Antiche famiglie agerolesi: i de Stefano.

Quando, tra il XII e il XIII secolo, tornarono in uso i cognomi [ 1],  per formarli si attinse abbastanza spesso al nome del padre o del nonno. A questa tipologia appartine “di/de Stefano” ed essendo Stephanos un nome abbastanza usato in quei secoli, c’è da sospettare che diverse casate, in luoghi e tempi diversi, assunsero quel cognome.

Come dimostrano i dati di distribuzione geografica reperibili sul sito www.cognomix.it (vedi figura), il cognome de Stefano è presente un po’ in tutt’Italia, ma vede la Campania staccare di molto le altre regioni. All’interno della Campania, è in testa la provincia di Napoli, con picco di frequenza percentuale nel comune di Agerola.

1

Mappe di distribuzione del cognome de Stefano da Cognomix

Stando ai documenti medievali che sono giunti fino a noi, ad Agerola i de Stefano sono presenti almeno dal 1282, data in cui tale Petrus de Stephano firma come teste un atto notarile redatto dal notaio Iohannes Pagurillus in presenza del giudice  Iacobus Crisconus (oggi Criscuolo) e dell’altro tesimone Iohannes de Vitablo (oggi Avitabile) [2] .

A far sospettare una presenza ancora più antica vi è poi il fatto che nella limitrofa Pogerola troviamo una attestazione che risale al 1126. Si tratta di un atto di compravendita nel quale compare una monaca di nome  Drosu che si dice figlia di tal Pietro de Stefano [3] .

 

I de Stefano di Ponte

La zona di Agerola dove la presenza dei de Stefano è più cospicua e più antica è il casale di Ponte, addensato intorno alla chiesa di S. Nicola Matteo Camera [4], parlando di quella chiesa, dice che una relazione vescovile del 1639 (dev’essere dell’arcivescovo d’Amalfi Angelo Pichi), riporta una tradizione orale secondo la quale detta chiesa fu una volta (olim) di patronato della famiglia de Stefano (ut habetur per traditione seniorum). Quello stesso anno, il Pichi trovò la chiesa così “malconcia” da interdirla al culto e ordinarne la ricostruzione (cosa che avvenne di lì a poco nelle forme che oggi vediamo). Nel nuovo edificio i de Stefano mantennero il patronato dell’altare di sinistra, sul quale vediamo una tela della Madonna del Rosario che reca in basso lo stemma della famiglia.

 2

              L’altere dei de Stefano nella chiesa di S. Nicole di Agerola

Ed è proprio l’emblema di famiglia a confermare il forte legame – quasi di identificazione – che ebbero i de Stefano col casale Ponte. Infatti, esso è dominato da un ponte a tre arcate che non esiterei ad identificare con quello che attraversa la gola del Penise a breve distanza dalla chiesa di S. Nicola (non a caso detta S. Nicola a lo ponte nei documenti medievali)  e che mostrava tre belle arcate in pietra fino a una cinquantina di anni fa, quando finì tristemente annegato  in un ampliamento in calcestruzzo armato e a campata unica. La parte superiore dello stemma, che è di tipo “spaccato”, è d’azzurro con tre stelle d’oro in linea orizzontale.

Forse furono già i de Stefano del tardo Duecento a stabilirsi nella zona di Ponte, mentre è assolutamente certo che vi avevano proprietà a inizio Trecento. Infatti, una pergamena del 1329 ci segnala a Ponte di Agerola i fondi agricoli di vari de Stefano [5]

A dirci che già nel Trecento l’economia della casata de Stefano  non dipendeva solo da mere attività agricole, vi è poi un documento del 1340 che indica l’Agerolese  Martucio de Stefano come percettore di un cospicuo prestito (ben 360 tarì) da parte del ricco mercante amalfitano Pietro del Giudice [6]; somma che quasi certamente Martucio investì in qualche forma di commercio.

 

 L’espansione verso San Lazzaro  e Campora

Oltre  che a Ponte, i de Stefano sono oggi numerosi anche a San Lazzaro. In quest’altro casale di Agerola essi sono presenti almeno dal tardo Cinquecento, visto che un documento del 1593 segnala proprietà di tale Giovanni Sturione de Stedano al luogo  La Cammarella e di  Pacello e Antonio de Stefano nella pubblica piazza di San Lazzaro [7]. Anche nella parrocchiale di San Lazzaro (SS. Annunziata) i de Stefano ebbero un altare di loro patronato con annessa fossa sepolcrale. Detto altare di famiglia, che acquisirono non più tardi del 1703, era dedicato alla Madonna dell’Arco [8]  e l’interessante dipinto che l’adornava (oggi collocato nella annessa Cappella della confraternita) reca in basso lo stesso stemma che abbiamo visto in S. Nicola al Ponte.

Un segno della secolare presenza dei de Stefano lo troviamo anche nella chiesa di S. Maria di Loreto a Campora (detta anche “di S. Martino” e sede della la parrocchia di Campora fino al 1942). Qui abbiamo infatti un altare che reca in alto uno stemma bipartito che combina l’arma dei de Stefano con quella dei Cavaliere, segno di un co-patronato che nacque verosimilmente a seguito di un matrimonio.

Da Agerola a Napoli

Tra i de Stefano di Agerola sorsero relativamente presto dei nuclei familiari di condizione agiata (se non ricchi) che poterono permettersi il lusso di far studiare dei figli e avviarli così nel mondo delle Arti Maggiori, da esercitarsi nella zona d’origine o, con migliori prospettive, a Napoli. A testimoniarci un caso di perfetta riuscita del percorso è una scrittura del 9 giugno 1336 [9]  rogata in Napoli e riguardante l’esecuzione di volontà testamentarie di Bartolomeo de Capua, noto logotheta e protonotario del Regno in epoca angioina [10]. Tra i legali che firmarono quell’importante atto troviamo infatti il notaro Iacobus de Stephano  de Agerulo, con anche la specifica “Civis Neapolis” (cittadino di Napoli).

3

Ma ad emigrare verso la capitale del Regno non era solo chi perseguiva un’alta istruzione e una carriera da professionista o curiale. Altri ci andavano forti di un mestiere appreso stando a bottega presso un artigiano di Agerola o di Amalfi. Altri ancora si radicavano a Napoli dopo averla frequentata per anni come piccoli mercanti che smerciavano nella capitale i prodotti della loro terra natia. A questa terza tipologia credo che si possa riferire  il caso  di Marino de Stefano, da me recentemente scoperto spulciando i Registri Angioini di Napoli. Mi riferisco in particolare al documento datato 18 aprile 1346 e firmato dalla regina Giovanna I d’Angiò (Registri Angioini, 354, f. 14v.). Esso riveste notevole interesse anche perché ci fa sapere quale enorme consumo di carne si faceva a palazzo a quei tempi : la bellezza di 220 castrati, 20 vacche e 8 vitelli o vitelle al mese!. Ma il motivo per cui lo cito in questa sede sta nella parte in cui la regina segnala ai doganieri i nomi dei  tre mercanti (ivi detti beccai) che erano addetti ad approvvigionare di carne la corte angioina, procurando le bestie “in varie parti del Regno”. Qui troviamo, al primo posto, “Marinus de Stefano de Agerula”, seguito da Dimino de Forma e da Stefano Merula.

 

 

 4

                               Scena di banchetto aristocratico medievale

 Un ceppo di origine francese.

I già citati Registri Angioini di Napoli furono consultati pure dallo scrittore e tipografo Ottavio Beltrano (attivo tra fine ‘500 e inizio ‘600) mentre lavorava alla sua Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici province (Napoli 1604). Analogamente a quanto fece per altre famiglie feudatarie del suo tempo (specie se di recente nobiltà e desiderose di crearsi antiche e illustri ascendenze) il Beltramo cercò negli archivi storici  dei possibili antenati di quei di  Stefano di Napoli che all’epoca erano feudatari di varie terre del Regno [11].

Per quanto non sia affatto dimostrato che i di Stefano di epoca angioina scovati dal Beltrano siano degli antenati dei di Stefano suoi contemporanei, è comunque molto utile leggere ciò che l’autore estralcia dai Registri Angioini:

a)                Pietro di Stefano “assai caro e fedele al suo Re”, appellato come  Nobil Vir e Milite( Registro di Carlo II nell’anno 1299, lit.. A, f.147);

b)                Berrado di Stefano signore di Lambisco che per i meriti dei suoi avi  ricevette, per se e suoi successori, la regia esenzione dai pagamenti fiscali (Reg. di Carlo II, anno 1306, lit.B, fol. 40). Tale privilegio fu poi riconfermato nel 1425 (Reg. della regina Giovanna II,  fasc. 44, fol. 175);

c)                Albino di Stefano,che per i servigi resi alla Corona e ”per esser derivato da sì nobil pianta” fu creato familiare del Re. (Reg. di Re Roberto, annol 1310, lit. C, fol. 171);

d)                Cutio di Stefano, nominato consigliere, ciamberlano e familiare del Re (Reg. di re Roberto, anno 1327, li. B, fol. 21);

e)                I fratelli Andrea, Balduino e Marco di Stefano, tutti onorati del titolo di milite, cioè cavaliere (Reg. della regina Giovanna I,  anno 1342, lit. B, fol.32);

f)                  Batolomeo di Stefano, che nel 1408 Re  Ladislao ammise a corte, con una provvigione annua di 100 scudi, come segno di riconoscenza per un prestito di 2000 ducati.

Una cosa di cui il Beltrano non pare accorgersi (non facendone cenno alcuno) è la probabile origine francese di almeno i primi personaggi dell’elenco. Ed è’ una probabilità che diventa certezza per quel Berrado di Stefano (“b”) che viene indicato come  Signore di Lambisco, visto che dietro questo toponimo italianizzato va certamente riconosciuto il villaggio provenzale di Lambesc [12].  A ulteriore riprova, cito il dato storico che, all’epoca, i feudatari di quella terra provenzale  erano i  d’Etienne;  cognome che fu facilmente italianizzato in di Stefano, dato che Etienne è appunto l’equivalente francese del nome Stefano.

  5

                                                Panorama di Lambesc

Alla luce di ciò, si fa consistente anche l’ipotesi che il citato Pietro di Stefano (lettera “a” dell’elenco qui sopra) possa coincidere con il Pierre d’Etiemme cavaliere di Lambesc che compare nei registri di re Carlo II d’Angiò conservati a Aix en Provence (lettera B, foglio 40; cfr. R. de Briancon, op. cit., p 21).

