’ingrossarsi della discendenza.

Un esempio di casamento accresciutosi progressivamente nel corso di varie generazioni (antiche case dei Cuomo a Bomerano).

Ma la terminologia adottata nei Catasti Onciari  chiama “casa” qualsiasi abitazione, senza mai aggiungere aggettivi o specificazioni atti a distinguere diverse tipologie. L’unica eccezione è quella delle cosiddette “case palazziate”;  una espressione oggi desueta che nel nostro ducato (quello di Amalfi) è attestata già in pergamene del periodo medievale e che, nel Sette-Ottocento,  è diffusa in tutto il meridione d’Italia.

Prima di interrogarci su cosa fossero e significassero le case palazziate, vediamo i casi concreti che erano allora  presenti ad Agerola, ciascuno preceduto da una sintesi dei dati essenziali circa il proprietario e la sua famiglia:

1 -M.co D. Diodato Avitabile, di anni 56, abita con sua moglie  D. Teresa La Noce “in casa propria palazziata con poco di giardino per proprio uso nel luogo detto  San Lorenzo” (Bomerano).

2 -M.co Domenico Lauritano di anni 60. “Vive del suo” insieme a due fratelli, una cognata vedova e sei nipoti   In una “casa palazziata con cortile e giardino attaccato per proprio  uso nel luogo Casa Lauritano” (S. Lazzaro).

3 -M.co D. Gio Battista Positano, di anni 38. “Vive del suo” insieme alla moglie D. Elisabetta d’Acampora, quattro figli, due fratelli e la madre vedova “in casa propria palazziata con poco di giardino attaccato per proprio uso nel luogo Casa Positano” (Campora).

4 -M.co D. Giovanni di Fusco, di anni 50. “ vive nobilmente” insieme alla moglie D. Francesca Anastasio  e sei figli “in casa propria palazziata con pezzo di giardino attaccato per proprio uso nel luogo Galli“ (Pianillo).

5 -M.co D. Giuseppe Brancati di anni 38. “Vive nobile” insieme alla moglie  D. Rosa Rango, quattro figli, un fratello e tre sevi “in casa palazziata con giardino collegato per proprio uso nel luogo Pironti” (S. Maria).

6 -M.co D. Michelangelo d’Acmpora, di anni 50.   Vive con moglie D. Francesca d’Acampora, dodici figli , una sorella nubile e un servo in “casa propria palazziata con giradino di delizie  collegato   e fonte d’acqua sorgente per proprio uso nel luogo S. Giovanni (Campora).

7 -M.co D. Vincenzo Avitabile, Capo Ruota nella Procura di Mater, di  anni 42,  vive con la madre vedova,  4 fratelli e 4 sorelle e 6 tra servi e camerieri “in propria caas palazzata con giarindo di delizie attaccato per proprio comodo  nel luogo Le Case Nove (Bomerano).

8 -M.co D. Vincenzo Villani, di anni 71. “Vive del suo nobilmente” insieme alla moglie D. Maria Sparano e cinque figli “in propria casa palazziata con giardino accsoto per proprio uso nel luogo La pubblica paizza di Bomernao.

Agli otto casi appena elencati aggiungerei un’altra residenza importante che il Catasto non definisce “palazziata”, ma che pure doveva essere vasta e signorile: quella del M.co D. Alessio Avitabile (che altre fonti mi rivelano come dottore in legge), la cui rivela catastale dice che “vive nobilmente” in  “casa propria con giardino di delizie colligato per proprio uso e comodo … nel luogo de L’Avvocata” (Bomerano). Essa doveva essere ben vasta, dato che ospitava una famiglia di ben 25 membri, tra don Alessio, la moglie (nobildonna Maddalena del Balzo), sei loro figli, altri congiunti e due “servi di casa”.

Un caso simile  doveva essere quella del magnifico Domenico de Martini , di anni 70, che viveva “del suo” insieme a fratelli, sorelle e nipoti (in totale 12 persone, tutte indicate col Don/Donna) in una “casa propria con pezzo di giardino attaccato per proprio uso nel luogo detto Sotto S. Pietro di Pianillo”. Per quanto mostra ancor’oggi e, ancor di più, per come appariva fino a pochi decenni fa (prima di essere offesa da improvvide aggiunte e modifiche), la casa in questione (nota come Casa de Martino) doveva essere tra quelle più notevoli del paese.

 

Cosa intendere per Casa palazziata?

Alla locuzione “casa palazziata”, abbastanza ricorrente in documenti dei secoli scorsi di ambito meridionale, non è facile far corrispondere una tipologia architettonica ben definita e valida ovunque.  , Il suo ricollegarsi al vocabolo ‘palazzo’, farebbe pensare a grossi edifici multipiano, ma i sopravvissuti esempi concreti sparsi per il sud Italia dimostrano che al termine “casa palazziata” corrispondevano edifici di dimensioni e struttura abbastanza diversi da zona a zona.  I casi di maggiore entità,  spesso con  corte centrale e con piano terra destinato a scuderie e magazzini per derrate da smerciare, erano quelle delle famiglie che dominavano territori ancora feudali o comunque a struttura latifondistica.

