Case palazziate, magnifici e nobili viventi dell’Agerola settecentesca. Prima parte.

Scorrendo le pagine del Regio Catasto Onciario di Agerola, finito di compilare nel 1752 [1] si scopre che quasi tutti i nuclei familiari allora presenti ad Agerola erano proprietari della casa in cui abitavano.  Per l’esattezza, su un totale di 425 dichiaranti, quelli con casa di proprietà erano ben 403.  Che si trattasse in massima parte di costruzioni distribuite sul territorio in modo più o meno sparso, lo prova l’elevata frequenza – nelle rivele che compongono il Catasto –  di frasi del tipo   “Abita in casa propria con poco d’orto attaccato per proprio uso …” oppure, “Abita in casa propria con pezzo di terreno collegato per proprio uso …”.

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A sinistra: case rurali sparse al passaggio tra fascia a coltivi e  fascia dei boschi.A destra: un esempio di casa rurale minima (foto di A. Cinque, 1988)

A possedere un orto ad uso proprio vicino casa (cui potevano aggiungersi altri fondi agricoli e boschivi) non erano solo i contadini, ma anche parecchi  degli artigiani; cosa per la quale cito gli esempi del sartore (ossia sarto)  Pietro di Ruocco fu  Ignazio, con sua casa con orto al luogo Lo Piano, Bomerano, e del mastro falegname Antonio Amodio, con sua casa con orto al luogo La Fontana, S. Lazzaro. Ma dovrei citare soprattutto i tantissimi filatori di seta che svolgevano la loro attività all’interno di  famiglie che erano allo stesso tempo contadine e le cui case dovevano spesso includere un vano che – almeno stagionalmente – veniva destinato  all’allevamento dei bachi su appositi graticci lignei.

Circa le dimensioni e le tipologie delle abitazioni, il catasto onciario non fornisce alcuna informazione, sia perché la casa di proprietà nella quale si viveva non era considerata bene tassabile, sia perché – per tassare le poche seconde case presenti all’epoca –  era sufficiente indicarne la rendita annua e il valore economico. Ad ogni modo, considerato il contesto socio-economico locale e viste le residue  testimonianze materiali  [2], doveva trattarsi di case per lo più a carattere rustico e con volumetria ridotta all’essenziale. Ma se le case contadine monofamiliarI avevano volumi per lo più compresi tra 150 e 400 metri cubi circa  (sottotetto-fienile compreso), non mancavano qui e là dei casamenti più cospicui destinati a ospitare più nuclei familiari con antenato comune, cresciuti per successive aggiunte di vani o membri al succedersi delle generazioni e all’ingrossarsi della discendenza.

Un esempio di casamento accresciutosi progressivamente nel corso di varie generazioni (antiche case dei Cuomo a Bomerano).

Ma la terminologia adottata nei Catasti Onciari  chiama “casa” qualsiasi abitazione, senza mai aggiungere aggettivi o specificazioni atti a distinguere diverse tipologie. L’unica eccezione è quella delle cosiddette “case palazziate”;  una espressione oggi desueta che nel nostro ducato (quello di Amalfi) è attestata già in pergamene del periodo medievale e che, nel Sette-Ottocento,  è diffusa in tutto il meridione d’Italia.

Prima di interrogarci su cosa fossero e significassero le case palazziate, vediamo i casi concreti che erano allora  presenti ad Agerola, ciascuno preceduto da una sintesi dei dati essenziali circa il proprietario e la sua famiglia:

1 -M.co D. Diodato Avitabile, di anni 56, abita con sua moglie  D. Teresa La Noce “in casa propria palazziata con poco di giardino per proprio uso nel luogo detto  San Lorenzo” (Bomerano).

2 -M.co Domenico Lauritano di anni 60. “Vive del suo” insieme a due fratelli, una cognata vedova e sei nipoti   In una “casa palazziata con cortile e giardino attaccato per proprio  uso nel luogo Casa Lauritano” (S. Lazzaro).

3 -M.co D. Gio Battista Positano, di anni 38. “Vive del suo” insieme alla moglie D. Elisabetta d’Acampora, quattro figli, due fratelli e la madre vedova “in casa propria palazziata con poco di giardino attaccato per proprio uso nel luogo Casa Positano” (Campora).

4 -M.co D. Giovanni di Fusco, di anni 50. “ vive nobilmente” insieme alla moglie D. Francesca Anastasio  e sei figli “in casa propria palazziata con pezzo di giardino attaccato per proprio uso nel luogo Galli“ (Pianillo).

5 -M.co D. Giuseppe Brancati di anni 38. “Vive nobile” insieme alla moglie  D. Rosa Rango, quattro figli, un fratello e tre sevi “in casa palazziata con giardino collegato per proprio uso nel luogo Pironti” (S. Maria).

6 -M.co D. Michelangelo d’Acmpora, di anni 50.   Vive con moglie D. Francesca d’Acampora, dodici figli , una sorella nubile e un servo in “casa propria palazziata con giradino di delizie  collegato   e fonte d’acqua sorgente per proprio uso nel luogo S. Giovanni (Campora).

7 -M.co D. Vincenzo Avitabile, Capo Ruota nella Procura di Mater, di  anni 42,  vive con la madre vedova,  4 fratelli e 4 sorelle e 6 tra servi e camerieri “in propria caas palazzata con giarindo di delizie attaccato per proprio comodo  nel luogo Le Case Nove (Bomerano).

8 -M.co D. Vincenzo Villani, di anni 71. “Vive del suo nobilmente” insieme alla moglie D. Maria Sparano e cinque figli “in propria casa palazziata con giardino accsoto per proprio uso nel luogo La pubblica paizza di Bomernao.

Agli otto casi appena elencati aggiungerei un’altra residenza importante che il Catasto non definisce “palazziata”, ma che pure doveva essere vasta e signorile: quella del M.co D. Alessio Avitabile (che altre fonti mi rivelano come dottore in legge), la cui rivela catastale dice che “vive nobilmente” in  “casa propria con giardino di delizie colligato per proprio uso e comodo … nel luogo de L’Avvocata” (Bomerano). Essa doveva essere ben vasta, dato che ospitava una famiglia di ben 25 membri, tra don Alessio, la moglie (nobildonna Maddalena del Balzo), sei loro figli, altri congiunti e due “servi di casa”.

Un caso simile  doveva essere quella del magnifico Domenico de Martini , di anni 70, che viveva “del suo” insieme a fratelli, sorelle e nipoti (in totale 12 persone, tutte indicate col Don/Donna) in una “casa propria con pezzo di giardino attaccato per proprio uso nel luogo detto Sotto S. Pietro di Pianillo”. Per quanto mostra ancor’oggi e, ancor di più, per come appariva fino a pochi decenni fa (prima di essere offesa da improvvide aggiunte e modifiche), la casa in questione (nota come Casa de Martino) doveva essere tra quelle più notevoli del paese.

 

Cosa intendere per Casa palazziata?

Alla locuzione “casa palazziata”, abbastanza ricorrente in documenti dei secoli scorsi di ambito meridionale, non è facile far corrispondere una tipologia architettonica ben definita e valida ovunque.  , Il suo ricollegarsi al vocabolo ‘palazzo’, farebbe pensare a grossi edifici multipiano, ma i sopravvissuti esempi concreti sparsi per il sud Italia dimostrano che al termine “casa palazziata” corrispondevano edifici di dimensioni e struttura abbastanza diversi da zona a zona.  I casi di maggiore entità,  spesso con  corte centrale e con piano terra destinato a scuderie e magazzini per derrate da smerciare, erano quelle delle famiglie che dominavano territori ancora feudali o comunque a struttura latifondistica.

