Candelitto. Il monte dei pioppi tremuli.

Circa un mese fa Francesco Gargiulo, parlando anche a nome di altri “amici dei Monti Lattari” cui il lockdown anti-Covid19 impediva di scarpinare su quei monti (ma, evidentemente, non di discuterne tra loro e interrogarsi sul senso di certi toponimi) scrisse una e-mail a Gaspare Adinolfi chiedendogli lumi sull’etimologia del toponimo Monte Candelitto, cima a 1200 metri d’altezza che si trova poco a nord est del M. Cervigliano lungo lo spartiacque principale dei Lattari.

CANDELITTO

Stralcio della Carta dei Sentieri “Monti Lattari” del Club Alpino Italiano, l’ellisse rosso evidenzia il Monte Candelitto

L’ottimo Gaspare si mise subito al lavoro e il giorno dopo inviò a Francesco (e per conoscenza a me) la sua documentata risposta. In estrema sintesi essa segnalava che quel toponimo era stato studiato da Luigi Chiappinelli, che nel suo saggio Spigolature dialettali e toponomastiche. VI, apparso sulla Rassegna Storica Salernitana (n. 28, XIV – 2, 1997), spiega che trattasi di un fitotoponimo derivante da “Candela”, ma non nel senso del noto mezzo di illuminazione, bensì come nome dialettale del Pioppo tremulo (Populus tremula L.). A supporto di questa convincente tesi, l’autore ricorda che il pioppo tremulo è detto Candilisi in Calabria e Cannela in Puglia.

In effetti , un sito dell’Università di Trieste dedicato alla flora dei Colli Euganei segnala che il Pioppo tremulo è detto Cannela anche nel Teramano , mentre in Calabria i nomi derivati da candela (Candelise, Candelisii, Candilisi e Cannella) convivono con Arvaniella e Arbarella, che sono in linea con la stragrande maggioranza dei nomi dialettali che la specie assume nelle varie regioni e provincie d’Italia, nomi che sono basati sulla radice ALB / ALV / ARB / ARV e sono quasi sempre al diminutivo (ad es: Alvaniello invece che Alvano) per distinguerli dai nomi dialettali che prende il Pioppo bianco (Populus alba).

Credo che anche in Umbria vi sono state zone dove il Pioppo tremulo era detto Candela o Candelo, visto che nel comune di Pietralunga (PG) esiste la località Candeleto.

Per la Campania, il sopracitato sito web segnala i seguenti nomi dialettali del Pioppo tremulo: Alvaniello, Arboscello e Pioppaina (raccolti a Napoli), Alvaniello e Pioppagine (raccolti ad Avellino) e Piuppaina (raccolto a Capri). Ricordato per inciso che Pioppaino è presente anche come toponimo alla periferia nord di Castellammare di Stabia, noto che il toponimo di cui ci stiamo occupando (Monte Candelitto) sta a testimoniare che, almeno nei secoli passati, anche in Campania (segnatamente nell’area del Ducato di Amalfi) il Pioppo tremulo era detto Candela o Candelo.

Infatti, Candelitto ha un suffissso (-itto) che, nonostante l’insolito raddoppio della “t”, ribatte quello della nutritissima serie italiana in –eto e meridionale in –ito; entrambi derivati dal suffisso collettivo latino –etum. Ciò fa interpretare Candelitto (antico Candeletum) come un fitotoponimo significante ‘bosco di pioppi tremuli’; così come – per limitarsi ad esempi tratti dalla stessa dorsale dei M. Lattari –  Colle di Carpeneto (‘bosco di carpini’), Cerreto (‘bosco di cerri’), Monte Faito (‘bosco di faggi, faggeto’), Frassito (‘bosco di frassini’), Raito (‘macchia di arbusti spinosi’), Pontichito e Porteghito (‘bosco o piantagione di castagno selvatico’) e Nocellito (‘bosco di noccioli’) che in una documento del X secolo (anno 981) troviamo nella forma Corolitula, diminutivo di Corolitum, a sua volta da corylis, nome che i latini davano al nocciolo e che permane nel moderno nome scientifico della specie: Corylis avellana (vedi articolo “Corolitula e Tigillitu” su questo blog).

Al proposito segnalo che anche i nomi dei comuni di Corleto Monforte (SA) e Corleto Pertucara (PZ) sembrano derivare dal fitotoponimo Coryletum (‘noccioleto’), passando per la forma contratta Corletum.

Un altro fitotoponimo campano in –itto: Calabritto

 Tornando a Candelitto e al suo terminare in –itto anziché in –ito, voglio ricordare che c’è almeno un altro caso simile in Campania. Mi riferisco a Calabritto (AV), che è, si, il nome di un ameno comune della alta valle del Sele, ma riprende il fitotoponimo che designava il luogo dove l’abitato cominciò a formarsi, presumibilmente in epoca longobarda. .La vegetazione di quel luogo doveva essere dominata da arbusti di Biancospino (Crataegus monogyna Jacq. 1775; Crataegus oxyacantha auct. non L. ; Nespolo spino bianco Tenore1823), pianta che in napoletano viene detta Spina poce o più frequentemente Calavrice, dal latino Calabrux,-cis.

Come toponimi nati dal collettivo di Calavrice o Calabrice, in Campania non abbiamo solo Calabritto, ma anche due località denominate Calabricito, una a Maddaloni (CE) e una ad Acerra (NA). Ma ci sono anche casi di toponimi che ribattono semplicemente il sostantivo singolare. Ad esempio, sui Monti Lattari, esattamente ad Agerola, abbiamo il  Monte Calabrice, cima a 1149 metri s.l.m. del gruppo del Tre Calli.

crataegus_monogyna (21) Da meditflora.com

Un calavrice (Crataegus monogyna). Dal sito meditflora.com

Candirecto o Candelitto?

Quando si indaga l’origine e l’evoluzione di un toponimo (ma lo stesso vale per i vocaboli in genere) è buona norma cercarne le attestazioni più antiche per avvicinarsi a quella che poteva essere la forma iniziale della parola. Ma le forme più antiche non sempre sono le più vicine all’originaria, e con Candelitto ne abbiamo un esempio. Infatti la forma presente nelle attestazioni più antiche (secolo XII) è un oscuro Candirecto , mentre – come abbiamo visto –  ha un’ottima coerenza etimologica il Candelitto che leggiamo sulle carte topografiche moderne e che fu attinto dalla tradizione orale della zona, visto che già centocinquant’anni fa Matteo Camera, citando il medievale Candirecto, vi aggiunse la a sua glossa “(volgarmente Candelitto)” (M. Camera, Memorie storico- diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi. Vol. 1. Salerno 1876, p. 17).

Circa il nesso tra Pioppo tremulo e candela

Abbiamo visto che in certe zone d’Italia, tra cui la nostra, il Pioppo tremulo si chiama – o si chiamava – Candela / Cannela oppure Candelisi e voci simili. Come mai? Quale è l’attinenza tra quell’albero e la candela? Dare una risposta certa non è facile, ma può aiutarci l’etimologia del vocabolo candela. Esso deriva dal verbo latino candēre, che significa sia ‘biancheggiare, splendere’ che ‘essere acceso, fiammeggiare’. Avesse inciso il primo significato, i pioppi che avrebbero meglio meritato il metaforico nome di candele/i sarebbero stati quelli della specie Populus alba, che è quella a tronco più vicino al bianco. Credo, dunque, che l’accezione da considerare sia la seconda e faccio notare che il colore autunnale delle foglie dei pioppi tremuli (un forte giallo vivo) può dare facilmente l’impressione, l’idea, che l’albero fiammeggi.

DA ORSOMARSOBLUES

Pioppi tremuli in livrea autunnale. Dal sito orsomarsoblues

Ma sono tante le specie arboree che in autunno si vestono di giallo, o di arancio e di rosso. Perché, allora, ;quella metafora venne adottata solo per il Pioppo tremulo? La risposta che propongo muove dal fatto che le foglie di quella specie arborea (non a caso detta “tremula”) sono legate ai rami da piccioli così lunghi e flessibili da oscillare anche in assenza di un vento che sia per noi percettibile. In autunno, quel tremolio delle gialle foglie, specie se illuminate da un sole radente contro un cielo scuro, può – a mio avviso – dare davvero l’illusione che l’albero fiammeggi.

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Grotta Latrona. Un  toponimo e un luogo interessanti.  

La località  Grotta Latrona, situata intorno agli 800 metri di quota lungo il versante nord-occidentale  del Monte Cervigliano, è interessante da vari punti di vista e meriterebbe di essere studiata, sul terreno e sulle fonti.