Meno imponenti erano le case palazziate che sorsero in quelle zone che, uscendo da una diversa storia politica e fondiaria (vedi il caso del nostro Ducato d’Amalfi), vedevano un po’ meglio distribuite la proprietà terriera e, dunque, la ricchezza. E’ una variabilità che non deve meravigliare, perché chiamare “casa palazziata”una residenza  non era cosa basata sulle sole dimensioni, ma anche e, direi, soprattutto sul suo valore funzionale e simbolico. Voglio dire che doveva trattarsi di residenze concepite e attrezzate  in modo tale da permettere una vita quotidiana signorile, molto più comoda,  serana e varia di quella che toccava vivere agli esponenti dei ceti inferiori dell luogo. L’edificio includeva una zona di servizio (con stanza o stanze per la servitù stabile, cucina, forno, lavatoi ecc.) fisicamente distinta da quella  padronale, composto di stanze numerose, ampie e luminose. Per l’istruzione dei figlioli e per il diletto culturale dell’intera famiglia, vi era almeno uno studio con librerie, se non una vera e propria biblioteca, mentre – per poter rompere la monotonia della vita provinciale con ricevimenti di mondanità – vi era una sala salone delle feste, nonché una o più stanze per alloggiare ospiti e spazi per le loro cavalcature o carrozze  [3]. Questo ed altro (logge panoramiche, cortile, giardino fiorito o “di delizie” [4]) era funzionale a un elevato tenore di vita della famiglia. Ma la loro dimora doveva anche essere reso palese, risultare desumibile già dall’aspetto esteriore della casa . Da qui l’attenzione posta all’estetica della facciata, la quale veniva arricchita perlomeno con un bel portale.

Farsi una casa palazziata che raggiungesse detti obiettivi funzionali e simbolici era, ovviament,e faccenda relativa; nel senso che non vi erano deigli universali  livelli minimi da superarein quanto a volumetria ed eleganza dell’edificio. Dei limiti, semmai, li poneva il grado di ricchezza della famiglia, ma spesso ci si teneva anche sotto di essi, poiché bastava superare sensibilmente gli standard costruttivi delle classi dalle quali ci si voleva distinguere, senza esagerare in ostentazione [5].

Per il caso specifico di Agerola, visti i modesti spazi abitativi di cui disponevano nel Settecento le famiglie del ceto popolare (specie se considerate al netto di stalla e altri annessi lavorativi), una casa palazziata poteva essere di sèicco anche avendo solo 6 – 8 stanze (più vano scale e soffitta); numero di stanze che saliva fino a una ventina per le famiglie notabili più numerose. Ad ogni modo devo dire che la mia ricerca sul campo, mirante a riconoscere e studiare le case palazziate che segnala il catasto del 1752 (almeno quelle non stravolte da successive ristrutturazioni), è ancora in una fase iniziale. Spero di poter dire di più tra qualche mese.

Per ora mi  limito a segnalare al lettore due esempi da visitare. Il primo corrisponde alla casa palazziata n. 2 del mio elenco, ovvero quella che il catasto assegna al magnifico Domenico Lauritano e che si trova nel casale di S. Lazzaro, di fronte alle Scuole Elementari. Qualche notizia su di essa e sulla famiglia si trovano nel mio recente articolo I Lauritano, antichissima e notabile famiglia agerolese… (https://agerola.wordpress.com/2017/02/01/i-lauritano-antichissima-e-notabile-famiglia-agerolese/).

Due vedute parziali del complesso di Casa Lauritano a S. Lazzaro. Edificato nel Seicento, corrisponde alla casa palazziata che a metà Settecento era del magnifico Domenico Lauritano.  ,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’altro esempio che segnalo non figura nell’elenco di cui sopra, in quanto sorto alcuni decenni dopo e ingrandito nell’Ottocento. Si tratta del Palazzo Acampora di Bomerano, che tra l’altro ospita anche un delizioso ristorante e la cui corte interna ospita spesso spettacoli del festival estivo agerolese.

Chiudo rimandandovi alla seconda parte di questo articolo, nella quale tratterò dei proprietari delle otto case palazziate citate nel Catasto Onciario e degli appellativi che li connotavano (Magnifico, Don, Vive del suo, Vive nobilmente).

(continua…)

 Una veduta della grande casa palazziata degli Acampora a Bomerano.

 

 

 

NOTE

1 – AbbFinalizzato a ripartire il peso fiscale in modo finalmente proporzionale alle rendite che ciascun cittadino ricavava (da lavori manuali, beni immobili, prestiti e titoli), questo catasto fu voluto da   re Carlo di Borbone nel 1742. Esso fu detto Onciario poiché usò l’oncia (1 omcia = 6 ducati) come unità di conto in cui esprimere i valori tassabili. Fu detto anche catasto “dell’oncia di carlini tre” perché – per quasi tutti i casi – si calcolava 1 oncia di capitale o patrimonio per ogni 3 carlini  (ossia 0,3 ducati) di rendita, assumendo un tasso di interesse del 5% che solo per l’allevamento di bestiame  saliva al 10%.

2 -Più che quelle attualmente presenti, troppo spesso alterate da superfetazioni e ristrutturazioni recenti, è bene guardare agli esempi di edilizia tradizionale colti in vecchie cartoline e foto, oppure analizzati in vecchi  saggi, primo tra tutti quello del geografo D. Ruocco già riportato in questo blog con l’articolo La casa rurale agerolese come la vide e descrisse il geografo Domenico Ruocco.

3 –Circa le carrozze devo far notare che ad Agerola non ne potevano giungere (né ne circolavano), poiché sia la strada da Castellammare che quelle interne erano solo delle mulattiere gradonate, che  tali resteranno fino al tardo Ottocento. Pertanto, le residenze di cui stiamo trattando non avevano rimesse, ma solo scuderie e i portali o cancelli di ingresso erano meno larghi che nei centri dotati di rotabili.

4  -Per “giardino di delizie” si intendeva un frutteto recintato e ben curato, annesso alle case signorili. La stessa espressione la si trova usata nella letteratura religiosa come sinonimo di Eden, ossia Paradiso Terrestre. Anche in questo caso, l’area dell’ex Ducato di Amalfi presenta un precedente di epoca medievale, epoca in cui i ricchi frutteti murati della zona venivano detti paradisi.

5 -Al proposito mi pare di notare, ad Agerola come in altri centri minori più o meno isolati, un’ antica tendenza a realizzare case abbastanza sotto tono, rispetto all’agiatezza delle famiglie, con l’intento di ridurre l’esposizione a furti, rapimenti e altri reati, specie in periodi di sommosse sociali e brigantaggio.