Meno imponenti erano le case palazziate che sorsero in quelle zone che, uscendo da una diversa storia politica e fondiaria (vedi il caso del nostro Ducato d’Amalfi), vedevano un po’ meglio distribuite la proprietà terriera e, dunque, la ricchezza. E’ una variabilità che non deve meravigliare, perché chiamare “casa palazziata”una residenza  non era cosa basata sulle sole dimensioni, ma anche e, direi, soprattutto sul suo valore funzionale e simbolico. Voglio dire che doveva trattarsi di residenze concepite e attrezzate  in modo tale da permettere una vita quotidiana signorile, molto più comoda,  serana e varia di quella che toccava vivere agli esponenti dei ceti inferiori dell luogo. L’edificio includeva una zona di servizio (con stanza o stanze per la servitù stabile, cucina, forno, lavatoi ecc.) fisicamente distinta da quella  padronale, composto di stanze numerose, ampie e luminose. Per l’istruzione dei figlioli e per il diletto culturale dell’intera famiglia, vi era almeno uno studio con librerie, se non una vera e propria biblioteca, mentre – per poter rompere la monotonia della vita provinciale con ricevimenti di mondanità – vi era una sala salone delle feste, nonché una o più stanze per alloggiare ospiti e spazi per le loro cavalcature o carrozze  [3]. Questo ed altro (logge panoramiche, cortile, giardino fiorito o “di delizie” [4]) era funzionale a un elevato tenore di vita della famiglia. Ma la loro dimora doveva anche essere reso palese, risultare desumibile già dall’aspetto esteriore della casa . Da qui l’attenzione posta all’estetica della facciata, la quale veniva arricchita perlomeno con un bel portale.

Farsi una casa palazziata che raggiungesse detti obiettivi funzionali e simbolici era, ovviament,e faccenda relativa; nel senso che non vi erano deigli universali  livelli minimi da superarein quanto a volumetria ed eleganza dell’edificio. Dei limiti, semmai, li poneva il grado di ricchezza della famiglia, ma spesso ci si teneva anche sotto di essi, poiché bastava superare sensibilmente gli standard costruttivi delle classi dalle quali ci si voleva distinguere, senza esagerare in ostentazione [5].

Per il caso specifico di Agerola, visti i modesti spazi abitativi di cui disponevano nel Settecento le famiglie del ceto popolare (specie se considerate al netto di stalla e altri annessi lavorativi), una casa palazziata poteva essere di sèicco anche avendo solo 6 – 8 stanze (più vano scale e soffitta); numero di stanze che saliva fino a una ventina per le famiglie notabili più numerose. Ad ogni modo devo dire che la mia ricerca sul campo, mirante a riconoscere e studiare le case palazziate che segnala il catasto del 1752 (almeno quelle non stravolte da successive ristrutturazioni), è ancora in una fase iniziale. Spero di poter dire di più tra qualche mese.

Per ora mi  limito a segnalare al lettore due esempi da visitare. Il primo corrisponde alla casa palazziata n. 2 del mio elenco, ovvero quella che il catasto assegna al magnifico Domenico Lauritano e che si trova nel casale di S. Lazzaro, di fronte alle Scuole Elementari. Qualche notizia su di essa e sulla famiglia si trovano nel mio recente articolo I Lauritano, antichissima e notabile famiglia agerolese… (https://agerola.wordpress.com/2017/02/01/i-lauritano-antichissima-e-notabile-famiglia-agerolese/).

Due vedute parziali del complesso di Casa Lauritano a S. Lazzaro. Edificato nel Seicento, corrisponde alla casa palazziata che a metà Settecento era del magnifico Domenico Lauritano.  ,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’altro esempio che segnalo non figura nell’elenco di cui sopra, in quanto sorto alcuni decenni dopo e ingrandito nell’Ottocento. Si tratta del Palazzo Acampora di Bomerano, che tra l’altro ospita anche un delizioso ristorante e la cui corte interna ospita spesso spettacoli del festival estivo agerolese.

Chiudo rimandandovi alla seconda parte di questo articolo, nella quale tratterò dei proprietari delle otto case palazziate citate nel Catasto Onciario e degli appellativi che li connotavano (Magnifico, Don, Vive del suo, Vive nobilmente).

(continua…)

 Una veduta della grande casa palazziata degli Acampora a Bomerano.

 

 

 

NOTE

1 – AbbFinalizzato a ripartire il peso fiscale in modo finalmente proporzionale alle rendite che ciascun cittadino ricavava (da lavori manuali, beni immobili, prestiti e titoli), questo catasto fu voluto da   re Carlo di Borbone nel 1742. Esso fu detto Onciario poiché usò l’oncia (1 omcia = 6 ducati) come unità di conto in cui esprimere i valori tassabili. Fu detto anche catasto “dell’oncia di carlini tre” perché – per quasi tutti i casi – si calcolava 1 oncia di capitale o patrimonio per ogni 3 carlini  (ossia 0,3 ducati) di rendita, assumendo un tasso di interesse del 5% che solo per l’allevamento di bestiame  saliva al 10%.

2 -Più che quelle attualmente presenti, troppo spesso alterate da superfetazioni e ristrutturazioni recenti, è bene guardare agli esempi di edilizia tradizionale colti in vecchie cartoline e foto, oppure analizzati in vecchi  saggi, primo tra tutti quello del geografo D. Ruocco già riportato in questo blog con l’articolo La casa rurale agerolese come la vide e descrisse il geografo Domenico Ruocco.

3 –Circa le carrozze devo far notare che ad Agerola non ne potevano giungere (né ne circolavano), poiché sia la strada da Castellammare che quelle interne erano solo delle mulattiere gradonate, che  tali resteranno fino al tardo Ottocento. Pertanto, le residenze di cui stiamo trattando non avevano rimesse, ma solo scuderie e i portali o cancelli di ingresso erano meno larghi che nei centri dotati di rotabili.

4  -Per “giardino di delizie” si intendeva un frutteto recintato e ben curato, annesso alle case signorili. La stessa espressione la si trova usata nella letteratura religiosa come sinonimo di Eden, ossia Paradiso Terrestre. Anche in questo caso, l’area dell’ex Ducato di Amalfi presenta un precedente di epoca medievale, epoca in cui i ricchi frutteti murati della zona venivano detti paradisi.

5 -Al proposito mi pare di notare, ad Agerola come in altri centri minori più o meno isolati, un’ antica tendenza a realizzare case abbastanza sotto tono, rispetto all’agiatezza delle famiglie, con l’intento di ridurre l’esposizione a furti, rapimenti e altri reati, specie in periodi di sommosse sociali e brigantaggio.