E’ innanzitutto interessante il nome del luogo, il cui primo termine (Grotta) scaturisce da un “riparo sotto roccia” (come un solco alla base di una parete rocciosa) che effettivamente esiste lungo una delle gole torrentizie che delimitano la località. Il secondo termine suona come un aggettivo qualificativo della Grotta. Probabilmente si lega, conservandone bene la forma, al sostantivo  latino latro, da cui discese l’italiano ‘ladro’, ma che aveva un senso un po’ diverso, dato che gli antichi lo usavano per  ‘assassino di strada, bandito, masnadiero’ (vedi la voce Ladro su www.etimo.it).

Di primo acchito uno  collegherebbe il toponimo Grotta Latrona al fenomeno del brigantaggio post-unitario, che vide operre diverse bande sui Monti Lattari. Ma esso è fuori causa, visto che il toponimo lo ritroviamo identico tanto nel Catasto Murattiano di inizio Ottocento quanto in quello Carolino  o Onciario di metà Settecento.  Dunque, se lo si vuole collegare a un ladrone che usava rifugiarsi in quella “grotta”, allora bisognerà andare indietro di diversi secoli e pensare ad agguati, furti e rapimenti lungo la importante e antichissima mulattiera che passa poco a monte; mulattiera che viene dal valico di S. Angelo a Jugo (chiesetta- vedetta  del X secolo da poco crollata)  e va verso l’Acqua Fredda  per poi scendere verso Pino e Gragnano.

Ma lungo quella mulattiera, proprio nelle vicinanze della località Grotta Latrona vi è stato per secoli  un luogo dove i viandanti potevano cercare rifugio e soccorso: il monastero dei SS. Giuliano e Marciano al monte Cervellano  (probabilmente del X – XI secolo; attestato nel 1125), dipendente dal vescovo di Scala così come al Comune di  Scala appartiene ancora oggi tutta la zona a monte della citata  mulattiera. Di quell’antico cenobio non rimangono tracce apprezzabili, ma l’occhio esperto può coglierne dei segni nelle tracce di terrazzamento che permangono nell’area.

Se la località S. Giuliano è un sito da segnalare agli esperti di archeologia medievale, il già citato riparo sotto roccia di Grotta Latrona, nemmeno andrebbe trascurato, poiché vi si vedono avanzi di mura e perché potrebbe essere stato frequentato anche da pastori preistorici. Se non altro da quelli che conducevano a pascolare sui ripiani orografici della zona (Mandra Vecchia, Grotta Latrona, Lattaro e Monte Lattaro) le pecore che producevano il latte di cui il celebre Galeno scoprì le virtù terapeutiche.

A tal proposito si veda anche, su questo blog, l’articolo che dedicai all’origine dell’oronimo Monti Lattari, perché non mi pare del tutto esclusa l’ipotesi che anche Latrona – come Lattaro/ /i/a-   possa esser nato per corruzione di un toponimo (Lattarona?) legato al tema pre-latino LATTA (‘superficie regolare’, ‘cosa piatta’ (G. Devoto, Aviamento alla etimologia italiana, Mondatori, 1979  pag. 240) con riferimento alla topografia del luogo.

 

Per chiudere, faccio ritorno al Catasto Onciario per dire che sfogliando le rivele (oggi diremmo le denunce dei redditi) in esso contenute, ho scoperto che nel Settecento la zona di Grotta Latrona era tutta in mano agli Acampora.  Infatti, le rivele che menzionano beni in detta località sono solo due e afferiscono entrambe a degli Acampora.

La prima è quella del cittadino  Natale d’Accampora, ottantaseienne definito “decrepito ed inabile alla fatica” (ma del suo nucleo familiare faceva parte un fratello filatore di seta)  che abitava in casa propria a Campora, esattamente “sotto  Casa Positano”. A Grotta Latrona egli possedeva la terza parte di una selva confinante con i beni di Stefano e Tommaso d’Acampora; terza parte che valeva 45 ducati.

L’altra rivela utile è quella del  magnifico  Stefano d’Acampora (cittadino di Napoli, ma  d’origine agerolese), che a Grotta Latrona possedeva una selva  del valore di 100 ducati che confinava con beni di Giacinto d’Acampora e Gennaro Villano ubicati appena fuori da Grotta Latrona. Lo stesso Stefano d’Acampora possedeva  a Grotta Latrona anche un altro terzo di quella selva citata anche nella rivela di Natale d’Acampora, confinante con beni degli eredi di Tommaso d’Acampora, possessori del restante altro terzo della selva.

Ricordato che nel Catasto Onciario non vengono mai indicate le estensioni areali delle proprietà, proviamo a ricavare dai dati di cui sopra il valore unitario delle aree a selva (castagnale) a metà Settecento. In questo caso la cosa è possibile, anche se non con gran precisione, perché la località Grotta Latrona è ben circoscritta dalla rete delle incisioni (lame) e dalla mulattiera di cui sopra, così che la sua estensione totale può valutarsi in circa 30 ettari.

Dalle rivele sopracitate sappiamo che si suddivideva in una proprietà del valore di 100 ducati e un’altra divisa in tre parti, ciascuna del valore di 45 ducati. In tutto 235 ducati. Dividendo questa cifra per i 30 ettari otteniamo un prezzo orientativo di 7,8 ducati per ettaro.

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Il casatiello di Agerola Ricetta, forma e rimandi simbolici.

Carissimi lettori,
in occasione di questa particolarissima Pasqua, che ci fa riflettere come non mai sui molti sensi del risorgere e ci fa apprezzare più del solito le cose dolci , vi ripropongo questo mio post di anni fa, dedicato al tradizionale casatiello dolce di Agerola e dintorni.
Buon appetito e Buona Pasqua

da Jerula ad Agerola


Cari lettori e lettrici,

a una Pasqua piovosa è seguita una Pasquetta uggiosa e fredda, costingendoci a rinunciare al tradizionale pic-nic in montagna e a optare per un pranzo al caldo del caminetto.

Ad ogni modo, credo che tutti –qui ad Agerola- lo abbiamo chiuso con una dolce fetta del tradizionale “casatiello”.Uso le virgolette per via del fatto che è un nome,si, consolidato, ma alquanto fuorviante. E mi spiego. Quel nome deriva dal termine tardolatino  caseatum (di cui è diminuitivo), che indicava un pane al formaggio (caso). Infatti la stessa parola casatiello, a Napoli e dintorni indica non un dolce, ma un pane magnificamente  condito con formaggio, uova e altro. Poi il termine è passato a significare più ampiamente una torta pasquale, sia essa salata, come a Napoli, sia essa dolce, come ad Agerola. Per non dire che nella zona tra Scafati, Torre Annunziata e Castellammare, per Pasqua…

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Il tradizionale casatiello dolce di Agerola

casatiello dlce agerolese

Carissimi lettori,

in occasione di questa particolarissima Pasqua,  che ci fa riflettere come non mai sui molti sensi del risorgere e ci fa apprezzare più del solito le cose dolci , vi ripropongo questo mio post di anni fa, dedicato al tradizionale casatiello dolce di Agerola e dintorni.

Buon appetito e Buona Pasqua

 

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La toponomastica agerolese di metà Settecento.

Introduzione

Dalle molte pagine del  Regui Catasto Onciario, finito di  compilare nel 1752, ho estratto il seguente elenco di tutti i toponimi che in esso vengono utilizzati per definire dove abitava ognuno dei dichiaranti e dove si trovava ogni proprietà immobiliare che essi dichiaravano di possedere.  Il numero dei toponimi presenti in elenco supera le trecento unità, e ciò nonostante il fatto che ho omesso le decine di casi in cui un luogo era denominato ricorrendo al nome di un  luogo limitrofo cui si anteponeva la preposizione Sopra o Sotto per dire ce ci si trovava subito a monte o subito a valle di quel riferimento (ad esempio: Sopra S. Martino; Sotto il Monastero; Sotto Casa Martini).

In futuro conto di pubblicare su questo blog un articolo che analizzi  l’assortimento tipologico dei toponimi qui presentati, come pure altri articoli dedicati all’etimologia dei nomi di luogo meno ovvi e più  interessanti. Su questi aspetti il gentile lettore può intanto leggere il saggio che scrissi nel 2005 insieme a Domenico Camardo (La toponomastica della parte centrale dei Monti Lattari (antico Stato di Amalfi), nel numero 30 della Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana), il capitolo , con allegata mappa,  La toponomastica in uso nel Medioevo che scrissi per il volume di Giuseppe Gargano Terra Agerula (Centro di Cultura e Storia Amalfitana, 2016, pp. 53 – 67 e) e i diversi articoli già apparsi su questo blog in merito all’origine di alcuni antichi toponimi di Agerola e dei monti che la circondano.

