S. MARIA DE OLEARIA

 

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I Lauritano, antichissima e notabile famiglia agerolese.

 

Come  è possibile verificare, ad esmpio, sul sito www.cognomix.it, la presente distribuzione del cognome Lauritano vede la Campania come regione italiana di massimo addensamento. Dentro la Campania vediamo  primeggiare le province di Napoli e Salerno, poiché sono esse a spartirsi  quel comprensorio dei Monti Lattari e dintorni in cui è massima la frequenza del cognome Lauritano, Agerola in testa.

Questa presente distribuzione geografica è già di per sé un buon indizio per ipotizzare che il cognome nacque dalle nostre parti.  D’altro canto, la sua etimologia rimanda, con davvero pochi dubbi, a un luogo della Costa d’Amalfi; esattamente a Laurito, sobborgo marittimo  della periferia Est di Positano che, a sua volta, deve il suo nome alla presenza di boschi di lauro (lauretum).

Prima di procedere oltre, devo avvisare il lettore di non dar credito a ciò che leggerà su un noto sito di araldica che ascrive l’ origine dei Lauritano alla zona di Catania e ai tempi dell’imperatore FedericoII.  Mi è stato facile verificare che le informazioni ivi fornite sono prese integralmente dall’opera di Filadelfo Mugnus (Palermo 1647)  Teatro genologico delle famiglie nobili … di Sicilia  e non si riferiscono affatto ai Lauritano (che proprio non compaiono tra i nobili di Sicilia), bensì alla famiglia Ala, cui corrisponde anche lo stemma che il sito araldico propone (caratterizzato appunto da un’ala o, per dirla come si usa in araldica, un “mezzo volo”) .

Tornando a noi, a riprova dell fatto che il cognome nacque dalle nostre parti  cito il documento numero LXX del Codice diplomatico Amalfitano (raccolta di pergamene medievali curata da Riccardo Filangieri).

E’  un contratto dell’anno 1066 redatto in Amalfi e concernente l’eredità che tale Trasimundus Mazoccula lasciò al monastero  di S. Maria de Fontanella, tra cui un podere a Maiori che conduceva ad tertia parte (mezzadria al 33%) tale  Ursus Lauritanus.

Passando a documenti medievali che citano dei Lauritano di Agerola, il più antico che ho finora rinvenuto è un testamento del 1190 integralmente trascritto nella raccolta Le pergamene degli archivi vescovili di Amalfi e Ravello (vol. IV, pp. 1-10). Vi si menziona un vigneto a Caput de Pendolo (antico nome del casale San  Lazzaro) che labora tale Leo de Laurito. Ma se non vi convincesse l’equazione de Laurito = Lauritano, dobbiamo andare all’anno 1277 (stesso volume, p. 58 e seguenti) per trovare, sempre  nella localtà agerolese di Caput de Pendulo, un Andrea Lauritano che tiene un podere della ecclesia Amalfitana. In realtà vi sarebbe anche una scrittura del 1125 (doc. CX dellla raccolta Il Codice Perris) a menzionare un Marino Lauritano e la figlia Teodora (coniugata Pagurillo), ma non è certo che risiedessero ad Agerola. Dubbio che, invece, non sussiste per quel  Francesco Lauritano che nel 1320 stabilì una società mercantile col nobile amalfitano Pietro del Giudice; impresa che purtroppo si risolse in un indebitamento di Francesco che, cinque anni dopo,  fu costretto a vendere una sua proprietà di Furore per risarcire il socio (doc. CCCCXXXVII  della raccolta Il Codice Perris).

Nel frattempo  altri Lauritano si erano trasferiti  fuori dal ducato di Amalfi.  Tra essi spicca, ad esempio, il notaio Ioannes Lauritanus de Summa ( ‎R. Filangieri e  ‎B. Mazzoleni,  1943,  Gli atti perduti della Cancelleria angioina, I, 56 ; VII, 83 ; IX, 683 e  Accademia pontaniana, Testi e documenti di storia napoletana, v. 43, p. 48).

Per il ramo agerolese c’è da ribadire il suo antico e continuo legame con il casale di San Lazzaro  (ex Caput de Pendulo), dove passarono da piccoli proprietari e coloni di terre appartenenti a enti religiosi amalfitani,  a intestatari di proprietà sempre più numerose e vaste, sia per normali acquisti che, probabilmente, per quel diffuso fenomeno che vide tanti contratti ad pastinandum e simili risolversi alla lunga con la cessione ai coloni di parte diei fondi da essi migliorati e coltivati per generazioni. Ma queste sono vicende  ancora tutte da indagare. Di certo sappiamo che nel Seicento i  Lauritano avevano costituito a San Lazzaro un loro borghetto (da cui il toponimo Casa Lauritano) lungo la via pubblica principale e che, circa a metà di quel secolo, don Carlo L. vi aggiunse una piccola ma armoniosa cappella gentilizia  dedicata al patrono della famiglia,  S. Cristoforo. Essendo questi noto come protettore dei naviganti,  c’è da credere che il rapporto dei Lauritano coi commerci marittimi non si esaurì con il sopracitato episodio del 1320-1325 dello sfortunato   Francesco.

Casa Lauritano, Agerola. Particolare dell'ingresso sulla via pubblica. Foto di Aldo Cinque, anni '70 del novecento.

La metà meglio conservata dell’antico palazzo dei Lauritano a San Lazzaro di Agerola. Foto dell’autore risalente agli anni ’70.

 

casa-lauritano-agerola-ingresso

Ai primissimi del ‘700 il Lauritano di maggior spicco era don Pietro, affermato notaio in Napoli. Ai suoi tempi i Lauritano crearono un altare di famiglia nella parrocchiale di San Lazzaro. L’altare fu dedicato alla Madonna del Carmine e ad esso fu abbinata la fossa sepolcrale della famiglia.

Il palazzo che è alle spalle della citata cappella di S. Cristoforo è così descritto nel Catasto Onciario (ossia Carolino) del 1752: casa palazziata  con cortile e giardino attaccato per proprio uso nel luogo Casa Lauritano, giusta la via pubblica e i beni di don  Pietro Lauritano.

Casa Lauritano, Agerola. Particolare del cortile (foto Aldo Cinque anni '70 del novecento)

Casa Lauritano, Agerola. Particolare del cortile (foto Aldo Cinque anni ’70 del novecento)

Come attesta la data sotto l’emblema di famiglia dipinto in una delle stanze, l’edificio fu fatto ristrutturare e decorare negli anni trenta  del Settecento da don Domenico Lauritano, capo di un nucleo familiare che è così descritto nel citato Catasto:

 

M.co Domenico Lauritano,  vive del suo, anni 60

Don Andrea fratello, anni 62

Don Vincenzo, fratello, anni 50

Chierico don Casimiro*, nipote, anni 26

Giovanni Cristoforo, nipote, anni 16

Patrizio, nipote, anni 13

Gervaso, nipote, anni 10

Dioniggi, nipote, ani 7

Donna Cristina, nipote, anni 19

Donna  Vittoria Cimmino, vedova, anni 48

 

L’abbreviazione M.co sta per “magnifico”, titolo di rispetto  che nel Settecento veniva usato in modo molto più generoso che non nel Rinascimento: non più riservato a nobili, ne potevano usufruire i professionisti delle arti liberali (medici, notai, avvocati, ecc.) e anche chiunque si distinguesse nella comunità locale per una condizione particolarmente agiata (ad esempio i ricchi mercanti e possidenti), così da potersi dire, come nel caso di don Domenico, che “vive del suo”, cioè di rendita.

Il nipote chierico, Casimiro, doveva essere  il cappellano di S. Cristoforo, carica per la quale -in base allo statuto  dettato da don Carlo nel suo testamento-  avevano la precedenza i sacerdoti di famiglia.

Sempre dal Catasto Onciario apprendiamo che don Domenico  aveva numerose proprietà immobiliari (oltre che un gregge di trecento pecore dato in gestione a terzi). Tra dette proprietà, per lo più concentrate a San Lazzaro, figurano un’altra casa con cortile e giardino collegato nel luogo di Casa Lauritano confinante con i beni di D. Pietro Lauritano e Giovanni Matera; un tenimento con selva castagnale, castagneto e terreno da zappa con case dirute a Radicosa e Pietra Lata (quest’ultima località è quella dove sorge il cosiddetto Castello Lauritano) e un boschetto e selva a Radicosa, La Croce,  confinante con i beni del Convento di Cospiti e Matteo Casanova (probabilmente il luogo ov’era posta in origine la croce in marmo medievale che ora è esposta nella parrocchiale).  L’insieme dei beni posseduti da don Domenico dava un totale tassabile di oltre 4.000 ducati, il che ne faceva il capofamiglia più ricco di Agerola.

Come ho già accennato, tra  i residui diella decorazione pittorica voluta da don Domenico per la sua casa palazziata, vi è  l’emblema di famiglia. Esso mostra un albero (lauro?) e accostati al suo tronco due leoni rampamti affrontati 

Lo stemma dei Lauritano di Agerola

Lo stemma dei Lauritano di Agerola

Termino dicendo che l’agiatezza economica e il prestigio dei Lauritano di Agerola (almeno dei più fortunati tra essi)  continuarono anche nell’Ottocento, secolo che vede sorgere un altro, più voluminoso palazzo Lauritano a San Lazzaro (quello sul panoramico colle di Tuoro) e un altro ancora a Pianillo, vicino alla medievale chiesa di S. Maria la Manna. Nel frattempo, a segnalare la stima goduta in paese, i Lauritano esprimono tre sindaci: Casimiro nel 1793,  Antonio nel 1810 e  Alfonso nel 1876-84 (A. Mascolo, 2003, Agerola dalle origini ai giorni nostri,pp. 373-374).