 

 

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Il bassorilievo di San Bernardino da Siena in S. Pietro di Pianillo

Come in tante altre chiese antiche, anche in quella di S. Pietro apostolo a Pianillo (Agerola) il pavimento recava diverse lastre tombali che, a mò di botole, davano accesso ad altrettante fosse di sepoltura. Pochi decenni fa, rifacendo il pavimento, quelle lastre furono tolte dalle loro sedi e collocate lungo le pareti perimetrali della chiesa, nei punti dove vi era spazio per ospitarle. Una delle lastre, quella visibile in  fondo alla navata di sinistra, fu fissata al muro all’incontrario, poiché fu la sua faccia inferiore a rivelarsi decisamente più interessante dell’altre, presentando il bel bassorilievo che mostro nella foto a seguire.

 

 

Sebbene sia un po’ corrosa e sbeccata nell’angolo in alto a sinistra, la scultura è ben leggibile e appare di buona fattura, per cui ho deciso di pubblicarla con anche la speranza di attirare l’attenzione di qualche esperto storico dell’arte che, venendo a studiarla, ci sappia dire qualcosa sull’età e sull’autore dell’opera.

Intanto, per riportare la mia impressione di semplice appassionato, noto in quel bassorilievo dei caratteri stilistici e compositivi che mi fanno ipotizzare una datazion tra il tardo Medioevo e il Cinquecento, tra cui l’aureola di tipo raggiato che circonda la testa del santo..

A meglio precisare l’epoca di fattura, contribuisce anche l’identificazione del santo effigiato, il quale può riconoscersi in San Bernardino da Siena, frate dell’Ordine dei Minori che fu tra i più convinti e convincenti propugnatori  della riforma francescana.

Lo si riconosce per il saio francescano che indossa e, soprattutto, per ciò che tiene nella sua mano destra: un disco raggiato che non esito a ricondurre a quello che, in tante antiche raffigurazioni del Santo, circonda il trigramma IHS, principale attributo iconografico per San Bernardino da Siena.

Questo trigramma, che è spesso stilizzato con una croce  nella H,  lo si trova usato, nella sua versione in caratteri greci (ΙΗΣ) già nel III secolo, all’interno di trascrizioni del Nuovo Testamento.  Esso è una sigla che abbrevia il nome ΙΗΣΟΥΣ   (Iesous), ossia Gesù-

Il rilancio in Europa del trigramma IHS si lega alla diffondersi della devozione verso il  Santo Nome di Gesù ed ebbe in S. Bernardo di Chiaravalle, il Francese che fondò l’Ordine Cistercense nel XII secolo,  il principale artefice. In Italia, il trigramma IHS  fu divulgato proprio da Bernardino da Siena (Massa Marittima 1380 – L’Aquila 1444) che nelle sue efficacissime prediche insisteva sulla devozione al Santissimo Nome di Gesù e teneva ben in vista sul pulpito una tavoletta con dipinto sopra quel trigramma IHS che, dopo la sua canonizzazione (avvenuta nel 1450) divenne il principale attributo iconografico del Santo.

Tipicamente il trigramma in questione era ed è sovrascritto a un sole a dodici  raggi [1]   che, al di là della particolare stilizzazione adottata, mi pare essere ciò che deve riconoscersi in quel disco raggiato che figura nella destra del Santo nel bassorilievo di Pianillo.

Un raffronto che trovo interessante è quello con il “Ritratto di S. Bernardino” attribuito al grande pittore fiammingo Quentin Metsys (Lovanio 1466 –  Anversa 1530) o sua scuola.

A parte la mancanza del Crocefisso nella sinistra (che non è cosa diagnostica), il simbolo con l’IHS che il santo tiene nella mano destra prende qui una forma molto simile a quel disco raggiato che tiene in mano il San Bernardino del bassorilievo agerolese.

Riconoscere nel santo effigiato Bernardino da Siena (al secolo B. Albizzeschi) implica collocare il nostro bassorilievo almeno qualche anno a valle di quel 1450 che è la data di canonizzazione di San Bernardino.

Passando ora alla possibile storia della lastra scolpita qui presa in esame, credo che e il suo utilizzo come botola di una  fossa sepolcrale (con la faccia scolpita rivolta in basso, invisibile ai fedeli)  debba considerarsi come un suo tardivo re-impiego, mentre l’utilizzo originaria fu per una altare o altarino. Poteva tale altare sorgere nella stessa chiesa di S. Pietro Apostolo in Pianillo? Per ora con sembra;anche se bisogna studiare megliole fonti Cinque-Seicentesche conservate presso l’archiviodiocesano di Amalfi. Ma voglio anche ricordare che in vari documenti del Sette-Ottocento viene detto “di S. Bernardino” quel ponte a tre arcate (oggi mal visibili a causa del ringrosso in cemento armato aggiunto al ponte negli anni Settanta) col quale scavalca il Rio Penise la strada di collegamento diretto tra i casali di San Lazzaro e Pianillo [2]; strada anch’essa ampliata e, a tratti, deviata [3] pochi decenni orsono, ma di origine medievale. Il  ponte in questione esiste almeno dal Trecento, visto che una pergamena del 1325attesta in zonail toponimo Alo Ponte o (cfr. pergamena del 1325 in Filangieri, Codice Diplomatico Amalfitano, vol. 2, p. 264).

L’ipotesi che faccio è che il bassorilievo raffigurante S. Bernardino fosse in origine posto in una edicola a lui dedicata presso il ponte di cui sopra e che, andata in rovina quell’edicola, il pezzo fu successivamente recuperato e riutilizzato  come lastra tombale nella parrocchiale di S. Pietro Apostolo.

Rimanendo nel campo delle ipotesi di lavoro, chiudo ricordando che di Bernardino da Siena fu amico ed estimatore  il senese Enea Silvio Piccolomini, noto umanista che poi fu papa col nome di Pio II (cfr. la voce Piccolomini, Enea Silvio in “Enciclopedia Dantesca” – Treccani). Orbene, come può leggersi sia in questo blog che in vari trattati di storia, un nipote di Pio II, il condottiero Antonio Todeschini Piccolomini [4], aiutò re Ferrante d’Aragona a riconquistare il Regno di Napoli nel 1460, guidando un grosso contingente di armati  inviati in soccorso dell’aragonese proprio da papa Pio II.. In cambio, Antonio  ottenne in sposa Maria d’Aragona, giovanissima figlia naturale di re Ferrante, che gli portò come dote il feudo del Ducato di Amalfi. I Piccolomini tennero il feudo amalfitano (Agerola compresa) fino al 1583 e non escluderei che furono proprio quei feudatari senesi, forse dopo aver finanziato dei restauri a ponte di cui sopra, a farvi aggiungere un’edicola dedicata a San Bernanrdino – santo rimasto caro a quella stirpe – perché proteggesse sia i viandanti, sia quel ponte di così grande importanza per chi si spostava da Amalfi a Castellammare di Stabia via Agerola e valico di Crocella.

Ritratto diAntonio Piccolomini

duca di Amalfi

 

NOTE:

1 –Per san Bernardino quei dodici raggi rappresentavano altrettanti valori del santo nome di Gesù, vale a dire: I Rifugio dei peccatori; II Vessillo dei combattenti; III Medicina degli infermi; IV Sollievo dei sofferenti; V Onore dei credenti; VI Splendore degli evangelizzanti; VII Mercede degli operanti; VIII Soccorso dei deboli; IX Sospiro di quelli che meditano; X Aiuto dei supplicanti; XI Debolezza di chi contempla e XII Gloria dei trionfanti.