Nel contempo, chiarisco che, nell’elenco che segue, i nomi seguiti da punto interrogativo sono quelli che sono risultati mal leggibili, per cui  sussistono dubbi circa la loro esatta forma. Chiarisco inoltre che i toponimi scritti in corsivo sono  quelli per i quali mi risulta oscura o dubbia l’ubicazione (la zona esatta cui si riferivano).

Per entrambi i casi (forme da correggere e ubicazioni da chiarire) sarò molto grato a quei lettori che vorranno inviarmi ((aggiungendo un Commento all’articolo) iun loro contributo basato sulla tradizione oraale di famiglia  o a su documenti notarili e simili.

Elenco alfabetico dei toponimi  settecenteschi

1.     Acampora
2.     Aceno / Acino (L’)
3.     Acqua della Pigna
4.     Acqua delle Matasse
5.     Acqua di Tasichetta?
6.     Acqua Fredda
7.     Acquara (L’)
8.     Acquola (L’)
9.     Acquolella
10.  Angiolo
11.  Annunziata (L’) / Nunziata (La)
12.  Arco / Ad Aarco
13.  Aria (L’)
14.  Arminola
15.  Avvocata (L’)
16.  Barone (Lo)
17.  Belvedere
18.  Bolvito
19.  Bomerano
20.  Botteghelle (Le)
21.  Cacciatorillo
22.  Caiulo
23.  Calvarino
24.  Cambio (Lo)
25.  Cammarella (La)
26.  Campanella
27.  Campo
28.  Campo della Scola
29.  Campo di       Laurolla (Lo)
30.  Campo di Scardo
31.  Campora
32.  Canale (Lo)
33.  Canalone
34.  Cancello (Lo)
35.  Caneglio (Lo)
36.  Cantorato
37.  Capanna (La)
38.  Capemilo (prob. Capo ‘e Milo)
39.  Capitiello (o Campetiello?)
40.  Capo del Muro (Lo)
41.  Capo di Pendolo
42.  Caravelle (Le)
43.  Carbonara
44.  Carbone (Lo) (v. Gravone)
45.  Carcara di Gemini
46.  Carcarella (La)
47.  Cardito
48.  Caronte
49.  Carpetiello?
50.  Casa d’Acampora
51.  Casa di Stefano
52.  Casa Matera
53.  Casa Apuzzzo / C. d’Apuzzo
54.  Casa Calandra
55.  Casa Cavaliero
56.  Casa Coccia
57.  Casa Coppola
58.  Casa Cuomo
59.  Casa dei Martini
60.  Casa di Rosa
61.  Casa di Ruocco
62.  Casa di Stefano
63.  Casa Grosso
64.  Casa Ioviene
65.  Casa Lauritano
66.  Casa Manzo
67.  Casa Martina
68.  Casa Naclerio
69.  Casa Pisacane
70.  Casa Porpora
71.  Casa Positano
72.  Case Nove ( Casenove (Le)
73.  Castiello
74.  Caucelle
75.  Cava
76.  Cavallo (Lo)
77.  Cerasa
78.  Cerviglio (Lo)
79.  Chiano (Lo)
80.  Chiarella (La)?
81.  Chiuppiello
82.  Cievoso (Lo
83.  Ciglio
84.  Ciglio alto
85.  Cisterna
86.  Civitella (La)
87.  Collo della Serra (Lo)
88.  Comiturzi (dal cognome Comite Urso)
89.  Comune
90.  Conserva
91.  Copone
92.  Coppetillo
93.  Corona
94.  Corte (La)
95.  Corvini (Lo)
96.  Crescente
97.  Croce (La)
98.  Croce di Radicosa (La)
99.  Crocella (La)
100.                  Crociclo/a
101.                  Cuollo (Lo)
102.                  Cuonzi?
103.                  Cupa (La)
104.                  Curti
105.                  Cuspidi
106.                  Ducina (La)
107.                  Due Monti
108.                  Faccella (La)
109.                  Faito (Lo)
110.                  Falangolo
111.                  Femmina (La)
112.                  Fenestrale
113.                  Ferenzenelle?
114.                  Finile / Fenile
115.                  FioccolaFiori
116.                  Fiubano / Fiubagno
117.                  Fiume
118.                  Fiume di Penise / Fiume Penise
119.                  Fontana (La)
120.                  Fontana del Ricciolo
121.                  Fontana di Campora
122.                  Fontana di Radicosa
123.                  Fontana di S. Lazzaro (La)
124.                  Fontana vecchia (La)
125.                  Fontanella (La)
126.                  Fontanelle (Le)
127.                  Forno (Lo)
128.                  Fossa (La)
129.                  Fracasso lo molino
130.                  Francazza (La)
131.                  Gemini
132.                  Giuvo/ Giovo  (antico Jugo)
133.                  Goffone (Lo)
134.                  Gravone (v. Carbone)
135.                  Grotta del Biscotto (La)
136.                  Grotta Ladrone
137.                  Grottelle (Le)
138.                  Iennaro
139.                  Inserrata (L’)
140.                  Isca (L’)
141.                  Lama
142.                  Lama di Alone
143.                  Lama Candela
144.                  Lama della Fabia
145.                  Lama di Basile
146.                  Lama Magna
147.                  Lattara
148.                  Lavenaro
149.                  Leonessa
150.                  Li Calamari (dal cognome Calamati)
151.                  Li Iovieni
152.                  Li Martini
153.                  Li Nacleri
154.                  Li Pisani
155.                  Li Ruocchi
156.                  Li Cavalieri
157.                  Li Corsari
158.                  Li Criscuoli
159.                  Li Cuomi
160.                  Li Farai (dal cognome Farao)
161.                  Li Ferranti
162.                  Li Galli
163.                  Li Imperati
164.                  Li Pironti
165.                  Li Pisani
166.                  Li Ruocchi
167.                  Li Scialli (dal cognome Iscialla)
168.                  Li Valliccari
169.                  Li Vampozzi
170.                  Li Villani
171.                  Longo / Luongo
172.                  Luogo di Don Iacovo
173.                  Luogo (Lo)
174.                  Macerenelle (Le)
175.                  Madonna de Loreto
176.                  Magrone
177.                  Mandra Rosa / Mannarosa
178.                  MandraVecchia
179.                  Margina (La)
180.                  Medico (Lo)
181.                  Melito
182.                  Merolle (Le)
183.                  Miglino (antica Milline)
184.                  Minuzzole
185.                  Molino / Mulino (Lo)
186.                  Monastero (Sotto       il )
187.                  Montagna di Paipo
188.                  Monte (Lo)
189.                  Mulino Vecchio
190.                  Murillo / Morillo (Lo)
191.                  Muro (Capo del )
192.                  Muro dello Barone (Lo)
193.                  Muro di Venturella
194.                  Nerito / Nereto
195.                  Nerole (Le)
196.                  Nespola (La)
197.                  Nocella (La)
198.                  Nocelle (Le)
199.                  Orto di Caronte
200.                  Ospedale (L’)
201.                  Paipo
202.                  Palombelle (Le)
203.                  Panariello
204.                  Pantaniello (Lo)
205.                  Parti (Le)
206.                  Passo del Lupo
207.                  Pendola (La)
208.                  Penise (riferito a un luogo)
209.                  Pescariello
210.                  Petraro (Lo)
211.                  Pezzolla (La)
212.                  Piana
213.                  Piana di Monte (La)
214.                  Pianillo
215.                  Piano (Lo)
216.                  Piano di Lattara
217.                  Piano di Perillo
218.                  Piazza (La)
219.                  Piazza di Bomerano
220.                  Piazza di Campora
221.                  Piazza di Pianillo
222.                  Piazza di S. Lazzaro
223.                  Piazza di S. Matteo
224.                  Pietra Lata
225.                  Pietra Farenosa
226.                  Pietra Piana
227.                  Pietre (Le)
228.                  Pino (Lo)
229.                  Piro
230.                  Polacciuolo?
231.                  Ponte (Lo)
232.                  Ponte di Bomerano (Lo)
233.                  Pontechito (Lo)
234.                  Ponticello
235.                  Porta della Pomice
236.                  Portolana (La)
237.                  Pozzillo (Lo)
238.                  Pozzo santo
239.                  Praianaese
240.                  Radicosa
241.                  Ranfoni
242.                  Regiole acchioppate (Le)
243.                  Ricciolo (Lo)
244.                  Rossa (La)
245.                  S. Angelo
246.                  S. Angelo a Giugo
247.                  S. Angelo ad Apes
248.                  S. Angiolo
249.                  S. Antonio
250.                  S. Basile
251.                  S. Bernardino
252.                  S. Cataldo
253.                  S. Catello
254.                  S. Caterina
255.                  S. Croce
256.                  S. Giovanni
257.                  S. Giuliano
258.                  S. Lazzaro
259.                  S. Lorenzo
260.                  S. Lucia
261.                  S. Maria
262.                  S. Maria a Miano
263.                  S. Maria delle Grazie
264.                  S. Maria di Loreto
265.                  S. Maritno
266.                  S. Michele Arcangelo
267.                  S. Nicola
268.                  S. Pietro
269.                  S. Vincenzo
270.                  S. Vito
271.                  +S: Angiolo a Giovo (ant. Juugum)
272.                  S: Croce
273.                  S: Matteo
274.                  Sala (La)
275.                  Sarriani
276.                  Sauco
277.                  Sberruto (Lo)
278.                  Scannello?
279.                  Scepponato (Lo)
280.                  Scippata (La)
281.                  Selvetella
282.                  Seminario
283.                  Sette Pertose
284.                  Solone
285.                  Sonnicara (La)
286.                  Sopra lo luogo
287.                  Strada (La)
288.                  Sùoro ?
289.                  Tabulo (Lo)
290.                  Tagliata (La)
291.                  Teglia (La)
292.                  Terentela
293.                  Tordella
294.                  Tornieri
295.                  Tre Calli
296.                  Tre Cavalli
297.                  Tuoro
298.                  Tuoro (Lo)
299.                  Tutti i Santi
300.                  Vacco
301.                  Vacco (Lo)
302.                  Vascio (Lo)
303.                  Vastanella
304.                  Venturella
305.                  Vertina (La)
306.                  Vico
307.                  Vigna (La)
308.                  Vigna di Lattara
309.                  Villani
310.                  Zanfoni
311.                  Zarra

