Ed ora tocca a noi

 

Sia pure con molti anni di ritardo rispetto ad una decina di altri Parchi Naturali Regionali, anche quello dei Monti Lattari  è stato finalmente varato. La soddisfazione di chi ci ha sempre creduto è certamente attenuata, e di parecchio, a causa degli stravolgimenti che ha nel frattempo ricevuto la originaria perimetrazione del parco e la sua suddivisione in zone a diverso grado di protezione. Evidentemente, per ottenere i consensi necessari ci sono voluti anche dei compromessi con chi voleva, si,  gli indubbi vantaggi che offre un’area a parco, ma senza far crescere “troppo” i vincoli di protezione ambientale in quelle tante e vaste zone dove essi pensano che si possa andare ancora un bel pezzo avanti sulla vecchissima strada dello sfruttamento di rapina del territorio: quella che paga a pochi e subito e sperpera per sempre un patrimonio che è di tutti.

Ora bisogna impegnarsi affinchè alle falle più gravi della presente perimetrazione e zonazione si possa mettere qualche toppa strada facendo. Ma soprattutto occorrerà la vigilanza e la partecipazione di tutti i “cittadini del parco” affinchè non ci siano altri stravolgimenti ed altri errori. Primo fra tutti quello di lasciare sulla carta (lettera morta) le azioni di protezione e riqualificazione paesistica ed ambientale di cui l’area ha urgente e forte bisogno, pena il fallimento di quelle ambizioni di rilancio socio-economico che stanno dietro all’idea di Parco.

Un parco non basta istituirlo, bisogna “farlo”. Non basta mettere su carta i suoi confini, scrivere norme e regole, mettere dei bei cartelli lungo le strade, propagandarlo nelle fiere del turismo e fargli pubblicità su riviste e reti televisive. Fare un parco significa farlo funzionare. E deve funzionare su due versanti: (a) quello della protezione della natura, del paesaggio e della cultura tradizionale locale e (b) quello della promozione dello sviluppo socio-economico della comunità che ci vive. Soprattutto, fare un parco significa vincere la sfida di rendere questi due obiettivi non solo compatibili, ma addirittura sinergici tra loro!

Su questa strada occorre certamente il contributo organizzativo, promozionale e formativo degli enti e degli amministratori pubblici. Ma occorre anche che ogni cittadino si chieda “cosa possa fare io?” e cominci a farlo. Così ci sarà chi decide di “sfruttare”  il Parco come fonte di nuovi tipi di lavoro (guardiaparco, guida naturalistica, ecc.) o come alimentatore di vecchie e nuove forme di imprenditoria (ricettività e ristorazione, artigianato e souvenir, produzioni agricole ed alimentari, ecc). Ma anche chi non vorrà ricavare vantaggi così diretti e personali dovrebbe sentirsi ugualmente parte in gioco e capire che gli conviene comunque fare qualcosa per il successo della “sfida Parco”. Perchè un parco che funziona significa benefici per tutti: un ambiente più sano, più caratteristico e più vivace (sia socio-culturalmente che economicamente) fa bene a tutti!