 

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      TERMINI DIALETTALI IN USO AD AGEROLA

              In preparazione della Giornata Nazionale del Dialetto e  delle Lingue Locali (edizione 2017), cui anche quest’anno ha aderito la Pro Loco di Agerola,  gli alunni di Terza Media dell’ Istituto Comprensivo S. di Giacomo – E. de Nicola  hanno effettuato una raccolta di termini dialettali che è poi stata rifinita con l’aiuto mio (Aldo Cinque) e della professoressa Angela Avitabile. Detta raccolta, intitolata “Pagine di un vocabolario agerolese” è stata presentata al pubblico nel corso della manifestazione Comme parlamme nuie, tenutasi ad Agerola il 21 gennaio u.s., Visto che ha suscitato molto interesse, la pubblico integralmente qui di seguito.Giornata UNPLI del dialetto

NOTE PER LA LETTURA:

Per ciascuna voce del”vocabolarietto” vengono dati nell’ordine:

  • il vocabolo dialettale (in corsivo grassetto)*;
  • la sua classificazione grammaticale**
  • il significato (in Italiano, tra virgolette);
  • l’origine certa o probabile (etimologia)

* : Le vocali sottolineate (nel dialettale) sono quelle che suonano  indeterminate.

** Le abbreviazioni usate sono: s. = sostantivo; agg. = aggettivo; m. = maschile; f. = femminile; v. = verbo; trans. = transitivo; intr. = intransitivo; rifl.= riflessivo).

 

A

Accapezzà (v. trans.) letteralmente “mettere la cavezza, ricongiungere una fune ai due capi”. In senso figurato “capire, cogliere il senso di un discorso”.

Acquazza (s.f.) “rugiada” che in Italiano è anche detta, guazza, dal latino volgare aquatia, tramite il distacco della a iniziale che passa nell’articolo.

Ajunà (v. trans.) “raccogliere” (ad es: le castagne). L’origine della parola diventa chiara se pensiamo all’equivalente italiano “adunare” (dal latino ad unus).

Allerta /allirto (locuzione avv.) “in piedi, eretto”. Scaturisce dal latino ergere “erigere, tirare su”.

Amunita (s.m.) “fungo porcino, Boleto”. Deriva dal latino tardo amanita che, a sua volta, deriva dal greco amanitēs.aNCINO, OSSIA RICCIO

Ancino (s.m.) “riccio, involucro spinoso delle castagne”. Deriva probabilmente dal greco echìnos ”riccio”, che passò anche nel latino.

Ancristo, angristo (agg.) “nudo, svestito”. L’aggettivo pare ispirato alla nudità del Cristo in croce.

Annuzzà (v. intr. e rifl.) “soffocare, strozzarsi nell’inghiottire qualcosa”. Deriva dal sostantivo nuzzo “nocciolo”, ovvero dal latino nucĕus.

Ardica (s.f.) “ortica”. Il termine deriva dal latino urtica.

Arrevutà (v.trans.) “buttare tutto sottosopra, creare disordine, rivoltare”. Dal latino volgare volvitare “volgere”, con ri– iniziale a indicare un movimento inverso “voltare sottosopra”.

Assuccià (v. trans.) “pareggiare, spianare, rendere regolare”. Viene dal latino assocciāre, dall’aggettivo socĭus “compagno, pari (di un altro)”.

Autano (s.m.) “albero del genere Ontano”. Dal latino tardo alnetanus. Si noti che il nome scientifico della specie presente sui M. Lattari è Alnus cordata.

Autapesce (s.m.) Ad Agerola indica sia il mestolo forato usato durante la frittura, sia lo scolapasta. L’etimologia dà ragione al primo significato, derivando da vota “gira” e pesce.

Avascio (agg.) “corto basso”. Dal latino tardo bassus, di orgine osca.

B

Bàbbio (agg. e s.m.) “sciocco, semplicione”. Il termine deriva da una radice onomatopeica bab- da cui anche babbuino. Si noti il cambio di accento rispetto al corrispondente italiano “babbèo”.

Bascuglia (s. f.) “bilancia del tipo bascula”. Dal francese bascule (da bat-cul, “batticulo”) per il fatto che essa oscilla.

Biscuotto / viscuotto (s. m.). Con la specifica ’e ‘rano (“di grano”) equivale a “pan biscotto”, ossia pane cotto in forno due volte; la seconda a bassa temperatura e a lungo, per renderlo del tutto anidro e croccante.

Bizzuoco (agg. m., femm. Bizzoca) “bigotto, bacchettone”. L’origine della parola nasce da un ironico accostamento della persona a un monaco, derivando dal latino medievale  bigiòcius (“dal saio bigio”).

Brenna / vrenna (s. f.) “crusca”. Deriva probabilmente dal greco blènnos, passato nel latino blènnus con, tra gli altri, il senso di “vile”, qui con riferimento allo scarso valore della crusca rispetto al nucleo del chicco.

Buatta (s.f.) “lattina, barattolo di latta“. E’ forma corrotta del francese boîte (“scatola”).

C

Caccavella (s. f.) “pentola, donna grossa e bassa, grosso cappello”. Dal latino tardo cacca bella, succedaneo di caccabŭlus, a sua volta diminutivo di caccabus “caldaia”.

Cagliuoppolo (s.m.) “matassa”, ma anche “imbroglio, faccenda intricata”. Etimologia incerta.

Caiola (s.f.) “gabbia” (per lo più quella per gli uccelli). Deriva dal latino caveŏla, diminutivo di cavĕa, che aveva tra i suoi significati anche quello di “gabbia”.

Calcara / carcara (s.f.) “forno per la calce”. Dal latino fornax calcaria. Ad Agerola ne è derivato anche il verbo carcarià “ardere”.

Càntaro (s.m.) “pitale, vaso di terracotta, verniciato dentro e fuori, che si usa per i propri bisogni corporali”. Il termine deriva dal latino canthărus, greco Kàntharos, radice kanth- “forma curva”.

Capacchiuòve (s.m.) letteralmente significa “testa a chiodo” ed è il nome dialettale dei funghi chiodini.

Carusiello (s. m.) salvadanaio di terracottae, in senso figurato, anche “risparmio, rendita modesta ma continua. Nacque dal paragonare il liscio e tondo globo di terracotta con una testa pelata, che da noi si dice caruso; dal greco kara “testa rasata

Cato (s.m.) “secchio di legno con manico circolare”. Il vocabolo deriva dal latino cadus, a sua volta derivante dal greco kádos.

Cavura (s.f.) “acqua calda, con alloro e finocchio, per la pulizia annuale delle botti”. Letteralmente “la calda”, dal latino caldus.

Cavurara (s.f.) “pentolone, calderone”. Per l’etimologia vedi la voce cavura.

Cavzone (s.m.) “pantalone”. Come nella parola mevza (“milza”), la coppia vz è l’evoluzione napoletana di lz. Deriva dal latino calx “calcagno”, per dire che l’indumento copre le gambe fino a laggiù. Si noti la forte similitudine col francese chausson.

Cellaro (s.m.) “cantina, locale-dispensa”. Deriva dal latino medievale cellarĭum, che nacque dal latino cella.

Centr-e-vallo (s.m.) “upupa”. Nel nostro dialetto la centra è la cresta e vallo è il gallo. La e centrale è contrazione di de; dunque il nome vuol dire “Cresta di gallo”.

Cerasa (s.f.)ciliegia”. E’ uno dei casi in cui il dialetto è più vicino all’originale parola latina cerăsum, che non l’italiano.

Chianghiere / chianchiere (s.m.) “macellaio”. Dal grosso ceppo sul quale i macellai di una volta tagliavano la carne; la chianca, così detta dal latino planca.

Chianta (s.f.) “pianta, albero”. Deriva dal latino planta, col suono pla tramutato in chia (come chiana da plana, chiena da plena, ecc.). Ne deriva anche il dim.vo chiantulella “alberello”.

Chiazza (s.f.) “piazza”, ma anche “pezzo di terra coltivabile” (Cfr. macerina). Deriva dal greco plateis, passato per il latino platea.

Cogna (s.f.) “catasta, mucchio”. Deriva forse dal latino cunĕus nel senso di “cosa triangolare” e in riferimento alla più comune forma presa dai mucchi.

Criscito (s.m.) “lievito madre”. Dal verbo crescere.

Cuccune (s.m.) “fungo del tipo Ovulo. Infatti l’uovo (di gallina o altro volatile da cortile) ad Agerola è detto anche coccone; termine del linguaggio bimbesco, che riprende il coccodè delle galline.

Cuofeno e cufenaturo (s. m.) “grossi panieri usati nei lavori agricoli, o per riporvi scorte o anche panni da lavare. Derivano dal latino cophinius, a sua volta dal greco kophinius.

Cuffià (v. trans.) “sfottere, prendere in giro”. Dal latino cùfiu, derivato dal greco kùpios “stolto”.

Cria (s. f.) “inezia, nonnulla”. Deriva dal nome di un’antica monetina di scarso valore che recava impresso un chicco di orzo (krĭ in greco).

Culera (s.m.) “colera”. Ad Agerola è anche sinonimo di “fetore, puzza insopportabile”.

Cuoglie-cuoglie (s.m.) Letteralmente “cogli-cogli”. Varietà di peperoncini verdi (detti anche p. di fiume o friarielli) che fruttifica a ripetizione e che vanno raccolti giovani.

Cupeto (s.m.) “torrone”. Il termine viene dall’arabo qubbaita e originariamente indicava un dolce fatto con mandorle, pistacchi e miele.

Cupiello e cupellone(s. m.) “mastelli di legno a doghe” usati soprattutto per dar da mangiare al maiale. Deriva dal latino cupa “botte e simili”, o direttamente dal greco kùpellon.cUPELLONE

Cuppino (s.m.) “mestolo con lungo manico e coppa emisferica”. Diminutivo di coppa.

Currèa (s. f.) “cintura, cintola, correggia di cuoio”. Il termine scaturisce dal latino corriga, così come lo spagnolo correa.

Curuoglio (s. m.) “cercine”, panno raccolto in forma circolare che si pone sul capo per poi poggiarvi qualcosa da portare. Deriva dal latino corollio, -onis, diminutivo di corolla.

 

D

Descepolo  (s. m.) “allievo, discente”. Deriva dal verbo latino discere (“imparare”) col suffisso –pulus che forse è da pul (“giovane”). Ad Agerola, specie al femminile, sta per “apprendista sarta”.

