ARCHITETTURA RURALE AGEROLESE

 

 

intorno alle case…

Una forma di insediamento molto diffusa ad Agerola e nei monti Lattari è quella "a case sparse". Nelle zone di versante, queste case isolate si distribuiscono armoniosamente tra campi terrazzati che rappresentano anch’essi un fattore di peculiarità paesaggistica, collocandosi tra gli esempi più belli ed interessanti d’Italia. Sebbene siano stati soggetti a continua manutenzione, i terrazzamenti oggi visibili nel nostro territorio sono da ritenersi impostati in massima parte nel corso del medioevo (per lo più tra il X ed il XIII secolo ) per opera dei contadini che benificiarono dei contratti "di pastinato" offerti dai grandi proprietari terrieri (i comite ed i mercanti amalfitani, le chiese e i monasteri). Fu un’opera laboriosissima che occupò in un duro lavoro varie generazioni: molto spesso occorse portare non solo le pietre per i muri di contenimento, ma anche il terreno fertile col quale formare i terrapieni. Ma oltre ad avere valore storico ed economico, questi terrazzi hanno anche un valore estetico legato alle piacevoli, regolari geometrie che essi disegnano lungo i fianchi montuosi ed ai contrasti di colore che marcano l’alternarsi di murature di sostegno e ripiani coltivati.

Nella terminologia locale, i ripiani sono detti chiazze (ossia piazze) ed i muri di contenimento macere o macerine (dal latino maceria = muro a secco). Queste ultime sono realizzate "a secco", in modo da garantire il drenaggio dell’acqua percolante attraverso i terrapieni. Le pietre più grosse e squadrate vengono riservate per le zono di spigolo e per realizzare le scalinate di collegamento tra i terrazzi. Lo spessore delle macere è di molti decimetri alla base e si riduce verso l’alto; nella stessa direzione spesso si riduce anche la dimensione delle pietre utilizzate. Le schegge risultanti dalla sagomatura delle pietre vengono usate in parte come zeppe di rinsaldo della muratura e poi per formare uno strato di drenaggio tra la macera ed il terreno retrostante.

Dato che l’attuale crisi dell’agricoltura di montagna sta causando un venir meno della manutanzione di cui necessitano i terrazzi ( con conseguente crescita dei rischi idrogeologici) e visto il grande valore storico-culturale di questi manufatti, bisogna adoperarsi per la loro salvaguardia passando da una politica del "rimborso", ad una "dell’investimento" sull’ambiente; investimento che deve puntare primariamente al rilancio delle produzioni agricole tipiche delle zona.

 

 

 

 

 

 

 

le case, dentro

Ad Agerola come altrove, l’architettura rurale è strettamente legata ai fattori climatici locali, ai materiali da costruzione disponibili in loco ed alle necessità abitative e produttive dettate dal contesto socio-economico. Queste ultime sono rimaste sostanzialmente immutate per secoli e nonostante si siano avute trasformazioni agrarie ed economiche, certi modi di abitare nono sono cambiati poi tanto, legati come sono a tradizioni più profonde, spesso diè di solito ordine culturale.

Rispetto a quanto si riscontra nelle zone di pianura della nostra regione, le case rurali agerolesi, anche quelle più modeste, si sviluppano sempre su più piani (di solito due, più il tetto-fienile). La pianta è di solito semplice ( a forma unitaria) e rettangolare, con abitazione e rustico sotto lo stesso tetto. Sebbene ci siano anche esempi di costruzioni composte da due soli vani sovrapposti, il caso più diffuso di casa rurale ha più vani al piano terra (di solito tra due e quattro) ed altrettanti al piano superiore. Gli edifici di dimensioni maggiore derivano da successive aggiunte di vani o di intere uità abitative, di solito legate al subentrare di una nuova generazione. Di solito le aggiunte avvenivano "in linea", cioè allungando il rettangolo iniziale. Ma in certi casi, ove la topografia lo consentiva, si sono avute aggregati ad "L". Rare sono le case a corte, che rimarcano situazioni economiche più floride. Si avvicinano a questa tipologia le case che disegnano, mediante aggiunta di piccole ali laterali, una pianta a "C" che lascia aperto il cortile-aia centrale sul lato più soleggiato.

