Gli effetti dell’eruzione vesuviana del 79 d.C. sui Monti Lattari

 

 

Della grande eruzione esplosiva che squassò il Vesuvio nel 79 d.C. sono da tempo ben noti gli effetti distruttivi che colpirono gli insediamenti posti alle pendici del vulcano (Ercolano, Oplonti e Pompei). Al contrario, circa gli effetti che quella eruzione ebbe sui Monti Lattari e sulla costiera amalfitana, è solo in questi ultimi anni che si stanno avendo progressi conoscitivi importanti e sufficientemente dettagliati.

Al fine di ripercorrerne i tratti salienti, è il caso di ricordare che nei due giorni di quella celebre eruzione, i venti in quota spiravano verso sud, per cui fu in tale direzione che si ebbero i maggiori spessori di materiali di caduta (fall out pitoclastico). La parte centrale dei Monti Lattari venne così ammantata di una coltre di pomici e lapilli spessa tra 150 e 200 cm, cui si sovrappose uno strato di cenere di diversi decimetri.  A testimoniare oggi di questa originaria potenza del manto eruttivo rimangono poche situazioni nelle quali la poca pendenza del suolo e la scarsità di acque dilavanti hanno  impedito l’erosione delle ceneri (trasformatesi in fertile suolo) e delle sottostanti pomici. Sulla maggior parte dei rilievi, invece, oggi noi osserviamo che i prodotti del 79 d.C. sono ridotti a pochi decimetri di spessore, quando non sono del tutto assenti.

Come e quando sono stati erosi questi materiali? Si potrebbe ritenere che ciò sia avvenuto gradualmente nel corso di duemila anni,  ad opera di quella erosione idrica che ancora oggi vediamo agire durante le piogge più intense. Questa è una spiegazione certamente valida per quelle zone ove la coltre poggia su pendii di media e bassa acclività, ma laddove esistono pendenze più forti (sopra i 35° circa) dobbiamo certamente assegnare un ruolo importante ai denudamenti per frana, che si verificano, si, più raramente della erosione idrica, ma che sono capaci di asportare in pochi secondi o minuti l’intero spessore del manto piroclastico lungo striscie più o meno ampie di versante. Per evere un’idea di come operano questi fenomeni basta andare con la memoria alle frane occorse sui Monti di Sarno nel maggio 1998, oppure consultare documenti e foto relative all’analogo evento che colpì il versante sud dei Monti Lattari nel 1954 (tanto per citare le crisi franose più severe e luttuose).

         Se ancora oggi, a duemila anni di distanza da quel fatidico 79, si verificano sporadicamente delle frane nella residua coltre piroclastica, ben più grave dovette essere l’incidenza di questi fenomeni subito dopo l’eruzione. Infatti noi oggi osserviamo che le pendici più ripide dei Monti Lattari -quelle che genererebbero frane piroclastiche più frequenti e voluminose- non danno luogo a questi fenomeni per il semplice fatto che su di esse le piroclastiti mancano o sono ridotte a spessori così modesti da essere ben fissate al substrato calcareo dalle radici degli alberi. Ma subito dopo l’eruzione del 79 d.C. anche i versanti più ripidi dovevano presentarsi coperti da molti decimetri di pomici e ceneri, e ciò sia perché i prodotti eruttivi in questione hanno un attrito interno (tra le particelle) che ne permette la sosta su pendii inclinati fino a 40°-45°, sia perché  la presenza di alberi d’alto fusto permise verosimilmente l’accumulo di pomici e ceneri anche su pendici ancora più acclivi.

Laddove l’assenza di bosco e/o pendenze estreme impedivano la stabilità del materiale piovente dalla nube vulcanica, dobbiamo immaginare franamenti sin-eruttivi che facevano slittare le pomici verso la base dei versanti. All’interno dei bacini torrentizi a fianchi molto ripidi (molto diffusi nello scenario amalfitano)  quest’ultimo fenomeno dovette ingombrare molti tratti di fondovalle con spesse falde e coni di materiale vulcanico rimaneggiato.

Tanto gli accumuli primari giacenti sui versanti ripidi che quelli riconvogliati verso i fondivalle si trovavano comunque in condizioni di stabilità molto precaria, per cui essi presero a generare frequenti e grosse frane, insieme ad alluvioni sovraccariche di detrito, nei periodi piovosi degli anni che segurono il 79 d.C..