Si fa dunque strada l’ipotesi che tra i de Stefano che sono oggi presenti in Italia meridionale, soprattutto in Campania, ci siano anche dei discendano di cavalieri provenzali scesi a Napoli per sostenere militarmente i duchi d’Angiò nella conquista e nella difesa del loro nuovo regno. Come è noto, molti di quei cavalieri  non rientrarono in Francia, venendo invece inseriti stabilmente nei quadri di rango dell’esercito napoletano e/o ricevendo possedimenti feudali quale premio per i servigi da loro resi in battaglia e, nel contempo, garanzia di fedeltà ai sovrani angioini dei territori e castelli loro affidati.

 6

 Resta da chiedersi se nacquero dal ceppo di origine provenzale (ex d’Etienne) anche i de Stefano di Agerola. A tal proposito va osservato che la prima attestazione agerolese del cognome (1282) è, si, precedente all’arrivo dei Provenzali a Napoli (1266), ma riguarda un personaggio (Marinus de Stefano) che è difficile considerare  parente di un nobile cavaliere giunto a Napoli solo 16 anni prima. Egli ha un nome di battesimo tipicamente napoletano e amalfitano, risulta analfabeta ((firma l’atto del 1282 signum crucis proprie manus) e, per essere scelto come teste di scritture pubbliche, doveva essere persona adulta ben nota e stimata in paese.  D’altra parte, abbiamo visto che a Pogerola (casale di Amalfi confinante con Agerola) il cognome de Stefano esisteva già nel  1126, data ben anteriore all’arrivo dei d’Etienne a Napoli.

Note
1 -Cosa simile al cognome era stata, in epoca Romana, il nomen. Nella stringa di designazione di un individuo esso compariva al secondo posto e indicava la gens di appartenenza. Prima di esso si indicava il prenomen (che  designava la singola persona come fa oggi il nome di battesimo), mentre al terzo posto avevamo il cognomen, che era una sorta di soprannome della famiglia. Ad esempio:  Marco (prenomen) Tullio (nomen) Cicerone (cognomen). A volte si aggiungeva un quarto termine di tipo onorifico  (agnomen), come nel caso del celebre Publio Cornelio Scipione Africano.
2 — J. Mazzoleni e R. Orefice, Il Codice Perris. Cartulario amalfitano, sec. X-XV (Amalfi 1985),vol.  II, pp. 721 e seg.
3 – Ib. – J. Mazzoleni e R. Orefice, Il Codice Perris. Cartulario amalfitano, sec. X-XV (Amalfi 1985), vol. I,p. 189.
4-M. Camera, Memorie storico diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi. (Salerno 1881), vol. II, p. 627.
5 -C. Salvati e R. Pilone, Gli archivi dei monasteri amalfitanei (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità) 860-1645. Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, Fonti – 2. 1Amalfi 986, p. 100.
6 – J. Mazzoleni e R. Orefice, op. cit., vol. III, p. 1037-1049.
7 –C. Salvati e R. Pilone (1986)  “Gli archivi dei monasteri amalfitani (S. Maria di Fontanella, S. Maria dominarum e  SS. Trinità) anni 860-1645” .Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, Collana Fonti, 2 (1986) pp. 188-189.
8 -A. Mascolo, Agerola. Dalle origini ai giorni nostri. 2003, p. 285
9 -C. Minieri Riccio, Cenni storici intorno i Grandi Uffizii del Regno di Sicilia duranti il regno di Carlo I. d’Angio (1872) pp.154- 156
10 -Nel Regno di Sicilia, il logoteta era un alto ufficiale con funzioni di segretario del re etalora – come im questo caso e nel caso di  Pier delle Vigne – anche di protonotario, cioè di magistrato preposto al controllo dei notai addetti alla redazione degli atti della cancelleria regia. Bartolomeo de Capua nacque a Capua nel 1248 e si laureò in legge a Napoli, nel cui ateneo fu poi professore. Per la sua alta competenza, re Carlo I d’Angiò lo volle come familiare e consigliere. Nel 1290 re Carlo II lo nominò protonotario del Regno, funzione per la quale si avvalse di due vice-protonotari: Andrea d’Isernia e Andrea Acconzaioco da Ravello. La carica di logothete gli venne assegnata nel febbraio del 1296.
11 – E’ lo stesso Beltrano, nel capitolo dedicato a Casella (oggi Caselle in Pittari, Cilento) a dirci che ”Pietro di Stefano nel 1522   comprò le terre di Accadia e Santo Mango nella provincia di Principato Ultra, e in Principato Citra le terre di Casella, Sicili e Morgerale”. Va precisato che altre attendibili fonti   (ad esempio E. Ricca, La Nobilità del regno delle due Sicilie, (Napoli1859), vol.1,  p.11]  datano al 1547  l’acquisto del feudo di Accadia e del connesso titolo di Barone.
12 -D. Robert de Brianson. L’Etat de la Provence dans sa noblesse (Parigi 1693) vol.2, p. 21.
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Antiche famiglie di Agerola: i de Stefano.

Quando, tra il XII e il XIII secolo, tornarono in uso i cognomi [ 1],  per formarli si attinse abbastanza spesso al nome del padre o del nonno. A questa tipologia appartine “di/de Stefano” ed essendo Stephanos un nome abbastanza usato in quei secoli, c’è da sospettare che diverse casate, in luoghi e tempi diversi, assunsero quel cognome

Come dimostrano i dati di distribuzione geografica reperibili sul sito www.cognomix.it (vedi figura), il cognome de Stefano è presente un po’ in tutt’Italia, ma vede la Campania staccare di molto le altre regioni. All’interno della Campania, è in testa la provincia di Napoli, cn picco di frequenza percentuale nel comune di Agerola.

 

 

 

 

 

Mappe di distribuzione del cognome de Stefano da Cognomix

 

Stando ai documenti medievali che sono giunti fino a noi, ad Agerola i de Stefano sono presenti almeno dal 1282, dta in cui tale Petrus de Stephano firma come teste un atto notarile  redatto dal notaio Iohannes Pagurillus in presenza del giudice  Iacobus Crisconus (oggi Criscuolo) e dell’altro tesimone Iohannes de Vitablo (oggi Avitabile) [2] .

A far sospettare una presenza ancora più antica vi è poi il fatto che nella limitrofa Pogerola troviamo una attestazione che risale al 1126. Si tratta di un atto di compravendita nel quale compare una monaca di nome  Drosu che si dice figlia di tal Pietro de Stefano [3] .

 

 

I de Stefano di Ponte

La zona di Agerola dove la presenza dei de Stefano è più cospicua e più antica è il casale di Ponte, addensato intorno alla chiesa di S. Nicola Matteo Camera [4], parlando di quella chiesa, dice che una relazione vescovile del 1639 (dev’essere dell’arcivescovo d’Amalfi Angelo Pichi), riporta una tradizione orale secondo la quale detta chiesa fu una volta (olim) di patronato della famiglia de Stefano (ut habetur per traditione seniorum). Quello stesso anno, il Pichi trovò la chiesa così “malconcia” da interdirla al culto e ordinarne la ricostruzione (cosa che avvenne di lì a poco nelle forme che oggi vediamo). Nel nuovo edificio i de Stefano mantennero il patronato dell’altare di sinistra, sul quale vediamo una tela della Madonna del Rosario che reca in basso lo stemma della famiglia.

 

 

 

 

 

 

L’altere dei de Stefano nella chiesa di S. Nicole di Agerola

 

Ed è proprio lì emblema di famiglia a confermare il forte legame – quasi di identificazione – che ebbero i de Stefano col casale Ponte. Infatti, esso è dominato da un ponte a tre arcate che non esiterei ad identificare con quello che attraversa la gola del Penise a breve distanza dalla chiesa di S. Nicola (non a caso detta S. Nicola a lo ponte nei documenti medievali)  e che mostrava tre bemme arcate in pietra fino a una cinquantina di anni fa, quando finì tristemente annegato  in un ampliamento in calcestruzzo armato e a campata unica. La parte superiore dello stemma, che è di tipo “spaccato”, è d’azzurro con tre stella d’oro in linea orizzontale.

Forse furono già i de Stefano del tardo Duecento a stabilirsi nella zona di Ponte, mentre è assolutamente certo che vi avevano proprietà a inizio Trecento. Infatti, una pergamena del 1329 ci segnala a Ponte di Agerola i fondi agricoli di vari de Stefano [5]

A dirci che già nel Trecento l’economia della casata de Stefano  non dipendeva solo da mere attività agricole, vi è poi un documento del 1340 che indica l’Agerolese  Martucio de Stefano come percettore di un cospicuo prestito (ben 360 tarì) da parte del ricco mercante amalfitano  Pietro del Giudice [6]; somma che quasi certamente Martucio investì in qualche forma di commercio.

 

 

L’espansione verso San Lazzaro  e Campora

Oltre  che a Ponte, i de Stefano sono oggi numerosi anche a San Lazzaro. In quest’altro casale di Agerola essi sono presenti almeno dal tardo Cinquecento, visto che un documento del 1593 segnala proprietà di tale Giovanni Sturione de Stedano al luogo  La Cammarella e di  Pacello e Antonio de Stefano nella pubblica piazza di San Lazzaro [7]. Anche nella parrocchiale di San Lazzaro (SS. Annunziata) i de Stefano ebbero un altare di loro patronato con annessa fossa sepolcrale. Detto altare di famiglia, che acquisirono non più tardi del 1703, era dedicato alla Madonna dell’Arco [8]  e l’ interessante dipinto che l’adornava (oggi collocato nella annessa Cappella della confraternita) reca in basso lo stesso stemma che abbiamo visto in S. Nucola al Ponte.

Un segno della secolare presenza dei de Stefano lo troviamo anche nella chiesa di S. Maria di Loreto a Campora (detta anche “di S. Martino” e sede della la parrocchia di Campora fino al 1942). Qui abbiamo infatti un altare che reca in alto uno stemma bipartito che combina l’arma dei de Stefano con quella dei Cavaliere, segno di un co-patronato che nacque verosimilmente a seguito di un matrimonio

 

 

Da Agerola a Napoli

Tra i de Stefano di Agerola sorsero relativamente presto dei nuclei familiari di condizione agiata (se non ricchi) che poterono permettersi il lusso di far studiare dei figli e avviarli così nel mondo delle Arti Maggiori, da esercitarsi nella zona d’origine o, con migliori prospettive, a Napoli. A testimoniarci un caso di perfetta riuscita del percorso è una scrittura del 9 giugno 1336 [9]  rogata in Napoli e riguardante l’esecuzione di volontà testamentarie di Bartolomeo de Capua, noto logotheta e protonotario del Regno in epoca angioina [10]. Tra i legali che firmarono quell’importante atto troviamo infatti il notaro Iacobus de Stephano  de Agerulo, con anche la specifica “Civis Neapolis” (cittadino di Napoli).