 

E

E’vera(s. f.) “erba”. Deriva dal latino herba e mostra la mutazione (assai frequente nel NapoletanO della b in  v, unita all’inversione d’ordine delle consonanti (rb > br >v_r).

F

Figurinia (s.f.) Corruzione dialettale dell’Italiano “fico d’India”, nato quando la pianta fu importata dalle appena scoperte Americhe, allora credute parte delle Indie.

Fravecatore (s.m.) “muratore”. Deriva dal latino fabrǐca, che ha generato anche i vocaboli dialettali fraveca “muratura”, sfrave “demolire murature” e sfravecacina “detriti edilizi”.

Fronna (s.f.) “foglia”. Dal latino frondem. Si noti che il plurale (‘e fronne) ha anche il senso di fronda, cioè ramoscello con foglie.

Fuscella (s.f.) “cestello di giunco intrecciato per cagliate e ricotta”. Deriva dal latino fiscus “cesto”.

G

Gravone (s.f.) “carbone”. Dal latino carbo tramite l’inversione (metatesi) car > cra e l’addolcimenti cra > gra.

Graurinia (s.m.) “mais, granturco”. Forma contratta di grano d’India, perché la pianta fu importata dalle Americhe quando esse erano credute essere parte delle Indie. Cfr. figurinia e Surecignia.

I

I’ (v. intr.) “andare”. Si lega al latino ire e ha declinazione irregolare: io vaco, tu vaie, nuie iamme, io ieve, tu ive.

(I)’ntufato (agg.) “gonfio”. Dal latino tufa “tromba”; con riferimento al gonfiarsi delle guance quando la si suona.

(I)nzèrta (s.f.) “treccia”. Deriva dal latino insere “intrecciare”.

J

Janara (s.f.) “strega, donna brutta e malefica”. Deriva da Janus “Giano”, antichissima divinità italica al cui culto le prime “streghe” si ricollegavano.

Jetto (s.m.) “getto, giovane virgulto di una pianta”. Deriva dal latino iactus, voce del verbo iactare “gettare” che in dialetto è jettà.  

Junco /Jungo (s.m.) “ginestra”. I suoi rami flessibili si usavano per intrecciare cesti, in sostituzione del vero giunco, assente ad Agerola, mancandovi ambienti palustri. Deriva dal latino iuncus.

Jurmano (s.m.) “segale”. Il termine dialettale nasce dal fatto che questo tipo di grano – adatto ai climi freddi – fu importato dall’area germanica.

L

Llandra (s.f.) “ghianda”. Dal latino glans, glandis, con aferesi della g- iniziale.

Lattarola (s.f.) “Reichardia picroides, ossia l’erba detta anche Caccialepre o Grattalingua”. Il suo nome locale allude al lattice bianco e dolciastro che la pianta contiene.

Lisciva (s.f.) “composto di acqua bollente, cenere e foglie di alloro, usato per lavare i panni”. Dal latino lix–licis, antico nome dell’acqua.

Lianza o Alianza (s.f.) “sbadiglio, sbadigliare”. Peculiarità del dialetto agerolese di cui sfugge l’etimologia. Forse deriva dal verbo latino halare “respirare, soffiare”.

Lianza o meglio Alianza (=sbadiglio)

Lianza o meglio Alianza (=sbadiglio)

Lecino (s.m.) “Quercus ilex, ossia leccio. Dall’aggettivo latino ilicinus, “del leccio”.

Lurdo (agg.) “lurido, sporco”. Viene dal latino luridŭs. Vi si ricollega anche il verbo agerolese allurdà “sporcare”.

Luttrina (s.f.) “catechesi, lezioni di catechismo” Nacque dal latino doctrina (derivato di docere, “insegnare”) e dal fatto che per i cristiani l’insegnamento fondamentale è quello dei principî della religione, detto anche a catechesi.

Levinghele (s. f.) “i semini dei pomidoro e altri ortaggi” Etimologia incerta.

M

Maccaturo (s.m.) “fazzoletto da naso o da testa”. Quelli da testa, più grossi, erano usati dalle nonne anche per fare fagotti mappate, durante la spesa. E’ parola assorbita dal Francese, derivando da mouchoir.

Màfero (s.m.) “tappo della botte”. La parola deriva dall’osco mamphar, attraverso il tardo latino mamphur.

Mammana (s.f.) “ostetrica”, con ovvie radici nel vocabolo mamma.

Mandra (s.f.) “recinto per chiudervi il bestiame, stalla”. Deriva, come anche il suo diminutivo mandrolla, dal latino măndra, măndrula che, a sua volta, viene dal greco mándra “ovile, recinto”.

Manucolo (s.m.) “fascio di paglia, fieno o rametti”. Viene dal latino manipŭlus, derivato di manus “mano”, intendendo che il fascio è grande quanto una mano può afferrare.

Marcoffio (n. proprio e s.m.) “ragazzo simpaticamente scaltro”. E’ il protagonista di fiabe popolari (Marcoffio int’a luna), ma anche un modo di apostrofare persone (proprio nu marcoffio!).

Mascata (s.f.) “brina, gelata del suolo”. Deriva dall’antichissimo tema mediterraneo mask (da cui anche “maschera” e “mascella”). Il nesso è che con una gelata, sul suolo si forma come una maschera, bianca e dure.

Mascatura (s.f.) “serratura”. Dal latino mascŭlus, diminutivo di mas “maschio”, per una metafora comune in meccanica quando si abbia un pezzo (chiavistello) che entra in un altro.

Mastrella (s.f.) variante del napoletano mastrillo “trappola”, che indica più specificamente una “trappola per uccelli”. Deriva dal latino mastriculum “luogo angusto”.

Matrella (s.f.) “mangiatoia per le capre”. Forse derivato da mandra (vedi).

Mbrustulaturo (s. m.) “abbrustitoio, tostatore a mano”. E’ parola che ha perso la a iniziale (Abbrustulaturo) e che forse deriva dall’incrocio di abbruciare col latino ustus “bruciato”.

Mesale (s.m.) “tovaglia per tavola da pranzo”. Nasce dal latino mensale, mensalis “della mensa”.

Murtale (s.m.) “mortaio, pesta sale”. Deriva dal latino mortarium. Ad Agerola, il pestello col quale si batteva nel mortaio è detto pisaturo (vedi).

Muto (s.m.) “imbuto”. Dal latino imbutum, passato attraverso gli stadi immuto e ‘mmuto.

N

Nennella (s.f.) “bambina”. Dal greco nenna, che vale “zia” e quindi appellativo affettuoso di donna.

‘Nzogna (s.f.) “sugna”. Deriva dal latino axungia, nato da axis e unguo, poiché lo strutto lo si usava anche per ungere gli assi dei carri. La dizione dialettale esatta sarebbe dunque anzogna.

O

(O) ‘Mbrello (s. m.) come l’italiano, ma con la O iniziale passata nell’articolo.

O’mme (s. m.) plurale uòmmene.  “uomo, persona”. Dal latino homo.   

P

Paliatone (s.m.) “bastonatura pesante”. Accrescitivo di paliata, che deriva dal greco pale “lotta”.

Palummella (s.f.) “falena, farfalla notturna”. Parola che il Napoletano ha preso dallo Spagnolo, lingua nella quale la farfalla è detta paloma.

Panaro (s.m.) “paniere, cesto tondo con manico”. Deriva dal latino panarìum, mentre la forma italiana risale al francese panier.

Parmiento (s. m.) “torchio per le vinacce”. Dal latino palmentum (che i documenti medievali citano in coppia col labellum “vasca ove pigiare l’uva”).

Pastenacchia (s. f.) “carota”. Deriva dal pastinaca, nome di un ortaggio simile alla carota che si coltivò prima di questa.

Pastenaturo (s. m.) “attrezzo in legno per forare il terreno e immetervi semi o piantine”. Deriva dal latino pastinare “zappare, scavare”.

Pennata (s. f.) “tetto”. Deriva dal latino pinnă che aveva tra i suoi significati quelli di “guglia” epala lignea della ruota da mulino”. Si ricordi che i tetti tradizionali di Agerola avevano tegole di legno dette palature.

Peperaccia (s.f.) “il fungo Lactarius piperatus”. Così chiamato per il suo gusto un po’ piccante; dal latino piper “pepe”.

Pere (s.m.) se la prima e è aperta: “piede”, in caso contrario: “pere”. Deriva dal latino pes, pedis con la comunissima trasformazione in r della d dolce. Tra i vari usi, si segnala l’abbinamento al nome di un frutto per indicare il nome del relativo albero (es: pere ‘e fica = fico).

Percià (v. trans.) “forare, passare da parte a parte”. Dal latino pertusiare tramite un’evoluzione simile a quella che portò al francese percer e all’inglese to pierce.

Pertuso (s.m.) “buco”. Derivato con poche variazioni dal latino pertugio, che è anche parola dell’Italiano.

Petraro / petrale (s.m.) “posto pietroso”. Nacque per indicare i luoghi ove era possibile trovare e raccogliere pietre (per costruire). Dal latino petra “pietra”, senza la metatesi che ha invece avuto il termine preta “pietra”.

Pecciuotto e picciotta (s.m. e f.) “ragazzo/a, giovine”. Come i pressoché identici termini siciliani, derivano dal medievale piccolo/a, che viene da una radice pik– col significato di “cosa minuta”. Nel Salernitano, nu picche significa “un pochetto” (di qualcosa).

Piennolo (s.m.) “treccia di pomodorini”. Deriva dal latino pendulum “pendente”, rispetto al quale mostra due variazioni che sono assai frequenti nel passaggio latino – volgare: la dittongazione della e (e > ie) e la riduzione a doppia nn della coppia nd (nd > nn).

Pimmece (s.f.) “cimice”. Come la forma italiana, deriva dal latino cimex con una variazione in p della prima sillaba che non trova chiara spiegazione.

Pisaturo (s.m.) “pestello da mortaio”. Deriva dal verbo tardo-latino pisare, “macinare” (da cui “pesto” e il dialettale pisto).  