2 –Dalla presenza di quel viadotto prese nome anche il vicino agglomerato di Ponte (inizialmente sotto-casale di Pianillo e poi casale  – ovvero frazione – a se stante)

3 –Un tratto in cui la strada moderna non ricalca quella antica – che si è pertanto conservata –  è quello tra il ponte e la chiesa di S. Nicola “al Ponte”; tratto che includeva anche il passaggio della strada antica in questione sotto le arcate che fanno da pronao a detta chiesa.

4 –Antonio nacque da Nanni Tideschini e da Laudonia Piccolomini, sorella di  papa Pio II.

 

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Strada facendo. Le sofferte vicende che portarono la rotabile ad Agerola (con qualche spigolatura a contorno)

Dedico questo articolo a quella che fu una tappa importante dello sviluppo  socie-economico e della evoluzione paesaggistica di Agerola: l’arrivo di moderne strade rotabili in luogo di quelle mulattiere e delle scalinate che per secoli e secoli erano state le uniche vie di accesso al paese, tanto sul versante che scende verso la Costa d’Amalfi quanto su quello che scende verso l’area stabiana e, dunque, verso Napoli.

 

Figura 1 – Agerola, località Gemini. Un tratto della antica mulattiera per Pino, Pimonte e Gragnano.

In merito all’antica viabilità interna ad Agerola, ricordo ciò che ebbe a scrivere a fine Seicento il Pansa:  “…benchè aspra sia la salita, … è luogo larghissimo … e vi si potrebbe andare colle mute a sei”.  A fargli immaginare spostamenti in carrozza (addirittura a sei cavalli) fu sia la topografia dell’altopiano agerolese, sia la dolce pendenza di alcune strade comunali: Ma esse erano dolci solo a tratti, perché – all’incontro di incisioni torrentizie – si tramutavano in gradonate che  scendevano verso bassi ponticelli e poi risalivano sul ripiano orografico.

Figura 2 – Agerola, località La Vertina. Il ponte sul Penise come appare su di una foto degli anni Trenta del ‘900.

 

Fu solo ai tempi dei Napoleonidi sul trono di Napoli (1806-1815)  che si decise di scavalcare con una rotabile (“carrozzabile”, si diceva allora) la dorsale dei Monti Lattari. In particolare, nel 1807 si andò molto vicino alla messa in cantiere di una carrozzabile da Castellammare ad Amalfi via Agerola, ma le forti pressioni esercitate dai comuni ad est di Amalfi fecero alla fine preferire uno scavalcamento all’altezza del valico di Chiunzi, così da scendere a MMaiori e da qui proseguire lungo costa verso Amalfi. I lavori per tale nuova strada partirono nel 1811 e continuarono anche dopo il ritorno dei Borbone a Napoli. Rivelatosi molto più impegnativo del previsto, il progetto finì con l’essere abbandonato nel 1828, anche a causa dei dissesti recati da un’alluvione (Russo M. –L’avvento delle strade rotabili ed il loro impatto con il paesaggio. In: Atti del convegno “La Costa d’Amalfi nel secolo XIX: Vol. II, pp. 15 – 64. Amalfi, Centro di Cultura e storia amalfitana, 2001).

Poteva essere l’occasione per riprendere in considerazione la strada Castellammare – Agerola – Amalfi, ma per dare a quest’ultima un accesso rotabile, fu invece deciso di partire da Vietri e costruire una strada costiera passante per il Capo d’Orso, Maiori e Minori; strada che sarà completata entro l’anno 1854.

Negli anni successivi all’Unità d’Italia, l’impulso dato dal governo sabaudo alla costruzione di nuove strade nelle province meridionali presentò una nuova occasione. Si tornò a pensare a una strada trasversale alla lunga barriera orografica data dai Monti Lattari, e le prima proposta ad essere avanzata e a riscuotere attenzione e fondi fu quella della Meta – Positano – Amalfi, proposta nel 1863 dal cav. Luigi Rossi di Positano, il quale si proponeva anche come appaltatore dell’opera. Ma per mancati accordi tra le due province interessate e per altre vicende sfavorevoli che possono leggersi negli Atti del Consiglio Proviniale di Napoli, 1872, pp. 181 e segg.  (leggibile anche in Google Libri), le cose andarono per le lunghe.

Intanto, giò nel novembre del 1868 il Genio Civile governativo aveva presentato un suo progetto preliminare per una strada carrozzabile da Castellammare ad Amalfi via Agerola e, visto che essa non era stata inclusa nell’elenco delle nuove strade provinciali da realizzarsi in Italia meridionale, all’inizio dell’anno appresso il sindaco di Agerola (Felice Mascolo)  presentò al governo una argomentata petizione con la quale si chiedeva l’inclusione di detta arteria stradale  in quell’elenco. Al proposito consiglio di leggere l’interessante  verbale della discussione che si ebbe alla camera dei deputati durante la seduta del 24 aprile 1869 ( Rendiconti del parlamento italiano. Discussioni della Camera dei deputati https://books.google.it/books?id=IqRClZ61yiUC) .

La rilevanza di quell’opera venne pienamente riconosciuta, ma, vista la momentanea mancanza di fondi nel comparto delle strade provinciali (già tutti assegnati), fu suggerito di avvalersi intanto dei finanziamenti disponibili nel capitolo delle strade consortili obbligatorie (quelle che congiungevano comuni ai capoluoghi; legge del 31 agosto 1868), così da poter avviare i lavori almeno sul tratto fino ad Agerola.  Il consorzio con Gragnano e Pimonte fu rapidamente costituito e i comuni si impegnarono a garantire le loro quote di partecipazione (parte in denaro e parte sotto forma di prestazione di manodopera da parte di cittadini), ma al Consiglio provinciale di Napoli pervennero insieme due pratiche consortili: quella della linea Agerola e quella della linea Positano. Messe a confronto le caratteristiche orografiche e demografiche dei due tracciati viari, nel 1871 il Consiglio Provinciale si espresse a favore della linea per Agerola.

I relativi cantieri vennero aperti nel 1873 e, tra difficoltà di vario ordine, furono necessari sette anni per portare la strada fino al punto terminale previsto in quella fase: la piazza del municipio di Agerola, sita nel casale Pianillo. Nel settembre del 1879 l’impresa Dramis e Ripesi  mise mano alla più impegnativa delle opere d’arte caratterizzanti il percorso: il traforo delle Palombelle. Lungo 800 metri circa, esso abbassava la quota di svalico di circa 250 metri, rispetto a quanto faceva la precedente mulattiera (di cui restano splendidi avanzi) salendo fino al passo di S. Angelo a Jugo, a

Figura 3 -Il traforo delle Palombelle in una vecchia foto (Immagine dal sito  http://www.imgrum.org/user/danielemeriani)

Come ricorda la lapide posta allo sbocco sud del traforo (località Gemini), l’opera fu inaugurata – sebbene ancora al grezzo – in data 23 agosto 1880.

Nel frattempo non si era affatto rinunciato a proseguire la rotabile fino ad Amalfi, tanto è vero che (come ricorda M. Russo nell’opera citata) il Genio Civile aveva in tal senso redatto un progetto di massima che prevedeva due possibili percorsi: uno che, superata Campora e raggiunta la Punta di S. Lazzaro, scendeva verso il ponte di Lone (periferia ovest di Amalfi) per le balze ad oriente della gola del Penise – Schiatro e, l’altro, che da Pianillo raggiungeva Bomerano e, superato il ciglio sud dell’altopiano agerolese, scendesse verso il ponte di Lone attraverso Furore, la gola del Penise – Schiatro, Conca dei Marini e Vettica Minore.