 

 

 

 

 

 

 

Ma ad emigrare verso la capitale del Regno non era solo chi perseguiva un’alta istruzione e una carriera da professionista o curiale. Altri ci andavano forti di un mestiere appreso stando a bottega presso un artigiano di Agerola o di Amalfi. Altri ancora si radicavano a Napoli dopo averla frequentata per anni come piccoli mercanti che smerciavano nella capitale i prodotti della loro terra natia. A questa terza tipologia credo che si possa riferire  il caso  di Marino de Stefano, da me recentemente scoperto spulciando i Registri Angioini di Napoli. Mi riferisco in particolare al documento datato 18 aprile 1346 e firmato dalla regina Giovanna I d’Angiò (Registri Angioini, 354, f. 14v.). Esso riveste notevole interesse anche perché ci fa sapere quale enorme consumo di carne si faceva a palazzo a quei tempi : la bellezza di 220 castrati, 20 vacche e 8 vitelli o vitelle al mese!. Ma il motivo per cui lo cito in questa sede sta nella parte in cui la regina segnala ai doganieri i nomi dei  tre mercanti (ivi detti beccai) che erano addetti ad approvvigionare di carne la corte angioina, procurando le bestie “in varie parti del Regno”. Qui troviamo, al primo posto, “Marinus de Stefano de Agerula” , seguito da Dimino de Forma e da Stefano Merula.

 

 

 

 

 

 

 

Scena di banchetto aristocratico medievale

Un ceppo di origine francese.

I già citati Regitri Angioini di Napoli furono consultati pure dallo scrittore e tipografo Ottavio Beltrano (attivo tra fine ‘500 e inizio ‘600) mentre lavorava alla sua Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici province (Napoli 1604). Analogamente a quanto fece per altre famiglie feudatarie del suo tempo (specie se di recente nobiltà e desiderose di crearsi antiche e illustri ascendenze) il Beltramo cercò negli archivi storici  dei possibili antenati di quei di  Stefano di Napoli che all’epoca erano feudatari di varie terre del Regno [11].

Per quanto non sia affatto dimostrato che i di Stefano di epoca angioina scovati dal Beltrano siano degli antenati dei di Stefano suoi contemporanei, è comunque molto utile leggere ciò che l’autore estralcia dai Registri Angioini:

a)                Pietro di Stefano “assai caro e fedele al suo Re”, appellato come  Nobil Vir e Milite( Registro di Carlo II nell’anno 1299, lit.. A, f.147);

b)                Berrado di Stefano signore di Lambisco che per i meriti dei suoi avi  ricevette, per se e suoi successori, la regia esenzione dai pagamenti fiscali (Reg. di Carlo II, anno 1306, lit.B, fol. 40). Tale privilegio fu poi riconfermato nel 1425 (Reg. della regina Giovanna II,  fasc. 44, fol. 175);

c)                Albino di Stefano,che per i servigi resi alla Corona e ”per esser derivato da sì nobil pianta” fu creato familiare del Re. (Reg. di Re Roberto, annol 1310, lit. C, fol. 171);

d)                Cutio di Stefano, nominato consigliere, ciamberlano e familiare del Re (Reg. di re Roberto, anno 1327, li. B, fol. 21);

e)                I fratelli Andrea, Balduino e Marco di Stefano, tutti onorati del titolo di milite, cioè cavaliere (Reg. della regina Giovanna I,  anno 1342, lit. B, fol.32);

f)                  Batolomeo di Stefano, che nel 1408 Re  Ladislao ammise a corte, con una provvigione annua di 100 scudi, come segno di riconoscenza per un prestito di 2000 ducati.

Una cosa di cui il Beltrano non pare accorgersi (non facendone cenno alcuno) è la probabile origine francese di almeno i primi personaggi dell’elenco. Ed è’ una probabilità che diventa certezza per quel Berrado di Stefano (“b”) che viene indicato come  Signore di Lambisco, visto che dietro questo toponimo italianizzato va certamente riconosciuto il villaggio provenzale di Lambesc [12].  A ulteriore riprova, cito il dato storico che, all’epoca, i feudatari di quella terra provenzale  erano i  d’Etienne;  cognome che fu facilmente italianizzato in di Stefano, dato che Etienne è appunto l’equivalente francese del nome Stefano.

 

 

 

 

Panorama di Lambesc

Alla luce di ciò,si fa consistente anche l’ipotesi che il citato Pietro di Stefano (lettera “a” dell’elenco qui sopra) possa coincidere con il Pierre d’Etiemme cavaliere di Lambesc che compare nei registri di re Carlo II d’Angiò conservati a Aix en Provence (lettera B, foglio 40; cfr. R. de Briancon, op. cit., p 21).

Si fa dunque strada l’ipotesi che tra i de Stefano che sono oggi presenti in Italia meridionale, soprattutto in Campania, ci siano anche dei discendano di cavalieri provenzali scesi a Napoli per sostenere militarmente i duchi d’Angiò nella conquista e nella difesa del loro nuovo regno. Come è noto, molti di quei cavalieri  non rientrarono in Francia, venendo invece inseriti stabilmente nei quadri di rango dell’esercito napoletano e/o ricevendo possedimenti feudali quale premio per i servigi da loro resi in battaglia e, nel contempo, garanzia di fedeltà ai sovrani angioini dei territori e castelli loro affidati.

M medievale rappresentante la celebre battaglia di Tagliacozzo (1268), decisiva dello scontro tra Svevi e Angioini in Italiameridionale.

 Resta da chiedersi se nacquero dal ceppo di origine provenzale (ex d’Etienne) anche i de Stefano di Agerola. A tal proposito va osservato che la prima attestazione agerolese del cognome (1282) è, si, precedente all’arrivo dei Provenzali a Napoli (1266), ma riguarda un personaggio (Marinus de Stefano) che è difficile considerare  parente di un nobile cavaliere giunto a Napoli solo 16 anni prima. Egli ha un nome di battesimo tipicamente napoletano e amalfitano, risulta analfabeta ((firma l’atto del 1282 signum crucis proprie manus) e, per essere scelto come teste di scritture pubbliche, doveva essere persona adulta ben nota e stimata in paese.

D’altra parte, abbiamo visto che a Pogerola (casale di Amalfi confinante con Agerola) il cognome de Stefano esisteva già nel  1126, data ben anteriore all’arrivo dei d’Etienne a Napoli.

Note

1 -Cosa simile al cognome era stata, in epoca Romana, il nomen. Nella stringa di designazione di un individuo esso compariva al secondo posto e indicava la gens di appartenenza. Prima di esso si indicava il prenomen (che  designava la singola persona come fa oggi il nome di battesimo), mentre al terzo posto avevamo il cognomen, che era una sorta di soprannome della famiglia. Ad esempio:  Marco (prenomen) Tullio (nomen) Cicerone (cognomen). A volte si aggiungeva un quarto termine di tipo onorifico  (agnomen), come nel caso del celebre Publio Cornelio Scipione Africano.

2 — J. Mazzoleni e R. Orefice, Il Codice Perris. Cartulario amalfitano, sec. X-XV (Amalfi 1985),vol.  II, pp. 721 e seg.

3 – Ib. – J. Mazzoleni e R. Orefice, Il Codice Perris. Cartulario amalfitano, sec. X-XV (Amalfi 1985), vol. I,p. 189.

4-M. Camera, Memorie storico diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi. (Salerno 1881), vol. II, p. 627.

5 -C. Salvati e R. Pilone, Gli archivi dei monasteri amalfitanei (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità) 860-1645. Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, Fonti – 2. 1Amalfi 986, p. 100.

6 – J. Mazzoleni e R. Orefice, op. cit., vol. III, p. 1037-1049.

7 –C. Salvati e R. Pilone (1986)  “Gli archivi dei monasteri amalfitani (S. Maria di Fontanella, S. Maria dominarum e  SS. Trinità) anni 860-1645” .Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, Collana Fonti, 2 (1986) pp. 188-189.

8 -A. Mascolo, Agerola. Dalle origini ai giorni nostri. 2003, p. 285

9 -C. Minieri Riccio, Cenni storici intorno i Grandi Uffizii del Regno di Sicilia duranti il regno di Carlo I. d’Angio (1872) pp.154- 156

10 -Nel Regno di Sicilia, il logoteta era un alto ufficiale con funzioni di segretario del re etalora – come im questo caso e nel caso di  Pier delle Vigne – anche di protonotario, cioè di magistrato preposto al controllo dei notai addetti alla redazione degli atti della cancelleria regia. Bartolomeo de Capua nacque a Capua nel 1248 e si laureò in legge a Napoli, nel cui ateneo fu poi professore. Per la sua alta competenza, re Carlo I d’Angiò lo volle come familiare e consigliere. Nel 1290 re Carlo II lo nominò protonotario del Regno, funzione per la quale si avvalse di due vice-protonotari: Andrea d’Isernia e Andrea Acconzaioco da Ravello. La carica di logothete gli venne assegnata nel febbraio del 1296.

11 – E’ lo stesso Beltrano, nel capitolo dedicato a Casella (oggi Caselle in Pittari, Cilento) a dirci che ”Pietro di Stefano nel 1522   comprò le terre di Accadia e Santo Mango nella provincia di Principato Ultra, e in Principato Citra le terre di Casella, Sicili e Morgerale”. Va precisato che altre attendibili fonti   (ad esempio E. Ricca, La Nobilità del regno delle due Sicilie, (Napoli1859), vol.1,  p.11]  datano al 1547  l’acquisto del feudo di Accadia e del connesso titolo di Barone.

12 -D. Robert de Brianson. L’Etat de la Provence dans sa noblesse (Parigi 1693) vol.2, p. 21.

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I nostri piatti nella storia e nella letteratura

Segnalo ai lettori questo interessantissimo libro di Gennaro Avano che raccomando soprattutto agli appassionati di storia e tradizioni del Sud d’Italia, ma anche a tutti quelli che amano…sapere la storia di ciò che mangiano o che cucinano per sé, per gli amici o per i loro clienti

copertina da ibs

 

Gennaro Avano presenta la tradizione e la letteratura gastronomica meridionale come la storia di una condivisione, cui tutte le anime di quello che fu il Regno di Napoli (e oltre) presero parte.