 

 

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Il bassorilievo di San Bernardino da Siena in S. Pietro di Pianillo

Come in tante altre chiese antiche, anche in quella di S. Pietro apostolo a Pianillo (Agerola) il pavimento recava diverse lastre tombali che, a mò di botole, davano accesso ad altrettante fosse di sepoltura. Pochi decenni fa, rifacendo il pavimento, quelle lastre furono tolte dalle loro sedi e collocate lungo le pareti perimetrali della chiesa, nei punti dove vi era spazio per ospitarle. Una delle lastre, quella visibile in  fondo alla navata di sinistra, fu fissata al muro all’incontrario, poiché fu la sua faccia inferiore a rivelarsi decisamente più interessante dell’altre, presentando il bel bassorilievo che mostro nella foto a seguire.

 

 

Sebbene sia un po’ corrosa e sbeccata nell’angolo in alto a sinistra, la scultura è ben leggibile e appare di buona fattura, per cui ho deciso di pubblicarla con anche la speranza di attirare l’attenzione di qualche esperto storico dell’arte che, venendo a studiarla, ci sappia dire qualcosa sull’età e sull’autore dell’opera.

Intanto, per riportare la mia impressione di semplice appassionato, noto in quel bassorilievo dei caratteri stilistici e compositivi che mi fanno ipotizzare una datazion tra il tardo Medioevo e il Cinquecento, tra cui l’aureola di tipo raggiato che circonda la testa del santo..

A meglio precisare l’epoca di fattura, contribuisce anche l’identificazione del santo effigiato, il quale può riconoscersi in San Bernardino da Siena, frate dell’Ordine dei Minori che fu tra i più convinti e convincenti propugnatori  della riforma francescana.

Lo si riconosce per il saio francescano che indossa e, soprattutto, per ciò che tiene nella sua mano destra: un disco raggiato che non esito a ricondurre a quello che, in tante antiche raffigurazioni del Santo, circonda il trigramma IHS, principale attributo iconografico per San Bernardino da Siena.

Questo trigramma, che è spesso stilizzato con una croce  nella H,  lo si trova usato, nella sua versione in caratteri greci (ΙΗΣ) già nel III secolo, all’interno di trascrizioni del Nuovo Testamento.  Esso è una sigla che abbrevia il nome ΙΗΣΟΥΣ   (Iesous), ossia Gesù-

Il rilancio in Europa del trigramma IHS si lega alla diffondersi della devozione verso il  Santo Nome di Gesù ed ebbe in S. Bernardo di Chiaravalle, il Francese che fondò l’Ordine Cistercense nel XII secolo,  il principale artefice. In Italia, il trigramma IHS  fu divulgato proprio da Bernardino da Siena (Massa Marittima 1380 – L’Aquila 1444) che nelle sue efficacissime prediche insisteva sulla devozione al Santissimo Nome di Gesù e teneva ben in vista sul pulpito una tavoletta con dipinto sopra quel trigramma IHS che, dopo la sua canonizzazione (avvenuta nel 1450) divenne il principale attributo iconografico del Santo.

Tipicamente il trigramma in questione era ed è sovrascritto a un sole a dodici  raggi [1]   che, al di là della particolare stilizzazione adottata, mi pare essere ciò che deve riconoscersi in quel disco raggiato che figura nella destra del Santo nel bassorilievo di Pianillo.

Un raffronto che trovo interessante è quello con il “Ritratto di S. Bernardino” attribuito al grande pittore fiammingo Quentin Metsys (Lovanio 1466 –  Anversa 1530) o sua scuola.

A parte la mancanza del Crocefisso nella sinistra (che non è cosa diagnostica), il simbolo con l’IHS che il santo tiene nella mano destra prende qui una forma molto simile a quel disco raggiato che tiene in mano il San Bernardino del bassorilievo agerolese.

Riconoscere nel santo effigiato Bernardino da Siena (al secolo B. Albizzeschi) implica collocare il nostro bassorilievo almeno qualche anno a valle di quel 1450 che è la data di canonizzazione di San Bernardino.

Passando ora alla possibile storia della lastra scolpita qui presa in esame, credo che e il suo utilizzo come botola di una  fossa sepolcrale (con la faccia scolpita rivolta in basso, invisibile ai fedeli)  debba considerarsi come un suo tardivo re-impiego, mentre l’utilizzo originaria fu per una altare o altarino. Poteva tale altare sorgere nella stessa chiesa di S. Pietro Apostolo in Pianillo? Per ora con sembra;anche se bisogna studiare megliole fonti Cinque-Seicentesche conservate presso l’archiviodiocesano di Amalfi. Ma voglio anche ricordare che in vari documenti del Sette-Ottocento viene detto “di S. Bernardino” quel ponte a tre arcate (oggi mal visibili a causa del ringrosso in cemento armato aggiunto al ponte negli anni Settanta) col quale scavalca il Rio Penise la strada di collegamento diretto tra i casali di San Lazzaro e Pianillo [2]; strada anch’essa ampliata e, a tratti, deviata [3] pochi decenni orsono, ma di origine medievale. Il  ponte in questione esiste almeno dal Trecento, visto che una pergamena del 1325attesta in zonail toponimo Alo Ponte o (cfr. pergamena del 1325 in Filangieri, Codice Diplomatico Amalfitano, vol. 2, p. 264).

L’ipotesi che faccio è che il bassorilievo raffigurante S. Bernardino fosse in origine posto in una edicola a lui dedicata presso il ponte di cui sopra e che, andata in rovina quell’edicola, il pezzo fu successivamente recuperato e riutilizzato  come lastra tombale nella parrocchiale di S. Pietro Apostolo.

