Cenni di storia antica sui Monti Lattari ed Agerola

Come domostrano le tracce trovate a Quisisana di Capri, già nel Paleolitico inferiore la dorsale montuosa dei Lattari (all’ora tutt’uno con Capri)  era quantomeno frequentata dall’uomo. Le tracce di insediamenti si fanno poi certe per il Mesolitico ed il Neolitico, epoche di cui hanno rivelato tracce numerose grotte, tra cui quelle di La Porta e Matera  a Positano, Delle Felci a Capri, Nicolucci presso Sorrento e Delle Noglie nella Baia di Ieranto (Livadie, 1990). L’Eneolitico è ben testimoniato dalla necropoli della Trinità, a Piano di Sorrento (Livadie, 1990) mentre per l’Età del Bronzo si hanno segnalazioni a Tramonti e ad Agerola (Grotta di S. Barbara). Potrebbe risalite all’Età del Ferro la necropoli che venne fortunosamente in luce ad Agerola quando si fece lo sbancamento per costruire l’attuale Campo Sportivo S. Matteo. 

Per le epoche più recenti la parte più montuosa dei Lattari ha restituito solo pochi rinvenimenti, come i livelli d’età ellenistica scavati a Polvica di Tramonti. Questi sembrano rivelare una presenza puntiforme nel territorio, forse legata ad uno sfruttamento delle risorse boschive ed all’allevamento ovino e bovino. Di recente uno degli autori (Cinque) ha rinvenuto frammenti ceramici di epoca ellenistica anche presso la chiesa di S. Maria la Manna ad Agerola.

Per l’epoca imperiale le presenze si infittiscono con una serie di ville rustiche e piccole necropoli che, decisamente più fitte lungo il piedimonte settentrionale,  indicano come anche i ripiani orografici della zona montuosa fossero sede di insediamenti sparsi con piccole unità produttive dedicate all’agricoltura ed alle attività silvo-pastorali. Nel frattempo, la ripida costa meridionale della dorsale vedeva sorgere alcune ville d’ozio (a Positano, Amalfi,  Minori)  ubicate sui piccoli ripiani alluvionali delle maggiori foci torrentizie.

La forte eruzione esplosiva data dal Vesuvio nel 79 d.C. disperse i suoi prodotti verso SSE, ovverosia proprio in direzione di Amalfi, tanto che sulla parte centrale dei Monti Lattari si accumularono tra 1,5 ed oltre 2 metri di pomici. La risultante crisi ambientale fu poi prolungata da decenni di frane e colate alluvionali dovute alla instabilità del manto di pomici e ceneri da poco formatosi sui pendii. Il fatto che Galeno a cavallo tra II e III secolo,  vanti la bontà del latte prodotto su questi monti fa pensare ad una rapida ripresa dell’ambiente e della frequentazione umana a scopi di allevamento e pascolo. Ma certamente i primissimi secoli d.C. segnarono un notevole spopolamento ed il completo abbandono dei siti sulla costa meridionale, troppo esposti alle alluvioni post-eruttive.

Già tra il V ed il VI secolo, probabilmente ad opera di profughi dai decadenti ed insicuri municipi romani delle pianure campane (Gargano), alcune aree nascoste e pianeggianti dei Monti Lattari vedono sorgere dei veri e propri centri abitati; primo e più importante dei quali fu Scala.

A partire da questi nuclei, ma anche grazie all’arrivo di comunità che emigravano al seguito di monaci di tradizione greco-ortodossa, nel corso dei secoli IX e X, quando si struttura lo Stato amalfitano, si ha un deciso incremento demografico e la nascita di nuovi centri abitati, stavolta anche sulla costa (Amalfi, Positano, Minori ecc.). Con ciò si afferma anche una nuova e capillare politica di acquisto e messa a coltura di terra da parte di privati ed enti religiosi amalfitani. Tale politica si accompagnò all’introduzione di nuovi tipi di contratti agrari che favorirono lo sfruttamento di aree incolte o boschive con l’impianto di  vigneti, oliveti, agrumeti  ed orti che spesso richiesero faticose opere di terrazzamento dei pendii (macere) e minuziosi interventi per la captazione e l’adduzione delle poche acque sorgive di questo ambiente carsico verso mulini ed orti.  Fu allora che molti degli originari boschi misti dell’area divennero selve di solo castagno (da frutto e da legno), mentre molte fustatie di faggio scomparvero per far fronte alle necessità di cantieristica navale. Anche la secolare vocazione per l’allevamento, soprattutto bovino, ricevette un nuovo impulso. Tali trasformazioni hanno lasciato tracce così profonde da portare alla creazione di toponimi che identificavano la località proprio in base alla nuova organizzazione del suolo.

 

 

 

 

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