Prena (agg.) “incinta”. Deriva dal latino praegnans (da cui anche l’italiano ‘pregna’), tramite una lenizione (indebolimento fonetico) simile a quella che portò da pugno a pùnio.

Prevola (s.f.) “pergola su cui si alleva la vite”, Dal latino medievale pergula, attraverso la metatesi per > pre e la mutazione g > v.

Prunto (agg.)prestante, con buon tono muscolare” e a Napoli, per la pasta, “al dente”. Etimologia incerta.

Puca (s.f.) “virgulto, rametto per innesto, spina”. Potrebbe aver avuto origine dal latino parvus “poco”, che significa anche “smilzo, sottile”.

Puntillo (s.m.) “paletto di sostegno a certi ortaggi”. Dal latino punctillum,” piccolo punto” per la terminazione appuntita di quei paletti.

Pupanio (s.m.) “peperoncino piccante”. Deriva dal latino piper “pepe”. In senso figurato indica anche “schiaffone che stordisce”.

 

Purtuallo (s.m.) “arancia”. Il nome indica anche la sua origine: il Portogallo, con la normale caduta della gutturale.

 

Putaturo o rungillo (s.m.) “falcetto, roncola”. Dal latino putare.

Putèca (s.f.) “bottega, negozio”. Deriva dal greco apotheke e ha perso la a iniziale perché, a un certo punto, la si credette articolo.

Q

Quaglià (v. trans.). “Cagliare,” ma anche “fissare qualcosa in un muro col cemento”. Dal  latino coagulare oer contrazione e passaggio coa > qua.,

R

Rampino (s. m.) “rastrello”. Deriva dal germanico rampe “dente del ferro del cavallo”. Il diminutivo, usato per un rastrello più piccolo e leggero, è al femminile: ‘a rampenella.

Rangella (s. f.) equivale al napoletano lancella e indica la “brocca di terracotta smaltata” per l’acqua. Deriva dal latino lanx, lancis “vassoio, piatto da portata”, con l’aggiunta del suffisso dim. -ella.

Ranogna (s. f.) “rana”, dal latino ranuncŭla diminutivo di rana.

Rariata (s.f.) “scalinata”. Deriva dal latino gradus, per perdita della g iniziale e della n, nonché la comune trasformazione della d in r.

Rascini  (s. m.)  “pantofole”. Etimologia incerta.

 

Rasola (s.f.) “spatola per tagliare le pagnotte di pane”. Forma femminilizzata del latino rasulo.

Reviezzelo (s.m.) “pettirosso”. Etimologicamente va letto come forma corrotta di rubizzolo, dal latino rubellĭo “rossiccio”, in riferimento al colore del piumaggio.

Riola (s.f.) “albero adulto di castagno da frutto”. E’ vocabolo esclusivo dell’area amalfitana, la cui origine ancora sfugge.

Ruccolo (s.m.) “barbagianni”. Origine incerta; forse onomatopeica (ispirata dal verso dell’uccello).

 

Runcillo (s.m.) “roncola”. Deriva dal latino tardo runcilio, che viene dal verbo runcare “tagliare”.

Rusto (s.m.) “rovo”, la pianta spinosa che dà le more. Deriva dal latino rùbeo “rosseggio”.

Ruzzimma (s.f.) “ruggine”. Come l’italiano, deriva dal latino aerūgo -gĭnis, che propriamente indicava la ruggine del rame (verderame), mentre poi si ampliò anche a quella del ferro.

S

Saccone (s.m.) letteralmente è “grosso sacco”, ma lo si usava molto per dire “materasso” (quelli di una volta erano poco più che sacchi pieni di lana grezza a fiocchi o “spoglie” di mais). Dal latino medievale sacconus.

Saettera (s.f.) “lastra di pietra con scolpita una fessura” Secoli fa servivano a creare nelle facciate un varco dal quale lanciare saette (da cui il nome) su un eventuale aggressore. Idem quando comparvero le armi da fuoco. Il termine indica anche lastre forate poste a terra come tombini.

Sarcina (s.f.) “fascio di legna”. Dal latino classico sarcina “fardello”.

Sarmiento (s.m.) “tralcio di vite staccato con la potatura” Deriva dal latino sarpere “tagliare, potare”.

Scalandrone (s.m.) “larga scala in legno per raggiungere un soppalco o un piano superiore”. Risale al greco antico skálanthron “pertica, trave” associato a scala per il materiale usato a costruire quelle antiche rampe.

Scannasurece /scannasulece (s.m.) “pungitopo”. Per le sue foglie acuneate e dure, se ne ponevano fasci lungo le pertiche ove si appendevano salumi o altre cibarie, così che non vi arrivassero i topi (cioè i sureci). La forma italiana dice che “punge” i topi; quella dialettale dice che li scanna “sgozza”.

Sciecco (s.m.) “asino”. Ricalca il siciliano sceccu, di identico significato e probabilmente preso dall’area turco-armena.

Scioccola (s. f.) “chioccia”. Deriva dal latino fóccula con trasformazione del suono fl in sch , come nel caso di flumen che divenne sciummo.

Sciore (s.m.) “fiore” ma anche “farina bianca”. Dall’espressione latina flos farine nella quale flos “fiore” sta per “la parte migliore”.

Spierzo (agg.) “sperduto, errabondo”. Deriva dal latino expertus, participio passato di exspergere “spargere”.

Scugnà (v. trans.) “sgranare” (ad es. il mais dalle sue pannocchie), ma anche “perdere i denti” (da cui scugnato per “sdentato”). Deriva da ex e cunĕus col senso di “togliere qualcosa dal posto in cui è incuneata”.

Sepàla (s. f.) “recinzione rustica in legno”. Dal latino saepes (da cui “siepe”), forse passando per un diminutivo saepula.

Sguinzo (agg.) “obliquo, sghembo”. Simile all’italiano sguincio, deriva probabilmente dal francese antico guenchir “andare di traverso, per sghembo”.

Spurtiglione (s.m.) “pipistrello”. Deriva dall’antico nome latino di questi mammiferi volanti: verpetilĭo, così detti perché apparivano la sera (vespero).

Surfaniello (s.m.) corruzione dell’italiano zolfanello, ossia fiammifero a base di zolfo (o solfo).

Surunto (agg.) “molto sporco, specialmente di grasso”. Il termine deriva probabilmente dal latino uncto, participio passato di unguere “ungere”, con l’aggiunta del prefisso rafforzativo sur– (da super).

T

Tavulato (s.m.) “solaio in assi di legno” ma anche “sottotetto” (che tradizionalmente aveva pavimento in legno). Ricalca esattamente il latino tabulatum, da tabula “tavola”.

Tavuto  / tauto (s.m.) “cassa da morto”. Come il simile termine siciliano tabbuto, deriva dall’arabo tabut “cassa”.

Teraturo (s.m.) “cassetto” Deriva dal verbo tirare e ci ricorda che nell’italiano dell’Ottocento si diceva “cassetto a tiretto”.

Tèsta (s.f.) “vaso di terracotta per fiori e piante varie”. E’ uno dei casi in cui il napoletano ha conservato perfettamente il latino. Infatti nel latino antico testa significava “vaso”.

Tettaiuolo (s.m.) “carpentiere specializzato nel far tetti”. E’ il sostituto moderno di pennataro, per il quale si rimanda alla voce pennata.

Tìcolo / tìgolo (s.m.) “mattone per riscaldare il letto o i piedi”. Il vocabolo è imparentato con tegola, che viene dal latino tēgŭla, derivato del verbo tegĕre “coprire”.

Trica’ (v. intrans.) “tardare, indugiare, perdere tempo”. Deriva dal latino tricae che significa “fastidi, imbrogli, difficoltà”. Dunque il verbo tricàre (oggi tricà) significò all’inizio “fare ostacoli, far difficoltà e, quindi, metterci tempo a svolgere quanto richiesto”.

Truocchio (s.m.) “treccia di paglia”. Deriva probabilmente dal latino trichia (“treccia”).

Tuzzulachiuoppe (s.m.) “Picchio”. Parola composta di tuzzula “bussa, batte”, dallo spagnolo tozar e chiuppe “pioppo”; dal latino populus, passato nel volgare come  chiuppus.

U

Uòsemo (sost. m.), “senso dell’olfatto”, ma anche “fiuto, sentore” in senso figurato (cfr. it. “aver naso per …”). Dal latino osmare, che viene dal grco osmao (£fiutare”).

Urmo (s.m.), “olmo”. Deriva dal latino  ulmus per corruzione della l in r.

V

 

Valanzone  (s. m.) “bilancia”. Accrescitivo di Valanza, derivato, attraverso lo spagnolo balanza, dal latino bÍlanx, formato da bis “due volte” e lanx “piatto”. Si tratta, infatti, di uno strumento formato da due lance o piatti, appesi a due bracci.

Vallarine (s.m.) “tacchino”. E’ forma contratta e corrotta di “vallo “gallo” d’India, con allusione al luogo d’importazione della specie. Cfr. graurinia.

Varda (s.f.) “sella per mulo”. Dall’arabo barda’a da cui anche l’italiano barda “sella”.

Vaveta (s.f.) “madia per impastare il pane”. E’ variante del dialettale maveta. Deriva dal latino màgida, che a sua volta deriva dal greco  magis, magidos “pane, madia”.

Vrasera (s.f.) “braciere”. Viene dal latino tardo brasas (preso dal germanico) con la comune mutazione b > v.

Vrassecale (s.m.) “semenzaio”. Deriva da brassicale (di cui ha perso la b iniziale). Poiché in antico i semenzai si facevano soprattutto per le brassicacee (cavoli e broccoli).

Vucculare (s. m.) “guanciale (in macelleria)”. Deriva dal latino  bucca “guancia” o bucculae “mascelle”.

Vurpino (s.m.) “scudiscio, nerbo di bue”. Dal latino verpile, derivato dal sostantivo verpa “membro virile”, che è proprio l’organo col quale si fanno i nerbi.