 

Il “durece”

Della sopra citata, antica crisi idrogeologica si hanno chiare testimonianze in diverse località dei Monti Lattari, sia lungo il versante settentrionale della dorsale (Vico Equense, Gragnano, S. Antonio Abate, Pagani) che lungo quello meridionale (Positano, Agerola, Scala, Amalfi, Minori). Si tratta dei depositi che quegli eventi scaricarono verso valle; depositi che spesso si compongono di una parte inferiore strutturata in grossi banchi ed una parte superiore che risulta invece composta di sottili strati e lamine.

La parte inferiore, di colore grigiastro,  ha un aspetto tanto tipico che, fin da tempi remoti (forse medioevali), i locali li hanno riconosciuti come diversi dalle altre formazioni piroclastiche presenti in zona e  li hanno “battezzati” con un nome proprio: il durece. Come suggerisce il nome stesso, si tratta di un deposito alquanto cementato che  spesso si presenta con la consistenza di un tufo. In esso le pomici e le ceneri vulcaniche della eruzione del 79 d.C., originariamente depostesi come due strati distinti sui rilievi, si presentano intimamente mischiate.

Studiando i caratteri sedimentologici del durece e la sua distribuzione spaziale rispetto agli elementi del paesaggio geografico-fisico, si è potuto comprendere che esso deriva dall’arresto di colate detritiche molto fluide (delle intime miscele di pomici, ceneri ed acqua) che nascevano a seguito di franamenti della coltre piroclastica nelle parti più ripide dei bacini imbriferi durante eventi piovosi prolungati  ed intensi. Incanalantesi nelle gole torrentizie, queste colate le percorrevano ad alta velocità  per poi arrestarsi laddove l’alveo presentava minore pendenza e/o tendeva ad allargarsi.

Come si diceva, la parte superiore degli accumuli dovuti alla crisi idrogeologica seguita all’eruzione del 79 d.C. si presenta fittamente stratificata e meno cementata. Coi suoi caratteri sedimentologici, essa racconta di un periodo in cui dei rilevanti fenomeni alluvionali avevano preso il posto di quelli franosi nella aggradazione dei fondivalle e dei conoidi. Questo sostanziale cambiamento di dinamiche può essere imputato al fatto che le frane precedenti –quelle testimoniate dal durece– avevano oramai rimosso la coltre vulcanica dai pendii a forte acclività. Ma su quelli mediamente ripidi –dove le frane non avevano agito o non avevano asportato del tutto la copertura- si dovevano ancora registrare diffusi fenomeni di erosione idrica accelerata, con diffusa e rapida escavazione di fossi ad opera delle acque piovane ruscellanti. Infatti i depositi che si sovrappongono al durece sono sedimenti alluvionali che denotano delle fitte successioni di piene torrentizie sovraccariche di pomici e lapilli.

La successione di eventi che si può leggere in varie vallate dei Monti Lattari include, infine, un ultimo cambiamento di dinamiche. Infatti, gli accumuli formati dai depositi di colata (durece) e dai sovrapposti depositi alluvionali appaiono fortemente incisi dagli stessi torrenti che prima li avevano alimentati; incisione che spesso si spinge fino alla base dei depositi e che talora “ripulisce” interamente le gole torrentizie, riportandole alla configurazione che dovevano avere prima della eruzione.

Ciò dimostra che, come era in precedenza avvenuto per la fase delle grandi frane di colata,  ad un certo punto si esaurì anche la fase di erosione idrica accelerata. Cosa che fece diminuire il carico solido che doveva essere trasportato dai torrenti e lasciò alle loro acque un eccesso di energia che venne appunto usato per riapprofondire gli alvei. Sebbene non ancora comprovata da precise evidenze, appare plausibile l’ipotesi che questo scemare dei ritmi d’erosione sia stato determinato dal pieno recupero pedologico e vegetazionale dell’area dopo gli sconvolgimenti recati dalla eruzione del 79 d.C.

 

Il caso Amalfi

Fin qui le linee fondamentali delle fenomenologie ricostruibili per l’intera area dei Monti Lattari. Passando a trattare più specificamente il caso di Amalfi, osserviamo che qui un recente scavo archeologico eseguito sotto Palazzo Pisano (Souvenir Shop Il Ninfeo) in Via Lorenzo d’Amalfi, ha riportato alla luce parte di un edificio di età romana (il ninfeo di una probabile villa marittima) sepolti da una successione che reca alla base le pomici di caduta della eruzione del 79 d.C. e subito dopo il durece. Questo dato geoarcheologico, insieme a quelli provenienti dalla ville romane di Marina di Equa (Cinque et Al., 2000) di Positano (Maiuri, 1955) e S. Antonio Abate (la cosiddetta Villa Cuomo) conferma che le frane che crearono i depositi di durece si verificarono subito dopo l’eruzione del 79 d.C. 