Ad essere scelta come quella da realizzare fu la seconda opzione, poiché serviva un maggior numero di comuni. D’altra parte, i casali agerolesi di Campora e S. Lazzaro non sarebbero rimasti isolati, provvedendosi, tra il  1882 e il 1890 a tracciare una rotabile comunale che, partendo da S. Maria di Pianillo e ricalcando in molti tratti una via preesistente, giunse comunque fino al belvedere di Punta S. Lazzaro.

Come sappiamo, l’arteria principale fu proseguita fino ad Amalfi solo nel primo Novecento (inaugurazione nel 1933), mentre la fine dell’Ottocento la vide giungere solo fino al confine tra Bomerano e Furore, che poi coincide con quello tra le province di Napoli e Salerno (cfr. mio precedente post  https://agerola.wordpress.com/?s=sguardo+dal+ponte ).

Riguardo all’attraversamento di Pianillo e Bomerano, mi è qui utile riportare una figura tratta dal sopracitato saggio della professoressa Maria Russo. Trattasi di uno stralcio di tavola progettuale che l’autrice ha reperito presso l’Archivio di Stato di Napoli, nel  fondo Genio Civile, f. 301/364; materiale di cui sarebbe bene chiedere copia e metterla nel nostro archivio storico comunale. 

 Figura 4 -Stralcio di grafico progettuale relativo al tratto Pianillo – Bomerano della rotabile di fine Ottocento (da M. Russo 2001).

Lo stralcio mostrato abbraccia il tratto che va dalla periferia sud ovest di Pianillo fino a poco oltre la Piazza di Bomerano. In merito alla rotabile in progetto, l’elaborato mostra due diversi tracciati: quello che marco con la lettera “a” (rappresentato con doppia linea continua), che ricalca abbastanza fedelmente la via comunale preesistente  e quello che marco con la lettera “b” (rappresentato con linea continua singola), che si spostava un po’ più a valle, su un percorso più sgombro di case. Come dice l’Autrice, il  tracciato “a” attiene al progetto presentato il 25 gennaio 1881 da Emanuele Mascoli,’ingegnere del Real Corpo del Genio Civilei, mentre il tracciato “b”  si lega a una revisione del progetto Mascoli  fatta nel 1886. Viene da chiedersi:

(1) come mai il progetto Mascoli fu modificato nel 1886?

(2) e perché, quando si passò a realizzare quel tratto di rotabile (dal 1888 in poi), si abbandonò l’ipotesi “b” per tornare alla precedente ipotesi “a”?

La prima domanda trova risposta nel fatto che in data 29 settembre 1885 il Ministero dei Lavori Pubblici approvò finalmente il passaggio della nostra strada da consortile a provinciale, con estensione fino ad Amalfi  per  innestarla sulla Meta – Positano – Amalfi, finalmente anch’essa in costruzione. Da detto passaggio di rango scaturì  la necessità di realizzarla secondo standard superiori (6 anziché  5 m di carreggiata netta, curve di maggior raggio, ecc.), per cui  l’ing. Luigi Falco venne incaricato di apportare le necessarie modifiche al progetto del Mascoli.  Come si nota in figura, la scelta del Falco fu quella di svincolarsi dai limiti geometrici che imponevano gli edifici presenti lungo la antica via comunale, così da poter dare alla strada tutte le caratteristiche prescritte per la classe cui apparteneva. In particolare, nello stralcio di progetto che ho appena mostrato, si nota lo spostarsi a valle del quadrivio di Botteghelle per evitare sia le case ivi presenti che un inutile saliscendi prima di giungere al ponte di Bomerano. Anche quest’ultimo veniva spostato più a valle (con una campata 10 metri più lunga che nell’ipotesi Mascoli) e, dopo il ponte, si proseguiva per le zone della Francazza e dei Villani, seguendo un preesistente viottolo  (indicato dalla freccetta bianca nelle figure 4 e 5), che oggi è  la strada a  senso unico per chi percorre la Strada Regionale 366 in direzione Napoli).

Per rispondere alla domanda numero 2, va considerato il fatto che le modifiche di tracciato proposte dall’ing. Falco – specialmente per quanto riguardava la zona di Bomerano –  suscitarono una vibrata protesta da parte dell’allora  sindaco di Agerola (Alfonso Lauritano), il quale alla fine ottenne che si tornasse sul tracciato disegnato dal Mascoli, ossia a una strada che passasse dentro, anziché intorno all’abitato di Bomerano.

Con ogni probabilità, la protesta del sindaco raccoglieva quella di molti cittadini, specie di quelli che avevano case e botteghe lungo la via comunale, i quali credevano di restar fuori dai vantaggi portati dalla nuova rotabile se questa non fosse passata sotto casa.

Mancò in tutti la capacità di prevedere un futuro nel quale il traffico, da risorsa, si sarebbe trasformato in problema. Ma non successe solo ad Agerola e, certo, non era una previsione facile da farsi, specie nei centri rurali, in un epoca ancora lontana dalla diffusione dei veicoli a motore.

Far passare la provinciale dentro i casali ebbe anche un’altra conseguenza negativa. Pur non essendo fittamente costruiti, in alcuni punti fu necessario farsi largo sfettando qualche casa e in molti tratti lo spazio tra gli edifici preesistenti sui due lati bastò a malapena a creare la carreggiata, negando la possibilità di aggiungervi – allora o in futuro –  dei marciapiedi.  Né si fece meglio durante diversi decenni a seguire, quando si tollerò che sorgessero a filo di carreggiatale nuove case e palazzi che i privati corsero a edificare lungo l’appetita via nova.

Figura 5 –Stralcio di una carta topografica di primo Ottocento (collezione carte storiche dell’ Istituto Geografico Militare) che inquadra all’incirca la stessa zona di figura 4. Con la freccetta bianca indico il “viottolo” citato nel testo parlando del tracciato proposto dal Falco nel 1886.

 

Chiudo questo mio articolo con un paragrafo dedicato al cimitero comunale e a come la sua posizione un po’ defilata costituisca una traccia fisica di quell’alternarsi di ipotesi diverse che – nel tardo Ottocento – caratterizzò la scelta del percorso da dare alla nuova rotabile dentro Agerola.

Come documenta Angelo Mascolo nel suo libro Agerola. Dalle origini ai giorni nostri (Ed. Micromedia, 2003,  pp. 231-232 e 343  e segg.) fu solo nel 1887 che l’amministrazione comunale decise dove ubicare quel camposanto comunale permanente che la legge imponeva di realizzare da vari decenni.

Il sito prescelto (che marco con il riquadro “c” in figura 4)  fu quello ove ancora insiste il Cimitero e fu acquistato quello stesso anno, ritagliandolo da un più ampio fondo che la parrocchia di S. Nicola possedeva da secoli in quella parte di Pianillo.

Come mai si scelse un lotto di terra staccato dalla via comunale dell’epoca? Probabilmente fu per via del fatto che non  vi era ancora certezza su dove sarebbe passata – in quel tratto – la nuova rotabile provinciale: se ricalcando l’antica comunale o, invece, alcune decine di metri più a valle, secondo il tracciato dell’ing. Falco del 1886.

