Il cognome CAVALIERE (ex Cavalerius) e la sua antichissima presenza ad Agerola.

1 -Introduzione

Come è  tipico di tutti i cognomi nati da parole di uso corrente (nomi di mestiere, professione o carica, nomi di battesimo del capostipite, aggettivi relativi all’aspetto fisico o al carattere, ecc) , anche per il cognome Cavaliere c’è da ipotizzare una genesi policentrica, ovvero che sia comparso in più luoghi, in tempi diversi e senza alcuna relazione tra un ceppo e l’altro. A favore di questa ipotesi parla la presente distribuzione geografica dei Cavaliere, la quale mostra addensamenti in diverse e distanti regioni d’Italia (si vedano le mappe che offre il prezioso sito www.cognomix.it).

C’è tuttavia da notare che la Campania è la regione in cui i Cavaliere sono più numerosi (quasi il doppio delle presenze che si hanno in Puglia e nel Veneto, rispettivamente II e III classificate).

Grazie al gran numero di abitanti, la Provincia di Napoli è quella che registra il più alto numero di famiglie Cavaliere presenti, ma in termini di frequenza (ossia di peso percentuale rispetto al totale abitanti) risulta prima la Provincia di Salerno, nel cui ambito  i valori massimi di frequenza li registra l’area di Amalfi e dintorni (Amalfi, Atrani, Furore e Maiori in testa). D’altra parte, anche nella Provincia di Napoli, i massimi valori di frequenza si osservano in quei comuni che  sono geograficamente più vicini ad Amalfi e/o che fecero parte del suo Ducato (Gragnano, Agerola, Anacapri, Casola di Napoli).

Questi dati fanno sorgere l’ipotesi che l’area dell’antico Ducato di Amalfi sia stata una di quelle che videro nascere il cognome Cavaliere; il che – come vedremo –  è supportato dal fatto che provengono da quell’area le più antiche attestazioni scritte del cognome, almeno per quanto riguarda la Campania.

E, nell’ambito del ducato amalfitano, pare essere proprio Agerola il centro che vide per primo il consolidarsi del cognome Cavaliere.

 

2 – Origine e significato

Nel linguaggio moderno il termine ‘cavaliére’ è usato per lo più per indicare titoli onorifici (ad es., Cavaliere del Lavoro), per indicare chi va a cavallo per svago o per fare sport equestri e, ,in senso figurato, per significare ‘chi si comporta con signorilità’ o ‘chi è premuroso e rispettoso con le donne’.

Ma , come vedremo più avanti, il cognome Cavaliere apparve nella nostra zona in epoca medievale, quando i sostantivi tardo latini caballarius, cavallarius e cavalerius avevano come unico e solo significato quello di ‘soldato a cavallo’.

 1 armati a cavallo

Durante i molti secoli di governo feudale dei territori, a comporre la cavalleria -minoritaria ma decisiva componente degli eserciti medievali- furono i giovani membri delle famiglie feudatarie di vario rango; in particolare, i loro figli cadetti, ossia non primogeniti, esclusi dalla trasmissione ereditaria del feudo di famiglia. Oltre che un onore, tale servizio al sovrano costituiva per così dire il prezzo che i nobili feudatari dovevano pagare in cambio del potere e dei privilegi loro assegnati.

Ma nell’Italia dei “liberi comuni” e delle cosiddette Repubbliche Marinare si ebbe la comparsa di cavalieri di divera estrazione (spesso indicati come milites pro commune) che provenivano non più dalla classe dei nobili, bensì dalla parte più ricca ed ambiziosa del ceto popolare:  il cosiddetto “popolo grasso”.  In cambio dei diritti acquisiti in tema di formazione dei governi locali, quello strato sociale aveva l’obbligo militare di formare il più strategico e costoso corpo dell’ esercito, mettendo a disposizione uomini, cavalcature e armamenti .

Non so dire con certezza da quale delle due tipologie di cavaliere nacquero i cognomi omonimi, ma mi pare poco probabile che ciò accadesse in riferimento a un cavaliere di estrazione nobile, vuoi perché  simili figure avevano già un nome di famiglia prima di diventare cavalieri, vuoi perché tra i nobili,  diventare cavaliere era cosa assai comune   e, dunque,  incapace di generare quella distinzione da altri cui l’adozione di un cognome punta sempre.

Ben diverso mi pare il caso dei milites pro commune e figura equivalenti, specie se consideriamo quei piccoli centri periferici che erano tenuti a fornire all’esercito del capoluogo un solo milite a cavallo. Nei secoli in cui si andò diffondendo l’uso di assumere un cognome (XI – XIII),  per una casata del ceto popolarie che avesse espresso dei cavalieri, risultava certamente edificante ricordarlo nel proprio cognome. Contemporaneamente, vivendo in un centro che di cavalieri non ne aveva espressi molti  e di molte casate differenti, era più facile che quel cognome soddisfacesse l’esigenza di risultare davvero distintivo.

 

 3 –Prime presenze documentate.

Nell’ambito dell’area che fu del Ducato di Amalfi, le due più antiche attestazioni del cognome in esame afferiscono una ad Agerola ( dove il cognome rimane in uso fino ad oggi) e una a Lettere (da dove il cognome scomparve presto). L’attestazione relativa a Lettere risale all’anno 1221  [1]. Quella relativa ad Agerola risale al 1204 ed è  un atto di donazione di beni alla chiesa dei SS. Filippo e Giacomo di Amalfi da parte del nobile amalfitano Sergio de Comite Sergio [2].  Uno dei beni donati è un vasto tenimento sito ad Agerola nella località Faytu (oggi Faito, Campora). Il tenimento comprendeva vigna, castagneto, roseto, case e altre fabbriche  [ 3].  Ma la parte per noi più interessante del documento è quella che traccia la pregressa storia della proprietà, dalla quale comprendiamo che, decenni prima,  una parte di quel tenimento apparteneva precedentemente a sua cognata Misa Cavallero fu Sergio, suo marito Leo Imperatoris e ai loro due figli don Giiovanni, presbitero, e Sergio.

Dunque la citata Misa Cavallero era persona della metà circa del  secolo XII. Purtroppo il documento non ci dice se quella Misa era o meno nativa di Agerola. Fosse stata originaria di Amalfi o Lettere, possiamo comunque immaginare che l’aver qui una proprietà incoraggiasse anche dei congiunti maschi a trasferirvisi e, dunque, a generare una prosapia Cavaliere  ad Agerola.

Fatto sta che basta andare agli anni iniziali del Trecento per trovare tracce documentarie che attestano senza più dubbi la presenza del cognome ad Agerola [4] .

Ad esempio, possiamo ricordare quel Mattheus Cavallerius e quel Franciscus Cavallerius che figurano tra i testes che collaboravano con la  Curia pubblica di Agerola durante il periodo angioino, con rispettivamente nel  1321 e nel 1328 [5].

Sempre per il Trecento abbiamo poi due documenti che rigurdano il mulino di Pianillo, nella zona oggi detta Vertina [6].

2 nulino de la vertina

IIl mulino di La Vertina  ( < L’Averetina)   come appariva a inizio  Novecento.

 

Trattasi dei doumenti CCCCLIV e DXIII  del Codice Perris [7] dai quali si evince che erano dei Cavaliere di Agerola i proprietari dei terreni posti immediatamente a monte di detto mulino; proprietà che i Cavaliere si trasmisero di padre in figlio fino ad almeno il 1491, quando detto mulino fu acquistato dalla Universitas (cioè Comune) di Agerola [8].

Tornando al Trecento, più esattamente al 1340, troviamo un documento che elenca le 29 persone (tra cui dominano gli Agerolesi)  cui il ricco Pietro del Giudice di Amalfi aveva prestato somme [9]. Vi figura talie Rogerius Cavalerius che, insieme al figlio Pisanus, risulta debitore per 52,5 tarì siciliani  (pari a 1,75 once, ossia 50 grammi circa di oro). Non sappiamo per quale motivo Rogerio aveva chiesto soldi al del Giudice, ma  trattandosi di una cifra consistente [10], c’è da supporre che servisse o per un  acquisto di terre, o per investimenti in attività commerciali.

 

4 –Una casata in ascesa.

Le tracce documentarie e materiali che abbiamo per i secoli XV e XVII delineano un trend di complessiva ascesa sociale dei Cavaliere di Agerola. Alcune famiglie della casata, quelle più agiate economicamente, riuscirono a garantire un’istruzione superiore ai propri figli, così da farne dei preti, notai e giudici.

Ad esempio, ci risulta che nel 1415 era iudex della corte baiulare di Agerola Santoro Cavalierius [11].

Ma la massima figura espressa dalla casata nel campo della giurisprudenza fu certamente Alessio Cavaliere, che un documento di re Carlo IV di Napol, cioè  l’imperatore Carlo V d’Asburgo (1500 – 1558) qualifica come magister (professore di Legge) e come Reggente della della Gran Corte della Vicaria, la magistratura di appello di tutte le corti del Regno di Napoli, sia per le cause civili che per quelle criminali [12].

3 Alessio Cavaliere

A  confermare il fatto che il Cinquecento fu il secolo in cui i Cavaliere entrarono a far parte della aristocrazia di Agerola [13],  possiamo considerare il  rapporto di stima ed amicizia che si instaurò con gli Scatola (Schatula, come si scriveva allora). Questa casata agerolese, che poi si radicò anche a Napoli, viene ricordata per aver espresso figure importanti, quali Marino S., mastro d’atti della cancelleria angioina nel 1292; il milite nobil vir Martino  S. che tra l’altro forniva Acqua di Rose agerolesea re Roberto d’Angiò, che lo volle come consigliere e familiare e che lo nominò Portolano di Calabria; Roberto S. grande imprenditore commerciale che dominò l’import-export tra Regno di Napoli e la Sardegna durante la seconda parte del Trecnto,  [14].

Ad Agerola, precisamente a Campora, gli Scatola avevano il padtronato della chiesa di S. Giovanni Battista, forse da loro stessi fondata e ricca di sette altari e fonte battesimale [15]. Il rapporto fiduciario coi Cavalieri traspare da un atto del notaio Giovan Angelo Positano di Napoli del 9 marzo 1565. Atto col quale gli Scatola che in quell’anno avevano lo jus patronatus su detta chiesa,  alcuni dei quali cittadini di Napoli, [16], nominarono loro procuratore per la nomina del nuovo cappellano il nobile Vincenzo Cavaliero [17], un Agerolese che nobile doveva essere almeno nei modi di vivere e nei valori che lo ispiravano (more nobilium viventes), restando ancora da appurare se i Cavaliere di Agerola ebbero mai qualche titolo di nobiltà ufficialmente riconosciuto.