 

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Fiordilatte o mozzarella?

In salumeria, come in pizzeria, capita talora di assistere a discussioni circa la corretta denominazione delle mozzarelle, nelle quali vi è spesso chi asserisce con sicurezza che solo quella di bufala può dirsi “mozzarella” e basta, mentre l’analogo formaggio molle a pasta filata che si ricava dal latte vaccino deve essere chiamato  “fiordilatte”. Ma è  davvero così?

Per dar risposta a questa domanda è il caso, innanzitutto, di considerare l’etimologia del vocabolo mozzarella. Questo sostantivo deriva dal verbo mozzare (=  staccare una parte dal tutto) e fa riferimento all’operazione di mozzatura che si compie durante la lavorazione di tale latticino, quando i pezzi da produrre vengono staccati ad uno ad uno dalla massa cagliata e filata.

Dato che detta operazione (come pure il resto della procedura produttiva) si compie sia quando si utilizza latte bufalino, che quando si utilizza latte vaccino, ne discende che sono mozzarelle sia quelle di bufala che quelle di vacca.

D’altra parte, la sostituzione del nome “mozzarella” (vaccina) con quello di “fiordilatte” o “fior di latte” è cosa relativamente recente (vedi oltre).

La più antica attestazione scritta del termine mozzarella risale al 1570 e la si trova a pagina 327 del libro Opera di M. Bartolomeo Scappi, cuoco secreto di Papa Pio V. Ma, come si legge nel vocabolario Treccani,  “mozzarella” è diminutivo meridionale di “mozza” e quest’ultimo – sempre inteso come tipo di formaggio – lo troviamo citato per la prima volta in un documento del XII secolo conservato presso l’Archivio Episcopale di Capua in cui si dice che i monaci del Monastero di S. Lorenzo di quella città usavano rifocillare i pellegrini con pane e mozza (Luigi Cremona e Franceso Soletti, L’Italia dei formaggi. Touring Club Italiano 2002,  p. 102).

 

MOZZARELLE

Dal sito del caseificio Ruocco

Con che latte si fecero le prime mozze e mozzarelle?

Nelle pubblicazioni a stampa e digitali che parlano della mozzarella si dà spesso per certo che le prime mozze e mozzarella della storia furono di latte di bufala.

Ma se, da una parte, abbiamo il fatto che la più antica attestazione della mozza (secolo XII) viene da un’area propizia all’allevamento delle bufale (la piana del Volturno presso Capua), dall’altra dobbiamo ricordare che nel Quattrocento la mozza era prodotta anche nelle Marche [1]. Trattandosi di una regione che non ha mai conosciuto l’allevamento bufalino, se ne deve dedurre che, almeno lì,  la mozza era di latte vaccino.

goethe_intesBUFALE A PAESTUM

Bufale nella piana di Paestum prima che la bonifica eliminasse gli acquitrini

MUCCA AGEROLESE

Mucca di razza Agerolese

D’altra parte, gli esperti escludono che il bufalo  fosse presente in Italia già in epoca romana, ed è ancora tutta da dimostrare l’ipotesi che la specie [2] venne introdotta in Italia già nel corso del Medioevo  [3].

Chi ipotizza un arrivo precoce del bufalo in Italia si basa esclusivamente sul fatto che delle antiche descrizioni di  fatti e luoghi italiani citano dei bufali. Ma dimenticano che in epoca romana il termine bubalus era usato per indicare i buoi selvaggi (l’attualmente estinto Uro, ossia Bos taurus primigenius).

 

1280URO

Ricostruzione dell’uro (maschio a sinistra e femmina a destra). Dalla voce Aurochs (= uro) di http://www.wikiwand.com/fr

Chi attribuisce ai Longobardi l’introduzione del bufalo in Italia, dovrebbe invece sapere che i “bubali dalle lunghe corna” che quel popolo portò in Italia (cfr. Paolo Diacono, Historia Longobardorum) erano probabilmente dei bovini di ceppo podolico che, ancora sconosciuti alle popolazioni italiche, destarono grande stupore.

La presenza di allevamenti bufalini in Italia meridionale diventa notizia certa solo dal secolo XVIII in poi, grazie anche al forte impulso che tale settore zootecnico ricevette dai sovrani borbonici, a partire dalla creazione della Tenuta Reale di Carditello.

In definitiva, pur non potendo considerare chiusa la diatriba, allo stato attuale delle conoscenze, ciò che appare più probabile e convincente è che il formaggio detto mozza (e poi mozzarella) sia più antico del’arrivo delle bufale in Italia; per cui è probabile che le prime mozze e mozzarelle della storia furono di latte vaccino.  Questo è un argomento in più, oltre quello etimologico di cui sopra, per ritenere infondata l’opinione secondo la quale solo quella di bufala possa chiamarsi mozzarella.

Di uguale avviso è stato il legislatore quando, nel 1996, ha stabilito che la denominazione “Mozzarella” (senza ulteriori specificazioni) va riservata alla mozzarella di latte vaccino, che può denominarsi anche “Mozzarella di latte vaccino”, oppure  “fior di latte”. A fianco a queste, la legge prevede poi le denominazioni “Mozzarella di bufala campana” a Denominazione di Origine Protetta e  “Mozzarella Xxxx (marca o nome commerciale) di latte di bufala” per i prodotti senza D.O.P. [4].

La curiosa storia  del nome Fiordilatte

La dicitura “fior di latte” nacque secoli fa per indicare non un tipo di formaggio fresco, bensì la panna e il burro che se ne ricavava. Con questo significato essa rimase in uso dal Cinquecento fino alla metà circa dell’Ottocento [5 ], per poi cadere in disuso.

L. FIORAVANTI 1852

Se ne ha prova consultando il “Prontuario di vocaboli attenenti a parecchie arti e ad alcuni mestieri …” di  Giacinto Carena (1859) dove, a pagina  348 si afferma che il nome “fior di latte” – di antica origine toscana – era in via di sparizione, soppiantato da “panna”.

G. CARENA 1859

 

Nel primo Novecento,essendo stato ormai dimenticato il suo senso iniziale, la dizione “fior di latte” potè essere riproposta con nuovi significati.

Come si legge a pagina 217 del Bollettino dei marchi di fabbrica e di commercio (anno 1935), il 29 novembre 1934  la Società Anonima Carlo Mascheroni di Milano  depositò il nome FIORDILATTE  come suo marchio di fabbrica.

Negli anni Cinquanta dello scorso secolo comparve il Fiordilatte Motta, un gelato da passeggio che ebbe un grande e duraturo successo in tutta Italia.

MARCHIO FIORDILATTE

FIORDILATTE MOTTA

Pur non avendo rintracciato documenti che ne permettano la precisa datazione [6], l’affermarsi  di “Fior di latte”  come sinonimo (o piuttosto …. soprannome commerciale) di “mozzarella di latte vaccino” può essere ascritto anch’esso ai  decenni centrali del Novecento.  Trattasi dunque di un evento molto recente (in rapporto alla storia quasi millenaria della mozzarella)  che mai avrebbe dovuto scalzare il tradizionale nome del latticino in questione (‘mozzarella’) e che  inoltre, utilizza malamente una locuzione (‘fior di latte’) che per secoli aveva significato ben altro (cioè ‘panna’).