Vrullera (unque s.f.) “padella bucata per arrostire le castagne”. Dato che la v iniziale è mutazione di un’originaria b, sarebbe come brullera, che ricorda il verbo francese bruler “arrostire, scottare” e deriva dal latino perurere di analogo significato. E’ stata raccolta anche la variante ‘rollera, con elisione della v iniziale.

Z

Zimmero (s.m.) “caprone”. Deriva dalla corruzione (b > m) di un termine longobardo zîber “capra”.

Zimmero

Zimmero

 

Zumbà, zumpà (v. intr.) “saltare”. L’etimologia del termine è di natura onomatopeica.

Zuzzimma / suzzimma  (s. f.) “sudiciume, sporcizia”. Deriva da sozzo con rafforzamento dell’iniziale (s >  z) e col suffisso –imma  laddove l’italiano mette invece –ura (> sozzura).

NOTA BENE:

Se in queste pagine risultano pochi vocaboli inizianti per D, dipende dal fatto che spesso, nel Napoletano e ancor di più nella parlata agerolese, la d viene mutata in r (es: dito > rito, detto > ditto >  ritto,  due > doie > roie).

La scarsità di parole inizianti per E, O, U e Q dipende, invece, da una effettiva carenza di casi, anche nell’Italiano. Comunque, per queste come per le altre iniziali, le quantità di voci raccolte dipendono anche dal caso, visto che la fase di raccolta non è stata molto estesa.

Come detto  durante la celebrazione della Giornata Nazionale del Dialetto 2017  (vedi pagina Facebook della Pro Loco), abbiamo avviato la costruzione di un Vocabolario di Agerolese e ANCHE TU PUOI SEGNALARE PAROLE DA INSERIRVI.

Per farlo, scrivi una email all’indirizzo agerolando@gmail.com

 

Ogni segnalazione deve contenere:

1 la parola dialettale (sostantivo, verbo, aggettivo o avverbio che sia) scritta così come la si pronuncia.

2 significato del vocabolo in Italiano

3 nome, cognome, età e frazione di residenza dentro Agerola.

Volendo puoi aggiungere il tuo recapito telefonico. Ci servirà per contattarti nel caso che avessimo bisogno di sentire come pronunci il vocabolo o per

altri chiarimenti.

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Chiesa di S. Matteo Apostolo a Bomerano (Agerola). Alcune tappe datate della sua storia.

Tra le visite guidate alla chiese di Agerola previste nell’ambito del festival I sentieri del latte, organizzato dall’amministrazione comunale, rientra quella alla bella chiesa di S. Matteo, che guideremo io (Aldo Cinque) e  Paolo Aurelio de Napoli. Nel ricordarvi l’appuntamento, che è per le ore 11 del 17 gennaio, pubblico qui di seguito una quasi telegrafica lista di tappe datate.

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1158: Prima attestazione disponibile (della primitiva chiesa di S. Matteo in Memoranum, patronato della famiglia Como/Comi (poi Cuomo), di incerta ubicazione.

Pergamena riportata da R. Filangieri nel suo Codice Diplomatico Amalfitano:  Il  presbitero Iohannes Comi, custode e rettore della chiesa, anche a nome di altri quattro Comi che vi hanno diritto di patronaggio, vende un castagneto di S. Matteo a un Vespuli.

1572 : la primitivva chiesa, nel frattempo divenuta parrocchiale, è cadente. Ne fa le veci quella di Tutti i Santi. Sull’altare maggiore vi era un quadro con la Vergine tra S. Matteo e S. Andrea   (dalla visita di Mons. Montilio).

1576: Si sta costruendo la nuova S. Matteo e viene intanto finita la casa canonica (vedi lapiode del presbitero Francesco Avitabile in facciata), forse anche per poter ospitare maestranze forestiere.

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1560: la relazione di Mons. Rossini dice che la nuova parrocchiale è ancora da completare.

1592 Gio Batt Cavaliere crea una cappella del Carmine con dipinto Madonna tra S. Caterina d’Alessandria  e S. Lucia .

1605 : Vi era un reliquiario che l’arciv Rossini ordinò di proteggere  con cancello di ferro

Tra 1615 e 1628: si pone nella Cappella del Rosario  la tela del Regolia “Madonna del Rosario e santi più 15 formelle.”

1639: Sull’altare maggiore vi è già una tela con la Vergine tra S Matteo e S Andrea (dalla relazione di Mons. Pichi).

soffitto-chiesa-s-matteo-di-agerola

Tardo Seicento: Le cappelle presenti sono:

1  del Rosario,

2 dei Morti (con suo Monte),

3 di S. Gaetano,

4  di S. Anna,

5 della Madonna del Carmine e

6 di S. Maria di Costantinopoli (che prima era dedicato a S. Michele Arcangelo).

1715: La parrocchiale acquisisce il busto reliquaiario  in argento di S Matteo, donato dal magnifico  Francesco Avitabile.

1745: Si completa una nuova decorazione del soffitto di nave centrale col dipinto di Paolo de’ Majo Martirio di S. Matteo.

1784: Lavori edilizi (non spec.ti) e decorativi all’interno chiesa. (cfr Mascolo Agerola).

Inizio ‘800 : Orologio pubblico sul campanile (già da riparare nel  1820)

Metà ‘800: Si ricavano le navate laterali congiungendo tra loro le cappelle (da I. Maietta, Recuperi e restauri ad Agerola. Eidos 1990). Accomodi a campanile e tetto   Acquisto di candelieri e “frasche” in ottone per la cappella del Rosario (A. Mascolo op. cit.).

Nell’Ottocento vi era nel pavimento di S. Matteo anche una lastra tombale del 1514 (originariamente in S. Matteo vecchio o altra chiesa; S. Pietro di Pianillo?) con questa iscrizione: MARCUS ANTONIUS CAVALIERUS SEPULTURAM PRO SE ET SUIS CONDESCENDENTIBUS FUNDAVIT ANNO DOMINI 1514  (M. Camera, Memorie storico.diplomatiche dell’antica città e stato di Amalfi. Salerno 1881, vol. II, p.630).

 

Anni 30  del ‘900: si realizza l’attuale facciata in stile neo-romanico.

 

1938 . arriva il Crocefisso dal mon trinità diS. Teresa di Campora (che l’aveva avuto nell’800 dal monastero della SS Trinità di Amalfi).

 

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Lavori pubblici ad Agerola dal 1807 al 1857. Parte seconda: orologi pubblici, Casa Comunale, Ruota dei proietti e altro.

Analogamente alla prima parte di questo mio articolo, dedicata  ad Acquedotti, fontane, strade e ponti, anche questa seconda parte attinge all’inventario del fondo Deputazioni delle Opere Pubbliche del Principato Citra (sezione Opere Pubbliche Comunali.) conservato nell’Archivio di Stato di Salerno e inventariato da A. Sole, F. Aquino e A. Cantaluo.[1]

All’interno di quel fondo, il  faldone (Busta) che riguarda Agerola è il numero  1121, contenente 46 Fascicoli i cui numeri riporto accanto a ciascun titolo.

 

OROLOGI PUBBLICI

Ribadita ancora una volta l’opportunità di andare a studiare a fondo i fascicoli in questione, che sicuramente riveleranno tante e tante più informazioni che non i meri titoli d’inventario che qui analizzo, vediamo i tre fascicoli che concernono i primi  orologi pubblici installati ad Agerola:

F 20 -Riparazione dei pubblici orologi esistenti sui campanili delle due chiese madri di Agerola, sotto il titolo della Beata Vergine Annunciata e di San Matteo Apostolo. 1820

F 26 -Perizia sui lavori occorrenti per la riparazione di due orologi a campana dei due casali di Bomerano e Campora. 1823

F 43 -Accomodi occorrenti al pubblico Orologio. 1829  1837

 

 

I campanili con orologi di S. Matteo (a sinistra) e dell’Annunziata (a destra) come appaiono in due cartoline di inizio Novecento.

I campanili con orologi di S. Matteo (a sinistra) e dell’Annunziata (a destra) come appaiono in due cartoline di inizio Novecento.

Gli orologi pubblici di cui trattasi furono collocati sui campanili delle chiese parrocchiali in quanto l’ altezza di questi ultimi garantiva al suono delle abbinate campanelle segna-ore di diffondersi su aree più vaste. Nonostante tale collocazione, l’acquisto e la manutenzione dei pubbllici orologi toccava, come vediamo, alll’amministrazione comunale. I fascicoli sopracitati ci dicono che Agerola si era dotata di orologi pubblici (del tipo “a pesi” e muniti di campanelle battenti le ore e i quarti d’ora) non più tardi degli anni venti dell’Ottocento. Dato che tutti e tre i fascicoli parlano di riparazioni, le date di installazione di quegli orologi vanno anticipate di diversi anni, se non di alcuni decenni, rispetto alle date dei sopra citati documenti.

Sembra che i primi orologi pubblici di Agerola furono quelli istallati sui campanili delle parrochiali di San Lazzaro (chiesa della SS. Annunziata) e di Bomerano (chiesa di S. Matteo). Se non se ne misero anche a Campora e a Pianillo (le cui parrocchiali dovranno attendere il ‘900 per avere i loro orologi) fu, credo, un po’ per economia e un po’ perché il silenzio pressocchè assoluto che allora regnava sulla nostra vallata garantiva che i rintocchi orari emanati da Bomerano e da San Lazzaro fossero udibili anche dagli altri casali agerolesi.