Per quanto riguarda altri esponenti di rilievo cella casata Cavaliere, rimando alle notizie che fornisce Angelo Mascolo nel suo libro Agerola dalle origini ai giorni nostri [18], aggiungendo solo che anche il Regio Catasto Onciario di Agerola (del 1752) rivela delle famiglie Cavaliere di condizione agiata (possidenti, artigiani, ecclesiastici, ecc.), nonché un “Monte di cas Cavaliere” che contava sulla rendita di una vasta selva a Fiobana – pari a 10 ducati annui – per fornire assistenza ai parenti che si fossero trovati in difficoltà.

 

5 –I segni lasciati nelle chiese.

Il progresso socio-culturale ed economico che alcune famiflie Cavaliere di Agerola conobbero nei secoli V e XVI è testimoniato anche da segni tangibili lasciati in alcune chiese.


4 Chiesa di S. Maria di Loreto ad Agerola

La chiesa di S. Maria di Loreto a Campora, detta anche di S. Martino

In quella di S. Maria di Loreto, che ha ospitato la parrocchia di Campora dal tardo ‘500 al 1942, i Cavalieri ebbero un altare di loro patronato e una fossa sepolcrale di famiglia. Di quest’ultima ci resta ancora la botola marmorea scolpita, tolta dal pavimento  a metà Novecento e fissata alla parete destra dell’aula alcuni anni fa. Molto usurata da secoli di calpestio (a stento vi si legge il cognome), essa reca scolpito uno stemma in scudo “sagomato” che mostra un bel motivo “cuneato” nel campo inferiore e, in quello superiore, una colomba con un piccolo rametto di ulivo nel becco (vedi foto).

 5 Stemma dei Cavaliere di Campora

Campora di Agerola, chiesa di S. Maria di Loreto. Lastra sepolcrale con stemma della locale faniglia Cavaliere (sec. XVI?).

 

Nella chiesa di S. Maria di Loreto i Cavaliere ebbero pure il diritto di cappellania sull’altare di S. Giovanni Battista [19]  e su quello di S. Trofimena; altari qui istituiti dopo che le due omonime chiese medievali erano state interdette nel 1558.  Da documenti conservati presso l’archivio parrocchiale di Campora risulta che nel primo Ottocento i Cavaliere erano ancora titolari della cappellania riunita di S. Trofimena e S. Giovanni Battista, legata agli altari che stanno rispettivamente al centro della fiancata sinistra e al centro della fiancata destra dell’aula [20].

6 Chiesa di S-- Pietro ad AgerolaPianillo di Agerola. Chiesa di S. Pietro Apostolo.

Un’altra chiea in cui troviamo tracce dei Cavaliere del Cinquecento è quella di S. Pietro Apostolo a Pianillo, casale capoluogo di Agerola almeno dai tempi della dominazione sveva. Sappiamo dalle fonti archivistiche che i Cavaliere hanno posseduto case, terreni e selve a Pianillo (oltre che a Campora) fin dal basso Medioevo. Ora, a dirci che nel Cinquecento ci fu a Pianillo una famiglia Cavaliere che era tra le più ricche del casale (se non la più ricca), sono due oggetti da loro donati alla chiesa di S. Pietro Apostolo e ancora ivi presenti. Il primo è un bel dipinto su tavola raffigurante la Madonna del Carmine con Santi (S. Giovanni Battista e S. Antonio Abate patrono di Agerola) che si trova nell’annesso oratorio della Confraternita del Carmine, già dedicata al SS. Sacramento, o Corpus Domini, nei secoli XVI e XVII. Inserito in una ricca cornice architettonica in legno dipinto, questa tavola reca in basso un piccolo cartiglio con la scritta  HOC OPUS FERI FECIT JOANNIS BATTISTA CAVALERIO A.D. 1592.

 7 Altare dei Cavaliere a Pianillo

L’opera era originariamente posta nella chiesa, sull’altare della famiglia Cavaliere dedicato, appunto,  alla Madonna del Carmine. Fu poi trasferita nell’oratorio della Confraternita tra il 1710 e il 1715 [21].

Il secondo oggetto era un fonte battesimale a catino circolare modanato su colonnina, che in anni recenti è stato purtroppo smembrato:: lil catino è diventata l’acquasantiera presso l’ingresso in chiesa; la colonnina è passata presso l’altare maggiore a reggere il Tabernacolo [22]. Sul piedistallo della colonnina  sono scolpite scritte abbreviate che ricordano il nome del donatore (Angelo Cavaliere) e la data di esecuzione (1593). Una della quattro facce del piedistallo porta scolpito quello che possiamo considerare lo stemma del ramo pianillese dei Cavaliere, il quale è stato pubblicato da Salvatore Amici [23] che così lo blasona: D’azzurro alla croce d’oro accantonata da quattro teste di cavallo al naturale. Per mancanza di indicazioni, non so dire se i colori li ricava da una fonte attendibile o se non siano, invece, ipotetici.

8 Stemma dei Cavaliere di Pianillo

 

6 –Un abbaglio del Camera

A proposito di tracce dei Cavaliere nelle chiese di Agerola, devo qui segnalare quello che a me pare un chiaro errore di ubicazione commesso dal Camera. A pagina 630 del secondo volume delle sue Memorie storico diplomatiche ecc, parlando della chiesa di S. Matteo Apostolo a Bomerano, dice che nel suo pavimento vi è una lapide sepolcrale con l’epigrafe

MARCUS ANTONIUS CAVALERIUS SEPOLTURAM PRO SE ET SUIS CONDESCENDENTIBUS FONDAVI ANNO DOMINI 1514

(Marco Antonio Cavaliere fondò questa sepoltura per se e i suoi discendenti  nell’anno del Signore 1514).

Considerato il fatto che questa lapide è di parecchi decenni  anteriore alla costruzione di quella chiesa [24] e che il brano del Camera prosegue dicendo che in S. Matteo  trovasi anche la Cappela del Carmine con l’ iscrizione “Hoc opus feri fecit Ioannis Battista Cavalerio A. D. 1592” (cose che, come abbiamo visto, stanno da secoli in S. Pietro di Pianillo), c’è da ritenere che l’autore, forse interpretando male degli appunti da lui stesso presi anni prima, riferì erroneamente alla parrocchiale di Bomerano ciò che aveva in realtà visto in quella di Pianillo.

In base a ciò ritengo che la botola sepolcrale di Marco Antonio Cavaliere stava nel pavimento di S. Pietro Apostolo, verosimilmente al piede dell’altare di famiglia di cui al citato saggio di Ida Maietta  [25].

D’altra parte, il nome Marco era molto usato dai Cavaliere di Pianillo e ne costituisce esempio quel già citato Marco Cavaliere che nel Trecento possedeva il fondo a monte del mulino de La Vertina;

Un altro esempio viene da un documento del 1645 che contiene la composizione della giunta comunale dell’epoca e che indica tale Marco Cavaliere come l’eletto a rappresentare il casale di Pianillo [26] Probabilmente i Cavaliere erano molto legati alla scomparsa chiesa pianillese di S. Marco, della quale è possibile che avessero il patronato. Non sappiamo dove esattamente  fosse ubicata quella chiesa, ma una zona indiziata è quella vicina al fondo dei Cavaliere a La Vertina [27].

 

7 – Due famosi episodi violenti.

I Cavaliere che vissero ad Agerola nel Medioevo sono noti soprattutto per due episodi che travalicano la semplice “storia di famiglia” e che hanno lasciato traccia nelle cronache storiche del Ducato di Amalfi e non solo.

Il primo di essi è del 1346  e vide protagonisti i fratelli Simone, Bartolomeo, Iuliano e Iunto Cavaliere. Capeggiando una squadra di duecento malandrini, essi assaltarono e incendiarono le proprietà dell’arciprete Orlando de Rosa e dei suoi fratelli, uno dei quali rimase ucciso nello scontro  [28].

L’altro episodio riguarda la distruzione del borgo fortificato di Pino (quel Castrum Pini fondato dagli Amalfitani nel X secolo e di cui sopravvivono una delle chiese  e molti sparsi ruderi su un colle tra Agerola e Pimonte). Varie fonti antiche attestano che essa fu operata da alcuni esponenti della famiglia Cavaliere “ex mandato Regio”, ma vi è disaccordo sulla data del fatto e su quale fu dunque il sovrano che ordinò quella distruzione ( da porsi comunque tra gli ultimi anni del Trecento e i tempi di re Ferrante d’Aragona) [ 29].

Risolvere queste incertezze e inquadrare meglio entrambi gli episodi, richiede però uno spazio che allungherebbe troppo questo già lungo mio articolo; per cui rimando gli interessati a un mio prossimo post.

 9 Pino del Ducato di Amalfi

Note

1 -C. Salvati e R. Pilone, Le pergamene del fondo “Mansi” conservatore presso il centro di cultura e storia amalfitana. Amalfi 1987, p. 32.

2- -Documento LXXI della raccolta Le pergamene dell’archivio vescovile di Amalfi e Ravello, di Jole mazzoleni, Arte Tipogtrafica, Napoli, 1973. Vol. 1, pp. 110-113.

3 – Roguardo ai roseti, che all’epoca erano detti rosari. Ricordo che cessi costituivano la base per poi ricavarne, per distillazione in corrente di vapore, quella “acqua di rose” che Agerola esportava a Napoli, portandola persino ai sovrani angioini (cfr. M. Camera, Memorie, vol. II, p. 62.

4 –Visto che i documenti d’epoca giunti fino a noi (cioè non andati persi) sono solo un infinitesimo di quelli che furono effettivamente redatti, trovare anche solo poche attestazioni per secolo di un certo cognome in un certo luogo, può essere considerato come un fortissimo indizio, se non proprio una prova,della presenza continua e numericamente consistente di quella casata in quel luogo.