Sembra confermare questa ipotesi il fatto che, dopo che fu accolta la richiesta del sindaco di abbandonare l’ipotesi Falco e ricalcare la vecchia via comunale, nel 1888 il Comune dovette chiedere alla  parrocchia di S. Nicola di vendergli un altro pezzo di terra: una striscia di circa 300 metri quadri (cfr. Mascolo, op. cit. p.  231)  per realizzare un viale di collegamento tra l’ingresso del cimitero e la costruenda rotabile; viale che è stato poi allargato e asfaltato una trentina di anni fa.

Per completezza devo aggiungere che risale agli anni Ottanta dello scorso secolo anche l’apertura di quella traversa di via Ponte che, venendo a costeggiare la facciata del Cimitero, simula quel che sarebbe stato l’aspetto del luogo se la rotabile di fine Ottocento fosse passata là dove prevedeva il progetto a firma dell’ing. Falco.

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I Luoghi Pii laicali e il Concordato del 1741.

Dell’aggettivo “pio” (dal latino pius) ci è ben nota l’applicazione a una persona o gruppo di persone, allorquando significa “che prova, mostra o rispecchia un profondo sentimento di fede e di devozione”. Ma il vocabolario Treccani ci ricorda che esso si applica a tutto ciò “che concerne la religione, il culto, la vita religiosa”, quelle “istituzioni che si propongono insieme fini di culto e di carità o di assistenza sociale”. Ne discende che la dizione Luoghi pii, equivalente a Opere pie, indica quelle istituzioni (e loro sedi) che, mosse da motivazioni religiose e solidaristiche, si occupavano di  carità e assistenza sociale. A seconda di chi li amministrave, erano distinte in ecclesiastiche, laicali e miste.

Un ospedale retto da monaci di un certo ordine lo si classificava, dunque, come un Luogo pio ecclesiastico, mentre l’esempio più diffuso di Luogo pio laicale (o misto, se aggregava anche qualche religioso) è quello delle confraternite [1].

IMG_2337CONGREGA

Ad Agerola le confraternite sono ancora numerose, ma ancor di più lo furono nei secoli scorsi. Su di esse raccolse molte notizie storiche il compianto Angelo Mascolo e le si può leggere nel Capitolo II della Parte VII  del suo volume Agerola dalle origini ai giorni nostri (MicroMedia 2003).

Con questa mia breve nota voglio segnalare una fonte di tardo Settecento che è staata di recente resa fruibile da Google Mi riferisco al fascicolo intitolato “Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della Provincia di Principato Citra” che ha per sottotitolo: I quali, secono la riforma fatta nel corrente anno 1788, debbono corrispondere la prestazione come segue”. Il fatto di presentarsi anonima (nessun autore indicato in copertina) mi fece subito intuire che doveva trattarsi di un allegato a una pubblicazione governativa dedicata a quella Riforma che è citata nel sottotitolo della Nota. In ciò mi confortava anche il  fatto che –sempre in Google – si trovano altre Note simili, dedicate ad altre provincie del Regno di Napoli.

Scoprire quale fosse la riforma in questione non mi è stato facile, ma alla fine ci sono riuscito, scovando e  leggendo il bel saggio di Nello Roga “Dai Luoghi pii alla pubblica assistenza in Terra di Lavoro  Una ricerca sulle confraternite della diocesi di Aversa nel primo periodo borbonico e nel Decennio francese” (Napoli, 2013).

Bisogna risalire al 1741, quando re Carlo di Borbone, grande riformatore, stipulò con la Santa Sede un Concordato che  fissò i limiti della competenza ecclesiastica sugli luoghi pii laicali e, parallelamente, definì i seguenti regimi fiscali per i luoghi pii del l Regno di Napoli:

  1. a) I luoghi pii ecclesiastici, come pure le chiese e le comunità ecclesiastiche, avrebbero goduto di una tassazione ridotta al 50% di quella ordinaria per i beni acquisiti prima del Concordato, e che tali beni non sarebbero stati assoggettati ad altri tributi eventualmente introdotti in futuro  per beni dei privati. Invece, ai beni acquisiti dopo il Concordato si sarebbero applicati “tutti i tributi regi e pubblici pesi che si pagano e pagheranno da’ laici”.
  2. b) Gli ospedali e i monti di pietà (antenati dei Monti dei pegni) godevano l’esenzione da qualsiasi tribyto.
  3. c) luoghi pii laicali e misti avrebbero continuato a pagare regolarmente tutti i tributi.

Fu anche istituito in Napoli un Tribunale Misto (con membri sia di nomina governativa che di nomina curiale) con il compito di vigilare e soprintendere al rispetto delle nuove norme “intorno alla vita e rendimento de’ conti degli ospedali, estaurite  [2], confraternite ed altri luoghi pii laicali e misti governati e amministrati da laici, che non sono sotto l’immediata regia protezione …con l’invigilar primieramente che gli amministratori de’ suddetti luoghi pii rendano infallibilmente ogni anno i conti. Col decidere tutte le liti, che possono insorgere ad occasione ed intorno al rendimento de’ conti. Dovrà il medesimo tribunale invigilare e soprintendere che i suddetti luoghi pii sieno bene amministrati, con farsi delle lor rendite l’uso che si conviene [3], secondo la natura e gli obblighi di ciascun di essi.

Ma veniamo ora a quell’anno  1788 che è citato nel sottotitolo della Nota qui presa in esame. Sempre dal saggio del Roga apprendiamo che quell’anno  fu emesso un provvedimento col quale si obbligavano tutti i Luoghi pii laicali e misti a contribuire al mantenimento del sopracitato Tribunale  Misto. Ciò doveva avvenire  mediante il versamento di un contributo annuale detto “annua prestazione”.

A verificare quali fossero, in ciascun Comune, i luoghi pii amministrati da laici e, quindi, tenuti a dare quell’annua prestazione, furono i Governatori locali, le cui indicazioni consentirono di compilare –per ciasuna provincia del Regno – una Nota del tipo di quella qui presa in esame.

xxxx

Detta Nota, dopo aver dato l’elenco di tutti i comuni che facevano parte della Provincia di Principato Citra (o Citeriore; quella da cui scaturirà poi la Provincia di Salerno), procedendo in ordine alfabetico, giunge presto a trattare del nostro comune, dando il seguente elenco di luoghi pii laiclali e misti

AGEROLA

Composta de seguenti Casali

CAMPORA – di Agerola

-Cappella di S. Maria di Loreto                     duc. 1,5

-Cappella del Rosario                                   duc. 1,5

-Cappella del Nome di Dio                            duc. 1,5

-Cappella di S. Maria delle Grazie                duc. 1,5

-Monte De’ Morti                                          duc. 1,5

BOMERANO -di Agerola

-Cappella del Pio Monte nella

   Parrocchia di S. Matteo                             duc. 1,5

-Cappella del Rosario in detta Chiesa          duc. 1,5

PIANILLO -di Agerola    

-Cappella del Sagramento                            duc. 1,5

-Monte de’ Morti                                           duc. 1,5

-Congregazione, e Cappella del Carmine     duc. 1,5

-Cappella di S. Maria della Pietà  nella

   Parrocchia di S. Maria della Manna           duc. 1,5

  1. LAZZARO -di Agerola

-Congregazione del Sagramento,

   Rosario, e Morti                                                  duc. 1,5

-Cappella di S. Maria a Miano                      duc. 1,5

MONTEPERTUSO -di Agerola

-Chiesa parrocchiale di

  1. Maria delle Grazie duc. 1,5

NOCELLA -di Agerola

-Cappella di S. Croce                                   duc. 1,5

In questo elenco, come in altri documenti di secoli fa, il termine  “cappella” non ha quell’accezione architettonica (‘vano con uno o più altari’) che è oggi dominante. Esso sta invece a indicare associazioni sorte per volontà di singoli fedeli o di gruppi (che le dotano di beni e rendite), allo scopo di adempiere a uno specificato  fine di culto (di solito la celebrazione di messe dedicate) e/o di carità e assistenza. In pratica, molte delle Cappelle in elenco corrispondono a confraternite o congreghe.