L’analisi si sviluppa su un piano geografico e temporale, osservando l’evoluzione e le caratteristiche della gastronomia nei diversi territori provinciali e nel corso delle epoche storiche, dal periodo antico e medievale fino a quello moderno e contemporaneo. Si scoprono così ricette che nel corso del tempo hanno cambiato denominazione e ricorrono quindi nella storia gastronomica con titoli “ingannevoli” rispetto alla nostra attuale idea di quei piatti: è il caso ad esempio della pizza, che nel vocabolario cinque-seicentesco era qualcosa di simile a una crostata o a una torta; e della classica “salsa di pomidoro”, molto diversa da come la prepariamo oggi. Trova spazio in questo contesto l’esame di documenti letterari quali il poema Gastronomia del filosofo epicureo Archestrato di Gela (IV secolo a. C.), il De re coquinaria di Marco Gavio Apicio (II secolo a. C.) e il Liber de Coquina di anonimo napoletano, risalente all’età angioina. Dal Seicento in avanti, con la nascita di una vera e propria editoria gastronomica meridionale, compaiono poi opere quali La lucerna de’ Corteggiani (1634) di Giovan Battista Crisci e Lo scalco alla moderna di Antonio Latini (1692-94), fino alla vasta produzione del grande gastronomo salentino Vincenzo Corrado, autore di testi quali Il cuoco galante (1773) e Del cibo pitagorico (1781), senza dimenticare La cucina teorico-pratica di Ippolito Cavalcanti.

L’ultima parte del volume è focalizzata sulla percezione della gastronomia meridionale all’estero negli ultimi due secoli e prende in esame le citazioni che di questa cucina sono presenti nelle opere di autori stranieri quali Marie-Antoine Carême, Auguste Escoffier e Ferran Adrià.

 

 

 

GENNARO AVANO, nato nel 1971 e originario di Napoli, è referente per le didattiche speciali al liceo artistico statale di Fermo. Da anni impegnato in una ricerca sulla cultura del Meridione d’Italia, ha pubblicato Tracce per una storia delle arti duosiciliane (2006) e La minestra è maritata. Ritratto storico della gastronomia meridionale (2016).
Artista visivo e musicista, formatosi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, al Conservatorio di Musica di Avellino e all’Università degli Studi di Bergamo, fin dagli anni Novanta ha sperimentato soluzioni di mistilinguismo creativo e ha animato numerosi sodalizi artistici. Ha esposto e si è esibito in mostre e performance audiovisive in Italia e all’estero. Come saggista e recensore d’arte ha curato i testi di vari cataloghi, fra cui La rete (2011) e La sensibilità della forma (2013), del maestro Ciro Maddaluno.

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L’antico toponimo La Francazza. Con un cenno anche a Le Franche.

Mel vigente stradario di Agerola, si chiama Via Francazza quella stradina che collega Via Armando Diaz con Via Villani  e, fino a pochi decenni f, portava lo stesso nome anche  quela che fu poi denominata Via Francesco Saverio Acampora [1], perché entrambe conducevano, e conducono, a quella porzione del casale Bomerano che si chiama La Francazza. Trattasi di un toponimo antico che si ritrova anche sul Regio Catasto Onciario di Agerola del 1752, il quale lo cita più volte come luogo ove possedevano beni i Villani, gli Avitabile, i de Fusco, i  d’Acampora e i Cuomo, ma anche le parrocchie di S. Giacomo e di S. Elia di Furore.

Mappa stradale di Bomerano nord (Agerola)

Riguardo all’origine del toponimo va notata la presenza della radice franco/a, nel senso di ‘libero/a’. Più esattamente ci vedo una discendenza da ‘franchìgia’, nel senso di ‘privilegio di esenzione da un pagamento dovuto’ (cfr. Vocabolario Treccani), con un percorso etimologico che parte dalla forma medievale franchitia (molto frequente nelle pergamene amalfitane e napoletane), passa per la forma franchezza e, infine, si corrompe in Francazza.

Circa  la forma intermedia porto ad esempio questei due passi di inizio Seicento  tratti dalle pagine 325 e 759 dellaDescrittione del Regno di Napoi ecc., opera di Scipione Mazzella stampato a Napoli nel  1601:

1) “Godono questi soldati della nuova milizia  (che così si nominano) alcuni privilegi di franchezza.

2) …l’antico privilegio di franchezza fatto dalla Rep.  di Napoli il  9 di maggio 1109 a gli huomini Amalfitani …

Il primo passo allude  a delle esenzioni tributarie che andavano di fatto a rimpinguare il salario di quei soldati [2]. Il secondao si riferisce invece all’esenzione da dazi doganali e tasse di ancoraggio che Napoli accordò ai mercanti  marittimi amalfitani.

Ma qui abbiamo a che fare col toponimo di una zona rurale, per cui dobbiamo ritenere che la franchigia  di cui trattasi doveva riguardare  i terreni, , i possedimenti agrari.

Ma da quale gravame era stata affrancata quell’area o parte di essa [3]?  E poi, chi e perché lo fece? Le risposta dovrebbero venire da documenti d’epoca che non esistono o, perlomeno, non sono stati ancora rintracciati.

Per ora non possiamo che avanzare delle ipotesi qualitative e, tra queste,   quella che mi sembra pià probabile ammette la presenza in zona di un fondo rustico che, dopo un periodo di concessione in enfiteusi, fu acquistato dal concessionario (o dai concessionari.) tramite l’operazione che dicesi affrancazione (vedi  la voce Affrancazione nell’Enciclopedia Treccani).

A questo punto perché non ipotizzare una genesi del toponimo che attinga  direttamente al vocabolo tardo latino affrancatio (leggi affrancazio)?. Dato che esso indicava un’azione (quella di affrancare, rendere libero), è facile immaginare che nella parlata del volgo prese articolo e desinenza femminili, diventando l’affrancatia, da cui, per aferesi:  la francatia.

 Le Franche

 A  proposito di franchìgie applicate a terreni voglio qui ricordare anche quelle che, nel Medioevo,  i governanti riconoscevano a delle aree  strategiche ove le necessità militari rendevano necessario il formarsi di un abitato che, opportunamente fortificato, fungesse da baluardo di difesa. Onde favorire il popolamento di quei luoghi, si concedevano dunque delle franchigie che riducevano o annullavano il carico fiscale dei residenti. Casi del genere hanno fatto nascere i tanti centri abitati nel cui nome compare il termine fanco/franca (Castelfranco, Borgofranco, Francavilla, Villafranca,  ecc.). Nella nostra zona, un caso simile sembra essere il borgo de Le Franche (tra Gragnano e Pimonte), visto che si pone a guardia della più agevole via naturale per un esercito intenzionato a scavalcare i Monti Lattari e minacciare Amalfi..

Note

1 – Nato ad Agerola nel1870, F.rancesco Saverio Acampora è stato un valente e generoso medico civile e militare la cui passione collaterale per l’elettrotecnica lo fece diventare un pioniere della radiologia medica. Ma di questa fu anche un martire, morendo per le conseguenze delle radiazioni emesse dalle primordiali attrezzature che si usavano all’epoca.

2 -Siamo nel periodo vicereale e si parla di una milizia  italiana da affiancare a quella spagnola e alla cui costituzione doveva contribuire “ciascheduna Terra del Regno” nella misura di “5 fanti per ogni cento fuochi” (ossia nuclei familiari) che “si  nominato per gli Eletti di esse Terre”.  Contando circa 250 fuochi, Agerola ne doveva inviare una dozzina.

3 – Come è ben noto agli studiosi di toponomastica storica, i nomi di luogo che citano una presenza (naturale o antropica che sia) molto spesso si allargano a coprire un areale (un intorno) più vasto dello spazio occupato dalla “cosa”  da cui prendono spunto. Come esempi locali si possono ricordare i toponimi Ponte (anticamente Lo Ponte) , La Teglia,  Casarella e Fontana.

 

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I Lantaro. Un’antica casata agerolese che seppe eccellere nel commercio marittimo.

 

1 – Origine del nome

Il cognome Lantaro, o de Lantaro, nacque probabilmente come patronimico derivato dal nome di persona  Lantarius, la cui etimologia risale forse al greco lámpō (‘splendo’), da cui venne anche il latino lanterna, rimasto identico nell’Italiano.

A dimostrare l’antichità di tale appellativo si può ricordare quel Lantarius che fu conte di Limoges  e fondatore del monastero di Guéret (nella Francia centrale) nell’VIII secolo [1]. Ampliando la ricerca a onomastici simili, troviamo nel Friuli dell’anno  mille un conte di nome Lantiero   che poi si trasferì a Paratico (provincia di Brescia)  dando luogo a una discendenza di cui fu elemento di spicco, nel Cinquecento,  Giacomo Lanteri, autore di due importanti “dialoghi” sulla progettazione delle fortezze.

 2 –I Lantaro  di Agerola tra XII e XVI secolo.

Stando alle fonti medievali edite che ho potuto consultare, i Lantaro sono presenti ad Agerola fin dal XII secolo. In particolare, una atto notarile del 1187 (una divisione di beni ereditari) ci informa che dei Lantaro vi possedevano, almeno da diversi decenni, un castagneto sito in località Genestaro e due case in località Polberosa [2]. Non sappiamo dove esattamente si trovassero dette località, ma il casale più indiziato è Pianillo, visto che il documento precisa che il  castagneto di Genestraro confinava a oriente col fiume Penise e che tra i confinanti delle case a Polberosa vi erano dei Pironti (da cui il toponimo Li Pironti ancora in uso).

Ma fu forse il casale di San Lazzaro quello nel quale la presenza dei Lantaro fu più cospicua, tanto da generare quel toponimo Li Lantari (“bonorum que dicuntur Li Lantari”) che ci viene ricordato da un docimento del 1442  [3]. Abbiamo poi un atto notarile rogato in Napoli nell’anno   1501 [4]  e  relativo a una vertenza tra i figli del fu Nardello Lantaro e Battista de Rosa per una “via seu transito” attraverso il fondo di quest’ultimo, sito  “in terra Ageroi” e, verosimilmente, a Pianillo, ove resiste il toponimo Case de Rosa.

3 –Lisolo Lantaro de Agerulo.

Colui che diede una svolta alle fortune della casata nacque ad Agerola verso il 1330. Trattasi di quel “Lisolo  de Lantaro de Agerulo mercatori in Neapoli commoranti” che viene ricordato innanzitutto per il cospicuo prestito in denaro da lui fatto a Carlo III di Durazzo re di Napoli.

  Una importante traccia documentale di detto prestito fu scovata dal noto  storico locale Matteo Camera e consiste in un decreto regio del 1385 (che però riprende una decisione dell’anno precedente)  il cui testo egli riportò per intero nella sua monumentale opera dedicata alla storia del ducato d’Amalfi [5]. In tale decreto, che  fu emanato dalla regina Margherita  in vicarianza del fuori sede consorte re Carlo III, si sollecita il  rimborso a “Lisolo  de Lantaro de Agerulo, mercatori Neapoli commoranti” della cifra da lui prestata al re.