Circa la durata della crisi di instabilità idrogeologica che fu innescata sui Monti Lattari da detta eruzione, possiamo ricordare che sempre a Marina di Equa si hanno buone evidenze che essa si era già conclusa nel corso del secondo secolo, quando si tornò a ricostruire la villa romana e ad ampliarla con nuovi ambienti posti al di sopra del terrazzo creato dal durece e dalle successive alluvioni. Il fatto che la crisi idrogeologica in questione ebbe breve durata, sembra confermato anche dalla osservazione del Maiuri (1955) che segnala tombe del secolo ,, ,,,  al di sopra dei depositi fangosi.

 

Ad Amalfi, le  frane e le alluvioni che discesero dall’alto bacino del torrente Canneto (culminante ad oltre 1200 metri s.l.m.) sparsero i loro depositi su tutto il tratto di fondovalle che dalla foce risale sino ai ruderi delle  Cartiera Lucibello ed oltre. Per quanto  questi depositi siano stati poi reincisi dal torrente, sbancati e cavati dall’uomo (che li ha per secoli ustati come ottimo componente di malte edilizie) e obliterati da muri di contenimento ed edifici, se ne  possono ancora osservare cospicui lembi relitti. Gli affioramenti di durece più facilmente raggiungibili sono quelli presenti nel cortile al margine nord della Scuola Elementare (Via Cardinale del Giudice; sotto le case della Faenza) e lungo la rampa che connette Via Card. del Giudice a Via  Grade Lunghe). Anche nello scavo archeologico sotto Palazzo Pisano si possono osservare residue placche di durece lasciate sopra e contro i ruderi riportati alla luce.

Per osservare una buona esposizione della parte alta del complesso –quella dominata da eventi alluvionali- bisogna risalire la valle fin dove finisce la Via delle Cartiere  e superare la Cartiera Grande (ora trasformata in un condominio) prendendo le gradinate (poi sentiero) che risalgono lungo il fianco occidentale della gola, giungendo alla località Salice. Qui i depositi alluvionali post-79 d.C. giungono sino a circa 130 metri s.l.m., vale a dire circa 50 metri sul fondo roccioso della valle,  facendo comprendere quanto fu possente la aggradazione che si ebbe con l’accumulo del durece e delle susseguenti alluvioni.  Ma qui ci troviamo nel punto di massima potenza del complesso sedimentario, il cui spessore si riduce  sia andando verso monte che verso valle: verso monte perché il crescere delle pendenze dell’alveo non permisero forti accumuli, verso valle perché il progressivo allargarsi del fondovalle permise ai flussi di materiale in arrivo di spandersi ed assottigliarsi. A riprova del ridursi dello spessore verso mare possiamo notare che all’altezza di Palazzo Pisano,  il già citato scavo archeologico ha ritrovato la base del durece a circa 4 metri sotto il piano stradale, vale a dire a circa 3 metri s.l.m. Nella stessa zona il tetto del complesso sedimentario in questione può farsi corrispondere al terrazzo fluviale che si intuisce esistere sotto gli edifici che fiancheggiano la Via dei Prefetturi,  il quale qui si svolge intorno a 10-12 metri di quota. Quindi il complesso sedimentario in questione qui è spesso tra i 7 ed i 9 metri.

La presenza di durece anche nella parte più bassa del centro storico è attestata da vecchi sondaggi, scavi di scantinati e lavori di sistemazione del corso coperto del Torrente Canneto. Anche qui la topografia urbana indica la presenza di terrazzi fluviali (sia in destra che in sinistra  orografica del corso coperto del torrente; zona di Piazza dei Dogi e zona del Duomo-Piazza Municipio (ma si chiama così??)  rispettivamente). Questi terrazzi, che si trovano a 8-10 m sul livello del mare, ma l’assenza di dati geologici di sottosuolo non permette ancora di ricostruire la base del durece in questa zona e, quindi, di definirne lo spessore. Per gli stessi motivi non possiamo dire ove si collocava la linea di costa del primo secolo, anche se appare probabile che essa si addentrasse più di quella odierna, avvicinandosi alla villa romana di recente scoperta pro parte in  Via Lorenzo d’Amalfi.