Ma, fermo restando la libertà di ognuno di attivarsi nel modo che gli è più congeniale, è necessario che su certi punti di base si sia una sintonia generale  e che, quindi, non ci si muova in direzioni opposte, continuando a creare quel caos di iniziative e di opere materiali (ad esempio case e arredi urbani negli stli più disparati ed estranei alla nostra cultura) che negli ultimi decenni ci ha fatto fare … passi da gigante sulla strada della perdita di identità e del  degrado paesistico. A tale proposito voglio ricordare che il nostro non è un Parco Naturale del tipo più classico. Non ha come unico e principale valore/attrattore una natura incontaminata e selvaggia. Si, esso include anche dei luoghi abbastanza naturali ed aspri; ma i nostri boschi sono in massima parte modificati da secoli di sfruttamento e selezione delle specie arboree; la ricca e variegata fauna che un tempo popolava le nostre selve si è molto impoverita; un gran numero di paesi, villaggi e casali punteggia i fianchi montuosi e le vallate. In definitiva abbiamo a che fare con un territorio il cui pregio deriva sia da residui tratti naturali di grande valore geologico, floristico e faunistico, sia e soprattutto da un paesaggio che è di grande valore perchè nasce da una antica ed equilibrata, sapiente commistione di elementi naturali ed artificiali (Man-made e God-made, direbbero gli anglofoni). E gli elementi artificiali, proprio perchè di antica origine,  hanno valore  storico e storico-artistico. Inoltre, siccome riflettono antiche capacità e saggezze in tema di rapporto uomo-ambiente, essi hanno notevole valore culturale e didattico-formativo. Infine,  con le loro forme, tinte, dimensioni e frequenze, essi si inseriscono armoniosamente nel paesaggio naturale, sono belli a vedersi ed hanno quindi un valore estetico che è stato colto e celebrato da tanti famosi pittori e fotografi.

Insomma, direi proprio che il nostro è  un parco sia naturalistico che paesaggistico e culturale.

Il suo  successo (il suo “funzionare”, nel senso che prima indicavo) dipenderà da come sapremo tutelare, recuperare e valorizzare l’aspetto antropico del paesaggio (i secolari terrazzamenti agricoli e le residue architetture rurali, le antiche canalizzazioni, i mulini, le calcare,ecc.), le tradizioni, la cultura contadina, i prodotti e le ricette tipiche, le forme di artigianato. Il successo -anche commerciale- del nostro parco e dei nostri prodotti tipici, dipenderà dalla qualità del nostro paesaggio; qualità che va conservata dove ancora persiste e che va ripristinata dove è stata danneggiata. Credo che –per noi tutti dovrebbe diventare una vera e propria parola d’ordine l’espressione

IL PAESAGGIO E’ LA NOSTRA PRIMA RISORSA

 

Voglio infine ricordare che la gente visita un parco (e vi soggiorna,  vi fanno acquisti di prodotti locali, semmai vi si compra pure una casa) se “ci si trova bene”, se lo trova piacevole da tutti i punti di vista: tanto per i boschi, gli animali ed i paesaggi che vi può ammirare, quanto perchè vi vive gente innanzitutto ospitale e cortese, ma anche ammirevole per come conosce, ama e rispetta le sue tradizioni ed il suo ambiente. Questi aspetti umani fanno piacere perchè, come insegnano gli esperti di psicologia del turismo, chi viaggia e visita luoghi non lo fa solo e tanto per apprendere ( “conoscere il mondo”), quanto per concedersi una parentesi di benessere emozionale. Ora, visitare un luogo che ha conservato una natura sana e bella, fa certamente star bene. Immergendosi in simili luoghi, sia pure per qualche giorno appena, si fugano le immagini di rovina ambientale incombente che tanto ci preoccupano (giustamente) e  risorgono in noi delle speranze  di ripresa di un corretto equilibrio con la natura. Ma può mai dare queste positive sensazioni un posto che –pur conservando degli angoli di natura intatti o quasi- è abitato da gente che quella natura non la ama, anzi la oltraggia ogni giorno o, quantomeno, mostra di non aver saputo stabilire un rapporto equilibrato e sostenibile con essa? Evidentemente no. Quindi, in un parco che ambisca al successo, il paesaggio costruito e la gente devono essere tali da affascinare il visitatore almeno quanto le bellezze naturali che offrono gli angoli disabitati. Ed è chiaro che tali obiettivi non si raggiungono se non scatta in ognuno dei cittadini del parco una appassionata voglia di partecipare all’impresa. Ma ricordiamoci sempre che tutto ciò che faremo, non lo facciamo solo per il turismo ed i turisti, ma lo facciamo innanzitutto per noi locali, che saremo i primi beneficiari di un ambiente migliore e gli unici a godercelo  tutti i giorni.

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