Da esso apprendiamo innanzitutto l’ammontare del  credito vantato da Lisolo, pari a 514 once,  14 tari e16  grana, vale a dire 15.434,8 tarì [6]:. Per farsi un’idea del concreto valore di quella somma si tenga presente che un  mastro giurato (il magistrato che affiancava il Sindaco nell’amministrazione delle città) aveva una paga annua di una dozzina di tarì e che ammontò a 4.700 tarì il riscatto che fu pagato per liberare re Carlo II, catturato dagli Aragonesi durante la Guerra del Vespro.

La cifra prestata da Lisolo a Carlo III era dunque molto ingente (espressa in Euro sarebbe una cifra milionaria), per cui si giustificare pienamente la definizione di “mercante ricchissimo” usata per Lisolo Lantaro dal Canera.

Interessanti, nel decreto regio, sono anche le modalità  di restituzione del prestito (o nutuo, come lì viene chiamato). La regina Margherita, informando anche il Camerario del Regno (sorta di Ministro delle finanze) e le massime autorità locali,  si rivolge ai doganieri, fundicarii  [7]  e percettori di tasse e gabelle di Amalfi, ordinando  loro di versare al Lantaro, dietro presentazione di apposite cedole,  ogni loro prossimo incasso, fino al totale pareggio del debito contratto (“….foret dicto Lisolo de dicta quantitate pecunie integraliter satisfactum”).

Ciò mi fa ipotizzare che Lisolo Lantaro avesse elargito la somma a nome e per conto di Amalfi, , i cui amministratori avevano deciso di supportare economicamente lo sforzo difensivo di re Carlo III contro Luigi I, ma  trovandosi con poca liquidità in cassa  dovettero cercare un anticipatore e con lui impegnarsi a restituire gradualmente il prestito richiesto. La disponibilità a ciò data da Lisolo Lantaro ce ne rivelerebbe dunque un certo spirito patriottico verso quel ducato amalfitano di cui si sentiva cittadino (ci teneva a dirsi “de Agerulo” e Agerola era parte del Ducato). D’altra parte possiamo immaginare che Lisolo  avesse anche dei motivi di ordine pratico per sentirsi legato ad Amalfi, al suo porto e alla sua marineria; tasselli importanti di quei trasporti via mare che certamente  entravano nelle sue attività di mercante.

 Per i suoi commerci, Lisolo  dovette certamente usare anche l’area portuale di Napoli. In particolare  il settore a est del Molo Piccolo  che proprio in epoca angioina prese a chiamarsi “porto degli Amalfitani e  dei Sorrentini” [8] . Esso era vicinissimo a quel quartiere di Portanova ove egli era domiciliato e dove risiedevano tante altre famiglie provenienti dalle terre del ducato d’Amalfi

 

         La veduta di Napolidal mare  nota come Tavola Strozzi. Pur datandosi al 1472-73, essa mostra una Napoli non molto diversa da quella in cui visse Lisolo Lantaro.

 Al proposito voglio ricordare che a Napoli  gli Amalfitani avevano propri fondaci e  godevano di esenzioni doganali nate probabilmente con gli stretti rapporti commerciali e militari del periodo ducale   (secoli IX-XI) e poi riconfermati  con dei Privilegi dai sovrani normanni, svevi ed angioini.  Inoltre, nella capitale, gli Amalfitani avevano propri banchi di cambio nella Ruga  Campsorum  [9] e chissà che simili attività bancarie non le esercitasse anche Lisolo o qualche suo congiunto. 

Purtroppo, di Lisolo Lantaro e della sua famiglia non sappiamo molto.  Forse fu un suo stretto parente quel Cristoforo Lantaro che nel 1376 fu eletto governatore della Casa della SS.Annunziata in Napoli, a fianco  di Angelo Caracciolo, Iacubello  Mele e Simone Salomone [10].

Sappiamo poi dal Camera  che Lisolo morì verso il 1387 e che venne seppellito nella basilica di S. Agostino Maggiore “alla Zecca” (chiusa dopo il sisma del 1980 e ora finalmente in corso di restauro), dentro la quale egli aveva creato una cappella di famiglia dedicata a S. Antonio Abate che poi, nel 1473 sarà ceduta alla Universitas (municipalità)   di Agerola per funzionare come luogo di aggregazione ed ente assistenziale della colonia agerolese a Napoli. (vedi articolo Da Campora a Napoli sulle orme degli Acampora su questo blog).

Di lì a poco però i Lantaro – probabilmente ramificandosi – si spostarono anche in altre zone di Napoli,  tant’è vero che nel Seicento troviamo  tale  Francesco Antonio Lantaro  che commissiona una cappella di famiglia nella chiesa di S.Maria della Sanità [11] .

 4 -I primi possessi feudali dei Lantaro di Agerola

   Riguardo a Lisolo Lantaro, il Camera, ci dice anche che egli ebbe  possedimenti feudali nell’agro di Aversa, più esattamente a Parete, per poi aggiungere che il di lui figlio Nicola sposò una donna della nobile e potente  famiglia dei Capuano di Amalfi. Inoltre, attingendo a una scrittura del 1390 da lui rintracciata nei registri della cancelleria angioina, l’autore dimostra che nel 1390 re Ladislao, figlio ed erede di Carlo III, anche per riconoscenza verso il defunto  Lisolo per la fedeltà dimostrata e per i servigi resi (solo il citato prestito o anche altro?), concesse in feudo a Nicola Lantaro  il  castrum di Guardia ed il titolo di barone. Trattavasi del paese che oggi chiamiamo Guardia Piemontese, all’epoca classificato come castrum in quanto borgo fortificato. Esso domina dall’alto dei suoi 500 m  di altitudine il litorale che va da Belvedere Marittimo a Paola (provincia di Cosenza) ed è famoso per aver accolto nel Duecento una colonia valdese proveniente dalla Provenza,  della cui lingua occitana restano tracce nella odierna parlata locale.

 

  1. Veduta di Guardia Piemontese (Cosenza)

5  -Nobiltà e stemma dei Lantaro di Agerola

A seguito di dette concessioni feudali i Lantaro furono ammessi nella nobiltà partenopea, con iscrizione al Seggio di Portanova.  Ma degli esponenti della casata continuarono a vivere anche ad Agerola, dove un segno tangibile della loro presenza è dato dal bel crocefisso bifacciale  in marmo che ora è conservata nella parrocchiale della SS. Annunziata a San Lazzaro. Esso è attribuibile al basso Medioevo e  reca scolpito alla base della croce, sul lato posteriore, lo stemma della famiglia che commissionò l’opera: Famiglia che possiamo identificare coi Lantaro per la perfetta corrispondenza col blasone che l’erudito locale G. B. Bolvito descrisse come ancora in uso ai suoi tempi (tardo Cinquecento) per la casata Lantaro [12].

  Esso derivava dall’antico stemma civico di Agerola, con solo l’aggiunta di tre stelle d’oro sulla banda rossa che bipartiva obliquamente il campo (tipica di Amalfi) lasciando soazio a due ali nere, una per lato,  che per il Bolvito erano d’aquila, mentre le considerò ali di corvo Francesco Pansa [13].

6 – Espansione della casata oltre l’asse Agerola – Napoli

Non più tardi del 1362 (data del documento che lo prova) dei Lantaro si erano trasferiti nel casale amalfitano di Lone [14], mentre l’espansione verso Maiori (altro centro costiero del Ducato di Amalfi) è comprovata da documenti quattrocenteschi che vi segnalano alcuni Lantaro possidenti [15]. Sappiamo poi che nel 1482 i Liparoti che risiedevano a Maiori o frequentavano quel porto, nominarono il maiorese Benedetto Lantaro come loro Console [16]. Infine, sempre a Maiori, un documento del 1523 citato dal Pansa nella sua Istoria (op.cit. p. 104) menziona proprietà di tale Vincenzo Lantari nella platea puplica della cittadina.

 

 Non più tardi di inizio Seicento dei Lantaro cominciarono a frequentare anche Sorrento e probabilmente a stabilirvisi. Infatti, nel 1612 nacque in quella città la “Commenda dei Lantari” o “di S. Giovanni”.  L e commende  erano associazioni che avevano come obiettivo quello di far incontrare l’offerta e la domanda di capitali da investire in imprese commerciali [17] In molti casi,  tra cui porrei quello in questione,i capitali  dati in affido non erano in denaro, bensì in “carati di navi”, vale a dire quote di proprietà di un naviglio espresse in ventiquattresimi (1 carato = 1/24).

A fondare la Commenda di cui sopra fu Paolo Antonio Lantaro,  cavaliere dell’Ordine di Malta dal 1609. Il fatto che fonti d’epoca lo dichiarino “di nobile famiglia napoletana, già ascritta al Sedile di Portanova di Napoli” [18], ce lo fa ritenere un sicuro discendente dell’agerolese Lisolo Lantaro, mentre l’aver fondato una siffatta associazione a Sorrento,fa supporre che con Paolo Antonio continuasse anche la tradizione commerciale marittima della famiglia.

  

7 –Altre acquisizioni feudali

  Il castello baronale di Valenzano (Bari)

Nel corso dei secoli XVI e XVII continua la presenza dei Lantaro a Napoli, ma alcuni esponenti della casata allargano i loro interessi anche verso la Puglia. Emblematico al proposito è il caso di Giovan Pietro Lantaro, che nel 1594 è così stimato in città da venire eletto come uno dei quattro governatori dell’importante istituto religioso ed economco della SS. Annunziata [19], ma che risulta anche come colui che nel 1583 acquistò il feudo di Vallerano (centro a a poche miglia da Bari).  Alla sua morte il feudo passò al figlio Francesco Antonio, che poi lo cedette al bergamasco Aurelio Furietti [20].  Anche per Giovan Pietro Lantaro sono ipotizzabili attività di spedizione o commercio via mare, visto che nell’archivio di stato di Bari ci sono carte che riguardano dei suoi rapporti col portolano di Terra d’Otranto [21].

 
Veduta di Accadia

Un altro feudo pugliese che è passato per le mani dei Lantaro è quello di Accadia (terra al confine tra Daunia e Capitanata). Dopo essere stato dei Brancaccio e  dei de Azziae, nel 1547 fu acquistato da Pietro de Stefano (altro agerlese che aveva fatto gran fortuna a Napoli, dove fu  anche  governatore della SS. Annunziata ed Eletto del popolo). Per mancanza di eredi, nel 1640  il feudo fu acquistato per 18000 ducati  da Teodora Lantaro, figlia di Giovan Pietro. Ella sposò il patrizio napoletano Giambattista Caracciolo del Sole e godette del titolo di Baronessa di Accadia.  Alla sua morte il feudo passò al figlio Carlo per poi doversi vendere “su istanza de’ creditori” nel 1665  [22].