NOTE

1 – Lo si apprende da un documento del 1496 che cita la mozza  tra gli alimenti normalmente presenti sulle tavole dei nobili anconetani.  Vedi Filippo Giochi e Alessandro Mordenti, Civiltà anconitana, editrice Il Lavoro editoriale, 2005, p. 397.

2 –  Nome scientifico Bubalus bubalis, ))))

3 – Si veda l’autorevole saggio Origine e diffusione della specie bufalina sul sito dell’Università degli Studi di Napoli Federico II www.federica.unina.it  (› medicina-veterinaria › zootecnica-speciale › origine …).

4 -Dalla voce “Mozzarella”  di Wikipedia

 5 – Per il Cinquecento si può vedere Leonardo Fioravanti, Del Compendio de i Secreti rationali:  Venezia 1564, lib. 5, p. 166. Per ,l’Ottocento, invece, si veda Gaetano Brey, Dizionario enciclopedico tecnologico-popolare, Milano 1852, vol.5,  p. 24.

6 –Colgo l’occasione per invitare i lettori meglio informati a segnalare su questo blog le fonti d’archivio o bibliografiche che possano migliorare la datazione.

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Sul toponimo Civitella

Il toponimo Civitella ricorre abbastanza frequentemente in Italia centrale e meridionale (C. Alfedena, C. Casanova, C. D’Agliano, C. del Tronto, C. di Romagna, C. in Vel di Chiana, C. Messer Raimondo, C. Paganico, C. Roveto e  C. S. Paolo, per limitarsi ai nomi di comuni). In Costa di Amalfi, ovvero versante sud dei Monti Lattari, sono a me noti due casi: uno a Lone e uno ad Agerola. Né l’uno, né l’altro sono presenti sulla cartografia topografica ufficiale (Tavolette 1: 25.000 dell’Istituto Geografico Militare e Carta Tecnica Regionale della Campania 1: 5.000), ma in entrambi i casi il toponimo è giunto a quelli che oggi vi abitano o vi possiedono beni, tramandato sia a voce che attraverso  atti notarili.

Il luogo agerolese detto La Civitella si trova all’estrema periferia sud-ovest del territorio comunale, lungo la millenaria mulattiera che è ora nota come Sentiero degli  Dei.

Stralcio della carta topografica 1 : 5000 (CTR Campania, foglio Praiano). Il cerchio rosso indica la zona de La Civitella. La freccia gialla indica, invece, il complesso di S. Domenico.

 

Si tratta di  una  porzione del  versante sud della Punta di Paipo (766 m s.l.m.) che è posta a 600 – 650 metri s.l.m. tra la località I Cannati, ad ovest, e la sella di Colle la Serra ad est.

Vista dal mare (sud) dl versante montuoso attraversato dal Sentiero degli Di, lungo il quale si trova la località La  Civitella.

Vista dal mare (sud) dl versante montuoso attraversato dal Sentiero degli Di, lungo il quale si trova la località La  Civitella.

 

 

Molto interessanti sono l’origine e il significato del toponimo, specie per le indicazioni storico-archeologiche che se ne ricavano. Dato che sul piano formale Civitella è diminutivo di Civita, è il caso di ricordare che civita deriva dal latino  civitas, vocabolo che originariamente significava ‘cittadinanza’ (ossia la comunità dei cives ‘cittadini’), ma che già in epoca classica assunse il senso materiale di ‘città’.

Fu nel corso del Medioevo che il termine generò dei toponimi (Civita, Civita Campomarano, Civita Castellana, Civitavecchia, ecc) il cui significato fu normalmente quello di ‘area con resti di un’antica città’ (in particolare della sua cinta muraria).

L’esempio a noi più vicino lo si ha a Pompei, dove viene chiamata Civita una vasta porzione della bassa collina sulla quale sorse la famosa città distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C.  In quella occasione su  Pompei caddero da 4 a  6 metri di pomici e ceneri vulcaniche, ma non tutto fu seppellito. In particolare, gli alti ruderi delle turrite mura urbiche  rimasero in parte visibili per secoli, ricordando alla popolazione locale che lì ci era stata una civitas.

Restando in Campania, mi sembra interessante segnalare anche il caso della Civita di Ogliara, nei dintorni di Serino (AV).  In questo caso si tratta dei resti di un insediamento di epoca longobarda consistenti in cospicui avanzi di un circuito di mura e torri lungo complessivamente 2 km circa (vedi foto).

                        

CIVITA DI OGLIARA SERINO

Serino (Avellino). Un tratto delle mura dellla Civita di Ogliara.

Per quanto riguarda i molti toponimi Civitella (+ eventuale specificativo)  presenti in Italia, quasi tutti relativi a insediamenti di altura,  credo che il motivo ispiratore tipico fu la presenza di un circuito di mura avvolgenti un’area di limitata estensione, così da potersi paragonare, almeno metaforicamente, a una ‘piccola città’  [1].

In qualche caso potrebbe trattarsi di ruderi  di roccheforti pre-romane (ossia osco-sabelliche), ma di solito il termine ‘civitella’ fu usato per designare quei castelli di nuova fondazione (medievali, n.d.r.) che apparivano come ‘piccole civite’, sostiene Antonio Sciarretta [2] 

Che il toponimo stesse a indicare un recinto fortificato sembra vero almeno per la Civitella di Amalfi, sita nella parte alta del casale di Lone e mostrante ancor oggi resti di mura perimetrali e di torrette [3]  , mentre per La Civitella di Agerola sono ancora da produrre – tramite accurate indagini sul campo e negli archivi – evidenze che confermino l’ipotesi di un recinto fortificato medievale. Ipotesi  che, come ho già scritto sul volume di Giuseppe Gargano  “Terra Agerula” [4], , è confortata dall’antica denominazione (S. Maria ad Castra o a Castro) della vicina chiesa medievale che fu poi accresciuta con un piccolo convento e che oggi è meglio nota come di S. Domenico [5]. 

Ad ogni modo, dato che le abbondanti fonti archivistiche e bibliografiche disponibili per l’area amalfitana non menzionano alcun  castello medievale nelle due località in questione,  ritengo che la civitella tra Agerola e Vettica di Praiano, come quella di Lone di Amalfi, fosse piuttosto un ricetto.

I  ricetti (del latino receptus, derivato di recipere ‘ricevere, accogliere’)  erano dei recinti fortificati  costruiti allo scopo di dare agli abitanti dei dintorni [6]    un luogo sicuro ove rifugiarsi in caso di assalti bellici e incursioni piratesche.

Tipicamente, l’area racchiusa entro le mura dei ricetti alto-medievali  era occupata solo in minima parte da edifici abitativi, dato che la popolazione vi si rifugiava solo per brevi periodi e le sistemazioni ad accampamento garantiva maggiore capienza..

Civitella Alfedena (AQ). Nata probabilmente come ricetto a servizio di Rocca Intramonti,quando il paese venne abbandonato dai suoi abitanti (fine del XIV  - inizio  del XV secolo) , il suo recinto si riempì di case e assunse più o meno l’aspetto attuale.

Civitella Alfedena (AQ). Nata probabilmente come ricetto a servizio di Rocca Intramonti,quando il paese venne abbandonato dai suoi abitanti (fine del XIV  – inizio  del XV secolo) , il suo recinto si riempì di case e assunse più o meno l’aspetto attuale.

 

I ricetti sorti  prima dell’introduzione della polvere da sparo e dei cannoni (secolo XV), specie se localizzati- come il nostro – in zona montana dove era impossibile portare catapulte e altre macchine belliche, dobbiamo immaginarli con mura di cinta abbastanza sottili (60 – 80 cm). Nessuna meraviglia, dunque, se oggi ne sopravvivono resti così miseri da essere riconosciuti solo mediante indagini molto attente.

 

NOTE

1 -Cosa per molti versi analoga concerne il vocabolo (e toponimo) Cittadella, che si affermò nel corso del Rinascimento per indicare  un recinto fortificato   costituente la parte più robusta e militarmente efficiente del sistema difensivo di una città;.

2 -Antonio Sciarretta –Cìvite e Città, in “Nomi di luoghi, storie di popli”. http://toponomastica.altervista.org  / 24/05/2014(.

3 – Fiengo G., Abbate G. (1997), “La casa amalfitana e l’ambiente campano: III. Insediamenti medievali nel territorio di AmalfiLone“, Rassegna del Centro di storia e cultura amalfitana, n.s., VII, p. 13.

4 – A. Cinque, La toponomastica in uso nel Medioevo, Un tentativo di ricostruzione. In: G. Gargano, Terra Agerula. Centro di Cultura e storia amalfitana, Amalfi 2016,  p. 57.

5 –Come può notarsi sulla mappa topografica presente a inizio articolo, detto complesso religioso si  trova in territorio di Praiano, ma vicinissimo al sito de La Civitella.