5 – G. Gargano, Terra AgerulA. Evoluzione socieconomica e rivisitazione topografica nei secoli del Medioevo. Ed. Comune di Agerola e CCSA, Amalfi 2016, p.174.

6 – Di detto mulino erano allora proprietari tre enti ecclesiastici di Scala: S Marciano, il monastero di S. Giuliano al Monte Corbellano (Cervigliano)  e il monastero di S. Castaldo. Quest’ultimo possedeva anche una vicina selva, posra sulla sponda del Penise che appartiene a Campora e che lasciò i toponimi Ripa di San Cataldo (non più in uso) e San Cataldo (ancora in uso).

7 – Jole Mazzoleni e Renata Orefice (1989) – Il Codice Perris. Cartulario amalfitano; Sec. X-XV. Ed. CCSA, Amalfi 1985-1988, vol. III, pp.  904-906  e 1085-1090.

8 –Mazzoleni e Orefice, Op. cit., doc. DCX, vol. III, p. 1449 e s.

9 – Mazzoleni e Orefice, Op. cit., vol. III, pp. 1037 e s.

10 – per apprezzarne il valore di consideri che,  pochi anni prima, una proprietà fatta di « vinea et terra cum domibus et fabricis et curti » era stata pagata 90 tarì; Mazzoleni e Orefice, Op. cit., vol. III, pp. 863 e s.

11 -A. Mascolo, Agerola dalle origini ai giorni nostri, Ed. Eidos 2003, p. 378 ; R. Orefice, Le Pergamene degli Archivi Vescovili di Amalfi e Ravello, vol VI, ed. CCSA, Amalfi 1981, p. 83.

12 – M. Camera, Op. cit., vol. II, p. 623:]CCSA, Amalfi 1981, p. 83.

13 – Nel senso lato di ‘insieme delle famiglie più agiatezza, colte e politicamente influenti’.

14 – M. Camera, Op. cit., vol II, p. 620; G. Gargano, Terra Agerula. Evoluzione socio-economica e rivisitazione topografica nei secoli del medioevo” .  Ed. Comune di Agerola e CCSA, Amalfi 2016, p. 143.

15 -Verbale della visita di Mons. Montilio nel 1572. Archivio vescovile di Amalfi. Di questa chiesa, che fu anche parrocchiale, oggi non resta altro avanzo che il toponimo “San Giovanni”, applocato alla zona dove essa sorgeva.

16 – Erano: il reverendo don Giovan Luigi S. di Napoli, il nobile ed egregio Paolo S. fu Giacomo, l’onorabile Benedetto S.,  Matteo S. fu Pietro, Bartolomeo S., Matteo S. fu Francesco, Angelo S. e Sebastiano S. di Napoli .

17 – M. Camera, Op. cit., vol. II, p. 622.

18 – Ed. Micromedia 2003, pp. 378, 379, 381 e 387.

19 –Così risulta dal verbale della Visita pastorale effettuata da  Mons. Bologna del 1709 (Archivio vescovile di Amalfi), ove si specifica che detto beneficiun seu cappellania era precedentemente stato degli Scatola, per poi passare alla “famiglia di Ambrosio Cavaler”.

20 –Quello di S. Trofimena nell’Ottocento passò ad ospitare S. Francesco e ora ospita S. Gerardo.

21 –I. Maietta, Recuperi e restauri ad Agerola.Ed. Eidos, Cast.re di Stabia 1990, p.65.

22 –Si spera che a questa improvvida operazione si ponga rimedio al più presto, ricomponendo insieme le due parti e riutilizzando il tutto o come acquasantiera o come fonte battesimale.

23 –  S. Amici, Araldica Amalfitana. Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, 7/8 (1994), p.175 e figura a p. 29.

24 –Dai verbali delle visite pastorali riulta che fu edificata nel corso degli anni  Settanta e Ottanta del Cinquecento, dopo che la primitiva S. Matteo era andata in rovina, probabilmente a causa del forte sisma del 15612.

25 –Purtroppo,  le lapidi tombali che stavano in S. Matteo sono scomparse col rifacimento novecentesco del pavimento (lasciate sotto il nuovo rivestimento o rimosse e “conservate”? e dove?). In S. Pietro, che pure ha un pavimento rifatto, le lastre tombali furono affisse alle pareti. Ma tra di esse non compare quella dei Cavaliere; che potrebbe essere quella che, presentando sul retro un bel bassorilievo di S. Bernardino da Siena, sta murata con quest’ultimo in vista e l’epigrafe nascosta.

26 –Il  sindaco era Gregorio de Avitabile fu Ottaviio e gli eletti che rappresentavano gli altri casali erano Stefano Casanova per San Lazzaro, Natale de Campora per Campora e Gregorio de Avitabile per Bomerano. Cfr. Salvati e Pilone, Gli archivi dei monasteri amalfitani. Amalfi 1986, doc. n. 43, p. 201.

27 – Documenti CCCCLIV e DXIII  in Mazzoleni e Orefice, Op. cit., vol. III, pp.  904-906  e 1085-1090.

28 – N. Camera, Op. cit.,  vol.I, p. 553.

29  -G. Celoro Parascandolo, Pimonte. Pino,-Pimonte- Franche castelli amalfitani. 1968, p. 27 e s.

 

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Allevamento e attività correlate ad Agerola. Una storia cominciata millenni fa.

Nell’articolo che ho recentemente dedicato alle origini della casata De Stefano, ho segnalato anche  un dispaccio della regina Giovanna I d’Angiò, datato 18 aprile 1346 (ex Registri Angioini di Napoli; 345, fol.14 v.), dal quale risulta che tale “Marinus de Stefano de Agerula” era il primo dei tre procacciatori di carni che rifornivano le cucine della regia corte,  allora ospitata in Castel Nuovo (Maschio angioino).

Il Castel Nuovo di Napoli,  la regina Giovanna I d’Angiò e una scena di banchetto regale medievale
 

Toccava a quei tre mercanti procacciare, “in varie parti del Regno”, le bestie necessarie a soddisfare l’enorme consumo di carne che si faceva a corte; consumo che proprio quel dispaccio quantifica in 220 castrati, 20 vacche e 8 vitelli o vitelle al mese [1]

 Dato che quella segnalazione ha suscitato parecchio interesse tra i lettori, ho deciso di tornare sull’argomento offrendo qualche altra notizia storica su pastorizia, allevamento e commercio di carni ad Agerola.  Lo faccio cominciando da uno “spaccato” relativamente recente che ci illumina sulla situazione negli anni Settanta del XIX secolo:

“Presentemente si allevano in Agerola circa 1200 animali vaccini, circa 400 capre (che si mandano a pascolo in Scafati) [2] , pecore da 200 a 300 e  maiali da 800 a 900. Le vacche si danno a tenere a pascolo e le spese di erbaggio sono a carico comune tra il padrone ed il pastore; il quale, dopo dodici anni render deve al padrone, oltre del capitale di esse vacche,,vitelli e la metà del lucro” (M. Camera, Memorie …, vol. II, p. 635).

Quei pastori dell’Ottocento che nei mesi invernali portavano le greggi a pascolare sulla Piana del Sarno, proseguivano  una tradizione stabilitasi millenni prima. Infatti, l’archeologa Claude Livadie attribuisce a tale pratica pastorale le prime frequentazioni umane della conca agerolese di cui si sono trovate tracce sul terreno (ad esempio, le tracce di bivacco con cocci di terracotta dell’Età del Bronzo trovate in una grotticella nel fianco della gola  del La Rossa, tra Bomerano e Pianillo; [3]. 

Per l’Età del Ferro, l’accertata presenza di almeno una necropoli (zona Campo Sportivo S. Matteo) fa ritenere che la conca agerolese fosse ormai passata da stagionalmente frequentata a stabilmente insediata. Gli abitanti del villaggio o dei villaggi dell’epoca dovevano vivere sia di agricoltura (avvantaggiandosi del soffice e fertile suolo vulcanico ricoprente il fondo conca), sia di una pastorizia che continuava a prevedere la discesa in pianura durante i mesi più freddi dell’anno.

Le attività agricole ebbero un forte impulso in epoca romana,quando il fondo della conca agerolese fu costellato di fattorie e ville rustiche rientranti verosimilmente nel pagus di Stabia. Lo dimostrano i numerosi rinvenimenti di ruderi sepolti dall’eruzione del 79 d. C. segnalati dal Camera (op. cit., vol I, p. 4 e vol. II, p. 615)  e i casi analoghi che si sono avuti più di recente (Aniello Apuzzo, Agerola. La piccola Svizzera Napoletana. Napoli 1964, p. 22)   quasi sempre tenuti nascosti. 

Quando si pensa al periodo romano, ciò che più spesso viene in mente è l’elogio che il celebre Galeno (II secolo d. C.) fece del latte che si produceva sui colli tra Stabia e Agerola (Methodo medendi; I, de rimediis, 5, 12, 7). Troppi, però, lo citano senza aver letto il passo originale di quel grande medico dell’antichità,  così da incorrere nell’errore di credere che, allora come oggi, il latte famoso della zona fosse di mucca. Invece Galeno, scrivendo della zona di pascolo che – col suo clima e con le sue erbe – stava alla base di quel prodigioso latte, parla chiaramente di “pascuum pecoribus” (pascolo di pecore).

 

D’altre parte, in uno dei citati rinvenimenti archeologici agerolesi, sotto i resti di una tettoia che collassò per il peso delle pomici eruttate dal Vesuvio nel 79 d. C., furono trovate le ossa di molti ovini, non di bovini.

Ma torniamo al Medio Evo per dire che le carni prodotte in Agerola godettero di ottima fama presso la corte angioina di Napoli  anche molto prima che la regina Giovanna scegliesse – come abbiamo visto – un Agerolese come fornitore di bestie da macello alla sua corte..  Infatti , sempre nei Registri Angioini, vi sono tre scritture che risalgono al 1284 e che non sfuggirono allo storico Matteo Camera (Memorie storico diplomatiche ecc. vol. II, p. 634).