Rimanendo nel campo delle ipotesi di lavoro, chiudo ricordando che di Bernardino da Siena fu amico ed estimatore  il senese Enea Silvio Piccolomini, noto umanista che poi fu papa col nome di Pio II (cfr. la voce Piccolomini, Enea Silvio in “Enciclopedia Dantesca” – Treccani). Orbene, come può leggersi sia in questo blog che in vari trattati di storia, un nipote di Pio II, il condottiero Antonio Todeschini Piccolomini [4], aiutò re Ferrante d’Aragona a riconquistare il Regno di Napoli nel 1460, guidando un grosso contingente di armati  inviati in soccorso dell’aragonese proprio da papa Pio II.. In cambio, Antonio  ottenne in sposa Maria d’Aragona, giovanissima figlia naturale di re Ferrante, che gli portò come dote il feudo del Ducato di Amalfi. I Piccolomini tennero il feudo amalfitano (Agerola compresa) fino al 1583 e non escluderei che furono proprio quei feudatari senesi, forse dopo aver finanziato dei restauri a ponte di cui sopra, a farvi aggiungere un’edicola dedicata a San Bernanrdino – santo rimasto caro a quella stirpe – perché proteggesse sia i viandanti, sia quel ponte di così grande importanza per chi si spostava da Amalfi a Castellammare di Stabia via Agerola e valico di Crocella.

Ritratto diAntonio Piccolomini

duca di Amalfi

 

NOTE:

1 –Per san Bernardino quei dodici raggi rappresentavano altrettanti valori del santo nome di Gesù, vale a dire: I Rifugio dei peccatori; II Vessillo dei combattenti; III Medicina degli infermi; IV Sollievo dei sofferenti; V Onore dei credenti; VI Splendore degli evangelizzanti; VII Mercede degli operanti; VIII Soccorso dei deboli; IX Sospiro di quelli che meditano; X Aiuto dei supplicanti; XI Debolezza di chi contempla e XII Gloria dei trionfanti.

2 –Dalla presenza di quel viadotto prese nome anche il vicino agglomerato di Ponte (inizialmente sotto-casale di Pianillo e poi casale  – ovvero frazione – a se stante)

3 –Un tratto in cui la strada moderna non ricalca quella antica – che si è pertanto conservata –  è quello tra il ponte e la chiesa di S. Nicola “al Ponte”; tratto che includeva anche il passaggio della strada antica in questione sotto le arcate che fanno da pronao a detta chiesa.

4 –Antonio nacque da Nanni Tideschini e da Laudonia Piccolomini, sorella di  papa Pio II.

 

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Strada facendo. Le sofferte vicende che portarono la rotabile ad Agerola (con qualche spigolatura a contorno)

Dedico questo articolo a quella che fu una tappa importante dello sviluppo  socie-economico e della evoluzione paesaggistica di Agerola: l’arrivo di moderne strade rotabili in luogo di quelle mulattiere e delle scalinate che per secoli e secoli erano state le uniche vie di accesso al paese, tanto sul versante che scende verso la Costa d’Amalfi quanto su quello che scende verso l’area stabiana e, dunque, verso Napoli.

 

Figura 1 – Agerola, località Gemini. Un tratto della antica mulattiera per Pino, Pimonte e Gragnano.

In merito all’antica viabilità interna ad Agerola, ricordo ciò che ebbe a scrivere a fine Seicento il Pansa:  “…benchè aspra sia la salita, … è luogo larghissimo … e vi si potrebbe andare colle mute a sei”.  A fargli immaginare spostamenti in carrozza (addirittura a sei cavalli) fu sia la topografia dell’altopiano agerolese, sia la dolce pendenza di alcune strade comunali: Ma esse erano dolci solo a tratti, perché – all’incontro di incisioni torrentizie – si tramutavano in gradonate che  scendevano verso bassi ponticelli e poi risalivano sul ripiano orografico.

Figura 2 – Agerola, località La Vertina. Il ponte sul Penise come appare su di una foto degli anni Trenta del ‘900.

 

Fu solo ai tempi dei Napoleonidi sul trono di Napoli (1806-1815)  che si decise di scavalcare con una rotabile (“carrozzabile”, si diceva allora) la dorsale dei Monti Lattari. In particolare, nel 1807 si andò molto vicino alla messa in cantiere di una carrozzabile da Castellammare ad Amalfi via Agerola, ma le forti pressioni esercitate dai comuni ad est di Amalfi fecero alla fine preferire uno scavalcamento all’altezza del valico di Chiunzi, così da scendere a MMaiori e da qui proseguire lungo costa verso Amalfi. I lavori per tale nuova strada partirono nel 1811 e continuarono anche dopo il ritorno dei Borbone a Napoli. Rivelatosi molto più impegnativo del previsto, il progetto finì con l’essere abbandonato nel 1828, anche a causa dei dissesti recati da un’alluvione (Russo M. –L’avvento delle strade rotabili ed il loro impatto con il paesaggio. In: Atti del convegno “La Costa d’Amalfi nel secolo XIX: Vol. II, pp. 15 – 64. Amalfi, Centro di Cultura e storia amalfitana, 2001).

Poteva essere l’occasione per riprendere in considerazione la strada Castellammare – Agerola – Amalfi, ma per dare a quest’ultima un accesso rotabile, fu invece deciso di partire da Vietri e costruire una strada costiera passante per il Capo d’Orso, Maiori e Minori; strada che sarà completata entro l’anno 1854.

Negli anni successivi all’Unità d’Italia, l’impulso dato dal governo sabaudo alla costruzione di nuove strade nelle province meridionali presentò una nuova occasione. Si tornò a pensare a una strada trasversale alla lunga barriera orografica data dai Monti Lattari, e le prima proposta ad essere avanzata e a riscuotere attenzione e fondi fu quella della Meta – Positano – Amalfi, proposta nel 1863 dal cav. Luigi Rossi di Positano, il quale si proponeva anche come appaltatore dell’opera. Ma per mancati accordi tra le due province interessate e per altre vicende sfavorevoli che possono leggersi negli Atti del Consiglio Proviniale di Napoli, 1872, pp. 181 e segg.  (leggibile anche in Google Libri), le cose andarono per le lunghe.