 

8 – Verso la scomparsa del cognome (almeno dall’Italia)

Oggi il cognome  Lantaro è scomparso dall’Italia. Ad Agerola esso manca almeno da metà Settecento, visto che nel Regio Catasto Onciario del 1752, che riporta anche la composizione di tutte le famiglie allora esistenti,  non compare nessuna persona con tale cognome. Allo stesso periodo risale poi la notizia scritta che era già scomparso da Napoli il ramo nobile avente per capostipiti Lisolo e Nicola Lantaro. Infatti C. Tutini, a pagina 103 del suo Dell’ origine e fundazion de saggi di Napoli: (opera stampata 1754) indica i Lantaro come una delle “famiglie estinte” del Seggio di Portanova; e non li elenca per alcun altro Seggio nobiliare della capitale.

Come dicevo, il cognome Lantaro non risulta più presente in Italia, però esistono (concentrati soprattutto in Liguria e Sicilia) circa settecento persone col cognome Lanteri, che potrebbe essere una evoluzione di Lantaro/Lantari.  In tal caso potremmo considerare come attuali discendenti anche i c 408 Lanteri  segnalati oggi  in Francia, i 180 segnalati negli USA e i 46  in Argentina ( dati dal sito www.locatemyname.com/it/ )

Tornando alla forma Lantaro del cognome, a far pensare che secoli fa esso si diffuse anche in Spagna  vi è il fatto che un noto sito web di ricerche araldiche a pagamento sostiene che la casata sia addirittura nata in Spagna (ma senza indicare alcuna prova documentale di ciò). Tra l’altro, lo stemma che tale sito assegna ai presunti Lantaro di Spagna è in tutto e per tutto quello dei Lantaro di Agerola!

 

NOTE

1 -R. de Lasteyrie,  Étude sur les comtes et vicomtes de Limoges antérieurs à l’an 1000. Parigi 1874, p. 11.
2 – R. Filangieri, Codice diplomatico amalfitano: Le pergamene di Amalfi esistenti nel R. Archivio di Stato di Napoli (dall’anno 907 ai 1200), Napoli 1917, pp. 424 – 425.
3 -C. Salvati e R. Pilone, Gli archivi dei monasteri  amalfitani (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità) 860-1645  Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, collana Fonti. N. 2. Amalfi 1986, pp. 126-127].
4  -A. Feniello, Napoli: notai diversi : 1322-1541 : dalle Variarum Rerum di G.B. Bolvito .Collana “Cartulari notarili campani del XV secolo n. 6, Napoli 1998, p. 132]
5 – M. Camera, Memorie storico diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi. Salerno 1881. Vol. II, pp. 621-622.
6 -Il fatto che non sia una cifra tonda piò derivare da una conversione da altra moneta, oppure dalla aggiunta di interessi.
7 – II fundicario era il gestore del fondacoo, termine che in genere designava i magazzini per le merci, non di rado privati e associati a spazi abitativi di un mercante o di una colonia di mercanti (vedi i fondaci amalfitani in tante città portuali del Mediterraneo orientale). Ma in questo specifico  documento si tratta del “fondaco maggiore” di Amalfi, ossia dei magazzini pubblici annessi alle dogane, dove il deposito merci era a paga,emto.
8 –Atti dell’Accademia Pontaniana. Napol1913. Vol. 43, p. 43; Annali dell’Istituto di storia economica e sociale. Napoli 1966. Vol. 7, p. 11.
9–T. Colletta, Napoli città portuale e mercantilela città bassa, il porto e il mercato dall’VIII al XVII secolo. Edizioni Kappa 2006, p.  171.
10- F. Imperato,  Discorsi intorno all’origine, regimento e stato della gran’casa della SS. Annunziata. Napoli 1639, p.86.
11 -Collana “Ricerche sul Seicento napoletano”. Numero del 1992, p. 169]
9- G. Salvati e R. Pilone, Archivi Monasteri di Amalfi. Centro di Cultura e Storia Amalfitana, Fonti, 2, Amalfi 1986, p. 126.
12 – Saggio biografico e letterario del Sig. Giovanni Bolvito, conservato presso la  Biblioteca provinciale di Salerno, Misc. Amalf., V, f. 39′; G. Gargano, Terra Agerulo, p. 31-32.
13 Francesco Pansa, Istoria dell’antica repubblica d’Amalfi ecc. Opera del terdo Seicento uscita postuma per iniziativa del nipote Giuseppe nel 1724. Vol. 2, p. 150.
14 -R. Pilone, Amalfi, Sergio de Amoruczo (1361 – 1398). Collana “Cartulari notarili campani del XV secolo. Napoli 1994, pp.45 -47. ,
15 – V. Criscuolo, Le pergamene dell’archivio della Collegiata di Maiori. Amalfi 2003, varie pp., desumibili dall’Indice analitico.
16 – M. Camera, Memorie storico diplomatiche ecc, vol. II, p. 499.
17 -Era detta commenda anche la forma di contratto che si stabiliva tra chi affidava il capitale (il commendante) e chi lo prendeva in gestione per farlo fruttare (il commendatario)
18 – Rivista del Sovrano Militare Ordine di Malta,  1941, p. 18;  B. dal Pozzo, Ruolo generale de’ Cavalieri Gerosolimitani della veneranda lingua d’Italia. Sovrano militare ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta. Messina1689, pp. 192 e 334]
19 – F. Imperato, Op. cit. p. 107],  la casta acquista feudi e titoli nobiliari fuori regione.
20 M. Garruba,  Serie critica de sacri pastori Baresi, 1844, p. 923, n. 4;   Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli,  1805, Tomo X, p. 5.
21 -R. Orefice, Petizione di relevi:repertorio e indice analitico per Puglia e Basilicata1510 – 1698. Bari 1988, p. 170.
22–E.. Ricca,  La Nobilità del regno delle due Sicilie, 1859, vol. 1, pp. 12 e 13. Per lo studio delle attività dei Lantaro in Puglia risultano utili i documenti d’archivio che segnala Renata Orefice  alle pagine 170 e 171  del suo saggio Petizioni dei Relevi: repertorio e indice analitico per Puglia e Basilicata 1510-1698 (Napoli1988), dove il già visto feudatario di Valenzano Giovan Pietro Lantaro compare in rapporto col portolano di Terra d’Otranto  e Dorotea,  Girolama e Isabella Lantaro col percettore di Terra di Bari.

 

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La “Guerra francese” (o Varra rotta) come veniva giocata ad Agerola.

Ieri sera Agerola ha celebrato la VI Giornata Nazionale del Dialetto indetta dall’UNPLI. Nel corso della manifestazione, dopo una mia “lezione” dedicata alle sopravvivenze del neutro latino nella grammatica della nostra parlata dialettale, abbiamo presentato l’opuscolo ““Giochi e filastrocche per bambini e ragazzi dell’Agerola che fu”.  Tra i giochi che in esso vengono ricordati, c’è quello della Varra rotta, detto anche a Guerra francese.

In un post del mese scorso che ora ho rimosso, ne avevo fornito una descrizione relativa a come viene praticato al nord Italia, tanto per stimolare gli Agerolesi a …tirar fuori dei ricordi su come lo si articolava qui da noi.

Ora che quei ricordi sono emersi (soprattutto da Antonio Avitabile e Crescenzo Naclerio), pubblico la versione agerolese di quel bellissimo gioco a squadre, traendola appunto dall’opuscolo di cui sopra.

 Gioco della Varra rotta (o Guerra francese)

Varra rotta 1] è  un gioco noto anche come Guerra francese, che ad Agerola era praticato fino a una trentina di anni fa. Esso merita più righe degli altri giochi scomparsi sia perché molto bello, sia perché aveva svolgimento e regole abbastanza articolate. Era un gioco a squadre – rigorosamente maschili –  sembra riecheggiare certi tornei cavallereschi del Medioevo.  Affascinante come una partita di pallone, era ancora più economico del calcio, dato che non necessitando di alcun attrezzatura o equipaggiamento particolare; bastava avere buone gambe, scaltrezza e spirito agonistico. Importante era, ed è, avere a disposizione un vasto campo di gioco, specie con squadre numerose. Buone soluzioni di ripiego erano le piazze e i sagrati delle chiese (ottimo, tra i secondi, quello erboso che stava davanti a S. Pietro di Pianillo, poi abbassato di quota e asfaltato).

O I O IOO

SQUADRE E CEMPO DI GIOCO.

I  due capisquadra menavano ‘o tuocco per decidere chi cominciava a scegliersi i compagni di squadra; cosa che poi continuavano, alternandosi. La dimensione delle squadre variava tra 4 o 5  e  10 elementi , anche a seconda di quanto era grande il campo di gioco. Le due squadre si schieravano sui due lati corti del rettangolo di gioco. Come regola, bisognava stare dietro una “linea di difesa” (la varra) da marcarsi per terra in qualche modo; ma spesso ci si accontentava della linea (o del muro) di fondo (che diventava la propria varra) . In ogni caso, la propria barra andava difesa da possibili invasioni da parte di un giocatore della squadra avversaria (nel qual caso quest’ultima avrebbe vinto lo scontro). Lo spazio compreso tra le due varre era il “campo di battaglia”. L’inizio della linea laterale destra era, per ciascuna squadra, la “prigione” dove mettere in fila i giocatori avversari via via catturati nel corso della partita.

 

 

 

LE CATTURE.

Un giocatore era considerato “preso” (e doveva dunque andare nella prigione degli avversari) se veniva semplicemente toccato da un avversario mentre si trovava nel “campo di battaglia”. Ma non tutti potevano catturare tutti. Si doveva rispettare la seguente regola fondamentale: ogni giocatore che esce dalla sua barra può catturare solo  l’ultimo avversario entrato in campo prima di lui e può essere catturato solo dall’avversario che entra in campo subìto dopo di lui.  Facciamo un esempio indicando i giocatori con lettere di squadra (A o B) e numeri che ne danno l’ordine di entrata nel campo di battaglia: Il giocatore A1 esce dalla sua barra ed entra in campo. In risposta, entra in campo un giocatore avversario (B2), che cerca di catturare A1. Specie se B2 si avvicina parecchio alla barra nemica, un altro giocatore della prima squadra (A3) deciderà di entrare in campo in soccorso di A1 e punterà a catturare B2.  Ma questo A3 dovrà anche cercare di non essere a sua volta catturato da un altro giocatore della seconda squadra (B4) eventualmente sceso in campo dopo di lui.

CATTURE E SFIDE COLLEGATE.