La prima è un  mandatum (ordine) di re Carlo I d’Angiò [4]    ai doganieri e fondacari di Amalfi  “quod emant carnes salitas in Agerula pro regia curia” , vale a dire: “che comprino in Agerola carne salata per la regia corte” (ex Registro Angioini Anno 1284 lit.A, fol. 184). Simile è il tenore della seconda, che ingiunge ai medesimi ufficiali del porto di Amalfi “quod emant in Agerolo mensina (?) carnium salitarum de porco boni odoris et saporis” (ivi, Anno 1284, lit, B, fol 146).. La terza, infine, è una provvisione con la quale la regia corte dà commissione a tale  Pietro Iovane (antica forma del cognome Iovieno)  di Agerola “ad emendum carnes salitas ad opus curiae”, vale a dire “di comprare carne salata per conto e consumo della corte”  (Fasciculor 2, fasc. 4, fol. 18).

Re CarloII d’Angiò

In epoca angioina, Agerola era dunque  rinomata non solo come terra ove si allevavano ovini e bovini che, condotti vivi a Napoli e ivi macellati, portavano squisite carni fresche sulle mense dei più ricchi;, ma anche per la qualità delle carni suine che vi si producevano, e che i nostri contadini montanari sapevano ben trasformare in  salumi in senso lato atti alla conservazione e al trasporto [5].

I casi di  Pietro Jovane  e Marino de Stefano ci mostrano poi che Agerola esprimeva anche una “classe” di mercanti che seppero farsi intermediari tra la polverizzata offerta di prodotti che veniva dai tanti piccoli allevatori e trasformatori locali e l’ingente domanda  di carne fresca e conservata che veniva dalla popolosa Napoli.

Riguardo all’allevamento dei suini, vale la pena di citare ancora una volta Matteo Camera che a pagina 692 del già citato suo volume riporta un contratto del 1390 dove – con riferimento alla vicina Ravello – si parla di mandrie di suini da   “pascendo ducere per pascua et territoria”. Evidentemente erano i querceti naturali e i boschi di castagno selvatico (dial. puntechiti)  impiantati dall’uomo fin dal secolo X, i luoghi ove si portavano a pascolare i suini. Se questa è una pratica caduta in disuso da molto  tempo, gli anziani ancora ricordano il tempo in cui, pur tenendo il maiale nella stalletta vicino casa, per la sua alimentazione si andava nei pontechiti a raccogliere sacchi e sacchi di castagne [6].

“…Né di meno ricercati erano e sono i salumi manifatturati in esso luogo, e precisamente i salsicciotti ed i prigiotti (guardati come una delle principali industrie del paese), che per la buona qualità ne faceva spedizione per fuori .

Così scrive M. Camera nel capitolo che dedica ad Agerola nel volume secondo delle sue Memorie storico diplomatiche ecc.(Salerno 1881).

Restando in tema di carne salata e spostandoci nel secolo XV, voglio riproporre un contratto commerciale steso in Amalfi nel 1485 davanti al notaio de Campulo. Lo riprendo dalle Memorie del Canera  op. cit., vo. II, p. 635), dove è così riportato:

“Orlando Imperato dì Agerola, insieme a Cristofaro e Nicoloso Salato di Amalfi, vendono al nobile Gabriele d’ Afflitto e al di lui figlio Nardo Antonio di Castellammare di Stabia, per conto de’ nobiluomini Francesco e Battista Lomellino di Genova, mercanti,  “dugentocinquanta cantaja di carne salata a la genovesa  di maiale pro pretio habito inter eos tarenorum undecim   de carolenis argenti ddictarum carnium pro quolibet cantario; item cantaria  vigintiquinque de assongia  ad rationem tarenorum undecim de carolenis argenti pro quolibet cantario; et cantaria alia vigintiquinque ansogne ad rationem tarenorum quatuordecim de caroleni argenti pro quolibet cantario. Item cantaria vigintiquinque de supressatis ad rationem tarenorum decem et septem et grana decem de carolenis argenti pro quolibet cantario; et cantaria vigintiquinque presutiorum suorum  seu porcorum ad rationem tarenorum quatuordecim de caroleni argenti pro quolibet  cantario; que tota pecunia faciunt  summam ducatorum octuagentorum viginti septem,  tarenor. duorum et grana decem de carolenis argenti”

Il senso della parte in latino tardo è il seguente: “250 cantaria (1 cantario = 90 kg) di carne suina  salata alla genovese al prezzo di 11 tarì al cantario, più 25 cantaria di sugna al prezzo di 11 tarì al cantario, più altri 25 cantaria di sugna al prezzo di  14 tarì al cantario, più  25 cantaria  di soppressate  al prezzo di 17 tarì e 10 grana al cantario e, infine, 25 cantaria di prosciutti  di maiale al prezzo di 14 tarì al cantario; che in totale assommano a 827 ducati, 2 tarì e 10 grana da pagarsi in carlini d’argento”. [7].  Si trattava di una enorme partita di salumi vari  (dal peso complessivo di  350 cantaria, ossia 315 quintali) che attiene senza dubbio alla mercatura all’ingrosso. Gli acquirenti, cioè i due d’Afflitto, avrebbero poi rivenduto quei prodotti, suddivisi e scaglionati in partite più piccole, sui mercati di Amalfi, Castellammare e Napoli (se non anche oltre).

Le tipologie di prodotti trattati vanno dalla carne salata alla sugna di due diverse qualità, nonché soppressate e  prosciutti. La menzione separata di questi ultimi ci fa capire che col termine “carne salata” si intendeva qualcosa di diverso:  pancetta, spalla, guanciale o altre forme di salume a pezzo intero. Ciò che mi preme sottolineare qui è il ruolo di Orlando Imparato e dei suoi due soci amalfitani. Il Camera presenta il documento in questione come una prova della esportazione di salumi nostrani verso fuori (verso Genova, nel caso specifico), ma a me pare, dal testo, che, mentre a comprare sono i d’Afflitto (padre in Amalfi e figlio a Castellammare), a vendere sono, si, l’Imparato e i fratelli Salato, ma “per conto di”  Francesco e Battista Lomellino di Genova. Cioè,  che Orlando Imparato, Cristofaro e Nicoloso Salato agivano come procuratori dei Lomellino di Genova, aiutandoli a vendere in Campania (quella volta ai d’Afflitto) dei prodotti che i Lomellino raccoglievano in Liguria. Ciò spiega anche il fatto che quel contratto, parlando delle 250 cantaria di carne suina salata, aggiunge “a la genovese”.

Inoltre, in questo documento trovo due aspetti interessanti: il primo riguarda il fatto che i d’Afflitto non comprarono direttamente dai Lomellino, ma si avvalsero della intermediazione della società Imparato – Salato. Ciò porta a credere che quest’ultima  tenesse migliori contatti con Genova, piazza sulla quale doveva aver già operato altre volte e dove forse aveva, o mandava spesso, un suo rappresentante.

Il secondo aspetto interessante sta nella sostanza del contratto e specificatamente  nella  “stranezza” di importare dalla lontana Liguria dei prodotti che certamente si producevano in abbondanza anche in Campania e nel Regno di Napoli pIù in generale.

Evidentemente, si doveva trattare di una importazione di carattere emergenziale e, vista la data d el contratto, io credo che l’emergenza cui far fronte era quella introdotta dalla Congiura dei Baroni (1485 – 1487).  Come è noto, durante quella ribellione di molti nobili feudatari del Regno contro i d’Aragona (con in testa Antonello Sanseverino) un importante passo strategico fu quello di impedire le comunicazioni tra il re ed il resto del Regno impedendo il transito attraverso quei territori intorno a Napoli di cui i ribelli erano feudatari.

Ciò dovette ostacolare non poco anche i rifornimenti alimentari alla popolosa capitale, per cui non meraviglia affatto che si furono dei mercanti che reagirono tempestivamente con acquisti al di fuori del Regno, da far giungere a Napoli via mare.

Note
1- Fatta una stima grossolana, quel totale mensile di bestie equivale aun consumo di  circa 4 quintali al giorno, cui andrebbero aggiunti la selvaggina procurata per altre vie e il pesce che sostituiva la carne nei giorni di magro. Per quanto si voglia pensare che una parte di quella carne (i tegli di minor pregio) andasse sulla mensa del personale di servizio (militari, scudieri, domestici e servi) e pur stimando in alcune decine i  nobili e gli assimilati viventi a corte, rimane confermato quell’abuso di carne che, da una parte, costituiva simbolo di potere e opulenza e, dall’altro, fece della gotta la malattia dei nobili e dei ricchi di quei secoli.
2 -La cosa avveniva in inverno, quando i pascoli di montagna erano o esauriti o coperti di neve, per poi riportare e le greggi ad Agerola  in primavera;  secondo l’ uso della “transumanza verticale” o monticazione o alpeggio che dir si voglia.
3 – Albore Livadie C. (2010)  La Campania media e la Penisola sorrentino-amalfitana dall’età del Rame all’età del Ferro: alcune situazioni a confronto. ”. In: “Sorrento e la Penisola Sorrentina tra Italici, Etruschi e Greci nel contesto della Campania antica”,  Scienze e Lettere; Roma.
4 –Il sovrano, dopo aver sottratto agli Svevi in sud Italia nel 1266-68, aveva da poco trasferito da Palermo a Napoli, avviandone un deciso rinnovamento urbanistico. Ad  Agerola, come a diversi altri centri dell’ex ducato autonomo di Amalfi, venne confermato il privilegio di dipendere direttamente dalla corona (era nel Regio Demanio), ma  nel 1294  Carlo II d’Angiò, figlio di Carlo I, la concesse in feudo al valoroso condottiero francese Hugo de Sully (vedi LE TAPPE DEL FEUDALESIMO AD AGEROLA E NEL DUCATO D’AMALFI su questo blog.
5 –Come abbiamo visto, la carne suina salata giungeva a Napoli via mare, partendo da quel porto di Amalfi ove gli Agerolesi la portavano a spalla, giù per le migliaia di scalini che oggi percorrono solo quasi i turisti trekkers.
6 –Nei boschi presenti sui monti intorno Agerola vi si andava anche per raccogliere e portare nelle stalle (non di rado percorrendo chilometri a piedi) le frasche di castagno dalle quali le mucche brucavano le foglie; nonché, in autunno, per raccogliere lenzuolate di foglie secche da spargere sul pavimento della stalla come oggi si fa con la paglia che arriva in balle da fuori.
7 -Anche per i prezzi unitari dei vari prodotti venduti,  il testo roiginale specifica che devono pagarsi in carlini d’argento; moneta equivalente a 2 tarì che fu introdotta in epoca angioina, ma fu  coniata – con diversi sovrani effigiati – fino al tempo dei Borbone.
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Quando giocare significava muoversi e interagire concretamente con i compagni.