6 – Nel caso della civitella di Agerola, la posizione geografica fa pensare che quel ricetto fu costruito a servizio degli abitanti di Vettica Maggiore e Praiano.

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Timpa e pescone

Pesco e Timpa sono oronimi molto diffusi in Italia centro-meridionale.

Il primo dei due, che ricorre anche con le varianti Piesco e Pesche, indica un rilievo roccioso a fianchi ripidi – fino a verticali o quasi- che si erge  da un circostante paesaggio molto più dolce.  Nel contesto geologico dell’Appennino centro-meridionale sono tipici i peschi / pieschi  che corrispondono ad olistoliti, vale a dire  grandi masse di calcare mesozoico franate durante l’orogenesi appenninica e originariamente inglobate nelle successioni arenaceo-argillose (flysch)  che si andavano sedimentando nel mare della prospiciente avanfossa.

Il borgo di Pescopennataro nel Molise

Il borgo di Pescopennataro nel Molise

L’oronimo pesco (con le varianti di cui sopra) è abbastanza  ricorrente in Italia centro- meridionale, sebbene manchi in Sicilia e Salento e diventi raro in Umbria e Lazio.

In quanto a etimologia, a pagina 484 dell’autorevole  Dizionario di toponomastica (UTET 1991) Carla Marcato lo segnala come un relitto lessicale italico e, in particolare, come discendente  dall’osco  peesslum – pestlum ,  con originario significato di ‘podio’ (basamento rialzato di un tempio), traslato poi a certe alture orografiche.

Restando nell’ambito etimologico e sperando di non prendere un abbaglio, ipotizzo che l’assonanza tra peesslum – pestlum e Paestum, lungi dall’essere causale, dipenda invece dal fatto che, quando i Romani vollero mutar nome alla ex colonia greca di Peseidonia, attinsero  all’antico nome osco dlla località, nel frattempo corrottosi alquanto (Pestulum à Paistom)  e nato dal fatto chel’insediamento era sorta su una specie di podio naturale: una lingua di travertino il cui piatto dorso si innalzava una decina di metri sul livello della pianura circostante (dislivello modesto, ma essenziale ai fini del drenaggio e della difendibilità del sito).

Nella zona dei Monti Lattari il termine  pesco / piesco non ha generato toponimi, ma credo che ciò si debba a motivi orografici (assenza di rilievi erti ed isolati) piuttosto che a ragioni linguistiche. Infatti,nel lessico locale (specie dei muratori, costruttori di macerine e cavatori) esiste la parola pescone per indicare una grossa pietra   o masso..

Lungo l'antichissima mulattiera che da S. Barbara scende verso Praiano, alcune "macerine" (muretti a secco) includono "pesconi" fino a quasi 1 metro di diametro

Lungo l’antichissima mulattiera che da S. Barbara scende verso Praiano, alcune “macerine” (muretti a secco) includono “pesconi” fino a quasi 1 metro di diametro

Passando all’oronimo Timpa, vanno segnalate la sua variante Tempa e gli accrescitivi Timpone e Tempone. I casi con lettera “e” come prima vocale si concentrano in Lucania, mentre quelli con prima sillaba in “i” si trovano anche nella Calabria ionica e nel Palermitano.

Alla voce Timpa dell’Enciclopedia Treccani online  si legge che in Basilicata indica dei rilievi a sommità pianeggiante o quasi e fianchi ripidi dovuti alla dissezione di un altipiano ad opera di fiumi e torrenti. L’altipiano in questione – aggiungo io-  è quello nato nel Pleistocene medio per il sollevamento tettonico della ex avanfossa appenninica (Fossa Bradanica). Per inciso, voglio notare che i geomorfologi di tutto il mondo chiamano mesa (termine preso dallo Spagnolo) i rilievi diella citata tipologia e genesi.

La stessa Enciclopedia aggiunge che nella regione etnea il termine timpa indica invece dei burroni e salti con pareti a picco.  All’origine di questo cambio di senso vedrei il fatto che le alture che meritarono il nome di timpa o tempa avevano – oltre che una sommità più o meno piatta – dei fianchi molto scoscesi.

La Timpa del Salto presso Belvedere Spinello (Crotone).

La Timpa del Salto presso Belvedere Spinello (Crotone).

Niente di troppo strano, dunque, se localmente (area etnea) la storia millenaria di quel nome ha conosciuto uno slittamento  dal tutto alla parte, ovvero dall’altura nel suo insieme alle sole scarpate marginali.

A testimoniare un più generale allontanarsi dal senso iniziale dell’oronimo stanno, a mio avviso, anche le accezioni che timpa prende a Bronte: “luogo elevato, scosceso e disagevole” (cfr. www.bronteinsieme.it ) e nel basso Cilento:  “poggio, monticello, balza”  (cfr. www.passatoinretepresente.it ).

 

Riguardo all’etimologia del termine, vari autori concordano sulla discendenza dal greco tymbos(τύμβος)  = tumulo innalzato sopra la deposizione di un defunto o delle sue ceneri. Il citato tymbos deriva dalla radice TU-  ‘crescere, accumulare’ (Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana. Vol. II. Roma 1907)

Come scrissi già nel 2005  (D. Camardo e A. Cinque, La toponomastica della parte centrale dei Monti Lattari, Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana”, XV-2005, pp. 111-150), anche timpa/tempa  – come pesco/piesco –manca di attestazioni nel territorio che fu del Ducato di Amalfi

Ma la parola timpa è invece presente nel dialetto parlato di Agerola e dintorni, ove essa  assume il significato di ‘zolla di terra’ o, come più spesso si intende oggi, zolla di terra inerbita.

 

 

ZOLLE

Con l’aratura, i suoli argillosi tendono a rompersi in zolle (dal longobardo zolla) che poi gli agenti meteorici disgregheranno.

 

E’ un’accezione solo apparentemente lontanissima da quella di timpa in senso orografico. Infatti, una zolla di terra può essere vista come una collina in miniatura e una collina come una gigantesca zolla di terra.  Detto in altro modo, le due accezioni rimandano entrambe ad una certa forma e prescindono dalla dimensione.

 

Tumulo degli ateniesi a Maratona

Tumulo degli ateniesi a Maratona

 

 

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Antiche famiglie agerolesi : i Casanova.

Citare il cognome Casanova fa subito venire alla mente il celebre Giacomo Casanova [1] e la sua Venezia del 18° secolo, ma ciò non deve indurre a ricollegare a un comune progenitore veneto, per quanto lontano nel tempo, tutti i circa seimila Casanova che vivono oggi in Italia.

I CASANOVA IN ITALIA OGGI

L’odierna distribuzione del cognome Casanova in Italia (vedi www.cognomix.it/mappe-dei-cognomi-italiani/CASANOVA),mostra  che le famiglie con tale cognome (circa 1.600 in tutto) si addensano particolarmente  in cinque regioni del nord: primo il Veneto con 385 famiglie, poi l’Emilia Romagna con 283, la Lombardia con 256,  la Liguria con 181 e il Piemonte con 111. Ma la distribuzione all’interno di ciascuna di dette regioni non è affatto regolare,poiché i Casanova si concentrano in una o due sole delle loro provincie (ad esempio, nella provincia di Belluno per il Veneto, quelle di Brescia e Milano per la lombardia , ecc.)

I  Casanova sono poco abbondanti nel centro-sud Italia, ma fa parzialmente eccezione la Campania , che risulta essere la sesta regione d’Italia per numero di famiglie Casanova presenti, 69.  Nell’ambito della Campania, la zona dove si addensano maggiormente i Casanova è quella della provincia di Napoli e della parte settentrionale della provincia di Salerno (Costiera amalfitana e Agro Nocerino – Sarnese). Delle 27 famiglie Casanova che si hanno in provincia di Napoli, 15 risiedono nel popoloso capoluogo e 5 ad Agerola,che pertanto si pone in testa alla classifica provinciale per densità di presenze (ovvero numero di famiglie Casanova presenti nel Comune diviso per il  numero  totale di famiglie nel medesimo Comune).

Nel suo insieme, la sopra descritta distribuzione dei Casanova in Italia  fa pensare che vi sia stato non uno solo, ma più centri di nascita e irradiazione del cognome, per cui  gli odierni portatori  del cognome Casanova non sono riferibili tutti a un solo capostipite.

 

ORIGINE E SIGNIFICATO DEL COGNOME

Nei vari  luoghi e tempi in cui nacque, il cognome Casanova  ricalcò il nome del luogo d’origine  della persona che lo adottò (o cui fu assegnato); una persona che veniva da una località o borgo denominato, appunto,  Casanova.