La cifra che vediamo indicata a ffianco a ciascuna istituzione è la annua prestazione di cui sopra, fissata in un ducato e mezzo per tutti i luoghi pii agerolesi. Scorrendo per intero la Nota si osserva che era il minimo richiedibile, evidentemente riservato agli istituti della fascia di rendita più bassa. Ci sono poi dei casi in cui la prestazione è di 6 o addirittura di 30 ducati , come per la confraternita Madonna delle Vergini di Scafati, evidentemente molto ben dotata.

Nell’elenco sopra riportato, un altro aspetto interessante è quello di vedervi indicati come casali di Agerola gli insediamenti di Montepertuso e Nocelle, i quali sono  poi passati a Positano, cui afferirono anche nel Medioevo [4].

Limitandosi ai 4 casali che sempre hanno fatto parte della universitas di Agerola (Bomerano, Campora, Pianillo e San Lazzaro), si osserva che i luoghi pii laicali o misti  erano ben 13, a fronte di una popolazione comunale che contava solo 2.900 anime (vedi articolo “Quanti eravano…” in questo blog).  Per raffronto vi dico che la stessa Nota porta 6 luoghi pii per Positano, 8 per Ravello, altrettanti per Pimonte, 9 per Praiano-Vettica Maggiore, 12 per Scala, 18 per Lettere-Casola e addirittura una trentina per Amalfi e suoi casali.  Una proliferazione di istituti che sul pieno del culto poteva essere positiva o, almeno, innocua, ma che – sul piano delle attività assistenziali – finiva talvolta col favoritre favoritismi familiari [5]. Cose che, come viene ricordato anche nella già citaa opera del di Cicco, finiranno col indurre l’autorità centrale a istituire in ciascun comune una sola Congregazione di Carità  (legge 753 del 1862), con il compito di “amministrare tutti  i beni destinati ai poveri”, e poi – con la legge 847 del 1937 –  a trasformare quelle congregazioni  in altrettanti Enti comunali di assistenza

(E.C.A.) [6]. Con lo scopo di assistere gli individui e le famiglie che si trovino in condizioni di particolari necessità.

 

NOTE

[1] – Le confraternite (o con greche) sono associazioni spontanee di fedeli che, canonicamente erette (con un decreto vescovile), ma gestite da laici, perseguono il duplice scopo di promuovere il culto divino e svolgere attività assistenziali (praticare la carità cristiana) verso il prossimo . Simili associazioni  cominciarono a sorgere già in epoca paleocristiana, ma fu tra il XIV ed il XVIII secolo che il loro numero esplose in tutta Europa.

2[2] – Ttermine greco-medievale che a Napoli e dintorni si trattenne nei secoli a seguire col significato di confraternita ad amministrazione autonoma.

[3] – Come ricorda Pasquale Di Cicco nel suo saggio  intitolato La pubblica beneficenza nel Mezzogiorno. Dalle Opere pie all’Ente comunale di assistenza (In: “La Capitanata – Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia”, XXV-XXX, 1993, pp. 73-84), questa vigilanza era tesa a  contrastare, da una parte, gli abusi da parte degli amministratori di certi luoghi pii e, dall’altra,  a  evitare che le loro sostanze, disperdendosi per mille rivoli, venivano destinate a fini diversi da quelli della beneficenza”.

[4] – Questi passaggi meriterebbero  uno studio specifico. Intanto ricordo che Montepertuso formava una universitas distinta sia da Positano che da Agerola nel 1729 (vedi in A. Bulgarelli Lukacs 1993, L’imposta diretta nel Regno di Napoli in età moderna) e che la limitrofa  Nocelle è indicata come casale di Agerola tanto nel  Dizionario Geografico Ragionato del Regni di Napoli di L. Giustiniani (stampato nel 1787) che nella Istorica descrizione del Regno di Napoli di G. M. Alfano (stampata nel 1823).

[5] – Si deve probabilmente a quella finale proliferare eccessiva di istituti all’interno di ogni Comune e Parrocchia (che  portava al ridurrsi del numero di soci/confratelli) se il termine confraternita ha finito col significare anche, nel linguaggio figurato, il negativo significato di  ‘gruppo ristretto, combriccola poco trasparente’ che non rende giustizia della  nobile valenza sociale delle confraternite medievali.

[6] – Con il trasferimento dell’assistenza sanitaria alle Regioni, nel 1978 si ebbe la soppressione degli E.C.A. i cui beni e il cui personale furono trasferiti ai Comuni.

 

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Appartenne ad Agerola l’area di pascuum pecoribus che, resa celebre da Galeno, diede il nome ai Monti Lattari.

Introduzione.

L’andamento dell’odierno confine settentrionale di Agerola  presenta delle anomalie che fanno intuire come esso sia mutato nel corso dei secoli. La più vistosa anomalia è quella della località Goffone, la quale costituisce quasi un’isola amministrativa[1] di Agerola  (solo un sottile isto a sud est la lega al resto del territorio agerolese) circondada da spazi che appartengono a Pimonte e a Gragnano. Altre anomalie  si legano al fatto che, nel tratto compreso tra il Colle Garofalo e il M. Cervigliano, il limite comunale non segue quasi mai gli spartiacque e le incisioni torrentizie. Esso  presenta bruschi gomiti, saliscendi e altre “stranezze” che mi fanno pensare che qui il confine comunale è stato “recentemente” ritoccato o tenendo conto anche dei limiti tra le proprietà prvate presenti in zona (curando che nessuna di esse finisse per metà in un comune e per metà in un altro).

A proposito di confini amministrativi, va ricordato che siamo in un’area che ha conosciuto notevoli  mutamenti nel corso dei secoli. In epoca romana essa appartenne tutta (fin su alla conca detta Gerula, ossia Agerola)  al pagus di Stabia. Le prime suddivisioni vi apparvero, credo, nel corso delll’alto Medio Evo, quando assunse dignità amministrativa Agerola e, a Nord di essa, gli Amalfitani crearono i castra   di Gragnano e Pino, cui seguirono la Terra di Pimonte e quella delle Franche. Verso la fine del Medio Evo si ebbe la scomparsa dell’universitas (comune) di Pino (vedi M. Camera, Memorie storico diplomatiche ecc., Vol. II, p. 644) e il suo territorio dovette probabilmente essere assegnato pro parte a Pimonte, pro parte a Le Franche e pro parte ad Agerola.  La zona di cui tratto in questo articolo (zona di Lattara, molto vicina alle rovine della antica Pino), fu probabilmente una di quelle che  furono assegnate ad Agerola.

 

Lattara e Galeno.