Dai ricordi di bambini e ragazzi di una volta, un opuscolo utile a riproporre giochi e filastrocche tradizionali ai piccoli di oggi.

x.jpgLo scorso gennaio, nel celebrare la sesta edizione della Giornata Nazionale del dialetto (encomiabile iniziativa dell’UNPLI cui ha sempre aderito la Pro Loco di Agerola), abbiamo presentato al pubblico una raccolta intitolata “Giochi e filastrocche per bambini e ragazzi dell’Agerola che fu”. Compilata dallo scrivente (Aldo Cinque), essa si basa su testimonianze orali raccolte tra coloro i quali …furono bambini decenni fa, talora contattandoli direttamente e talatra facendoli intervistare dagli alunni delle locali scuole elementari e medie.

Visto che il prossimo 1 luglio, nell’ambito dei festeggiamenti in onore di Maria SS. Delle Grazie, ci sarà anche una fase dedicata alla riscoperta di alcuni antichi giochi per bambini e ragazzi, pubblico qui il file Pdf della menzionata raccolta, così che tutti gli interessati – grandi e piccoli – possano leggerla, stamparla e divulgarla ulteriormente.

CLICCA QUI PER SCARICARE IL FILE

Vecchi giochi e filastrocche

P.S.: I festeggiamenti di cui sopra includeranno anche un Laboratorio di Slow Food dedicato alla stagionalità dei prodotti agro-alimentari, stand gastronomici e, in serata, oltre a riti religiosi, degustazioni e il 1° Festival di canti popolari, con l’esibizione di quattro formidabili gruppi di tammorra. Una intera giornata da non perdere!

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Antiche famiglie agerolesi: i de Stefano.

Quando, tra il XII e il XIII secolo, tornarono in uso i cognomi [ 1],  per formarli si attinse abbastanza spesso al nome del padre o del nonno. A questa tipologia appartine “di/de Stefano” ed essendo Stephanos un nome abbastanza usato in quei secoli, c’è da sospettare che diverse casate, in luoghi e tempi diversi, assunsero quel cognome.

Come dimostrano i dati di distribuzione geografica reperibili sul sito www.cognomix.it (vedi figura), il cognome de Stefano è presente un po’ in tutt’Italia, ma vede la Campania staccare di molto le altre regioni. All’interno della Campania, è in testa la provincia di Napoli, con picco di frequenza percentuale nel comune di Agerola.

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Mappe di distribuzione del cognome de Stefano da Cognomix

Stando ai documenti medievali che sono giunti fino a noi, ad Agerola i de Stefano sono presenti almeno dal 1282, data in cui tale Petrus de Stephano firma come teste un atto notarile redatto dal notaio Iohannes Pagurillus in presenza del giudice  Iacobus Crisconus (oggi Criscuolo) e dell’altro tesimone Iohannes de Vitablo (oggi Avitabile) [2] .

A far sospettare una presenza ancora più antica vi è poi il fatto che nella limitrofa Pogerola troviamo una attestazione che risale al 1126. Si tratta di un atto di compravendita nel quale compare una monaca di nome  Drosu che si dice figlia di tal Pietro de Stefano [3] .

 

I de Stefano di Ponte

La zona di Agerola dove la presenza dei de Stefano è più cospicua e più antica è il casale di Ponte, addensato intorno alla chiesa di S. Nicola Matteo Camera [4], parlando di quella chiesa, dice che una relazione vescovile del 1639 (dev’essere dell’arcivescovo d’Amalfi Angelo Pichi), riporta una tradizione orale secondo la quale detta chiesa fu una volta (olim) di patronato della famiglia de Stefano (ut habetur per traditione seniorum). Quello stesso anno, il Pichi trovò la chiesa così “malconcia” da interdirla al culto e ordinarne la ricostruzione (cosa che avvenne di lì a poco nelle forme che oggi vediamo). Nel nuovo edificio i de Stefano mantennero il patronato dell’altare di sinistra, sul quale vediamo una tela della Madonna del Rosario che reca in basso lo stemma della famiglia.

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              L’altere dei de Stefano nella chiesa di S. Nicole di Agerola

Ed è proprio l’emblema di famiglia a confermare il forte legame – quasi di identificazione – che ebbero i de Stefano col casale Ponte. Infatti, esso è dominato da un ponte a tre arcate che non esiterei ad identificare con quello che attraversa la gola del Penise a breve distanza dalla chiesa di S. Nicola (non a caso detta S. Nicola a lo ponte nei documenti medievali)  e che mostrava tre belle arcate in pietra fino a una cinquantina di anni fa, quando finì tristemente annegato  in un ampliamento in calcestruzzo armato e a campata unica. La parte superiore dello stemma, che è di tipo “spaccato”, è d’azzurro con tre stelle d’oro in linea orizzontale.

Forse furono già i de Stefano del tardo Duecento a stabilirsi nella zona di Ponte, mentre è assolutamente certo che vi avevano proprietà a inizio Trecento. Infatti, una pergamena del 1329 ci segnala a Ponte di Agerola i fondi agricoli di vari de Stefano [5]

A dirci che già nel Trecento l’economia della casata de Stefano  non dipendeva solo da mere attività agricole, vi è poi un documento del 1340 che indica l’Agerolese  Martucio de Stefano come percettore di un cospicuo prestito (ben 360 tarì) da parte del ricco mercante amalfitano Pietro del Giudice [6]; somma che quasi certamente Martucio investì in qualche forma di commercio.

 

 L’espansione verso San Lazzaro  e Campora

Oltre  che a Ponte, i de Stefano sono oggi numerosi anche a San Lazzaro. In quest’altro casale di Agerola essi sono presenti almeno dal tardo Cinquecento, visto che un documento del 1593 segnala proprietà di tale Giovanni Sturione de Stedano al luogo  La Cammarella e di  Pacello e Antonio de Stefano nella pubblica piazza di San Lazzaro [7]. Anche nella parrocchiale di San Lazzaro (SS. Annunziata) i de Stefano ebbero un altare di loro patronato con annessa fossa sepolcrale. Detto altare di famiglia, che acquisirono non più tardi del 1703, era dedicato alla Madonna dell’Arco [8]  e l’interessante dipinto che l’adornava (oggi collocato nella annessa Cappella della confraternita) reca in basso lo stesso stemma che abbiamo visto in S. Nicola al Ponte.

Un segno della secolare presenza dei de Stefano lo troviamo anche nella chiesa di S. Maria di Loreto a Campora (detta anche “di S. Martino” e sede della la parrocchia di Campora fino al 1942). Qui abbiamo infatti un altare che reca in alto uno stemma bipartito che combina l’arma dei de Stefano con quella dei Cavaliere, segno di un co-patronato che nacque verosimilmente a seguito di un matrimonio.

Da Agerola a Napoli

Tra i de Stefano di Agerola sorsero relativamente presto dei nuclei familiari di condizione agiata (se non ricchi) che poterono permettersi il lusso di far studiare dei figli e avviarli così nel mondo delle Arti Maggiori, da esercitarsi nella zona d’origine o, con migliori prospettive, a Napoli. A testimoniarci un caso di perfetta riuscita del percorso è una scrittura del 9 giugno 1336 [9]  rogata in Napoli e riguardante l’esecuzione di volontà testamentarie di Bartolomeo de Capua, noto logotheta e protonotario del Regno in epoca angioina [10]. Tra i legali che firmarono quell’importante atto troviamo infatti il notaro Iacobus de Stephano  de Agerulo, con anche la specifica “Civis Neapolis” (cittadino di Napoli).

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Ma ad emigrare verso la capitale del Regno non era solo chi perseguiva un’alta istruzione e una carriera da professionista o curiale. Altri ci andavano forti di un mestiere appreso stando a bottega presso un artigiano di Agerola o di Amalfi. Altri ancora si radicavano a Napoli dopo averla frequentata per anni come piccoli mercanti che smerciavano nella capitale i prodotti della loro terra natia. A questa terza tipologia credo che si possa riferire  il caso  di Marino de Stefano, da me recentemente scoperto spulciando i Registri Angioini di Napoli. Mi riferisco in particolare al documento datato 18 aprile 1346 e firmato dalla regina Giovanna I d’Angiò (Registri Angioini, 354, f. 14v.). Esso riveste notevole interesse anche perché ci fa sapere quale enorme consumo di carne si faceva a palazzo a quei tempi : la bellezza di 220 castrati, 20 vacche e 8 vitelli o vitelle al mese!. Ma il motivo per cui lo cito in questa sede sta nella parte in cui la regina segnala ai doganieri i nomi dei  tre mercanti (ivi detti beccai) che erano addetti ad approvvigionare di carne la corte angioina, procurando le bestie “in varie parti del Regno”. Qui troviamo, al primo posto, “Marinus de Stefano de Agerula”, seguito da Dimino de Forma e da Stefano Merula.

 

 

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                               Scena di banchetto aristocratico medievale

 Un ceppo di origine francese.

I già citati Registri Angioini di Napoli furono consultati pure dallo scrittore e tipografo Ottavio Beltrano (attivo tra fine ‘500 e inizio ‘600) mentre lavorava alla sua Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici province (Napoli 1604). Analogamente a quanto fece per altre famiglie feudatarie del suo tempo (specie se di recente nobiltà e desiderose di crearsi antiche e illustri ascendenze) il Beltramo cercò negli archivi storici  dei possibili antenati di quei di  Stefano di Napoli che all’epoca erano feudatari di varie terre del Regno [11].