Essendo questo un toponimo abbastanza ricorrente  (almeno 15 casi nel nord Italia, 6 in Italia centrale e 3 nel sud Italia [2] ) si comprende come lo stesso cognome possa esser nato più volte, in tempi  e luoghi diversi, generando altrettanti ceppi del tutto indipendenti  l’uno dall’altro in termini di genealogia.

Per il ceppo che è presente da secoli ad Agerola e dintorni  (vedi oltre) il “luogo d’origine” non va cercato lontano, potendolo riconoscere nella limitrofa Furore; più esattamente in quella parte alta del paese che fino al Seicento veniva distinta col toponimo Casanova  [3].   A riprova del fatto che siamo di fronte a un cognome indicante l’area di provenienza del capostipite, si osservi come le prime attestazioni del cognome lo riportino nella forma de Casanova, (= di Casanova).

I toponimi del tipo Casanova (spesso seguiti da un determinativo) si compongono del sostantivo ‘casa’ e dell’aggettivo ‘nova’. Il primo va inteso nel senso tardo-romano e alto-medievale di casa massaricia: podere e relativa casa colonica, la  cui conduzione era  affidata a un massaro residente e alla sua famiglia. (AA. VV. Dizionario di toponomastica, Utet 1991, p. 154).

 

UN COGNOME CHE HA QUASI MILLE ANNI.

Non sappiamo esattamente quando fu che, a seguito di un trasferimento in  altra località (probabilmente  ad Amalfi centro), il capostipite ricevette il soprannome “de Casanova”, presto consolidatosi in cognome. Secondo  S. Amici [4],  la più antica attestazione del cognome Casanova di cui disponiamo è dell’anno 1130  ed è  un atto di compravendita che   vede protagonista un tale Leo figlio del fu Marino e nipote del fu Giovanni “de Casanoba” [5].

Da parte mia, segnalo invece una pergamena  dell’anno 1092,   che riporta un accordo tra  l’arcivescovo di Amalfi e il vescovo di Minori per una derivazione d’acqua dal fiume Reginna Minor e che venne tra gli altri sottoscritto dal presbitero Leo, figlio di Giovanni Casanova.[6]

Col già citato atto del 1130, Leo de Casanova e sua moglie Gemma Pantoma vendettero  al presbitero  Lupino Papazzi parte di una loro domus a più piani sita  nel centro di Amalfi.  Ancora ad Amalfi  rimanda un documento  del 1193 che ci presenta tale “Aloara filia  Mauri ad Casanova” e il marito Urso Campanile di Amalfi,  mentre comprano beni immobili in Maiori [7].

 

PRIME ATTESTAZIONI AD AGEROLA

A pochi decenni dopo  risalgono i più antichi documenti superstiti che attestano la presenza di membri della casata ad Agerola. Il primo  risale al 1252 e ci presenta la vedova Gemma de Casanova e il figlio minore Giacomo de Mansone che, sotto tutela dello zio prete Giovanni de Casanova fu Leone, prendono a mezzadria, dal monastero di S. Lorenzo del Piano di Amalfi,  una grossa vigna a Memoranum (Bomerano) di Agerola. [8]:

Tra i firmatari dell’atto compare  “Nicolaus filius Petri de Casanova” col titolo di Iudex Ageroli [9]. Il fatto che era un Casanova a ricoprire questa importante carica cittadina, unitamente alla presenza in famiglia di almeno un presbitero e al  legame con la nobilissima casata dei de Mansone  stabilito col matrimonio di Gemma, induce a ritenere che verso la metà del Duecento la stirpe dei Casanova avesse già compiuto,  almeno con alcuni dei suoi esponenti , una discreta ascesa sociale.

La carica di  giudice di Agerola fu ricoperta ancora da un Casanova  nel 1261 (e forse in altri anni per i quali non abbiamo documenti superstiti). Si trattò di Capuano de Casanova, coadiuvato dal notaio  Philippus Pagurillus ed i testes: Mattheus de Laurito e Iohannes Crisconus. Lo attesta un istrumento che fu rogato alla sua presenza e che risulta interessante anche perché ci dà notizie circa la scomparsa chiesa di S. Marciano a Caput de Pendolo   [10]

Il casale di Agerola nel quale la presenza dei Casanova si fece più cospicua e duratura è quello che oggi chiamiamo San Lazzaro, ma che fino al Trecento fu detto Caput de Pendolo. In tale casale era, ad esempio, ubicato il possedimento, in parte a selva e in parte a roseto [11]  che, nel 1287, Castellanus de Casanova fu Bernaldo, di Agerola, ottenne a censo dal monastero amalfitano di S. Pietro della Canonica. Tra i confinanti di detto possedimento era un altro Casanova, di nome Leo [12]. Sempre a Caput de Pendulo  era  poi  ubicato il podere (vineam cum domibus et fabricis) che nel 1292 venne diviso tra i figli del defunto Capuano de Casanova:  Binuto, Leone, Simone, Angelo e Marco (quest’ultimo notaio)  [13]

A confermare che la casata dei Casanova era e rimase per secoli tra le più influenti e stimate di San Lazzaro, vi è il dato che emerge da un documento del 1584  che elenca gli eletti di quell’anno a governare il paese (deputati Universitatis Terre Ageroli). Se ne eleggeva uno per ogni casale, e a rappresentare San Lazzaro fu tale Nicolaus Casanova  [14  ]

Proveniva da San Lazzaro, ma faceva parte della colonia agerolese in Napoli, quel Giovanni Alfonso Casanova cui è intitolato un tratto del corso principale di quel casale. Di lui si sa poco e sarebbe davvero il caso di svolgere delle ricerche d’archivio che colmino la lacuna. Di certo egli divenne molto ricco, probabilmente esercitando una qualche mercatura all’ingrosso a Napoli. Visse da metà Cinquecento ai primi del Seicento e con testamento del 26 agosto 1614 lasciò al Monte di pietà collegato alla Cappella degli Agerolesi di Napoli (intitolata a S. Antonio Abate e sita in S. Agostino alla Zecca) rendite sufficienti a erogare annualmente quattro premi di maritaggio, di 36 ducati ciascuno, destinati a “zitelle povere ed oneste native di Agerola” [15]

Il monumento funebre di Gio. Alfonso Casanova in S. Agostino alla Zecca di Napoli; opera di Iacobo Lazzari, 1614.

Il monumento funebre di Gio. Alfonso Casanova in S. Agostino alla Zecca di Napoli; opera di Iacobo Lazzari, 1614.

In S. Agostino alla Zecca, a ricordare la figura e la generosità di Giovanni Alfonso Casanova vi è il suo monumento funebre in marmo. In alto vi spicca il busto del personaggio con abbigliamento aristocratico, opera di  Iacobo Lazzari, scultore fiorentino trasferitosi a Napoli [16] .

 

STEMMA

A chiusura di questa breve  e parziale disamina delle fonti edite che lumeggiano a sprazzi i primi secoli della prosapia dei Casanova del Ducato di Amalfi , desidero soffermarmi un poco sull’aspetto araldico.

Purtroppo, tra le lastre tombali che sono ancora visibili nelle chiese di Agerola (una ventina appena [17]) non ve ne è nessuna che sia dei Casanova e ne mostri lo stemma di famiglia.  Ci viene in soccorso un saggio di Salvatore Amici [18], che segnala,  per quella casata, lo stemma che riporta un manoscritto anonimo del Settecento [19.

La figura qui sopra riporta lo stemma come ridisegnato e blasonato (ossia descritto a parole secondo le precise regole dell’araldica) nel citato saggio dell’Amici .

Andando a consultare l’originale del manoscritto settecentesco, si comprende che lo stemma era inciso su una lastra tombale presente nella navata centrale della cattedrale di Minori, con un’iscrizione lungo i bordi  dichiarante sia il nome e la cittadinanza del defunto (sepulcrum Pisani Casanova de Amalphia ) , sia l’anno della sua morte e sepoltura : il 1360.

La stringata epigrafe non dice nulla circa lo status di quel Pisano Casanova, ma le figure di cui si compone l’insegna [20] fanno pensare a a un uomo d’armi oppure a un mercante marittimo che vantava antenati appartenuti al rango dei milites.

 

 

Note

1 -Giacomo Girolamo Casanova nacque a Venezia, da padre parmense, nel 1727 e vi  morì nel  1798. Fu ecclesiastico, scrittore,, soldato, spia e diplomatico. Ma è ricordato soprattutto come principe degli avventurieri e come colui che fece del nome Casanova il  sinonimo di “libertino” (nel senso illuminista del termine).  La sua autobiografia, intitolata Histoire de ma vie, presenta forse delle esagerazioni riguardo a certe “scappatelle” dell’autore, ma è  importante perché  fornisce splendide descrizioni della società del XVIII secolo nelle città europee.