Mentre il piano superiore era destinato alle camere da letto, il pian terreno ospitava tra l’altro la stalla e la "cucina-soggiorno", spesso tra loro adiacenti per sfruttare il calore degli animali (il distacco delle stalle dalle abitazioni è un fatto recente, almeno nelle zone a case sparse). Per inciso va notato che l’allevamento veniva praticato – come ancora avviene – al chiuso, preferendo destinare il terreno alle coltivazioni piuttosto che al pascolo. Nella cucina trovava posto il focolare (focone) e l’apertura del forno, il cui corpo era però incassato sotto l’adiacente vano-scale o sotto altri ambienti minori. A completare lo scarno mobilio, delle dispense a muro e, in alto, un graticcio per contenere derrate.

In generale si osserva che il lato a valle era destinato alle stanze più importanti, mentre il lato verso monte, meno soleggiato e spesso a parziale contatto con la roccia o il terreno, era sede delle cosiddette retrocammere. In particolare al pianterreno, dietro la cucina, si realizzava di solito il cellaro (cellaio) per il vino e le derrate da conservare al fresco.

Al piano superiore le retrocamere, generalmente un po’ più piccole di quelle orientate verso valle, erano destinate ancora ad ospitare derrate alimentari o, nonostante tutto, usate come camere da letto.

Sebbene non sia escluso che in passato fossero più diffusi i casi di collegamento esterno tra vari piani, la stragrande maggioranza delle case antiche oggi visibili presenta scale interne, per lo più poste al centro o quasi della casa. Esse sono piuttosto ripide, hanno di solito gradini in battuto (le pedate in pietra erano esclusiva delle case ricche) e coperture a botte che determinano crociere sui ballatoi.

Un importante ambiente della casa rurale era il sottotetto (suppigno), usato come fienile e/o come deposito di derrate alimentari (patate, noci, nocciole, legumi, ecc.). per garantire una certa ventilazione, almeno uno dei lati triangolari veniva chiuso con una struttura in legno che utilizzava le stesse scandole di castagno che servivano a coprire le penne del tetto, ma disposte in modo meno fitto. Le fascine di legna da ardere e le trecce (truocchie) di fieno, erano issate nel sottotetto mediante corda e carrucola, attraverso una finestrella sul lato corto della casa.

 

viste da fuori…

Circa l’aspetto esterno delle antiche case rurali agerolesi notiamo che il loro fascino risiedeva innanzitutto nella loro essenzialità e compattezza di forma, che trasmette un senso di solidità e serenità, mentre i tetti acuti e gli altri comignoli in muratura davano slancio agli edifici.

Salvo che sui lati lasciati al grezzo in previsione di futuri ampliamenti, le murature venivano rifinite con intonaci a grana grossa tinteggiati a calce. Le aperture venivano spesso circondate da cornici sporgenti di intonaco più liscio, piatte e larghe. Dove l’intonaco manca si notano i fori dove erano infissi i travi della ponteggiatura usata nel costruire la casa.

Le finestre erano di norma piuttosto piccole, onde minimizzare la dispersione di calore. Non sentendone la necessità e mancando materiali idonei a realizzarli, i balconi non erano di casa ad Agerola. Si usavano invece, ma meno che in Costiera, piccole logge a rientro e terrazzi sorretti da solidi porticati in muratura, con archi a sesto ribassato, che assicuravano un po’ di fresco d’estate e rinforzavano i muri della casa.

Su certe facciate esterne si nota anche una nicchia con funzione di edicola votiva, col patrono del paese (S. Antonio Abate) o altro Santo effigiato di solito su maiolica.

 

 

solai, volte, tetti

I pavimenti ed i lastrici erano costituiti da un battuto di calce e lapillo. Esso era ottenuto, appunto, battendo per più giorni, con appositi mazzuoli di legno, un impesto di pomici e calce che alla fine diventava compatto e impermiabile. Nel frattempo la superficie veniva irrorata con acqua di calce, mentre i canti ritamti dei lavoranti accompagnavano e rendevano meno noiosa la battitura.

I solai tra un piano e l’altro sono di solito a travi di castagno con sovrapposto tavolato della stessa essenza e poi il solito battuto. Ma talora i piani inferiori e le rare cantine hanno copertura a volta (a botte e a crociera quelle più antiche, a padiglione quelle più recenti). E’ interessante ricordare che, normalmente, per realizzare la sagoma curva su cui costruire la volta, si realizzava prima un soppalco piano in legno e poi su questo si creava la sagoma accumulandovi e "scolpendo" della terra; ifine, per renderla più dura, la si spalmava di terra argillosa (creta mascola) o si imbibiva la superficie del cumulo con acqua di calce.