Intanto, giò nel novembre del 1868 il Genio Civile governativo aveva presentato un suo progetto preliminare per una strada carrozzabile da Castellammare ad Amalfi via Agerola e, visto che essa non era stata inclusa nell’elenco delle nuove strade provinciali da realizzarsi in Italia meridionale, all’inizio dell’anno appresso il sindaco di Agerola (Felice Mascolo)  presentò al governo una argomentata petizione con la quale si chiedeva l’inclusione di detta arteria stradale  in quell’elenco. Al proposito consiglio di leggere l’interessante  verbale della discussione che si ebbe alla camera dei deputati durante la seduta del 24 aprile 1869 ( Rendiconti del parlamento italiano. Discussioni della Camera dei deputati https://books.google.it/books?id=IqRClZ61yiUC) .

La rilevanza di quell’opera venne pienamente riconosciuta, ma, vista la momentanea mancanza di fondi nel comparto delle strade provinciali (già tutti assegnati), fu suggerito di avvalersi intanto dei finanziamenti disponibili nel capitolo delle strade consortili obbligatorie (quelle che congiungevano comuni ai capoluoghi; legge del 31 agosto 1868), così da poter avviare i lavori almeno sul tratto fino ad Agerola.  Il consorzio con Gragnano e Pimonte fu rapidamente costituito e i comuni si impegnarono a garantire le loro quote di partecipazione (parte in denaro e parte sotto forma di prestazione di manodopera da parte di cittadini), ma al Consiglio provinciale di Napoli pervennero insieme due pratiche consortili: quella della linea Agerola e quella della linea Positano. Messe a confronto le caratteristiche orografiche e demografiche dei due tracciati viari, nel 1871 il Consiglio Provinciale si espresse a favore della linea per Agerola.

I relativi cantieri vennero aperti nel 1873 e, tra difficoltà di vario ordine, furono necessari sette anni per portare la strada fino al punto terminale previsto in quella fase: la piazza del municipio di Agerola, sita nel casale Pianillo. Nel settembre del 1879 l’impresa Dramis e Ripesi  mise mano alla più impegnativa delle opere d’arte caratterizzanti il percorso: il traforo delle Palombelle. Lungo 800 metri circa, esso abbassava la quota di svalico di circa 250 metri, rispetto a quanto faceva la precedente mulattiera (di cui restano splendidi avanzi) salendo fino al passo di S. Angelo a Jugo, a

Figura 3 -Il traforo delle Palombelle in una vecchia foto (Immagine dal sito  http://www.imgrum.org/user/danielemeriani)

Come ricorda la lapide posta allo sbocco sud del traforo (località Gemini), l’opera fu inaugurata – sebbene ancora al grezzo – in data 23 agosto 1880.

Nel frattempo non si era affatto rinunciato a proseguire la rotabile fino ad Amalfi, tanto è vero che (come ricorda M. Russo nell’opera citata) il Genio Civile aveva in tal senso redatto un progetto di massima che prevedeva due possibili percorsi: uno che, superata Campora e raggiunta la Punta di S. Lazzaro, scendeva verso il ponte di Lone (periferia ovest di Amalfi) per le balze ad oriente della gola del Penise – Schiatro e, l’altro, che da Pianillo raggiungeva Bomerano e, superato il ciglio sud dell’altopiano agerolese, scendesse verso il ponte di Lone attraverso Furore, la gola del Penise – Schiatro, Conca dei Marini e Vettica Minore.

Ad essere scelta come quella da realizzare fu la seconda opzione, poiché serviva un maggior numero di comuni. D’altra parte, i casali agerolesi di Campora e S. Lazzaro non sarebbero rimasti isolati, provvedendosi, tra il  1882 e il 1890 a tracciare una rotabile comunale che, partendo da S. Maria di Pianillo e ricalcando in molti tratti una via preesistente, giunse comunque fino al belvedere di Punta S. Lazzaro.

Come sappiamo, l’arteria principale fu proseguita fino ad Amalfi solo nel primo Novecento (inaugurazione nel 1933), mentre la fine dell’Ottocento la vide giungere solo fino al confine tra Bomerano e Furore, che poi coincide con quello tra le province di Napoli e Salerno (cfr. mio precedente post  https://agerola.wordpress.com/?s=sguardo+dal+ponte ).

Riguardo all’attraversamento di Pianillo e Bomerano, mi è qui utile riportare una figura tratta dal sopracitato saggio della professoressa Maria Russo. Trattasi di uno stralcio di tavola progettuale che l’autrice ha reperito presso l’Archivio di Stato di Napoli, nel  fondo Genio Civile, f. 301/364; materiale di cui sarebbe bene chiedere copia e metterla nel nostro archivio storico comunale. 

 Figura 4 -Stralcio di grafico progettuale relativo al tratto Pianillo – Bomerano della rotabile di fine Ottocento (da M. Russo 2001).

Lo stralcio mostrato abbraccia il tratto che va dalla periferia sud ovest di Pianillo fino a poco oltre la Piazza di Bomerano. In merito alla rotabile in progetto, l’elaborato mostra due diversi tracciati: quello che marco con la lettera “a” (rappresentato con doppia linea continua), che ricalca abbastanza fedelmente la via comunale preesistente  e quello che marco con la lettera “b” (rappresentato con linea continua singola), che si spostava un po’ più a valle, su un percorso più sgombro di case. Come dice l’Autrice, il  tracciato “a” attiene al progetto presentato il 25 gennaio 1881 da Emanuele Mascoli,’ingegnere del Real Corpo del Genio Civilei, mentre il tracciato “b”  si lega a una revisione del progetto Mascoli  fatta nel 1886. Viene da chiedersi:

(1) come mai il progetto Mascoli fu modificato nel 1886?