Ogni volta che avveniva una cattura, il gioco veniva fermato (un po’ come a calcio dopo un gol) e veniva poi riavviato come segue:  il giocatore che aveva appena fatto un prigioniero doveva andare presso la barra degli avversari e sfidava uno dei giocatori lì presenti (ovviamente sceglieva quello che gli sembrava il più debole). Questi doveva mettersi a piedi uniti, ben ritto e con un braccio dietro la schiena e l’altro in avanti, piegato e con la mano aperta a palmo in su. Lo sfidante gli si poneva davanti  con postura favorevole a uno scatto di fuga, ma un suo piede doveva comunque toccare un piede dello sfidato. Poi gli dava tre schiaffetti sulla mano tesa  (distanziati a suo piacere) e, al terzo schiaffetto, partiva come un razzo verso la barra dei suoi. Ovviamente, partiva anche lo sfidato, ma con un piccolo ritardo dovuto alla sua scomoda posizione iniziale e al tempo di riflesso.  Se lo sfidato raggiungeva e toccava lo sfidante, lo prendeva prigioniero e annullava la cattura che quello aveva fatto in precedenza.  Ma doveva  raggiungerlo  in pochi metri, perché inseguirlo fino alle vicinanze della barra avversaria significava correre il forte rischio di essere preso da un compagno dello sfidante uscito apposta in suo soccorso. Insomma, la partita era ripresa a tutti gli effetti.

LIBERAZIONE DEI PRIGIONIERI.

Gli avversari catturati  da ciascuna squadra e messi in fila nelle rispettive prigioni (dove si tenevano per mano a formare una catena),  potevano essere liberati da un compagno di squadra che  – cercando di non essere a sua volta catturato – riusciva a toccare il prigioniero o, quando erano più di uno, il primo della catena di prigionieri. Quando ciò riusciva, i prigionieri erano tutti liberati e potevano tornare dietro la barra della squadra d’origine, per poi riprendere a giocare normalmente.

Anche una liberazione di prigionieri interrompeva il gioco. Lo si riprendeva anche in questo caso con la sfida già descritta per i la ripresa dopo una cattura.

CHI E COME VINCEVA.

Resta da dire che non si vinceva solo catturando tutti igli avversari o riducendoli a così pochi da indurli alla resa. Anzi, la vittoria più canonica e bella era quella ottenuta riuscendo a mandare un proprio giocatore – senza che per strada fosse toccato e imprigionato – oltre la barra dell’altra squadra (il che poteva far gioiosamente gridare: Varra rotta !). Ma era praticamente impossibile  riuscirci  prima di aver fatto parecchi prigionieri e aver così ridotto la capacità degli avversari di vigilare la propria barra per tutta la sua

 

NOTE

1 – Il termine dialettale varra  sta per ‘barra’ o ‘sbarra’. Infatti l’oscillazione B-V  è cosa molto frequentissima nel napoletano. In quanto al senso, esso  potrebbe essere abbastanza simile a quello che prende da secoli nei tribunali, dove  indicano il settore dove si pongono gli avvocati addetti alla difesa ( e la ringhiera che lo delimita). Ma con riferimento a una difesa che qui è militare (sia pure per gioco)  invece che legale.

Varra rotta potrebbe dunque significare, metaforicamente, ‘Difesa vinta’, ‘avversario messo in rotta’ ; tanto più che tra i significati dell’italiano rotta vi è quello militaresco di ‘rovinosa sconfitta in battaglia’.

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Un campanile racconta. Ovvero:  nuovi indizi sulla storia della chiesa di Tutti i Santi ad Agerola.

La chiesa agerolese di Tutti i Santi è sita nella porzione meridionale del casale di Bomerano; zona già sede di castagneti, campi e casa sparse nel Medioevo e con un infittirsi delle residenze (anche signorili) intorno al Settecento, quando infatti si prese a denominarla Case Nuove o Case Nove..

Oggi l’edificio presenta una facciata “a capanna” (cioè con frontone triangolare a tutta ampiezza) con ricca decorazione a stucco di gusto eclettico [1] ascrivibile alla fine dell’Ottocento o ai primi del Novecento. Essendo di epoca recente anche gli intonaci e gli stucchi dell’interno, chi vi dedicasse solo una visita frettolosa potrebbe pensare che sia recente l’intera struttura e interpretare come neo-gotiche le forme ogivali che caratterizzano le arcate e le crociere dell’interno.

In realtà questa chiesa di Tutti i Santi ha origini molto più antiche e una storia che è ancora tutta o quasi da ricostruire. Stando ai dati pregressi da me sintetizzati in Appendice (vedi), l’ edificio esiste almeno dal tardo Quattrocento, quando vi fu posto il sepolcro di Giovanni Summonte e sua moglie (non più esistente, ma visto dallo storico Matteo Camera) e vi fu realizzato quell’affresco con Vergine in trono col Bambino che ancora vi si osserva incastonato nella bella tavola del Ragolia  (San Pietro papa e Santi, del 1652) che è sull’altare maggiore.

Passando dai dati pregressi a delle nuove osservazioni di carattere architettonico, parto dal campanile [2] e faccio notare innanzitutto la sua strana posizione: contrariamente alla regola che lo vuole in facciata [3], esso  è giustapposto al fianco destro della chiesa, all’altezza della terza arcata della navata laterale; una posizione che peraltro lo rende invisibile (o ne fa scorgere solo la punta) a chi sosti sul sagrato della chiesa.

Incuriosito da questa stranezza, ho condotto qualche osservazione e misura [4] all’interno del campanile stesso, cui si accede da una porticina che affaccia nella sacrestia.

Tale ambiente ha una bella volta “a schifo” con lunette  rampanti (3 sui lati lunghi e 2 sui corti) e può ritenersi edificato tra il XVI e il XVIII secolo.

La sacrestia fu poggiata, da un lato, contro la fiancata destra del transetto e, da un altro, contro il campanile.  Entrando nel piano terra di quest’ultimo,  si nota con piacere che qui, a differenza del resto, non vi sono re-intonacature recenti a oscurare le tessiture murarie. L’unico disturbo alla lettura delle strutture antiche è dato da moderni tramezzi che isolano circa un quarto dello spazio per farne un piccolo gabinetto di decenza a servizio della sacrestia.

Ciò che si comprende esaminando attentamente le murature   è che il campanile ebbe inizialmente un piano terra configurato a portico, cioè una struttura composta di quattro robusti pilastri angolari (circa 1,2 x 1,2 m) collegati da archi  ogivali (larghi circa 2 m e alti circa 4 m al vertice) generanti una volta a crociera che fu poi bucata per farvi passare uno scalandrone di legno diretto verso la cella campanaria.   Solo successivamente, probabilmente secoli dopo l’erezione, le arcate del piano terra  furono chiuse con muri di tompagno che risultano spessi 60 – 65 cm.

Dalla tompagnatura dell’arco rivolto vero la chiesa sporge – in posizione fuori asse rispetto all’arco stesso – il dorso  di una nicchia in disuso che affacciava sopra l’altare di S. Giuseppe, che è quello centrato sotto la terza crociera della navata destra.  Mi pare molto probabile che detta nicchia fu ivi realizzata profittando di una precedente apertura, che ipotizzo essere stata la porta d’ingresso alla primitiva chiesa di Tutti i Santi; quella eretta contestualmente al campanile.

Ciò sia per raffronto con alcuni casi analoghi (quali la chiesetta di S. Pietro ad Alba Fucens el la cattedrale di Minturno; vedi foto),  sia in considerazione del fatto che, per  tecniche murarie e struttura iniziale, il nostro campanile pare da doversi collocare nell’intervallo XII-XIV secolo; periodo nel quale la regola di orientare le chiese con abside/i verso est e ingresso a ovest veniva rispettata quasi senza eccezioni [5]

  La tipologia di campanile in questione è piuttosto rara in Italia, ma abbastanza frequente in Europa centro-settentrionale (as esempio in Francia, dove è nota col nome di clocher-porche). Detti avancorpi a torre sopra la porta di ingresso ,simboleggiavano molto meglio dei campanili posti in altra posizione la protezione dalle forze del Male. Anzi, gli esempi più antichi, con le loro forme semplici e massicce e con finestre assenti o solo in alto, appaiono come delle reali fortificazioni dell’ingresso.

Come esemplifica il caso della cattedrale di Minturno, il campanile-portico poteva ergersi al centro di un porticato esteso su tutta la facciata. Per quanto il presente stato dei luoghi non permetta facili verifiche, l’ipotesi che un simile avancorpo esistesse anche davanti alla primitiva chiesa di Tutti i Santi (in forme certamente più umili che a Minturno) trova un punto di plausibilità nel fatto che la particella su cui sorge la chiesa include anche una striscia di terreno (larga circa quanto il campanile) lungo il fianco nord-ovest dell’edificio.

Tale striscia di terreno (evidenziata in rosa nella figura che segue) è rimasta di proprietà della chiesa anche dopo che alla stessa fu data la nuova e vigente orientazione con facciata a nord-est. Presumibilmente nel Seicento, una parte di quello spazio fu sfruttato per costruirvi la sacrestia, mentre la parte a nord-est del campanile ha visto sorgere, in tempi recenti, altri vani di servizio.

 

Pianta attuale  della chiesa di Tutti i Santi in Bomerano realizzata dallo studio di progettazione  STANF di Agerola. Ritoccata la parte riguardante il campanile (per dargli l’originaria  forma porticata), , coloro in rosa la sacrestia e gli altri ambienti di servizio citati nel testo, e in celeste la massima estensione che poteva avere la chiesa di prima fase, (con orientazione a sud-est rimarcata  anche dalla simbolica abside che aggiungo su quel lato).

Passando ad altro, va detto che nel periodo in cui la chiesa ebbe facciata a nord-ovest, a permettere la visibilità del monumento, vi doveva essere una strada (sia pure campestre) che vi giungeva da nord-ovest . Provare l’esistenza di detta strada (verosimilmente scomparsa da secoli) richiederà accurate ricerche; nel frattempo faccio notare che  qualche residuo segno lo si coglie sulla moderna mappa catastale e su una carta topografica di primo Ottocento (vedi figure).

Sulla prima si notano confini tra particelle che potrebbero derivare dall’antica presenza di un stradina NO-SE  diretta verso il campanile. Sulla carta ottocentesca, d’altra parte, si nota un cospicuo allineamento di case sulla stessa direttrice (linea a pallini gialli). Dette case sorsero probabilmente lungo l’ipotizzata strada o stradina prima che essa scomparisse del tutto , esautorata da una arteria parallela e poco più ad est (attuale Via Principe di Piemonte).  Giunta in faccia alla chiesa, l’antica strada poteva aggirarla su uno o entrambi i lati, per poi riprendere la direzione sud-est e proseguire verso il solco della località Cava (tra i rialzi di Tuoro e Corona), miglior punto per la discesa verso Furore.