 

CASA COMUNALE E UFFICI PUBBLICI

 

F 3 -Accomodi alle finestre della casa comunale. 1811 1815

F 4 -Domanda di Giovanni Imperato per la liquidazione di un cenzo di 11 ducati su una casa censuata al Comune, dove vi è la residenza della Municipalità, del Carcere e della Ruota de’Projetti. 1812

F 7 -Pagamento dello stipendio a Saverio Acampora, medico del comune. 1813

F25 -Su diverse opere urgenti da farsi nella Casa Comunale e nel mulino patrimoniale di Campora. 1822 1826

F 30 -Richiesta del sindaco per ottenere l’autorizzazione a rifare una piccola scarpa di fabbrica. 1823

F 37 -Sugli accomodi e sugli oggetti necessari nell’ultima stanza della casa comunale da adibire ad Archivio. 1827 1828

F 44 -Acquisto di una scrivania di ottone per uso dell’amministrazione comunale.1832 1833

F 3 -Accomodi alle finestre della casa comunale. 1811 1815

F 4 -Domanda di Giovanni Imperato per la liquidazione di un cenzo di 11 ducati su una casa censuata al Comune, dove vi è la residenza della Municipalità, del Carcere e della Ruota de’Projetti. 1812

All’epoca di questi documenti, l’edificio utilizzato come casa comunale era quello affacciante sull’attuale Piazza Unità d’Italia (già Piazza Municipio), che ha ospitato la Giunta Municipale fin dai tempi dell’Unità d’Italia e poi  il Municipio fino a una ventina di anni fa.  Oggi esso ospita, tra l’altro, il civico museo Casa della Corte, così chiamato per ricordare ai moderni quello che fu il nome di quel palazzo nel Settecento e forse anche prima, allorquando fu sede di quella corte baiulare che fu istituita in Agerola nel tardo Quattrocento dai Piccolomini, feudatari del Duvato d’Amalfi, per governare la parte più occidentale di quel territorio ducale, ovvero Agerola, Praiano, Vettica Maggiore e Montepertuso (vedasi Matteo Camera Memorie storico-diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi (Salerno, 1881), vol. II, p . 623).

Nel 1846, anno del passaggio nella Provincia di Napoli, il fatto di essere da secoli sede di un governatorato (con annessa corte di giustizia) valse ad Agerola il diritto a costituire un Circondario a se stante e ad avere – proprio nell’edificio in questione – un suo Giudicato Regio (trasformato in a Pretura nel 1867) con annesso, al piano terra, un piccolo carcere che funzionerà fino al 1890 (vedi A. Mascolo, Agerola dalle origini ai giorni nostri, MicroMedia 2003, p. 167,169 e 170).

Il sopracitato fascicolo F 4 indica abbastanza chiaramente che nel 1812 l’edificio era di proprietà di tale Giovanni Imperato [2], cui l’ente comunale versava un fitto annuo di 11 ducati. Analoga soluzione (affitto dagli Imperati) credo che vigesse ai tempi in cui lo stabile era la “casa della corte” e residenza del governatore di nomina regia che la presiedeva, mentre l’acquisto dell’edificio da parte del Comune (peraltro parziale, visto che gli Imperati mantennero la proprietà del piano terra) avvenne nel corso dell’Ottocento.

Gli altri fascicoli del gruppo in esame ci dicono dello stipendi al medico condotto, di spese per vari accomodi all’edificio e per l’arredamento degli uffici (tra cui spicca l’acquisto di una scrivania in ottone: una sciccheria per la stanza del signor sindaco). Circa la “piccola scarpa” citata in F 30, credo si tratti del barbacane presente a metà facciata, laddove questa cambia un po’ di direzione (vedi foto)

 

 

 

antica-casa-comunale-di-agerola

Facciata dell’antica casa comunale diAgerola. Nella cartolina in alto (degli anni trenta del ‘900) si noti il barbacane di rinforzo con addossato la lapide ai caduti della Grande Guerra e le finestre a robuste inferriate del carcere. La foto moderna in basso mostra invece la traccia della finestra ov’era allocata la ruota dei proietti .

Riguardo alla Ruota de’ Proietti (ossia la ruota ove depositare i trovatelli) si veda il mio articolo precedente

 

VARI ALTRI LAVORI PUBBLICI

In questo mio ultimo paragrafo aggruppo i seguenti cinque fascicoli del faldone 1121:

F 16 -Riattazione del molino comunale di Campora danneggiato dalle piogge. 1818

F 25 -Su diverse opere urgenti da farsi nella Casa Comunale e nel mulino patrimoniale di Campora. 1822 1826

F 45 -Riparazioni urgenti al soppresso Monastero di Cospiti in Agerola, dove vi sono le sepolture dei morti di colera. 1845 1848.

F 46 Restauri al tetto della chiesa di San Pietro Apostolo nel villaggio Pianillo. 1857

A commento dico che all’inizio dell’Ottocento vi erano ad Agerola due mulini di proprietà comunale la cui gestione veniva affidata a privati tramite apposite gare. Erano il mulino di Pino (nella forra del Penise tra San Lazzaro e Bomerano) e il mulino di Campora (sempre sul Penise, ma più a nonte, tra Campora e Pianillo).Questi secondo e più grande mulino, attestato in fonti archivistiche fin dal Trecento e di proprietà del comune (all’epoca Universitas) fin dal 1491, fu danneggiato dall’alluvione del 1817 (che colpì anche Acerno e altri centri della provincia). Ai lavori di riparazione che si resero quindi necessari si riferisce il fascicolo F 16.  Il fascicolo F 25 ci dice che su detto mulino si intervenne ancora nel periodo 1822 1826. Da delibere d’epoca conservate nell’archivio storico comunale sappiamo, invece, che il mulino di Pino subì seri danni con l’alluvione del 1878.

Di altri drammi ci informa, indirettamente, il fascicolo F 45, laddove ricorda che nel Monastero di Cospiti (arroccato tra rupi agerolesi che incombono su Amalfi) furono seppelliti molti morti di colera durante l’epidemia del 1835 – 1837. Passato al demanio in forza della legge 7 agosto 1809 (soppressione di monasteri e ordini religiosi nel Regno di Napoli) toccava al Comune provvedere alla manutenzione di quell complesso.

Meno chiari mi appaiono i motivi per cui -come suggerisce il titolo del fascicolo F 46 – intervenne il comune nei lavori di riparazione del tetto dei S. Pietro Apostolo dell’anno 1857.

Una possibile spiegazione (che lo studio del Fascicolo dovrà verificare) è quella legata al fatto che la chiesa di S. Pietro ospitava – come ancora ospita – il culto di S. Antonio Abate, santo patrono dell’intera comunità agerolese. Inoltre il suo pronao (chiuso nel primo Novecento) aveva per secoli ospitato le assemblee dei rappresentanti comunali.

 

NOTE

 

1 -Disponibile come PDF su http://www.archiviodistatosalerno.beniculturali.it

2 -La casata degli Imperato o Imperati è una delle più antiche e notevoli di Agerola. A Pianillo , dovo sono più numerosi,  possedevano case e orti proprio nella zona ove ricade l’ex casa comunale; zona che perciò fu denominata L’Imperati (così, ad esempio, nel Regio Catasto Onciario di Agerola, anno 1752

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Quella strana finestra dell’antica Casa Comunale. Un enigma risolto

 

Nel 2011, mentre erano in corso lavori di restauro alla antica casa comunale, la rimozione dei vecchi intonaci fece affiorare, al piano terra della facciata, vari elementi che testimoniavano la storia dell’edificio. Tra essi, una finestra rimurata che appariva anomala per forma, dimensioni e posizione.

Per quanto non riuscissimo a capire quale fosse stata la sua antica funzione, ritenni che era una testimonianza di cui lasciare evidenza e riuscii a convincere il sindaco e la direzione lavori a non occluderla di nuovo completamente e a marcare sul nuovo intonaco un segno del suo perimetro.

Particolare della facciata dell’antica casa comunale di Agerola.La freccia indica la strana finestra di cui si occupa l’articolo.

Particolare della facciata dell’antica casa comunale di Agerola.La freccia indica la strana finestra di cui si occupa l’articolo.

 

Non sto a raccontarvi quante ipotesi ho fatto in questi anni circa l’epoca e il significato di quella strana finestra. Ma confesso che erano tutte errate e che – come spesso accade – alla spiegazione giusta sono giunto quasi per caso (serendipity) pochi giorni fa, mentre rileggevo i titoli di quei fascicoli dell’Archivio di Stato di Salerno (fondo Opere Pubbliche)  cui ho dedicato l’ultimo articolo da me pubblicato e alle quali ne dedicherò un altro a breve.

Mi riferisco al Fascicolo 1121. 4, che data all’anno 1812 e attesta che la Casa Comunale  ospitava all’epoca anche la Ruota de’ Proietti.

Di che si trattava? L’assonanza col termine proiettile, unita al fatto che al piano terra della Casa Comunale vi era anche un piccolo carcere, potrebbe indurre qualcuno a pensare a qualcosa di militaresco. Ma, come è facile verificare anche via ricerca in rete, il termine ‘proietto’ (aggettivo sostantivato) deriva dal latino proiectus e significa ‘abbandonato’. Dunque, la ruota de’ (dei) proietti altro non è che un equivalente di ‘ruota dei trovatelli’ o

‘ruota degli esposti’ [1].: dispositivo girevole in legno (sorta di bussola rotante cieca)

che, inserito lungo il perimetro di un edificio, tramite una finestrella, consentiva di depositare un neonato senza farsi vedere. Girano la ruota, era poi possibile prelevare il bimbo dall’interno, dove veniva accolto e accudito.

 

 

ruota-dei-proietti

L’ultimo doloroso bacio al neonato prima di lasciarlo per sempre. In basso a sinistra una “ruota dei proietti” Immagine tratta dal sito http://www.archivosgenbriand.com

Simili ruote furono istituite presso ospedali religiosi e monasteri a partire dal tardo secolo XII. Risale invece al periodo durante il quale il Regno di Napoli fu governato dai napoleonidi (Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat;1806 – 1815) l’apertura di ruote de’ proietti comunali, sulla scia del Decreto imperiale di Napoleone Bonaparte del 19 gennaio 1811 concernente l’infanzia abbandonata. [2].

Per quanto la cosa sia da approfondire, cercando altre informazioni tra le Delibere del Decurionato che si conservano nell’archivio storico del Comune, pare che Agerola fu nel novero dei Comuni che più prontamente aderirono alle nuove e civilissime disposizioni, dotandosi della sua Ruota de’ proietti a gestione laica [3]. Di ciò abbiamo prova non solo nel sopracitato fascicolo 1121.4 dell’Archivio di Stato di Salerno, ma anche in quella “strana finestra” sulla facciata dell’antica casa comunale che citavo a inizio articolo.