(2) e perché, quando si passò a realizzare quel tratto di rotabile (dal 1888 in poi), si abbandonò l’ipotesi “b” per tornare alla precedente ipotesi “a”?

La prima domanda trova risposta nel fatto che in data 29 settembre 1885 il Ministero dei Lavori Pubblici approvò finalmente il passaggio della nostra strada da consortile a provinciale, con estensione fino ad Amalfi  per  innestarla sulla Meta – Positano – Amalfi, finalmente anch’essa in costruzione. Da detto passaggio di rango scaturì  la necessità di realizzarla secondo standard superiori (6 anziché  5 m di carreggiata netta, curve di maggior raggio, ecc.), per cui  l’ing. Luigi Falco venne incaricato di apportare le necessarie modifiche al progetto del Mascoli.  Come si nota in figura, la scelta del Falco fu quella di svincolarsi dai limiti geometrici che imponevano gli edifici presenti lungo la antica via comunale, così da poter dare alla strada tutte le caratteristiche prescritte per la classe cui apparteneva. In particolare, nello stralcio di progetto che ho appena mostrato, si nota lo spostarsi a valle del quadrivio di Botteghelle per evitare sia le case ivi presenti che un inutile saliscendi prima di giungere al ponte di Bomerano. Anche quest’ultimo veniva spostato più a valle (con una campata 10 metri più lunga che nell’ipotesi Mascoli) e, dopo il ponte, si proseguiva per le zone della Francazza e dei Villani, seguendo un preesistente viottolo  (indicato dalla freccetta bianca nelle figure 4 e 5), che oggi è  la strada a  senso unico per chi percorre la Strada Regionale 366 in direzione Napoli).

Per rispondere alla domanda numero 2, va considerato il fatto che le modifiche di tracciato proposte dall’ing. Falco – specialmente per quanto riguardava la zona di Bomerano –  suscitarono una vibrata protesta da parte dell’allora  sindaco di Agerola (Alfonso Lauritano), il quale alla fine ottenne che si tornasse sul tracciato disegnato dal Mascoli, ossia a una strada che passasse dentro, anziché intorno all’abitato di Bomerano.

Con ogni probabilità, la protesta del sindaco raccoglieva quella di molti cittadini, specie di quelli che avevano case e botteghe lungo la via comunale, i quali credevano di restar fuori dai vantaggi portati dalla nuova rotabile se questa non fosse passata sotto casa.

Mancò in tutti la capacità di prevedere un futuro nel quale il traffico, da risorsa, si sarebbe trasformato in problema. Ma non successe solo ad Agerola e, certo, non era una previsione facile da farsi, specie nei centri rurali, in un epoca ancora lontana dalla diffusione dei veicoli a motore.

Far passare la provinciale dentro i casali ebbe anche un’altra conseguenza negativa. Pur non essendo fittamente costruiti, in alcuni punti fu necessario farsi largo sfettando qualche casa e in molti tratti lo spazio tra gli edifici preesistenti sui due lati bastò a malapena a creare la carreggiata, negando la possibilità di aggiungervi – allora o in futuro –  dei marciapiedi.  Né si fece meglio durante diversi decenni a seguire, quando si tollerò che sorgessero a filo di carreggiatale nuove case e palazzi che i privati corsero a edificare lungo l’appetita via nova.

Figura 5 –Stralcio di una carta topografica di primo Ottocento (collezione carte storiche dell’ Istituto Geografico Militare) che inquadra all’incirca la stessa zona di figura 4. Con la freccetta bianca indico il “viottolo” citato nel testo parlando del tracciato proposto dal Falco nel 1886.

 

Chiudo questo mio articolo con un paragrafo dedicato al cimitero comunale e a come la sua posizione un po’ defilata costituisca una traccia fisica di quell’alternarsi di ipotesi diverse che – nel tardo Ottocento – caratterizzò la scelta del percorso da dare alla nuova rotabile dentro Agerola.

Come documenta Angelo Mascolo nel suo libro Agerola. Dalle origini ai giorni nostri (Ed. Micromedia, 2003,  pp. 231-232 e 343  e segg.) fu solo nel 1887 che l’amministrazione comunale decise dove ubicare quel camposanto comunale permanente che la legge imponeva di realizzare da vari decenni.

Il sito prescelto (che marco con il riquadro “c” in figura 4)  fu quello ove ancora insiste il Cimitero e fu acquistato quello stesso anno, ritagliandolo da un più ampio fondo che la parrocchia di S. Nicola possedeva da secoli in quella parte di Pianillo.

Come mai si scelse un lotto di terra staccato dalla via comunale dell’epoca? Probabilmente fu per via del fatto che non  vi era ancora certezza su dove sarebbe passata – in quel tratto – la nuova rotabile provinciale: se ricalcando l’antica comunale o, invece, alcune decine di metri più a valle, secondo il tracciato dell’ing. Falco del 1886.

Sembra confermare questa ipotesi il fatto che, dopo che fu accolta la richiesta del sindaco di abbandonare l’ipotesi Falco e ricalcare la vecchia via comunale, nel 1888 il Comune dovette chiedere alla  parrocchia di S. Nicola di vendergli un altro pezzo di terra: una striscia di circa 300 metri quadri (cfr. Mascolo, op. cit. p.  231)  per realizzare un viale di collegamento tra l’ingresso del cimitero e la costruenda rotabile; viale che è stato poi allargato e asfaltato una trentina di anni fa.

Per completezza devo aggiungere che risale agli anni Ottanta dello scorso secolo anche l’apertura di quella traversa di via Ponte che, venendo a costeggiare la facciata del Cimitero, simula quel che sarebbe stato l’aspetto del luogo se la rotabile di fine Ottocento fosse passata là dove prevedeva il progetto a firma dell’ing. Falco.