Per quanto non sia affatto dimostrato che i di Stefano di epoca angioina scovati dal Beltrano siano degli antenati dei di Stefano suoi contemporanei, è comunque molto utile leggere ciò che l’autore estralcia dai Registri Angioini:

a)                Pietro di Stefano “assai caro e fedele al suo Re”, appellato come  Nobil Vir e Milite( Registro di Carlo II nell’anno 1299, lit.. A, f.147);

b)                Berrado di Stefano signore di Lambisco che per i meriti dei suoi avi  ricevette, per se e suoi successori, la regia esenzione dai pagamenti fiscali (Reg. di Carlo II, anno 1306, lit.B, fol. 40). Tale privilegio fu poi riconfermato nel 1425 (Reg. della regina Giovanna II,  fasc. 44, fol. 175);

c)                Albino di Stefano,che per i servigi resi alla Corona e ”per esser derivato da sì nobil pianta” fu creato familiare del Re. (Reg. di Re Roberto, annol 1310, lit. C, fol. 171);

d)                Cutio di Stefano, nominato consigliere, ciamberlano e familiare del Re (Reg. di re Roberto, anno 1327, li. B, fol. 21);

e)                I fratelli Andrea, Balduino e Marco di Stefano, tutti onorati del titolo di milite, cioè cavaliere (Reg. della regina Giovanna I,  anno 1342, lit. B, fol.32);

f)                  Batolomeo di Stefano, che nel 1408 Re  Ladislao ammise a corte, con una provvigione annua di 100 scudi, come segno di riconoscenza per un prestito di 2000 ducati.

Una cosa di cui il Beltrano non pare accorgersi (non facendone cenno alcuno) è la probabile origine francese di almeno i primi personaggi dell’elenco. Ed è’ una probabilità che diventa certezza per quel Berrado di Stefano (“b”) che viene indicato come  Signore di Lambisco, visto che dietro questo toponimo italianizzato va certamente riconosciuto il villaggio provenzale di Lambesc [12].  A ulteriore riprova, cito il dato storico che, all’epoca, i feudatari di quella terra provenzale  erano i  d’Etienne;  cognome che fu facilmente italianizzato in di Stefano, dato che Etienne è appunto l’equivalente francese del nome Stefano.

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                                                Panorama di Lambesc

Alla luce di ciò, si fa consistente anche l’ipotesi che il citato Pietro di Stefano (lettera “a” dell’elenco qui sopra) possa coincidere con il Pierre d’Etiemme cavaliere di Lambesc che compare nei registri di re Carlo II d’Angiò conservati a Aix en Provence (lettera B, foglio 40; cfr. R. de Briancon, op. cit., p 21).

Si fa dunque strada l’ipotesi che tra i de Stefano che sono oggi presenti in Italia meridionale, soprattutto in Campania, ci siano anche dei discendano di cavalieri provenzali scesi a Napoli per sostenere militarmente i duchi d’Angiò nella conquista e nella difesa del loro nuovo regno. Come è noto, molti di quei cavalieri  non rientrarono in Francia, venendo invece inseriti stabilmente nei quadri di rango dell’esercito napoletano e/o ricevendo possedimenti feudali quale premio per i servigi da loro resi in battaglia e, nel contempo, garanzia di fedeltà ai sovrani angioini dei territori e castelli loro affidati.

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 Resta da chiedersi se nacquero dal ceppo di origine provenzale (ex d’Etienne) anche i de Stefano di Agerola. A tal proposito va osservato che la prima attestazione agerolese del cognome (1282) è, si, precedente all’arrivo dei Provenzali a Napoli (1266), ma riguarda un personaggio (Marinus de Stefano) che è difficile considerare  parente di un nobile cavaliere giunto a Napoli solo 16 anni prima. Egli ha un nome di battesimo tipicamente napoletano e amalfitano, risulta analfabeta ((firma l’atto del 1282 signum crucis proprie manus) e, per essere scelto come teste di scritture pubbliche, doveva essere persona adulta ben nota e stimata in paese.  D’altra parte, abbiamo visto che a Pogerola (casale di Amalfi confinante con Agerola) il cognome de Stefano esisteva già nel  1126, data ben anteriore all’arrivo dei d’Etienne a Napoli.

Note
1 -Cosa simile al cognome era stata, in epoca Romana, il nomen. Nella stringa di designazione di un individuo esso compariva al secondo posto e indicava la gens di appartenenza. Prima di esso si indicava il prenomen (che  designava la singola persona come fa oggi il nome di battesimo), mentre al terzo posto avevamo il cognomen, che era una sorta di soprannome della famiglia. Ad esempio:  Marco (prenomen) Tullio (nomen) Cicerone (cognomen). A volte si aggiungeva un quarto termine di tipo onorifico  (agnomen), come nel caso del celebre Publio Cornelio Scipione Africano.
2 — J. Mazzoleni e R. Orefice, Il Codice Perris. Cartulario amalfitano, sec. X-XV (Amalfi 1985),vol.  II, pp. 721 e seg.
3 – Ib. – J. Mazzoleni e R. Orefice, Il Codice Perris. Cartulario amalfitano, sec. X-XV (Amalfi 1985), vol. I,p. 189.
4-M. Camera, Memorie storico diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi. (Salerno 1881), vol. II, p. 627.
5 -C. Salvati e R. Pilone, Gli archivi dei monasteri amalfitanei (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità) 860-1645. Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, Fonti – 2. 1Amalfi 986, p. 100.
6 – J. Mazzoleni e R. Orefice, op. cit., vol. III, p. 1037-1049.
7 –C. Salvati e R. Pilone (1986)  “Gli archivi dei monasteri amalfitani (S. Maria di Fontanella, S. Maria dominarum e  SS. Trinità) anni 860-1645” .Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, Collana Fonti, 2 (1986) pp. 188-189.
8 -A. Mascolo, Agerola. Dalle origini ai giorni nostri. 2003, p. 285
9 -C. Minieri Riccio, Cenni storici intorno i Grandi Uffizii del Regno di Sicilia duranti il regno di Carlo I. d’Angio (1872) pp.154- 156
10 -Nel Regno di Sicilia, il logoteta era un alto ufficiale con funzioni di segretario del re etalora – come im questo caso e nel caso di  Pier delle Vigne – anche di protonotario, cioè di magistrato preposto al controllo dei notai addetti alla redazione degli atti della cancelleria regia. Bartolomeo de Capua nacque a Capua nel 1248 e si laureò in legge a Napoli, nel cui ateneo fu poi professore. Per la sua alta competenza, re Carlo I d’Angiò lo volle come familiare e consigliere. Nel 1290 re Carlo II lo nominò protonotario del Regno, funzione per la quale si avvalse di due vice-protonotari: Andrea d’Isernia e Andrea Acconzaioco da Ravello. La carica di logothete gli venne assegnata nel febbraio del 1296.
11 – E’ lo stesso Beltrano, nel capitolo dedicato a Casella (oggi Caselle in Pittari, Cilento) a dirci che ”Pietro di Stefano nel 1522   comprò le terre di Accadia e Santo Mango nella provincia di Principato Ultra, e in Principato Citra le terre di Casella, Sicili e Morgerale”. Va precisato che altre attendibili fonti   (ad esempio E. Ricca, La Nobilità del regno delle due Sicilie, (Napoli1859), vol.1,  p.11]  datano al 1547  l’acquisto del feudo di Accadia e del connesso titolo di Barone.
12 -D. Robert de Brianson. L’Etat de la Provence dans sa noblesse (Parigi 1693) vol.2, p. 21.
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Antiche famiglie di Agerola: i de Stefano.

Quando, tra il XII e il XIII secolo, tornarono in uso i cognomi [ 1],  per formarli si attinse abbastanza spesso al nome del padre o del nonno. A questa tipologia appartine “di/de Stefano” ed essendo Stephanos un nome abbastanza usato in quei secoli, c’è da sospettare che diverse casate, in luoghi e tempi diversi, assunsero quel cognome

Come dimostrano i dati di distribuzione geografica reperibili sul sito www.cognomix.it (vedi figura), il cognome de Stefano è presente un po’ in tutt’Italia, ma vede la Campania staccare di molto le altre regioni. All’interno della Campania, è in testa la provincia di Napoli, cn picco di frequenza percentuale nel comune di Agerola.

 

 

 

 

 

Mappe di distribuzione del cognome de Stefano da Cognomix

 

Stando ai documenti medievali che sono giunti fino a noi, ad Agerola i de Stefano sono presenti almeno dal 1282, dta in cui tale Petrus de Stephano firma come teste un atto notarile  redatto dal notaio Iohannes Pagurillus in presenza del giudice  Iacobus Crisconus (oggi Criscuolo) e dell’altro tesimone Iohannes de Vitablo (oggi Avitabile) [2] .

A far sospettare una presenza ancora più antica vi è poi il fatto che nella limitrofa Pogerola troviamo una attestazione che risale al 1126. Si tratta di un atto di compravendita nel quale compare una monaca di nome  Drosu che si dice figlia di tal Pietro de Stefano [3] .

 

 

I de Stefano di Ponte

La zona di Agerola dove la presenza dei de Stefano è più cospicua e più antica è il casale di Ponte, addensato intorno alla chiesa di S. Nicola Matteo Camera [4], parlando di quella chiesa, dice che una relazione vescovile del 1639 (dev’essere dell’arcivescovo d’Amalfi Angelo Pichi), riporta una tradizione orale secondo la quale detta chiesa fu una volta (olim) di patronato della famiglia de Stefano (ut habetur per traditione seniorum). Quello stesso anno, il Pichi trovò la chiesa così “malconcia” da interdirla al culto e ordinarne la ricostruzione (cosa che avvenne di lì a poco nelle forme che oggi vediamo). Nel nuovo edificio i de Stefano mantennero il patronato dell’altare di sinistra, sul quale vediamo una tela della Madonna del Rosario che reca in basso lo stemma della famiglia.

 

 

 

 

 

 

L’altere dei de Stefano nella chiesa di S. Nicole di Agerola

 

Ed è proprio lì emblema di famiglia a confermare il forte legame – quasi di identificazione – che ebbero i de Stefano col casale Ponte. Infatti, esso è dominato da un ponte a tre arcate che non esiterei ad identificare con quello che attraversa la gola del Penise a breve distanza dalla chiesa di S. Nicola (non a caso detta S. Nicola a lo ponte nei documenti medievali)  e che mostrava tre bemme arcate in pietra fino a una cinquantina di anni fa, quando finì tristemente annegato  in un ampliamento in calcestruzzo armato e a campata unica. La parte superiore dello stemma, che è di tipo “spaccato”, è d’azzurro con tre stella d’oro in linea orizzontale.