Alla conclusione che questa fosse l’apertura che dava accesso alla Ruota ci arrivo un po’ per esclusione e un po’ per positivi indizi. Infatti, essa è troppo in basso, stretta e diversa dalle altre per essere stata una comune finestra da illuminazione, nonché troppo in alto (come soglia) e piccola per essere stata una porta. In quanto a elementi positivi cito ciò che fu possibile notare durante i suddetti lavori del 2011: quella antica apertura tendeva ad allargarsi verso l’interno, con una strombatura che ora interpreto come spazio in cui girava quella parte della ruota che si incassava nella muratura. Interpretare la finestra in questione come quella della Ruota, spiega anche la sua altrimenti strana posizione d’angolo rispetto alla stanza retrostante: visto che il fronte-stanza era spezzato in brevi segmenti dalla presenza della porta d’ingresso e della finestra a sinistra di essa, si decise di mettere la Ruota nello spigolo a destra entrando, così che prendesse meno spazio (vedi figura a qui sotto)

 

 

A sinistra: pianta schematica della stanza a servizio della ruota e posizione di quest’ultima. A destra: un esempio di ruota in posizione d’angolo visto dall’interno.  

A sinistra: pianta schematica della stanza a servizio della ruota e posizione di quest’ultima. A destra: un esempio di ruota in posizione d’angolo visto dall’interno.

Concludo sottolineando una simpatica coincidenza. Quella stanza al piano terra del Municipio dove nell’Ottocento si accoglievano i trovatelli, oggi ospita un negozio. E sapete di che tipo? Articoli per l’infanzia, manco a dirlo!

 

NOTE

1 –Dai citati termini ebbero origine i cognomi Esposito, Degli Esposti e Proietti, assegnati appunto a dei trovatelli. Successivamente, a partire dai primi dell’Ottocento, fu abbandonato l’uso di cognomi così spietatamente eloquenti della ignota paternità e nuove norme stabilirono di inventare cognomi di fantasia, magari ispirati all’aspetto del trovatello o del suo carattere.

2 -In Italia queste ruote degli esposti andarono via via chiudendo nel periodo compreso tra il 1867 e l’inizio del Novecento; causa l’insostenibilità economica cui si era giunti con il crescente abuso dell’istituzione. Tra le tante innovazioni portate da quel governo va ricordata – per attinenza – la istituzione del servizio di Stato Civile; cosa che fece nascere gli uffici anagrafici comunali. Precedentemente, invece, le nascite (come pure i matrimoni e le morti) venivano registrati nelle parrocchie.

3 –La prontezza con la quale Agerola si dotò della sua ruota dei proietti sembra far il paio con quella che il paese aveva dimostrato una dozzina di anni prima, aderendo ai valori della “Rivoluzione napoletana del 1799” e piantando presso S. Martino di Campora uno dei primi Alberi della Libertà della provincia.

 

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Lavori pubblici ad Agerola dal  1807 al 1857. Parte prima: Acquedotti, fontane, strade e ponti.

Com’è noto,  Agerola passò a far parte della provincia di Napoli solo nel 1846. Precedentemente, nei secoli del Regno di Napoli e del Regno delle Due Sicilie, essa era parte di ciò che oggi chiamiamo Provincia di Salerno e che all’epoca si diceva Principato Citeriore o Citra, sempre con capoluogo in Salerno.

E’ per questo che alcuni antichi documenti  di amministrazione pubblica si trovano nell’Archivio di Stato di Salerno, lì rimasti dopo che la gran parte di simili “carte” furono trasferite (centralizzate) nell’Archivio di Stato di Napoli.

Della documentazione rimasta a Salerno fanno parte i faldoni (“buste”)  relativi alle  opere pubbliche comunali del periodo 1795 – 1861, un cui inventario dettagliato è stato curato da Anna Sole, Fancesca Aquino e Antonino Cantaluo (Archivio di Stato di Salerno).[1]

Trattasi di materiale catalogato sotto la voce  Deputazioni delle Opere Pubbliche,  sezione Opere Pubbliche Comunali. I faldoni dal 1119 al 1356 contengono i fascicoli relativi a opere pubbliche realizzate nei comuni del Principato Citra tra il 1806 e il 1860 [2]. In particolare, il faldone 1121, contenente i Fascicoli dal 1121.1 al 1121.46, (residui di un documentazione originariamente più ampia)  è quello che si riferisce a cose riguardanti Agerola.

Questo gruppo di documenti, opportunamente incrociato con le coetanee delibere che si conservano presso l’Archivio Storico Comunale di Agerola, possono rivelare allo studioso un interessantissimo spaccato delle vicende amministrative e sociali dell’Ottocento pre-unitario agerolese.

Mentre invito gli studenti universitari  a considerare tale materiale come base della loro ricerca di tesi, (così da poter anche partecipare al premio di laurea Studiare Agerola; ), io qui mi limito a fornire i i titoli di tutti i 46 fascicoli contenuti nel faldone 1121 (così come riportati nel citato lavoro degli archivisti  Sole, Aquino e Cantaluo), radunandoli per argomento e aggiungendovi qualche mia osservazione.

 

ACQUEDOTTI E FONTANE PUBBLICHE

Un buon numero di pratiche (12 considerando anche i. FF 21 e 40 che vedremo in altri paragrafi)  riguardano interventi di riparazione a pubblici acquedotti  e fontane pubbliche.  Ecco quelle che riguardano gli acquedotti:

F 1 -Riattazione dell’Acquedotto del casale di San Lazzaro.1808

F 5 -Riparazione dell’acquedotto che conduce l’acqua dalla sorgente posta nel luogo detto Pietra piena all’unica fontana del Casale di San Lazzaro. 1812 1813

F 10 -Riparazione dell’acquedotto che conduce l’acqua nel pubblico fonte del Casale di San Lazzaro danneggiato dalle piogge. 1814 1815

F 36 -Lavori di riparazione ai tre acquedotti di Bomerano,  Pianillo e San Lazzaro.1827

F 33 -Riattazione dei ponti che conducono l’acqua ai 4 fonti pubblici. 1824 1827

A proposito degli acquedotti (canali) il  Regolamento di polizia urbana e rurale di Agerola  del 1824, (riportato nell’appendice Fonti Storiche del volume “Comune di Agerola. Statuto” . Edizioni N. Longobardi 1992) così recitava: “… a niuno sarà lecito di rompere, o guastare li canali de’ fonti pubblici, o deviare l’acqua per usi privati o d’irrigazione, o rendere sporca l’acqua conducevole per mezzo di quelli, e non atta agli usi domestici: sotto la multa di carlini 29 per ogni trasgressore.

Come dimostra qualche avanzo che ancora sopravvive, e che andrebbe consolidato e valorizzato, i nostri acquedotti antichi  erano dei canali a pelo libero in muratura; avevano sezione rettangolare di pochi decimetri quadri, internamente rifiniti con intonaco idraulico, e copertura rimovibile onde permettere periodiche manutenzioni. Essi decorrenti per lo più a fior di terra o su bassi muretti .  Ma, per lo scavalcamento di solchi torrentizi, come fa intuire l’F33, vi erano anche tratti su ponticelli. I

Nel casale di Campora, alcune delle tante sorgentelle che esso possiede erano ( e sono) di proprietà privata, per cui vi erano anche dei brevi acquedotti privati a servizio delle comode dimore (“case palazziate”) delle famiglie più ricche.

Il resto della popolazione, se non disponeva di una cisterna  per la raccolta dell’acqua piovana annessa all’abitazione,  doveva quotidianamente andare a far scorta d’acqua presso le sorgenti o presso le pubbliche fontane.

 

 

Cartolina ded 1920 circa mostrante la piazza di Bomerano (si noti l’atmosfera da villaggio alpino) con la fontana pubblica del casale. L’inserto in basso a sinistra, tratto da una cartolina dello stesso periodo (collezione Michele Naclerio) permette di meglio apprezzare le forme della fontana.

Cartolina ded 1920 circa mostrante la piazza di Bomerano (si noti l’atmosfera da villaggio alpino) con la fontana pubblica del casale. L’inserto in basso a sinistra, tratto da una cartolina dello stesso periodo (collezione Michele Naclerio) permette di meglio apprezzare le forme della fontana.

 

Su queste ultime abbiamo i seguenti documenti:

F 15 -Lavori di riparazione al canale del pubblico fonte de Casale di Pianillo. 1817 1818

F 17 -Lavori di manutenzione al canale dell’unico fonte del Casale di Bomerano. 1818

F 24 -Riattazione della fontana di Bomerano e di altre opere pubbliche. 1822 1824

F 27 -Costruzione di quattro canali di fabbrica dalle sorgenti fino ai fonti pubblici e riattazione della strada del casale di San Lazzaro. 1823

F  39 -Domanda dei cittadini del villaggio di Bomerano per costruire a proprie spese un pezzo di acquedotto che conduce l’acqua nella pubblica piazza. 1828

Le fontane pubbliche erano solo 4, una per ciascuno dei casali formanti Agerola (Pianillo, Bomerano, Campora e San Lazzaro). L’unica che ancora sopravvive è quella di Pianillo , alloggiata sotto un fornice sottoposto al sagrato della parrocchiale di S. Pietro Apostolo.

 

         

 La fontana pubblica di Pianillo. Si notino i  due “cannoli” di  marmo, ottenuti  forando duegli spezzoni di colonnina di bifora, probabilmente  provenienti da una antica ristrutturazione della adiacente chiesa di S. Pietro (segnalata già nel XII secolo).


La fontana pubblica di Pianillo. Si notino i  due “cannoli” di  marmo, ottenuti  forando degli spezzoni di colonnina di bifora, probabilmente  provenienti da una antica ristrutturazione della adiacente chiesa di S. Pietro (segnalata già nel XII secolo).