In ogni caso, si può ragionevolmente ipotizzare che, ad Amalfi come alla Marina di Equa, il rapido convogliamento di materiali di frana ed alluvionali non si limitò solo ad aggradare il fondovalle, ma produsse anche una sensibile progradazione della costa ad opera di una sorte di conoide-delta. Con tale costruzione sedimentaria dovette  praticamente sparire la modesta insenatura costiera che esisteva (come oggi esiste di nuovo) tra il promontorio roccioso del Capo di Atrani e  quello che sporge sotto l’Albergo Cappuccini.

Quando cessò il periodo dominato da frequenti e forti scariche alluvionali, l’azione demolitrice del moto ondoso dovette prendere il sopravvento sulle capacità costruttive del torrente, così che il conoide-delta venne ad essere gradualmente smantellato tramite l’erosione di una falesia sempre più arretrata.

Da ricostruzione forma urbis si può dire che già nel X – XI secolo si era ricreata una insenatura costiera circa identica a quella di oggi.

Recenti indagini subacquee hanno rivelato la presenza di durece anche a mare:  fino a 200 metri oltre la linea di costa attuale. Anche qui il durece presenta  una sommità subpianeggiante, ma estrapolandone verso terra il suo gradiente, non si ha un buon raccordo con la sommità del durece presente sotto le costruzioni della parte più costiera di Amalfi. Sotto di questi si individua piuttosto un gradino alto diversi metri che potrebbe essere la falesia di cui sopra. In tale ipotesi, il ripiano su durece che si osserva sotto costa potrebbe essere la piattaforma di abrasione che venne modellata dal mare mentre la parte superiore del banco di durece veniva arretrata. Ma tale interpretazione sembra confliggere con la segnalazione (peraltro ancora dubbia) di tracce di frequentazione medioevale su tale ripiano (resti di una bitta ed altre modifiche che sembrano scolpite dall’uomo): la storia delle variazioni del livello marino nega che una piattaforma d’abrasione dei primi secoli d.C. possa venire in emersione nel medioevo. E’ quindi lecito avanzare, come ipotesi alternativa, quella che interpreta il gradino costiero di cui sopra non come una falesia d’erosione marina, ma come l’effetto di una dislocazione che spezzò il piastrone di durece ribassandone la parte più meridionale di qualche metro. Parte di tale lembo ribassato sarebbe stato  sfruttato per insediarvi nel medioevo la darsena del porto amalfitano o almeno parte di essa.

A rendere alquanto plausibile questa seconda ipotesi vi è il fatto che un simile evento di dislocazione della parte più meridionale del piastrone di  durece sembra essere occorso nel XIV secolo quando si ebbe la distruzione del porto e di alcuni edifici costieri. Per tradizione si è sempre assegnato questo evento ad una tempesta ma se davvero si hanno relitti più o meno integri di opere portuali a diversi metri sotto il livello marino, è chiaro che deve essersi trattato di un movimento di abbassamento della pianura costiera su cui il porto insisteva.

La tempesta, con le erosioni che provocava e con le sollecitazioni meccaniche che trasmetteva ai fondali, potrebbe al più aver agito come fattore addizionale e scatenante di un fenomeno che era già predisposto dal particolare assetto geologico e geomorfologico. D’altra parte, il ribassamento in questione dovette permettere un sensibile arretramento della battigia, riducendone la distanza dagli edifici più esterni della città  ed esponendoli anche per molti decenni a seguire al rischio di danneggiamento o distruzione durante tempeste.

 

Visto che molte evidenze geologiche provano che l’area amalfitana è stabile da molte decine di migliaia di anni, le dislocazioni qui ipotizzate non vanno certo riferite a fagliazioni tettoniche. Rimane invece molto probabile che si sia trattato di collassi gravitativi legati alla instabilità del fronte sommerso del prisma di sedimenti che colma il tratto finale (subacqueo) della valle del Canneto e che si imparenterebbe coi ben noti franamenti dei fronti deltizi di cui si ha una ricca casistica nella letteratura geologica internazionale.

Ad ogni modo, sarà solo attraverso accurate ricerche geologiche e geoarcheologiche nella citta bassa e nella sua baia che si potrà dipanare con precisione e sicurezza l’evoluzione del paesaggio costiero amalfitano nel corso degli ultimi duemila anni.

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