La località Lattara è  fatta di vari colli a sommità sub-pianeggiante (in senso geomorfologico dei terrazzi alluvionali), posti intorno a quota 500 m  nella zona che si incastra tra le alture di Colle Sughero – Colle S. Angelo, a Sud,  e quelle di Colle Carpineto – Pino, a Nord. Per caratteristiche e posizione, essa sembra proprio essere quella cui si riferiva il celebre medico Galeno quando, nel II secolo d.C., indicava la zona di provenienza del latte con straordinarie virtù terapeutiche che si produceva nei dintorni di Stabia; zona che egli descrive come pascuum pecoribus posti su colli di altitudo mediocris, distanti 30 stadiii o poco più (5,3 -5,5 km) dal lido stabiano (Methodo med., I, de rimediis, 5, 12, 7). Grazie al latte curativo che vi si produceva, quel luogo divenne così famoso che il toponimo fu scelto per denominare anche l’intera dorsale montuosa circostante, come attestano già gli scritti di VI secolo di Cassiodoro (Variae, XI, 10)  e di Procopio di Cesarea (Rer. Goth., I. IV).

Lattara nel Catasto Onciario.

Scorrendo il Regio Catasto Onciario di Agerola del 1752, ho scoperto che il territorio comunale allora comprendeva anche quella località Lattara che oggi, invece, ricade nel Comune di Pimonte. Ciò può ritenersi certo nonostante il fatto che quello sia un catasto privo di mappature. Trattasi infatti di un catasto a fini fiscali che adottava come criterio di inclusione non la residenza dei proprietari (che potevano essere tanto agerolesi che forestieri), bensì la collocazione dei beni immobili dentro i confini del Comune.

Dal Catasto Onciario di Agerola risulta che, a metà Settecento, a dividersi la proprietà di Lattara/Piano di Lattara erano i seguenti cittadini di Agerola:  Giovanni d’Acampora, Filippo d’Acampora, Felice di Fusco, M.co Giobatta Eboli, il reveredno Alessandro Coccia e il chierico Aniello Avitabile. Ad essi si aggiungevano i forestieri: Giuseppe Caucello di Gragnano, Giuseppe Lumberdi delle Francehe,  Crescenzo Donnarumma delle Francehe, il reverendo Tommaso Cavaliero di Furore, il beneficio del fu Matteo Rocco di Praiano ed i Padri  Gesuiti di Castellammare di Stabia.

Come dicevo, questi proprietari non agerolesi sono elencati nel catasto preso in esame perché la località Lattara era parte di Agerola. Questa appartenenza si protrasse almeno fino al primo Ottocento, visto che anche  il Catasto Murattiano di Agerola riporta proprietà site a Lattara. Tra esse spicca una vasta selva, che continua nella limitrofa località Argentara (più vicina alle falde Nord del M. Cervigliano) di proprietà delle Beneficiate di Casa Cuomo[2].

Al momento non saprei drequando fu, esattamente, che Lattara passò al Comune di Pimonte, ma non dovrebbe essere difficile trovare traccia di questo passaggio nei documenti dell’archivio storico comunale (annesso al Museo civico di Casa della Corte). Fu forse nel 1808, quando il confine tra Agerola e Pimonte divenne un confine  tra provincie, dato che  il decreto regio numero 154 bis trasferì nella Provincia di Napoli i comuni di Pimonte, Gragnano, Lettere e Casola, mentre Agerola rimase nella provincia di Principato Citeriore? Oppure nel 1846, quando anche Agerola passò nella Provincia di Napoli, o ancora con riordini legati l’Unità d’Italia? Ai volenterosi che vorranno spulciare vecchie carte e libri l’ardua sentenza!

NOTE

[1] Nel linguaggio tecnico di settore, si definiscono Isole Amministratie quelle  parti di territorio comunale circondate interamente dal territorio di altro o altri Comuni.

[2]  I Benefici e i Monti erano istituzioni assistenziali create da enti oppure, come in questo caso, da famiglie agiate con lo scopo di assicurare contributi economici a membri che si trovassero in difficoltà. Si attingeva alle rendite che garantivano i titoli e/o i beni immobili posseduti dal Beneficio. La più comune tipologia di intervento era quella del “premio di maritaggio”, occia dote in denaro assegnata a giovani spose bisognose.

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9 km e 9 secoli di distanza  schiacciati dal teleobiettivo di Antonio Iovine.

Quasi ogni volta che passo per la tabaccheria-edicola Cuomo di Bomerano, l’amico Antonio Iovine, oramai più che una promessa nel campo della fotografia documentaristica, mi delizia mostrandomi  qualche suo nuovo “scatto”. Un suo filone prediletto è quello dei notturni, e ieri me ne ha mostrato uno così interessante che subito  gli ho chiesto: Posso pubblicarlo sul mio blog?  Ricevuto il suo convinti si, eccomi qui a presentarvi l’immagine in questione.

PINO (2)

Come mi ha spiegato Antonio, è una foto ripresa dalla zona “dietro al Traforo” (uscita dal tunnel per Gragnano), dove – muovendosi a piedi, cavalletto con fotocamera in spalla –  lui ha cercato e trovato il punto preciso per avere allineati due famosi templi mariani della zona:  la romanica chiesetta di S. Maria di Pino (a 573 metri s.l.m.) e il grande santuario della Madonna di Pompei (a 14 metri s.l.m.).

La potente zoomata messa in atto e l’eccezionale trasparenza dell’aria nella notte prescelta, hanno  fatto si che quasi si annullassero i nove chilometri di distanza che si hanno – in linea d’aria e in direzione quasi esattamente Sud – Nord – tra li due edifici sacri inquadrati.

In senso figurato, la foto “schiaccia” anche la grande distanza cronologica che intercorre tra le due chiese: quella pompeiana fu fatta erigere dal beato Bartolo Longo nel tardo XIX secolo, mentre quella in primo piano fu edificata nel decimo secolo sotto il doge di Amalfi Mastalo I . Ampliata nel corso del XIII, quando fu anche  ruotato di 90° il suo orientamento, la chiesa di S. Maria di Pino  è quanto di più integro rimane dell’antichissimo castrum Pini , borgo fortificato voluto dagli Amalfitani per difendere il loro ducato filo-bizantino contro possibili invasioni longobarde che, attaccandolo da Nord, sfruttassero l’agevole  corridoio naturale della valle del Rio di Gragnano per salire sino ai valichi agerolesi e, di lì,   piombare poi su Amalfi. In sinergia con le fortificazioni di Belvedere (Pimonte), Castello (Gragnano) e Lettere, il castrum di Pino  riuscì per secoli ad evitare simili invasioni, cedendo solo al terzo degli attacchi che portarono i Normanni (anno 1131). Finita così l’autonomia del ducato d’Amalfi, il castello di Pino vide ridimensionata la sua importanza strategica, ma il borgo continuò a vivere ancora per qualche secolo, costituendo una universitas a sé stante rispetto a quelle limitrofe di Pimonte e de  Le Franche, sulle quali ebbe, a tratti, primazia (v. M. Camera, Memorie storico-diplomatiche etc. vol. II, p. 644). Poi il borgo andò gradualmente spopolandosi e, ai tempi di re Ferrante,  subì il colpo di grazia di una distruzione ad opera di truppe aragonesi cui pare che diedero una forte mano dei militi della famiglia Cavaliere.

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