Forse furono già i de Stefano del tardo Duecento a stabilirsi nella zona di Ponte, mentre è assolutamente certo che vi avevano proprietà a inizio Trecento. Infatti, una pergamena del 1329 ci segnala a Ponte di Agerola i fondi agricoli di vari de Stefano [5]

A dirci che già nel Trecento l’economia della casata de Stefano  non dipendeva solo da mere attività agricole, vi è poi un documento del 1340 che indica l’Agerolese  Martucio de Stefano come percettore di un cospicuo prestito (ben 360 tarì) da parte del ricco mercante amalfitano  Pietro del Giudice [6]; somma che quasi certamente Martucio investì in qualche forma di commercio.

 

 

L’espansione verso San Lazzaro  e Campora

Oltre  che a Ponte, i de Stefano sono oggi numerosi anche a San Lazzaro. In quest’altro casale di Agerola essi sono presenti almeno dal tardo Cinquecento, visto che un documento del 1593 segnala proprietà di tale Giovanni Sturione de Stedano al luogo  La Cammarella e di  Pacello e Antonio de Stefano nella pubblica piazza di San Lazzaro [7]. Anche nella parrocchiale di San Lazzaro (SS. Annunziata) i de Stefano ebbero un altare di loro patronato con annessa fossa sepolcrale. Detto altare di famiglia, che acquisirono non più tardi del 1703, era dedicato alla Madonna dell’Arco [8]  e l’ interessante dipinto che l’adornava (oggi collocato nella annessa Cappella della confraternita) reca in basso lo stesso stemma che abbiamo visto in S. Nucola al Ponte.

Un segno della secolare presenza dei de Stefano lo troviamo anche nella chiesa di S. Maria di Loreto a Campora (detta anche “di S. Martino” e sede della la parrocchia di Campora fino al 1942). Qui abbiamo infatti un altare che reca in alto uno stemma bipartito che combina l’arma dei de Stefano con quella dei Cavaliere, segno di un co-patronato che nacque verosimilmente a seguito di un matrimonio

 

 

Da Agerola a Napoli

Tra i de Stefano di Agerola sorsero relativamente presto dei nuclei familiari di condizione agiata (se non ricchi) che poterono permettersi il lusso di far studiare dei figli e avviarli così nel mondo delle Arti Maggiori, da esercitarsi nella zona d’origine o, con migliori prospettive, a Napoli. A testimoniarci un caso di perfetta riuscita del percorso è una scrittura del 9 giugno 1336 [9]  rogata in Napoli e riguardante l’esecuzione di volontà testamentarie di Bartolomeo de Capua, noto logotheta e protonotario del Regno in epoca angioina [10]. Tra i legali che firmarono quell’importante atto troviamo infatti il notaro Iacobus de Stephano  de Agerulo, con anche la specifica “Civis Neapolis” (cittadino di Napoli).

 

 

 

 

 

 

 

Ma ad emigrare verso la capitale del Regno non era solo chi perseguiva un’alta istruzione e una carriera da professionista o curiale. Altri ci andavano forti di un mestiere appreso stando a bottega presso un artigiano di Agerola o di Amalfi. Altri ancora si radicavano a Napoli dopo averla frequentata per anni come piccoli mercanti che smerciavano nella capitale i prodotti della loro terra natia. A questa terza tipologia credo che si possa riferire  il caso  di Marino de Stefano, da me recentemente scoperto spulciando i Registri Angioini di Napoli. Mi riferisco in particolare al documento datato 18 aprile 1346 e firmato dalla regina Giovanna I d’Angiò (Registri Angioini, 354, f. 14v.). Esso riveste notevole interesse anche perché ci fa sapere quale enorme consumo di carne si faceva a palazzo a quei tempi : la bellezza di 220 castrati, 20 vacche e 8 vitelli o vitelle al mese!. Ma il motivo per cui lo cito in questa sede sta nella parte in cui la regina segnala ai doganieri i nomi dei  tre mercanti (ivi detti beccai) che erano addetti ad approvvigionare di carne la corte angioina, procurando le bestie “in varie parti del Regno”. Qui troviamo, al primo posto, “Marinus de Stefano de Agerula” , seguito da Dimino de Forma e da Stefano Merula.

 

 

 

 

 

 

 

Scena di banchetto aristocratico medievale

Un ceppo di origine francese.

I già citati Regitri Angioini di Napoli furono consultati pure dallo scrittore e tipografo Ottavio Beltrano (attivo tra fine ‘500 e inizio ‘600) mentre lavorava alla sua Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici province (Napoli 1604). Analogamente a quanto fece per altre famiglie feudatarie del suo tempo (specie se di recente nobiltà e desiderose di crearsi antiche e illustri ascendenze) il Beltramo cercò negli archivi storici  dei possibili antenati di quei di  Stefano di Napoli che all’epoca erano feudatari di varie terre del Regno [11].

Per quanto non sia affatto dimostrato che i di Stefano di epoca angioina scovati dal Beltrano siano degli antenati dei di Stefano suoi contemporanei, è comunque molto utile leggere ciò che l’autore estralcia dai Registri Angioini:

a)                Pietro di Stefano “assai caro e fedele al suo Re”, appellato come  Nobil Vir e Milite( Registro di Carlo II nell’anno 1299, lit.. A, f.147);

b)                Berrado di Stefano signore di Lambisco che per i meriti dei suoi avi  ricevette, per se e suoi successori, la regia esenzione dai pagamenti fiscali (Reg. di Carlo II, anno 1306, lit.B, fol. 40). Tale privilegio fu poi riconfermato nel 1425 (Reg. della regina Giovanna II,  fasc. 44, fol. 175);

c)                Albino di Stefano,che per i servigi resi alla Corona e ”per esser derivato da sì nobil pianta” fu creato familiare del Re. (Reg. di Re Roberto, annol 1310, lit. C, fol. 171);

d)                Cutio di Stefano, nominato consigliere, ciamberlano e familiare del Re (Reg. di re Roberto, anno 1327, li. B, fol. 21);

e)                I fratelli Andrea, Balduino e Marco di Stefano, tutti onorati del titolo di milite, cioè cavaliere (Reg. della regina Giovanna I,  anno 1342, lit. B, fol.32);

f)                  Batolomeo di Stefano, che nel 1408 Re  Ladislao ammise a corte, con una provvigione annua di 100 scudi, come segno di riconoscenza per un prestito di 2000 ducati.

Una cosa di cui il Beltrano non pare accorgersi (non facendone cenno alcuno) è la probabile origine francese di almeno i primi personaggi dell’elenco. Ed è’ una probabilità che diventa certezza per quel Berrado di Stefano (“b”) che viene indicato come  Signore di Lambisco, visto che dietro questo toponimo italianizzato va certamente riconosciuto il villaggio provenzale di Lambesc [12].  A ulteriore riprova, cito il dato storico che, all’epoca, i feudatari di quella terra provenzale  erano i  d’Etienne;  cognome che fu facilmente italianizzato in di Stefano, dato che Etienne è appunto l’equivalente francese del nome Stefano.

 

 

 

 

Panorama di Lambesc

Alla luce di ciò,si fa consistente anche l’ipotesi che il citato Pietro di Stefano (lettera “a” dell’elenco qui sopra) possa coincidere con il Pierre d’Etiemme cavaliere di Lambesc che compare nei registri di re Carlo II d’Angiò conservati a Aix en Provence (lettera B, foglio 40; cfr. R. de Briancon, op. cit., p 21).

Si fa dunque strada l’ipotesi che tra i de Stefano che sono oggi presenti in Italia meridionale, soprattutto in Campania, ci siano anche dei discendano di cavalieri provenzali scesi a Napoli per sostenere militarmente i duchi d’Angiò nella conquista e nella difesa del loro nuovo regno. Come è noto, molti di quei cavalieri  non rientrarono in Francia, venendo invece inseriti stabilmente nei quadri di rango dell’esercito napoletano e/o ricevendo possedimenti feudali quale premio per i servigi da loro resi in battaglia e, nel contempo, garanzia di fedeltà ai sovrani angioini dei territori e castelli loro affidati.

M medievale rappresentante la celebre battaglia di Tagliacozzo (1268), decisiva dello scontro tra Svevi e Angioini in Italiameridionale.

 Resta da chiedersi se nacquero dal ceppo di origine provenzale (ex d’Etienne) anche i de Stefano di Agerola. A tal proposito va osservato che la prima attestazione agerolese del cognome (1282) è, si, precedente all’arrivo dei Provenzali a Napoli (1266), ma riguarda un personaggio (Marinus de Stefano) che è difficile considerare  parente di un nobile cavaliere giunto a Napoli solo 16 anni prima. Egli ha un nome di battesimo tipicamente napoletano e amalfitano, risulta analfabeta ((firma l’atto del 1282 signum crucis proprie manus) e, per essere scelto come teste di scritture pubbliche, doveva essere persona adulta ben nota e stimata in paese.

D’altra parte, abbiamo visto che a Pogerola (casale di Amalfi confinante con Agerola) il cognome de Stefano esisteva già nel  1126, data ben anteriore all’arrivo dei d’Etienne a Napoli.

Note

1 -Cosa simile al cognome era stata, in epoca Romana, il nomen. Nella stringa di designazione di un individuo esso compariva al secondo posto e indicava la gens di appartenenza. Prima di esso si indicava il prenomen (che  designava la singola persona come fa oggi il nome di battesimo), mentre al terzo posto avevamo il cognomen, che era una sorta di soprannome della famiglia. Ad esempio:  Marco (prenomen) Tullio (nomen) Cicerone (cognomen). A volte si aggiungeva un quarto termine di tipo onorifico  (agnomen), come nel caso del celebre Publio Cornelio Scipione Africano.

2 — J. Mazzoleni e R. Orefice, Il Codice Perris. Cartulario amalfitano, sec. X-XV (Amalfi 1985),vol.  II, pp. 721 e seg.

3 – Ib. – J. Mazzoleni e R. Orefice, Il Codice Perris. Cartulario amalfitano, sec. X-XV (Amalfi 1985), vol. I,p. 189.

4-M. Camera, Memorie storico diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi. (Salerno 1881), vol. II, p. 627.

5 -C. Salvati e R. Pilone, Gli archivi dei monasteri amalfitanei (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità) 860-1645. Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, Fonti – 2. 1Amalfi 986, p. 100.

6 – J. Mazzoleni e R. Orefice, op. cit., vol. III, p. 1037-1049.

7 –C. Salvati e R. Pilone (1986)  “Gli archivi dei monasteri amalfitani (S. Maria di Fontanella, S. Maria dominarum e  SS. Trinità) anni 860-1645” .Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, Collana Fonti, 2 (1986) pp. 188-189.

