SALVIAMO LA FACCIA

 

Nel rimandare all’articolo "Architettura rurale agerolese" che si trova in altre pagine di questo Blog, svolgo qui alcune considerazioni sul tema della scomparsa (ma recuperabile) tipicità del nostro "paesaggio costruito".

A noi agerolesi (e non solo) il termine "tipicità" fa subito venire in mente i nostri "prodotti tipici" e le nostre speranze che l’economia del paese possa contare ancora, e possibilmente in modo crescente, sul loro successo commerciale.

Ma il rilancio delle nostre produzioni tipiche non potrà avere pieno successo se non coniugando le azioni specifiche "di filiera" ad azioni di più ampio respiro che puntino a rimettere in luce e a valorizzare i valori paesaggistici e culturali del territorio. Ciò per avvantaggiarsi di un miglioramento di immagine complessivo e di un rilancio della tipicità e della qualità che non riguardi (come non può riguardare) solo un prodotto o dei prodotti della nostra terra, ma l’intera comunità nei suoi modi di essere, di esprimersi e di rapportarsi coi segni del suo passato.

Un aspetto della "tipicità" del nostro territorio era (e deve tornare ad essere) quello della edilizia rurale tradizionale. Purtroppo oggi non è facile reperire esempi ancora ben conservati di quelle che erano le tipiche case agerolesi: troppi sono stati i rifacimenti radicali, i restauri irrispettosi, gli abbandoni totali con crollo di edifici.

Urge quindi adoperarsi, sia a livello privato che pubblico, affinchè le ultime testimonianze sopravvissute siano recuperate in modo degno e siano valorizzate anche sul piano turistico, inserendole in itinerari di visita a fianco alle chiese e le opere d’arte che contengono, ai resti delle calcare, dei mulini e della cartiera, ai ruderi medievali di Cospita, S. Barbara e S. Angelo a Jugo, eccetera.

Ma per ridare al paese il fascino che l’aveva reso famoso tra fine Ottocento e inizio Novecento, credo che non basterà certo salvare le pochissime costruzioni che hanno conservato intatte le antiche forme. Nè basterà che a ciò si aggiunga un maggior rispetto delle tradizioni locali nel realizzare il nuovo. I buoni risultati che potranno aversi con queste pur doverose azioni rischiano di avere un impatto minimo sulla qualità generale del paesaggio urbano, se rimangono dispersi in una massa di costruzioni anonime o scialbe. Credo che occorra quindi adoperarsi anche per la riqualificazione estetica di gran parte degli edifici esistenti; specie di quelli (e sono tanti!) che hanno una "ossatura" antica rivelata dalle geometrie e dalle proporzioni dei corpi principali, ma che appaiono pesantemente offesi da superfetazioni stonate, dalla aggiunta di balconi (tanto estranei alla nostra tradizione e brutti a vedersi, quanto poco o niente utilizzati), rifiniture con materiali impropri ed espansioni lasciate incompiute da anni o decenni. Tutte "note stonate" che, sia detto per inciso,

hanno diminuito anche il valore commerciale di tanti edifici d’epoca.

Mi auguro, quindi, che i lavori in corso per redigere il Piano Colore del Comune prevedano delle cospicue fasi di coinvolgimento e sensibilizzazione della cittadinanza e delle categorie operanti in campo edilizio, in modo da far nascere in tutti la spinta ad adoperarsi quotidianamente, e con convinta tenacia, a migliorare in senso tradizionale l’estetica degli edifici esistenti.

Dico "con tenacia" perchè è ovvio che un risultato qualtitativamente apprezzabile non potrà che vedersi dopo anni ed anni di impegno. Ma tutte le gradi cose si fanno per piccoli passi. E se non si parte, certo non si arriva.

Convincere l’intera comunità che questo è uno sforzo che conviene fare, istruirla circa la nostra architettura tipica e rinvigorire l’orgoglio per le nostre tradizioni sono, a mio avviso, le uniche vere garanzie per far si che una simile campagna di riqualificazione del paesaggio urbano parta con la necessaria passione popolare e proceda con la necessaria perseveranza. Ma occorrerà anche impegnarsi nella ricerca di forme di concreta incentivazione per gli interventi sui manufatti, e stare a pieno titolo nel Parco dei Monti Lattari potrebbe aprire qualche nuova possibilità finanziaria in tal senso.

Voglio infine ricordare la necessità di aprire un dibattito (ove necessario, anche con enti ed autorità sovracomunali) circa la possibilità che certi interventi di riqualificazione estetica che vanno oltre la manutenzione ordinaria e straordinaria, siano resi autorizzabili in virtù del vantaggio recato al bene collettivo (il paesaggio con le sue implicazioni turistiche e socio-economiche) e, per gli edifici antichi, anche al conseguimento di obiettivi storico-culturali. Nuove norme ispirate da questo principio potrebbero consentire, ad esempio, di trasformare dei balconi a mensola di calcestruzzo in loggiati su archi più consoni alla nostra tradizione edilizia. Sebbene vadano ben congegnate, per evitare esagerazioni ed abusi, norme e regolamenti di questo tipo potrebbero funzionare come incentivi affinchè i proprietari degli immobili affrontino l’onere della auspicata riqualificazione estetica.

 

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Una risposta a SALVIAMO LA FACCIA

  1. Acampora Antonio ha detto:

    sono pienamente d’accordo ,è ora che se ne parli propongo un convegno con le parti interessate ((tecnici amministratori,operatori turistici ecc. con una mostra fotografica documentaria prima -dopo ,come provocazione.) Antonio Acampora

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