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I Luoghi Pii laicali e il Concordato del 1741.

Dell’aggettivo “pio” (dal latino pius) ci è ben nota l’applicazione a una persona o gruppo di persone, allorquando significa “che prova, mostra o rispecchia un profondo sentimento di fede e di devozione”. Ma il vocabolario Treccani ci ricorda che esso si applica a tutto ciò “che concerne la religione, il culto, la vita religiosa”, quelle “istituzioni che si propongono insieme fini di culto e di carità o di assistenza sociale”. Ne discende che la dizione Luoghi pii, equivalente a Opere pie, indica quelle istituzioni (e loro sedi) che, mosse da motivazioni religiose e solidaristiche, si occupavano di  carità e assistenza sociale. A seconda di chi li amministrave, erano distinte in ecclesiastiche, laicali e miste.

Un ospedale retto da monaci di un certo ordine lo si classificava, dunque, come un Luogo pio ecclesiastico, mentre l’esempio più diffuso di Luogo pio laicale (o misto, se aggregava anche qualche religioso) è quello delle confraternite [1].

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Ad Agerola le confraternite sono ancora numerose, ma ancor di più lo furono nei secoli scorsi. Su di esse raccolse molte notizie storiche il compianto Angelo Mascolo e le si può leggere nel Capitolo II della Parte VII  del suo volume Agerola dalle origini ai giorni nostri (MicroMedia 2003).

Con questa mia breve nota voglio segnalare una fonte di tardo Settecento che è staata di recente resa fruibile da Google Mi riferisco al fascicolo intitolato “Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della Provincia di Principato Citra” che ha per sottotitolo: I quali, secono la riforma fatta nel corrente anno 1788, debbono corrispondere la prestazione come segue”. Il fatto di presentarsi anonima (nessun autore indicato in copertina) mi fece subito intuire che doveva trattarsi di un allegato a una pubblicazione governativa dedicata a quella Riforma che è citata nel sottotitolo della Nota. In ciò mi confortava anche il  fatto che –sempre in Google – si trovano altre Note simili, dedicate ad altre provincie del Regno di Napoli.

Scoprire quale fosse la riforma in questione non mi è stato facile, ma alla fine ci sono riuscito, scovando e  leggendo il bel saggio di Nello Roga “Dai Luoghi pii alla pubblica assistenza in Terra di Lavoro  Una ricerca sulle confraternite della diocesi di Aversa nel primo periodo borbonico e nel Decennio francese” (Napoli, 2013).

Bisogna risalire al 1741, quando re Carlo di Borbone, grande riformatore, stipulò con la Santa Sede un Concordato che  fissò i limiti della competenza ecclesiastica sugli luoghi pii laicali e, parallelamente, definì i seguenti regimi fiscali per i luoghi pii del l Regno di Napoli:

  1. a) I luoghi pii ecclesiastici, come pure le chiese e le comunità ecclesiastiche, avrebbero goduto di una tassazione ridotta al 50% di quella ordinaria per i beni acquisiti prima del Concordato, e che tali beni non sarebbero stati assoggettati ad altri tributi eventualmente introdotti in futuro  per beni dei privati. Invece, ai beni acquisiti dopo il Concordato si sarebbero applicati “tutti i tributi regi e pubblici pesi che si pagano e pagheranno da’ laici”.
  2. b) Gli ospedali e i monti di pietà (antenati dei Monti dei pegni) godevano l’esenzione da qualsiasi tribyto.
  3. c) luoghi pii laicali e misti avrebbero continuato a pagare regolarmente tutti i tributi.

Fu anche istituito in Napoli un Tribunale Misto (con membri sia di nomina governativa che di nomina curiale) con il compito di vigilare e soprintendere al rispetto delle nuove norme “intorno alla vita e rendimento de’ conti degli ospedali, estaurite  [2], confraternite ed altri luoghi pii laicali e misti governati e amministrati da laici, che non sono sotto l’immediata regia protezione …con l’invigilar primieramente che gli amministratori de’ suddetti luoghi pii rendano infallibilmente ogni anno i conti. Col decidere tutte le liti, che possono insorgere ad occasione ed intorno al rendimento de’ conti. Dovrà il medesimo tribunale invigilare e soprintendere che i suddetti luoghi pii sieno bene amministrati, con farsi delle lor rendite l’uso che si conviene [3], secondo la natura e gli obblighi di ciascun di essi.

Ma veniamo ora a quell’anno  1788 che è citato nel sottotitolo della Nota qui presa in esame. Sempre dal saggio del Roga apprendiamo che quell’anno  fu emesso un provvedimento col quale si obbligavano tutti i Luoghi pii laicali e misti a contribuire al mantenimento del sopracitato Tribunale  Misto. Ciò doveva avvenire  mediante il versamento di un contributo annuale detto “annua prestazione”.

A verificare quali fossero, in ciascun Comune, i luoghi pii amministrati da laici e, quindi, tenuti a dare quell’annua prestazione, furono i Governatori locali, le cui indicazioni consentirono di compilare –per ciasuna provincia del Regno – una Nota del tipo di quella qui presa in esame.

xxxx

Detta Nota, dopo aver dato l’elenco di tutti i comuni che facevano parte della Provincia di Principato Citra (o Citeriore; quella da cui scaturirà poi la Provincia di Salerno), procedendo in ordine alfabetico, giunge presto a trattare del nostro comune, dando il seguente elenco di luoghi pii laiclali e misti