Le case con volte di copertura estradossate e lasciate a vista, così frequenti in Costiera e nel Vesuviano, ad Agerola sono rare e limitate alle zone del paese meno elevate ed affacciate sulla costa. Qui, peraltro, si osservano spesso coperture a volta cui è stato poi sovrapposto – forse a seguito di perdita di impermiabilità del battuto – un tetto a spioventi.

L’aspetto più tipico dell’architettura agerolese era quello legato ai suoi tetti aguzzi e nerastri. Con la costruzione della rotabile per Castellammare e con lo sviluppo del trasporto merci su gomma, Agerola è stata invasa dalle tegole in laterizio (le marsigliesi, in particolare), così che i tetti sono diventati rossi. Anche la pendenza è cambiata, riducendosi, quando i sottotetti sono passati da fienili a mansarde.

I tetti tradizionali erano nerastri perché col tempo le scandole misuravano circa 70 x 12 x 2 cm e venivano inchiodate sull’ordito degli spioventi (ovvero delle penne) sfalsandole nel senso della larghezza ed accavallandole del 66% in lunghezza, in modo da avere un triplo strato di copertura. Onde assicurare lo scivolamento ottimale di acqua e neve, agli spioventi venive data una pendenza di almeno 45°, talora anche 60°. Dopo 50-70 anni dalla prima messa in opera, le scandole venivano capovolte esponendo la parte interna, sana, all’esterno, così da garantire, ancora per lungo tempo, la protezione dalle intemperie. L’adozione di tetti di legno ha richiesto la costruzione di comignoli alti per scongiurare il pericolo di incendi. I condotti fumari erano di norma in rilievo sui muri della casa e di notevole spessore.

 

 

il cielo la manda, l’uomo la conserva

Quasi tutte le abitazioni, fatte salve quelle che sorgevano in prossimità di sorgenti o lungo gli antichi acquedotti, erano dotate di una cisterna, nella quale venivano raccolte le acque piovane grondanti dai tetti. Se ne conservano in buono stato moltissime, anche dove la casa di pertinenza è stata fortemente ristrutturata o rifatta.

Queste cisterne hanno per lo più copertura a volta: a botte su quelle a pianta quadrangolare e a cupola su quelle cilindriche. Per minimizzare il riscaldamento e l’evaporazione, le cisterne erano realizzate interrate, completamente o in buona parte. Alcune sono intimamente incorporate nel perimetro dell’edificio (solitamente nel lato a monte) e, in tali casi, si aveva la possibilità di prelevare l’acqua senza uscire di casa. Altre si collocano accanto alla casa, affacciate sull’aia-cortile. Il prelievo avveniva attraverso un pozzo cilindrico sorgente sulla volta, oppure, per quelle sporgenti fuori terra, attraverso una finestra della parete della cisterna.

Una seconda cisterna, più lontana dall’abitazione poteva essere a servizio dell’orto e/o della stalla.

 

 

 

gemme incastonate nella montagna

Lungo i dirupi rocciosi che bordano a meridione l’altipiano di Agerola vi sono molte grotte carsiche di varie dimensioni. Le più piccole e prossime a zone coltivabili (sempre grazie agli antichi terrazzamenti) sono state utilizzate dall’uomo per costruirvi cellai (alcuni dei quali attrezzati anche per la torchiatura delle uve), stalle, rustici al servizio dell’agricoltura ed anche piccole abitazioni. Ne sopravvivono intatti molti esempi ed i più antiche tra essi potrebbero essere stati, in origine, delle celle di romitaggio di monaci graco – bizantini gravitanti intorno ai monasteri di San Domenico, Santa Barbara e Cospidi.

La struttura di queste costruzioni rupestri è molto variabile perché si è dovuta adattare alla forma delle cavità. Frequenti gli esempi con copertura a botte, ma anche i casi in cui è la volta stessa della grotta a coprire gran parte dell’ambiente, per il resto chiuso da un tetto a spiovente singolo.

Nella zona di Grotta Biscotto (all’inizio del famoso Sentiero degli Dei) esiste un suggestivo gruppo di costruzioni rupestri per le quali è auspicabile qualche intervento di conservazione e valorizzazione.

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