Il Parco dei Monti Lattari

 

La delibera regionale 2777/2003 ha istituito, segnando la tappa finale di un iter durato dieci anni, il Parco regionale dei Monti Lattari; già (solo) nel 1991 (legge 394/91), per la prima volta, in Italia vengono riconosciute le aree naturali protette, ovvero aree dalle caratteristiche ambientali-paesaggistiche irripetibili da dover tutelare, promuovere e valorizzare in forma e modalità diverse –dalla tutela meramente vincolistica a forme di promozione economica e sociale- a seconda delle singole caratteristiche morfologico-naturali. 

La legge regionale 33/1993, invece, successivamente istituisce Parchi e Riserve naturali in Campania ed in particolare delibera, grazie alla pressione soprattutto di associazioni ambientaliste quali Legambiente, la creazione del Parco regionale dei Monti Lattari, finalizzata a conservare, difendere e valorizzare la biodiversità di tale catena montuosa.

Dall’elaborazioni di circa dieci carte tematiche le associazioni ambientaliste hanno anche contribuito, inoltre, a delineare una prima zonazione del medesimo: il parco territoriale copriva il territorio di tutti i comuni della Penisola sorrentino-amalfitana, in diverso modo, a seconda del patrimonio naturale ed antropico degli stessi; invece, la perimetrazione e zonazione approvate sono quasi l’emblema degli stravolgimenti che possono subire le pianificazioni territoriali nel passaggio dalla teoria alla pratica.

L’intera area, infatti, compresa tra Piano di Sorrento e Massa Lubrense ha rifiutato di far parte del Parco; si tratta dell’area rientrante nella Riserva Marina di Punta Campanella la cui gestione, in caso di adesione al Parco sarebbe passata allo stesso Ente Parco dei Monti Lattari. Caso unico, poi, nell’ambito di Parchi Regionali è la possibilità di ritrovare centri che, pur ubicati in pieno Parco, ne risultano esclusi; i comuni di Vico Equense e di Agerola, infatti, rientrano nel Parco solo a metà: a parte le sezioni territoriali completamente disabitate ed ostiche per qualsiasi intervento antropico, infatti, il resto del territorio comunale va a costituire un ambito sottoposto a forme di tutela molto inconsistenti nell’ambito, invece, di uno strumento finalizzato proprio al perseguimento di forme di sviluppo sostenibile e razionale.

Nella sua forma attuale, il Parco copre una superficie di circa 160 Kmq ed interessa i comuni della Penisola sorrentina e dei Monti Lattari (Agerola, Casola di Napoli, Castellammare di Stabia, Gragnano, Lettere, Massa Lubrense, Meta, Piano di Sorrento, Pimonte, S. Agnello, Sant’Antonio Abate, Sorrento e Vico Equense); si tratta di un territorio percorso dalla catena montuosa dei Monti Lattari che, partendo da Punta Campanella, si allunga fino al Monte S. Angelo a tre Pizzi e risalendo continua, lungo il limite provinciale, con i monti Cervigliano, Rotondo, Candelotto e Cerreto. Da qui la dorsale, procedendo verso nord, giunge al Monte di Chiunzi e poi, disegnando un arco lungo il confine del comune di Tramonti, scende a sud fino al Monte Sant’Angelo di Cava ed il complesso montuoso di Monte Finestra, fino a raggiungere il litorale con la punta più avanzata di Capo d’Orso.

Le modalità di tutela e salvaguardia dettate dall’Ente Parco, ovvero dallo strumento che dovrà “attuare” e gestire il Parco, sono mutuate dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (P.T.C.P): quelle che in quest’ultimo venivano classificate come aree a Parco territoriale (aree costituenti risorsa ambientale e naturale della provincia, quali le aree del Parco Nazionale del Vesuvio, delle Riserve Nazionali di Procida-Vivara, Pozzuoli-Astroni, dei Parchi Regionali dei Campi Flegrei, dei Monti Lattari, del Partenio e della Riserva Naturale Regionale di Foce del Volturno-Costa di Licola) qui sono indicate come Zona A -area di riserva integrale- e Zona B -area di riserva generale orientata– (per il Monte Faito, rientrano in tale tipologia gran parte dei comuni di Vico Equense, Pimonte, Castellammare di Stabia); la Zona C -area di riserva controllata e di riqualificazione dei centri abitati, di protezione e sviluppo economico-sociale-, invece, è data da quelle aree indicate nel P.T.C.P. quali aree di interesse primario per lo sviluppo dell’agricoltura (aree destinate ad attività agricole e coltivazioni di prodotti genuini e D.O.P.).

In ognuna delle tre zone su indicate è vietata l’alterazione delle caratteristiche morfo-geologiche in situ (aprire cave e miniere, escavare alvei di fiumi e corsi d’acqua, così come aprire discariche di rifiuti, raccogliere singolarità geologiche, mineralogiche, paleontologiche e reperti archeologici -se non per scopi didattici-, realizzare nuove opere per la sistemazione fluviale e modificare il regime delle acque -ad eccezione di interventi di riqualificazione ambientale migliorativi-), della composizione e della consistenza della fauna (cacciare e raccogliere o danneggiare fauna minore, introdurre specie animali estranee al contesto, allevare animali da pelliccia ed esotici non autoctoni) e della flora locale (introdurre specie vegetali estranee al contesto, raccogliere e danneggiare la flora spontanea erbacea ed  arbustiva -se non per fini di ricerca- accendere fuochi -se non per attività agricole e di pulizia dei boschi-), nonché del sistema di infrastrutture esistenti (realizzare nuove strade e ferrovie -salvo elipiste e strutture connesse alla viabilità di servizio agro-forestale, al servizio antincendio, ad operazioni di soccorso-, installare nuovi impianti per la produzione e il trasporto dell’energia, per le telecomunicazioni).

Gli interventi ammessi sul patrimonio edilizio, invece, sono relazionati alla storicità degli edifici: per le strutture precedenti il 1936, sono consentite unicamente opere di manutenzione ordinaria e straordinaria, di restauro e risanamento conservativo e di ristrutturazione edilizia –tranne per la zona A-; per quelle successive a tale data, invece, sono ammessi anche interventi di variazione di destinazione d’uso -rispettando le tipologie architettoniche tradizionali- per le attività di agriturismo e turismo rurale, turistico-ricettive, per lo sport ed il tempo libero, per attività ed usi pubblici; di demolizione e ricostruzione in situ di case danneggiate dai sismi 1980-1; di adeguamento igienico-sanitario di edifici pubblici e di destinazione turistico-ricettiva o legati ad attività già esistenti.

Ogni intervento, tuttavia, deve essere fatto secondo modalità, tecniche e materiali definiti (in generale non sono consentiti tutti quegli interventi estranei al contesto architettonico del luogo).

A completamento delle disposizioni appena accennate, poi, si è proceduto a focalizzare e a rendere ancora più ad hoc la pianificazione prevedendo per ognuna delle tre zone una peculiare e distinta normativa; l’intenzione perseguita è quella di riuscire a tutelare al meglio le singole aree rientranti nel Parco grazie a forme di pianificazione non generiche e generalizzabili ma, soprattutto, rispondenti alle singole emergenze e potenzialità locali.

Ad ospitare, infine, le strutture connesse con attività di informazione, divulgazione, ricerca e gestione dell’Ente Parco saranno le aree del complesso del Monte Faito rientranti nella zona B.

 

Angela Avitabile

 

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