AGEROLA

Composta de seguenti Casali

CAMPORA – di Agerola

-Cappella di S. Maria di Loreto                     duc. 1,5

-Cappella del Rosario                                   duc. 1,5

-Cappella del Nome di Dio                            duc. 1,5

-Cappella di S. Maria delle Grazie                duc. 1,5

-Monte De’ Morti                                          duc. 1,5

BOMERANO -di Agerola

-Cappella del Pio Monte nella

   Parrocchia di S. Matteo                             duc. 1,5

-Cappella del Rosario in detta Chiesa          duc. 1,5

PIANILLO -di Agerola    

-Cappella del Sagramento                            duc. 1,5

-Monte de’ Morti                                           duc. 1,5

-Congregazione, e Cappella del Carmine     duc. 1,5

-Cappella di S. Maria della Pietà  nella

   Parrocchia di S. Maria della Manna           duc. 1,5

  1. LAZZARO -di Agerola

-Congregazione del Sagramento,

   Rosario, e Morti                                                  duc. 1,5

-Cappella di S. Maria a Miano                      duc. 1,5

MONTEPERTUSO -di Agerola

-Chiesa parrocchiale di

  1. Maria delle Grazie duc. 1,5

NOCELLA -di Agerola

-Cappella di S. Croce                                   duc. 1,5

In questo elenco, come in altri documenti di secoli fa, il termine  “cappella” non ha quell’accezione architettonica (‘vano con uno o più altari’) che è oggi dominante. Esso sta invece a indicare associazioni sorte per volontà di singoli fedeli o di gruppi (che le dotano di beni e rendite), allo scopo di adempiere a uno specificato  fine di culto (di solito la celebrazione di messe dedicate) e/o di carità e assistenza. In pratica, molte delle Cappelle in elenco corrispondono a confraternite o congreghe.

La cifra che vediamo indicata a ffianco a ciascuna istituzione è la annua prestazione di cui sopra, fissata in un ducato e mezzo per tutti i luoghi pii agerolesi. Scorrendo per intero la Nota si osserva che era il minimo richiedibile, evidentemente riservato agli istituti della fascia di rendita più bassa. Ci sono poi dei casi in cui la prestazione è di 6 o addirittura di 30 ducati , come per la confraternita Madonna delle Vergini di Scafati, evidentemente molto ben dotata.

Nell’elenco sopra riportato, un altro aspetto interessante è quello di vedervi indicati come casali di Agerola gli insediamenti di Montepertuso e Nocelle, i quali sono  poi passati a Positano, cui afferirono anche nel Medioevo [4].

Limitandosi ai 4 casali che sempre hanno fatto parte della universitas di Agerola (Bomerano, Campora, Pianillo e San Lazzaro), si osserva che i luoghi pii laicali o misti  erano ben 13, a fronte di una popolazione comunale che contava solo 2.900 anime (vedi articolo “Quanti eravano…” in questo blog).  Per raffronto vi dico che la stessa Nota porta 6 luoghi pii per Positano, 8 per Ravello, altrettanti per Pimonte, 9 per Praiano-Vettica Maggiore, 12 per Scala, 18 per Lettere-Casola e addirittura una trentina per Amalfi e suoi casali.  Una proliferazione di istituti che sul pieno del culto poteva essere positiva o, almeno, innocua, ma che – sul piano delle attività assistenziali – finiva talvolta col favoritre favoritismi familiari [5]. Cose che, come viene ricordato anche nella già citaa opera del di Cicco, finiranno col indurre l’autorità centrale a istituire in ciascun comune una sola Congregazione di Carità  (legge 753 del 1862), con il compito di “amministrare tutti  i beni destinati ai poveri”, e poi – con la legge 847 del 1937 –  a trasformare quelle congregazioni  in altrettanti Enti comunali di assistenza

(E.C.A.) [6]. Con lo scopo di assistere gli individui e le famiglie che si trovino in condizioni di particolari necessità.

 

NOTE

[1] – Le confraternite (o con greche) sono associazioni spontanee di fedeli che, canonicamente erette (con un decreto vescovile), ma gestite da laici, perseguono il duplice scopo di promuovere il culto divino e svolgere attività assistenziali (praticare la carità cristiana) verso il prossimo . Simili associazioni  cominciarono a sorgere già in epoca paleocristiana, ma fu tra il XIV ed il XVIII secolo che il loro numero esplose in tutta Europa.

2[2] – Ttermine greco-medievale che a Napoli e dintorni si trattenne nei secoli a seguire col significato di confraternita ad amministrazione autonoma.

[3] – Come ricorda Pasquale Di Cicco nel suo saggio  intitolato La pubblica beneficenza nel Mezzogiorno. Dalle Opere pie all’Ente comunale di assistenza (In: “La Capitanata – Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia”, XXV-XXX, 1993, pp. 73-84), questa vigilanza era tesa a  contrastare, da una parte, gli abusi da parte degli amministratori di certi luoghi pii e, dall’altra,  a  evitare che le loro sostanze, disperdendosi per mille rivoli, venivano destinate a fini diversi da quelli della beneficenza”.

[4] – Questi passaggi meriterebbero  uno studio specifico. Intanto ricordo che Montepertuso formava una universitas distinta sia da Positano che da Agerola nel 1729 (vedi in A. Bulgarelli Lukacs 1993, L’imposta diretta nel Regno di Napoli in età moderna) e che la limitrofa  Nocelle è indicata come casale di Agerola tanto nel  Dizionario Geografico Ragionato del Regni di Napoli di L. Giustiniani (stampato nel 1787) che nella Istorica descrizione del Regno di Napoli di G. M. Alfano (stampata nel 1823).

[5] – Si deve probabilmente a quella finale proliferare eccessiva di istituti all’interno di ogni Comune e Parrocchia (che  portava al ridurrsi del numero di soci/confratelli) se il termine confraternita ha finito col significare anche, nel linguaggio figurato, il negativo significato di  ‘gruppo ristretto, combriccola poco trasparente’ che non rende giustizia della  nobile valenza sociale delle confraternite medievali.

[6] – Con il trasferimento dell’assistenza sanitaria alle Regioni, nel 1978 si ebbe la soppressione degli E.C.A. i cui beni e il cui personale furono trasferiti ai Comuni.

 

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