 

 

 

Qui una botola in vetro sul sagrato  permette anche di vedere un pezzetto dell canale che portava alla fontana’- e alle vivine Martino – l’acqua della sorgente de La Calcara.

Apro qui una parentesi linguistica che ci riporta a quei secoli (ultimo l’Ottocento) in cui le fontane pubbliche erano importantissime. Nacque allora il termine  “fontaniere”  che è ancora di largo uso nel nostro dialetto per indicare l’idraulico. All’epoca era, invece, il “tecnico” addetto a manutenere le fontane pubbliche.

 

STRADE E PONTI

Ancora più numerosi di quelli relativi ad acquedotti e fontane sono i documenti che riguardano interventi su strade e ponti. Infrastrutture di primaria importanza alla cui efficienza prestava attenzione prioritaria anche il governo centrale del Regno. Ecco i titoli dei fascicoli  relativi ai ponti:

F 11 -Riattazione di un tratto di strada interna che conduce al mulino di Campora. 1815 1817

F18 -Sulla costruzione di un ponte nel luogo detto LaValle. 1818

F 21 -Riattazione del ponte di fabbrica che unisce le due contrade Ponte e Bomerano e del fonte che conduce le acque al Casale di Bomerano. 1820.

F 23 -Costruzione di due archi e di un pilastro del ponte denominato Lama Campanella. 1821 1824

F31– Riattazione dei ponti di San Bernardino e La Rossa. 1823 1825

F 28 -Riattazione del ponte di Bomerano e della strada di San Lazaro danneggiati dall’alluvione. 1823

F 38 -Costruzione di un ponte di fabbrica nel luogo detto Ponte di San Bernardino. 1827

F 41 -Costruzione di un ponte sul Torrente detto di San Bernardino.1828 1831

 

 

Il ponticello “a schiena d’asino” che scavalcava il Rio Penise in località La Vertina (strada bassa da Pianillo a Campora).

Il ponticello “a schiena d’asino” che scavalcava il Rio Penise in località La Vertina (strada bassa da Pianillo a Campora).

Il ponte citato nel F 21, sulla strada che da Bomerano (zona Villani) va a Ponte, è l’ancor oggi esistente Ponte di Sotto, così detto per distinguerlo da quello (pur’esso ancora esistente) che scavalca la stessa incisione torrentizia più a monte, collegando Bomerano con Pianillo. Allo stesso Ponte di Sotto credo che si riferisca il F 21, quando cita il ponte de La Rossa (una delle denominazioni usate per indicare il torrente che divide Bomerano da Pianillo e da Ponte).

Non riesco, invece, a localizzare il ponte a “La Valle” di cui al F 18 e il ponte a due arcate di Lama Campanella, di cui al F 23. Circa il ponte di S. Bernardino, cui si riferiscono i FF 31, 38 e 41, sappiam o che è quello col quale scavalca il Rio Penise la strada da Pianillo a San Lazzaro; ponte per antonomasia di Agerola, tanto da aver generato –nel tardo Medioevo –  l’espressione toponomastica A lo Ponte (oggi “fra zione Ponte”). I titoli dei FF 38 e 41 parlano di “costruzione”, ma dovette piuttosto trattarsi di restauro o consolidamento, visto che il titolo delF 31 – che è anteriore agli altri due FF – parla di “riattazione”. Che il ponte di S. Bernardino fosse a tre arcate già prima di questi interventi ottocenteschi lo dimostra anche il fatto che quel ponte a tre luci compare nello stemma seicentesco dei de Stefano, tra l’altro riprodotto in calce alla tela che decora il loro altare di famiglia nella chiesa di S. Nicola al Ponte. Un’ipotesi che lo studio dei citati fascicoli dovrà verificare è quella che furono i citati lavori di primo Ottocento a tompagnare la prima e la terza arcata, lasciando invece libera quella centrale.

Riguardo ai lavori pubblici effettuati su strade comunali, ecco i fascicoli  che offre la Busta 1121 decitato fondo dell’Archivio di Stato di Salerno:

F  6 -Costruzione della pubblica strada che dal villaggio di Campora va alla volta di San Lazaro fino alla cappella di San Michele Arcangelo. 1812 1813.

F 8 -Riattazione delle strade interne. 1813 1815

F 9 -Riattazione della strada esterna. 1814

F 12 -Lavori di sgombero della terra e delle pietre portate dall’alluvione sulla pubblica strada che conduce alla Chiesa Battesimale di San Martino.1816 1817

F 13 -Riattazione della strada che dal Ponte del Molino di Tobia Acampora porta al punto detto Li Fiori. 1816 1817

F 14 -Riattazione della strada del Casale di Campora che passa per il punto detto Crocella. 1817

F 19 -Lavori di riparazione della pubblica strada denominata la Pietra  che conduce alle due parrocchie di Santa Maria la Manna e di San Pietro Apostolo. 1819 1824

F 2 -Riattazione del tratto di strada pubblica che da Agerola porta ad Amalfi. 1810 1815

F 22 -Lavori di riparazione del tratto di strada pubblica detta Li Galli. 1820

F 28 -Riattazione del ponte di Bomerano e della strada di San Lazzaro danneggiati dall’alluvione. 1823

F 32 -Riattazione del tratto di strada pubblica denominato Casa Acampora. 1824

F 29 -Lavori di restauro alle strade che da Agerola conducono ad Amalfi, Gragnano e Castellammare. 1823

F 34 -Riattazione del tratto di strada pubblica detta Punta di San Lazzaro . 1826

F 35 -Riattazione in diversi tratti di strada pubblica del villaggio di San Lazzaro. 1826 1828

F 40 -Riattazione di diversi punti di strada e canali. 1828 1829

F 42 -Ricorso del parroco di Santa Maria della Manna, Ferdinando Cuomo per innovazioni e chiusura delle strade dette Petrariello e Santone. 1829

F 42 -Ricorso del parroco di Santa Maria della Manna, Ferdinando Cuomo per innovazioni e chiusura delle strade dette Petrariello e Santone. 1829

In tema di strade va innanzitutto precisato che nel periodo cui risalgono i documenti in esame Agerola non aveva certo le strade asfaltate cui sismo abituati oggi. E nemmeno vi erano ancora quelle “carrozzabili” larghe sei metri e a dolci pendenze che furono realizzate  in paese negli ultimi anni dell’Ottocento, dopo l’apertura della strada carrozzabile per Gragnano con traforo a quota 700 m sotto il Colle delle Palombelle (inaugurato nel 1885). Prima di ciò le strade interne erano commisurate a un traffico fatto solo di pedoni –  non di rado carichi di sacchi, sporte o fascine – nonché di muli che portavano anch’essi carichi talora ingombranti.

A darci un’idea di come erano quelle antiche strade contribuiscono i tratti ancora conservati qui e là, ma anche questa frase che traggo dal già citato Regolamento di polizia urbana e rurale  del 1824:

Le strade pubbliche saranno conservate nella larghezza di palmi 10 in diretto (sui tratti rettilinei) e nella voltata (nelle curve) di palmi 14…le braccia di strade che partono da strade pubbliche saranno della larghezza di palmi 8 in diretto e nella voltata di palmi 10 franche di siepi”.

 

 

 

Un tratto della millenaria mulattiera che collegava Agerola con Pino, Pimonte e Gragnano passando per la località Gemini e per il valico di Colle S. Angelo (circa 950 m di quota).

Un tratto della millenaria mulattiera che collegava Agerola con Pino, Pimonte e Gragnano passando per la località Gemini e per il valico di Colle S. Angelo (circa 950 m di quota).

Nei tratti subpianeggianti del territorio si trattava di strade in terra battuta o brecciolino a decorso liscio e poco o niente pendente, m prima o poi   lisce e  e per , ma dove si trattava di superare una gola, per non costruire ponti troppo alti  e costosi, si avevano tratti selciati e gradonati che scendevano e risalivano i fianchi vallivi. Ugualmente gradonati e rivestiti con scheggioni calcarei erano le mulattiere che si inerpicavano sui monti intorno all’altipiano agerolese (per poi scendere a Pimonte, Gragnano, Castellammare e Scala)  o che dall’altipiano scendevano verso i paesi rivieraschi della Costa d’Amalfi.

Passando allo specifico dei documenti in esame, noto che anche in tema di lavori stradali – similmente a quanto visto per il ponte di S. Bernardino – pare che nei titoli si abusi alquanto del termine “costruzione”, nel senso che l’antichità dei tracciati viari citati mi fa credere che si trattasse piuttosto di rifacimenti o di adeguamenti  a nuovi standard.

I FF 10, 12 e 28 ci fanno poi comprendere, già dal poco che dicono i titoli, quali fossero le cause di tanti interventi di sgombero e riparazione su strade e canalili: le piogge eccezionali  e la forza erosiva dei ruscellamenti  da esse innescati. Forza erosiva che a tratti aggrediva i pendii montuosi, scaricando poi detriti più a valle;  mentr, in altri casi aggrediva direttamente ei manufatti causando dissezioni e cedimenti.

Notizie di lavori pubblici resisi necessari per simili eventi eccezionali  si trovano anche nei faldoni dedicati ad altri comuni del Principato Citra, il che rende il fondo “Intendenza opere pubbliche” dell’Archivi di Stato di Salerno molto interessante per i climatologi e i geologi che lavorano alla ricostruzione  delle variazioni climatiche occorse in tempi storici (utili anche a predire gli scenari futuri) e alla comprensione di come i vari ambiti territoriali rispondono – in termini di crisi alluvionali – alle piogge eccezionali.

 

 

 

NOTE

1 – Disponibile come PDF su http://www.archiviodistatosalerno.beniculturali.it

2 – Sono gli anni in cui il Regno di Napoli conosce le grandi riforme politico-amministrative portate dai napoleonidi (trono Napoli a Giuseppe Bonaparte tra 1806 e 1808, poi a ), Gioacchino Murat fino al  1815) per poi conoscere la “restaurazione borbonica (re  Ferdinando fino al ’58 sul trono di quello che è ora detto Regno delle Due Sicilie; poi  suo figlio Francesco, fino alla conquista garibaldina)

 

 

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