2 –Tale conteggio è approssimato per difetto, in quanto  considera solo i Comuno e le Frazioni riportate dalla Carta stradale d’Italia del T.C.I., in scala 1:250.000. Al nord il toponimo è presente nelle provincie di Genova,  Pavia, Piacenza, Parma,  Como, Savona e  Torino. In  Italia centrale  lo si ritrova nelle  provincie di Pisa, Siena,  Forlì- Cesena e Rieti. Al sud, infine, il toponimo lo abbiamo in provincia di Caserta (Casanova-Carani), e presso Ceprano (FR) . A questi due casi può aggiungersi il dismesso Casanova di Amalfi, casale che poi passò al neonato Comune di Furore costituendone la parte alta.

3 –Matteo Camera, Memorie storico diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi. Salerno 1881. Vol. II, pp. 565-567.

. 4 -Amici S., Araldica Amalfitana, in “Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana”, N.S. a. IV (XIV dell’intera serie), 7/8 (1994), p. 171.

5–Il testo integrale di tale atto può leggersi  su J. Mazzoleni  e R. Orefice, Il Codice Perris.   Cartulario amalfitano. Salerno 1989,  vol. I, p. 213..

6–Vincenzo Criscuolo, Le pergamene dell’archivio vescovile di Minori. Centro di cultura e storia amalfitana, Collana Fonti n. 5.. Amalfi 1987,,  Vol. 1, p. 43.

7–Mazzoleni e Orefice, Op. cit., vol. I doc  CLXXXIX, p.369 e ss.

8–Mazzoleni e Orefice, Op. cit., vol  II doc. CCLXXXVII, pp. 584 e ss..

9 –Sotto la dominazione sveva, Agerola era sede di una curia pubblica (piccola corte di giustizia che giudicava le cause civili)  che era presieduta da un giudice e completata con un notaio e dei testes. Nel 1252 al giudice Nicolaus de Casanova sSi affiancavano il notaio Philippus Pagurillus e i testimoni Andreas Laurentii e  Leocce de Laurito.

I10  -Giulia Rossi, Le pergamene degli archivi vescovili di Amalfi e Ravello .Arte Tipogtrafica, Napoli, 1979.  Vol. 1, doc. CI, pp. 172-174

11 -Lungi dall’essere cosa decorativa, i roseti (rosarii) di cui abbondava Agerola nel Medioevo erano coltivazioni redditizie, in quanto alla base della produzione della ricercata Acqua di Rose.

12 –Catello Salvati e Rosaria Pilone, Gli archivi dei monasteri amalfitani (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità). Anni 860-1645. Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, Fonti  2. Amalfi 1986, doc. 12, p. 92.

13- Mazzoleni e Orefice, Op. cit. vol., III, doc. CCCCXCV:, pp. 1023 e seg.

114 -Atto del notaio Giovanni Ferdinando de Rosa di Amalfi, n. 1206 (26/8/1584). Cfr. Salvati e Pilone, Op. cit. p. 184.

15 –Matteo Camera, Memorie storico- diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi. Salerno 1881. Vol. 2, p.  631.

16 -Per ulteriori notizie si veda, su questo blog, l’articolo Giovan Alfonso Casanova da Agerola e il suo monumento funebre in S. Agostino alla Zecca di Napoli. (Pubblicato il31/10/2’15).

17 –Ci si riferisce alle lapidi incise che chiudevano a mò di  botola le fosse sepolcrali presenti sotto i pavimenti delle chiese parrocchiali e non solo. Dopo che furono dismesse con l’apertura del Cimitero comunale (1890), coi rifacimenti dei pavimenti occorsi durante il Novecento, un gran numero di detti marmi è perlomeno scomparso alla vista, sepolto da nuovi anti di piastrelle o lastre marmoree, mentre altri sono stati addirittura gettati via.

18 -Amici S., Araldica Amalfitana, Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, 7/8 (1994), p. 171 (testo) e p. 239 (figura)

19 –Cronaca della Minori Trionfante, manoscritto del sec. XVIII conservato presso la basilica di S. Trofimena di Minori ed in copia fotostatica presso la biblioteca comunale di Amalfi.  Ne esiste anche una ristampa senza illustrazioni a cura di V. Criscuolo (Reginna Minori Trionfante.  Minori 1995) il quale attribuisce il manoscritto a Pompeo Troiano.  .

20 -Il leone rampante, come simbolo di forza e valore;le bande, probabilmente derivate dal balteo, la cintura di cuoio portata “a bandoliera” oer   appendervi la spada nel suo fodero.

 

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Sull’origine del toponimo Bomerano (Parte seconda)

Detto quanto sopra circa la possibilità che Bomerano sia un toponimo di derivazione prediale, voglio aggiungere che, nei toponimi,  il suffisso in –ano (ex –anum) non sempre sta a indicate una possesso proprietario. In certi casi, infatti, esso indica una pertinenza che è solo di tipo spaziale, geografico. Un esempio preso dai dintorni può essere quello di Praiano, che rimanda alla limitrofa  Praia (‘spiaggia’) e che  significa “della Praia”; dove il soggetto sottinteso è “il casale”, oppure “la zona”.

Assumendo che anche in Bomerano il suffisso sia pertinenziale e non possessivo, ci si deve chiedere quale fosse (al di là delle corruzioni subìte nei secoli) il nome o l’attributo ambientale a cui venne aggiunto  –anum.

Provare a rispondere considerando solo la forma scritta medievale  “Memoranum”, non  conduce – mi pare – a niente di convincente. Ma la forma Memoranum, per quanto antica, non è così vicina alla data d’origine del toponimo da lasciar credere che sia la forma intatta, incorrotta [7 .

In particolare, appare probabile che la forma Memoranum  contenga qualche  alterazione dovuta a quelli che misero per la prima volta per iscritto  il toponimo (sino ad allora tramandato solo a voce tra i villici) e  credettero bene di avvicinarlo al Neo -latino, magari mutandone anche il non compreso senso originario (una sorta di ipercorrettismo).

Nel nostro tentativo di risalire alle origini del toponimo Bomerano, è dunque il caso di considerare anche la forma orale ancora in uso. Essa suona Vùmməranə/ Bùmməranə  (ə = vocale indistinta; oscillazione B-V molto comune nel Napoletano) e potrebbe conservare molto della forma orale originaria-

In tale assunzione,  mi sento di proporre la sua derivazione dal sostantivo latino “bombyla”, a sua volta derivato dal greco “bòmbylos”, col significato di ‘vaso, orcio, anfora per conservare l’acqua’.

L’iter genetico immaginabile è il seguente:

 

(1) Bombyla >(2) Bombylanum  > (3) Bùmmelano >(4)  Mùmmelano  (e Memoranum dei colti) >(5)  Mùmmerano (c.s. fino al Seicento) > (6) Bomerano (forma scritta moderna )..

 

Circa il cambio della iniziale da B a M  e anche  circa la trasformazione in “mm” dell’originaria coppia “mb”, si noti che detti fenomeni si riscontrano anche nei  vocaboli napoletani  mommara, mummara e mummarella (rispettivamente  ‘grande orcio’, ‘anfora’ e ‘anforetta’, il tutto di terracotta). Fino ad alcuni decenni fa, gli acquafrescai di Napoli vendevano in anforette dette mummarelle, la sapida acqua minerale sgorgante da una sorgente alla base del Monte Echia (Collina di Pizzofalcone)).

 

L’ipotesi che il toponimo Bomerano venga dal latino bombyla,risulta più convincente di quelle che lo legavano ai personali  Memorius e Mamurra (vedi Parte prima) per  il fatto che essa è l’unica a dar ragione della doppia emme che abbiamo in seconda sillaba nella forma orale Vùmmerano.

 

Resta ovviamente da dire qualcosa circa il senso del toponimo; ovvero sul perché si fece riferimento alla mùmmara (o alle mùmmare) nel denominare il luogo.

Rispondere è cosa abbastanza ardua, per cui, premesso che  Mùmmerano significò più o meno “Il luogo delle mummare”, mi limito a citare quella che al momento mi sembra la spiegazione più probabile: la presenza in zona di una o più fornaci che –sfruttando l’ottima argilla rossa che si trova a pochi metri di profondità – producevano anfore e/o orci di terracotta [8.]

 

 

Note:

7 –Il toponimo in esame risale verosimilmente all’epoca romana o tardo-antica.

8 -Circa la presenza di simili impianti produttivi nell’Agerola romana, si veda M. Camera, Memorie storico diplomatiche dell’antica città e  Ducato di Amalfi (Salerno 1881, vol.  1,p. 4, che tra l’altro recita: “…siffatta congerie di vasi  fittili, scodelle patere e mattoni di terra cotta accumulati e sotterrati in uno stesso luogo ci fanno congetturare  che in età remota essi siano appartenuti a qualche fabbricante o venditore di vasellami”.

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