8 -A. Mascolo, Agerola. Dalle origini ai giorni nostri. 2003, p. 285

9 -C. Minieri Riccio, Cenni storici intorno i Grandi Uffizii del Regno di Sicilia duranti il regno di Carlo I. d’Angio (1872) pp.154- 156

10 -Nel Regno di Sicilia, il logoteta era un alto ufficiale con funzioni di segretario del re etalora – come im questo caso e nel caso di  Pier delle Vigne – anche di protonotario, cioè di magistrato preposto al controllo dei notai addetti alla redazione degli atti della cancelleria regia. Bartolomeo de Capua nacque a Capua nel 1248 e si laureò in legge a Napoli, nel cui ateneo fu poi professore. Per la sua alta competenza, re Carlo I d’Angiò lo volle come familiare e consigliere. Nel 1290 re Carlo II lo nominò protonotario del Regno, funzione per la quale si avvalse di due vice-protonotari: Andrea d’Isernia e Andrea Acconzaioco da Ravello. La carica di logothete gli venne assegnata nel febbraio del 1296.

11 – E’ lo stesso Beltrano, nel capitolo dedicato a Casella (oggi Caselle in Pittari, Cilento) a dirci che ”Pietro di Stefano nel 1522   comprò le terre di Accadia e Santo Mango nella provincia di Principato Ultra, e in Principato Citra le terre di Casella, Sicili e Morgerale”. Va precisato che altre attendibili fonti   (ad esempio E. Ricca, La Nobilità del regno delle due Sicilie, (Napoli1859), vol.1,  p.11]  datano al 1547  l’acquisto del feudo di Accadia e del connesso titolo di Barone.

12 -D. Robert de Brianson. L’Etat de la Provence dans sa noblesse (Parigi 1693) vol.2, p. 21.

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I nostri piatti nella storia e nella letteratura

Segnalo ai lettori questo interessantissimo libro di Gennaro Avano che raccomando soprattutto agli appassionati di storia e tradizioni del Sud d’Italia, ma anche a tutti quelli che amano…sapere la storia di ciò che mangiano o che cucinano per sé, per gli amici o per i loro clienti

copertina da ibs

 

Gennaro Avano presenta la tradizione e la letteratura gastronomica meridionale come la storia di una condivisione, cui tutte le anime di quello che fu il Regno di Napoli (e oltre) presero parte.

L’analisi si sviluppa su un piano geografico e temporale, osservando l’evoluzione e le caratteristiche della gastronomia nei diversi territori provinciali e nel corso delle epoche storiche, dal periodo antico e medievale fino a quello moderno e contemporaneo. Si scoprono così ricette che nel corso del tempo hanno cambiato denominazione e ricorrono quindi nella storia gastronomica con titoli “ingannevoli” rispetto alla nostra attuale idea di quei piatti: è il caso ad esempio della pizza, che nel vocabolario cinque-seicentesco era qualcosa di simile a una crostata o a una torta; e della classica “salsa di pomidoro”, molto diversa da come la prepariamo oggi. Trova spazio in questo contesto l’esame di documenti letterari quali il poema Gastronomia del filosofo epicureo Archestrato di Gela (IV secolo a. C.), il De re coquinaria di Marco Gavio Apicio (II secolo a. C.) e il Liber de Coquina di anonimo napoletano, risalente all’età angioina. Dal Seicento in avanti, con la nascita di una vera e propria editoria gastronomica meridionale, compaiono poi opere quali La lucerna de’ Corteggiani (1634) di Giovan Battista Crisci e Lo scalco alla moderna di Antonio Latini (1692-94), fino alla vasta produzione del grande gastronomo salentino Vincenzo Corrado, autore di testi quali Il cuoco galante (1773) e Del cibo pitagorico (1781), senza dimenticare La cucina teorico-pratica di Ippolito Cavalcanti.

L’ultima parte del volume è focalizzata sulla percezione della gastronomia meridionale all’estero negli ultimi due secoli e prende in esame le citazioni che di questa cucina sono presenti nelle opere di autori stranieri quali Marie-Antoine Carême, Auguste Escoffier e Ferran Adrià.

 

 

 

GENNARO AVANO, nato nel 1971 e originario di Napoli, è referente per le didattiche speciali al liceo artistico statale di Fermo. Da anni impegnato in una ricerca sulla cultura del Meridione d’Italia, ha pubblicato Tracce per una storia delle arti duosiciliane (2006) e La minestra è maritata. Ritratto storico della gastronomia meridionale (2016).
Artista visivo e musicista, formatosi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, al Conservatorio di Musica di Avellino e all’Università degli Studi di Bergamo, fin dagli anni Novanta ha sperimentato soluzioni di mistilinguismo creativo e ha animato numerosi sodalizi artistici. Ha esposto e si è esibito in mostre e performance audiovisive in Italia e all’estero. Come saggista e recensore d’arte ha curato i testi di vari cataloghi, fra cui La rete (2011) e La sensibilità della forma (2013), del maestro Ciro Maddaluno.

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L’antico toponimo La Francazza. Con un cenno anche a Le Franche.

Mel vigente stradario di Agerola, si chiama Via Francazza quella stradina che collega Via Armando Diaz con Via Villani  e, fino a pochi decenni f, portava lo stesso nome anche  quela che fu poi denominata Via Francesco Saverio Acampora [1], perché entrambe conducevano, e conducono, a quella porzione del casale Bomerano che si chiama La Francazza. Trattasi di un toponimo antico che si ritrova anche sul Regio Catasto Onciario di Agerola del 1752, il quale lo cita più volte come luogo ove possedevano beni i Villani, gli Avitabile, i de Fusco, i  d’Acampora e i Cuomo, ma anche le parrocchie di S. Giacomo e di S. Elia di Furore.

Mappa stradale di Bomerano nord (Agerola)

Riguardo all’origine del toponimo va notata la presenza della radice franco/a, nel senso di ‘libero/a’. Più esattamente ci vedo una discendenza da ‘franchìgia’, nel senso di ‘privilegio di esenzione da un pagamento dovuto’ (cfr. Vocabolario Treccani), con un percorso etimologico che parte dalla forma medievale franchitia (molto frequente nelle pergamene amalfitane e napoletane), passa per la forma franchezza e, infine, si corrompe in Francazza.

Circa  la forma intermedia porto ad esempio questei due passi di inizio Seicento  tratti dalle pagine 325 e 759 dellaDescrittione del Regno di Napoi ecc., opera di Scipione Mazzella stampato a Napoli nel  1601:

1) “Godono questi soldati della nuova milizia  (che così si nominano) alcuni privilegi di franchezza.

2) …l’antico privilegio di franchezza fatto dalla Rep.  di Napoli il  9 di maggio 1109 a gli huomini Amalfitani …

Il primo passo allude  a delle esenzioni tributarie che andavano di fatto a rimpinguare il salario di quei soldati [2]. Il secondao si riferisce invece all’esenzione da dazi doganali e tasse di ancoraggio che Napoli accordò ai mercanti  marittimi amalfitani.

Ma qui abbiamo a che fare col toponimo di una zona rurale, per cui dobbiamo ritenere che la franchigia  di cui trattasi doveva riguardare  i terreni, , i possedimenti agrari.

Ma da quale gravame era stata affrancata quell’area o parte di essa [3]?  E poi, chi e perché lo fece? Le risposta dovrebbero venire da documenti d’epoca che non esistono o, perlomeno, non sono stati ancora rintracciati.

Per ora non possiamo che avanzare delle ipotesi qualitative e, tra queste,   quella che mi sembra pià probabile ammette la presenza in zona di un fondo rustico che, dopo un periodo di concessione in enfiteusi, fu acquistato dal concessionario (o dai concessionari.) tramite l’operazione che dicesi affrancazione (vedi  la voce Affrancazione nell’Enciclopedia Treccani).

A questo punto perché non ipotizzare una genesi del toponimo che attinga  direttamente al vocabolo tardo latino affrancatio (leggi affrancazio)?. Dato che esso indicava un’azione (quella di affrancare, rendere libero), è facile immaginare che nella parlata del volgo prese articolo e desinenza femminili, diventando l’affrancatia, da cui, per aferesi:  la francatia.

 Le Franche

 A  proposito di franchìgie applicate a terreni voglio qui ricordare anche quelle che, nel Medioevo,  i governanti riconoscevano a delle aree  strategiche ove le necessità militari rendevano necessario il formarsi di un abitato che, opportunamente fortificato, fungesse da baluardo di difesa. Onde favorire il popolamento di quei luoghi, si concedevano dunque delle franchigie che riducevano o annullavano il carico fiscale dei residenti. Casi del genere hanno fatto nascere i tanti centri abitati nel cui nome compare il termine fanco/franca (Castelfranco, Borgofranco, Francavilla, Villafranca,  ecc.). Nella nostra zona, un caso simile sembra essere il borgo de Le Franche (tra Gragnano e Pimonte), visto che si pone a guardia della più agevole via naturale per un esercito intenzionato a scavalcare i Monti Lattari e minacciare Amalfi..

Note

1 – Nato ad Agerola nel1870, F.rancesco Saverio Acampora è stato un valente e generoso medico civile e militare la cui passione collaterale per l’elettrotecnica lo fece diventare un pioniere della radiologia medica. Ma di questa fu anche un martire, morendo per le conseguenze delle radiazioni emesse dalle primordiali attrezzature che si usavano all’epoca.

2 -Siamo nel periodo vicereale e si parla di una milizia  italiana da affiancare a quella spagnola e alla cui costituzione doveva contribuire “ciascheduna Terra del Regno” nella misura di “5 fanti per ogni cento fuochi” (ossia nuclei familiari) che “si  nominato per gli Eletti di esse Terre”.  Contando circa 250 fuochi, Agerola ne doveva inviare una dozzina.

3 – Come è ben noto agli studiosi di toponomastica storica, i nomi di luogo che citano una presenza (naturale o antropica che sia) molto spesso si allargano a coprire un areale (un intorno) più vasto dello spazio occupato dalla “cosa”  da cui prendono spunto. Come esempi locali si possono ricordare i toponimi Ponte (anticamente Lo Ponte) , La Teglia,  Casarella e Fontana.

 

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