In merito alla forma e alle dimensioni che ebbe la prima chiesa di Tutti i Santi sussistono molte incertezze, ma la dimensioni del suo campanile  fanno pensare a un edificio non piccolissimo.. La sagoma che le attribuisco in figura (area campita in celeste) va  intesa come un primo tentativo di delineazione basato, tra l’altro,  sull’ipotesi che parti dei muri perimetrali della seconda chiesa (quelle che mostrano opere di rinforzo all’esterno) siano una eredità dell’edificio iniziale. E pari, se non superiori, sono le incertezze che esistono in merito all’articolazione interna che ebbe la chiesa di prima fase (forse con schema di tipo basilicale con navata centrale larga circa quanto il campanile).

In tema di chiese “ruotate”, ovverosia ricostruite con orientazione diversa da quella iniziale, potrei citare molti altri esempi, ma mi limito a quello, più vicino, di S. Maria di Pino (antico borgo fortificato tra Agerola e Pimonte) . La pianta davvero atipica di quella chiesa (con absidi su due lati dell’edificio) mi pare che si possa interpretare come l’effetto di una fase di ampliamento tardo-medievale con contestuale cambio di orientazione dell’aula (absidi della seconda fase rivolti a nord, mentre la chiesa di prima fase li aveva a est). Anche in questo caso il campanile assume una strana posizione rispetto alla chiesa di seconda fase e potrebbe essere sorto al centro della facciata della prima chiesa.

 

Conclusioni.

Tornando alla chiesa di Tutti i Santi in Bomerano e tentando di concludere con una sintesi cronologica (per quanto manchino elementi di datazione certi),  schematizzo come segue la mia ipotesi di evoluzione dell’edificio:

  1. a) Edificazione iniziale della chiesa con abside o absidi a sud-est e facciata a nord-ovest avente al centro, ossia sull’entrata della chiesa, un campanile-portico (XII-XIII sec.?)
  2. b) Forse a seguito di forti danni recati dal terribile sisma del 1456 (uno dei più forti che abbia colpito il sud Italia), l’edificio viene ricostruito ampliandolo verso nord-est e verso sud-ovest, dove viene posto il nuovo presbiterio con absidi rettangolari. Questa datazione della seconda fase va d’accordo con la data della menzionata sepoltura di Giovanni Summonte e consorte e con l’epoca dell’affresco dellaVergine in trono col Bambino (vedi Appendice). Va inoltre d’accordo con l’impronta tardo gotica dell’edificio riconoscibile nella coesistenza di archi e volte tanto ogivali quanto a tutto sesto, nonché nella poca  differenza d’altezza tra navata centrale e navate laterali (da cui l’assenza di un cleristorio) e nello scarso slancio longitudinale delle navate stesse, con connessa percezione policentrica dello spazio. Il tardo gotico italiano viene normalmente limitato al periodo che va dall’ultimo quarto  del Trecento a circa la metà del Quattrocento. Ma, in realtà periferiche come la nostra,esso si è probabilmente protratto ancora per qualche decennio.
  3. c) Nel corso del Seicento la chiesa fu arricchita di opere d’arte tra cui l’ancora esistente “macchina d’altare” con bella tavola del pittore Michele Ragolia e lo scomparso reliquiario ove si custodirono le reliquie di 12 santi martiri donate da Mons. Pichi (vedi Appendice). Alla stessa fase seicentesca possiamo tentativamente ascrivere anche la costruzione della Sacrestia col suo arco di collegamento al vano di piano terra del campanile, che aveva da lungo tempo persa la sua iniziale funzione di portico d’ingresso alla chiesa.
  4. d) L’arricchimento degli interni proseguì nel Settecento e nel primo Ottocento (vedi il settecentesco altare maggiore in marmi policromi e la tela del soffitto della navata centrale, datata 1805).
  5. e) Con l’apertura del tunnel delle Palombelle (1885), Agerola fu finalmente collegata a Gragnano con una rotabile (carrozzabile, la si diceva allora). Pochi anni dopo l’arteria fu proseguita fino a Tutti i Santi, ampliando una preesistente stradina comunale un po’ staccata dalla chiesa (attuale Via Principe di Piemonte). Tra questo evento e i primi del Novecento posiamo inquadrare gli interventi che diedero l’attuale aspetto all’interno e che ricomposero la facciata della chiesa, rialzando il frontone oltre il colmo del tetto e decorando il tutto in stile eclettico. Infine, negli anni Quaranta del ‘900 la famiglia Cuomo fece aggiungere a sue spese un catino semicilindrico in fondo all’abside di sinistra.

APPENDICE

Vincoli cronologici offerti dalle fonti e dalle opere d’arte presenti nella chiesa.

Stando ai documenti antichi sinora  scovati e pubblicati, la prima menzione della chiesa di Tutti i Santi a Bomerano (Agerola) risale al 1448 ed è presente in una pergamena di cui riportò il testo lo storico Francesco Pansa (Amalfi 1671-1718) [6] Che la chiesa esistesse già nel secolo XV lo attesta anche il fatto, riportato da Matteo Camera , che   “…In essa eravi il sepolcro di Giovanni Summonte e di Antonia, sua moglie, dell’anno 1475  [7].

Al tardo Quattrocento si può pure attribuire  quell’affresco con Vergine in trono col Bambino [8] che, quasi due secoli dopo, fu staccato dalla sua sede e   inserito dietro una finestra appositamente lasciata nella pala per l’altare maggiore (San Pietro papa e Santi) che  dipinse – nel 1652 – il noto pittore di origini palermitane Michele Ragolia [9], recentemente restaurata insieme alla bella “macchina d’altare” (a motivi architettonici in legno dipinto marmorino) che incornicia l’opera. Ritengo molto probabile che il citato affresco fu staccato dalla medesima chiesa di Tutti i Santi (detta anche della Vergine di Tutti i Santi) con l’intenzione di non perdere una immagine oramai cara ai fedeli durante una fase di ridecorazione dell’edificio.

Immaginare interventi del genere nel corso del secondo quarto del  Seicento (chiusi con l’installazione del nuovo altare maggiore nel 1652), spiegherebbe meglio perché Mons. Angelo Pichi,  arcivescovo di Amalfi tra il 1638 e il 1648 [10], donò a Tutti I Santi le reliquie di ben dodici santi.

Facendo un piccolo passo indietro nel tempo, cito il verbale della visita alle chiese di Agerola fatta dall’arcivescovo  Antonio Montilio nell’agosto del  1572  . Da esso risulta che la chiesa in questione non fosse tra le molte che egli trovò tanto danneggiate nella struttura ( credo per via soprattutto del sisma regionale del 1561). Tra le altre, risultava “devastata” la parrocchiale di S. Matteo, così che la visita  alle chiese di Bomerano non ccominciò- come sarebbe stata norma – da S. Matteo, bensì da Tutti i Santi, che operava temporaneamente come parrocchiale.

Tornando a procedere in ordine cronologico, ricordo che è opera settecentesca il bell’altare maggiore in marmi policromi, mentre la tela dipinta che orna il soffitto della navata centrale è opera datata al 1805.

NOTE

1 -Seguendo allo stile neo-classico, l’eclettismo architettonico si sviluppò a partire dalla metà del XIX secolo e produsse edifici e decorazioni ispirate a diversi – spesso commisti – stili del passato, con forme neo-gotiche,  neo-romaniche,  neo-bizantine, neo-rinascimentali, ecc.  L’eclettismo caratterizzò buona parte dell’architettura italiana fino ai primi decenni del Novecento.

2 –Esso si compone di quattro ordini più un tetto conico. I primi tre ordini sono a pianta quadrata, con lato che è di circa 4,4 m nel primo, 4,3 nel secondo e 4 nel terzo. La cella campanaria, con ampie monofore,   è al terzo livello. Il quarto livello è un breve cilindro con oculi tondi. Tolto il tetto, che è verosimilmente recente, la geometria ricorda da vicino il campanile di S. Pietro alli Marmi di Eboli, nonché di altre torri campanarie sorte in Campania nel periodo normanno (tra cui anche quella di S. Maria a Gradillo di Ravello).

Il campanile della chiesa annessa

alla badia di San Pietro alli Marmi ad Eboli (SA).

3 –Uso nato nei secoli in cui le chiese cristiane si costruivano con la facciata  rivolta ad occidente e la zona absidale verso est (direzione delle albe agli equinozi) o sud-est (direzione dell’alba al solstizio invernale, prossimo al Natale). In tal modo, le torri campanarie, guardando verso il tramonto,  assumevano anche il simbolico valore di torre di difesa contro il buio della morte e del peccato, mentre il sole nascente – verso cui guardavano le absidi di fondo con gli altari, simboleggiava il Cristo che viene e la Resurrezione.

4 –Al proposito, ringrazio i reggenti della chiesa e della confraternita annessa per avermi permesso i sopralluoghi e gli archeologi Domenico  Camardo e Mario Notomista per avermi  aiutato a verificare la plausibilità delle mie interpretazioni.

5  -Eccezioni erano concesse solo in caso di impedimenti legati a particolari condizioni orografiche (edificazione su un crinale affilato o lungo un forte pendio) o preesistenti costruzioni; impedimenti che non certamente non presentava il sub pianeggiante e allora sgombro sito di Tutti i Santi di Bomerano..

6 -I Il testo della pergamena appare a pagina 181 del II volume della sua  “Istoria della antica repubblica d’Amalfi e di tutte le cose appartenenti alla medesima accadute nella città di Napoli e suo Regno”. Vi è citata una località di Agerola detta Ad Omnes Sanctos, segno  pressocché indubitabile che vi sorgeva un edificio sacro con quella intitolazione..

7 –M. Camera , Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi (Salerno 1881), vol. II, p. 630.

8 –La presenza di questo tema non deve sembrare un fuori luogo, in quanto la più antica e corretta denominazione del culto in questione (introdotto in Italia da papa Bonifacio IV nel 609) fu “della Vergine Maria e a tutti i martiri”.

9  –Sia l’affresco che la pala d’altare  in questione sono descritti e interpretati nel volume curato dalla dottoressa Ida Maietta “Recuperi e restauri ad Agerola” (Eidos, 1990).

10 –Riporto questa forchetta cronologica in quanto M. Camera, dalle cui Memorie… traggo la notizia, non ci dà la data esatta della donazione. Le reliquie in questione appartenevano a  S. Abondio,  S. Severino, S. Candido, S. Ponziano, S. Giusto,  S. Fausto, S. Placido, S.  Plautilla, S. Concordo, S. Francesco Saverio, S. Ignazio e S. Filippo Neri.v

 

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