Il Tre Pizzi, l’Arcangelo Michele e l’eremita Catello

 

Il “nostro” monte S. Angelo a Tre Pizzi era noto in passato come Monte Aureo; nome che forse derivava da un’espressione del tipo  Monte Tuoro, proveniente a sua volta  dal latino torus (= “sporgenza”,  “rialzo di terra”) o del tipo Monte Tauro, dalla base pre-indoeuropea taur (= “monte”) (Alessio,1962). Sarà chiaro più avanti come mai si passò poi a denominarlo S. Angelo (che sta per S. Michele  Arc-Angelo). Aggiungervi poi la specifica “a Tre Pizzi” sarà stato, credo, per distinguerlo dalle diverse altre cime e colli che a S. Angelo sono dedicate, già solo nei Monti Lattari.

La cima centrale del Tre Pizzi ha l’ovvio nome di Monte di Mezzo (1426 m). Le altre due si chiamano Monte S. Michele e Monte Catiello. La prima è quella più a nord-ovest e più alta (1444 m), ed è  detta anche “il molare”, per la sua forma e per via che le altre due cime, appuntite, hanno i nomignoli di “canini”. La cima del Monte Catiello (1393 m) è quella che appartiene per intero al Comune di Agerola; il cui territorio giumge sino alla cima del M. di Mezzo (che per metà appartiene a Castellammare di Stabia, insieme al M. S. Michele).

Come mai si chiama Catiello una parte del Tre Pizzi? A meno di una improbabile attinenza col napoletano cato (lat. catus e greco kàdos = secchio di legno), deve legarsi al nome di persona Catello, che in dialetto suona, infatti,  Catiello. Ma chi era questo Catello? Un antico proprietario del Monte o di larga parte di esso? Non è impossibile. Ma a me piace credere che si trattasse, invece, quel Catello monaco che su questa montagna visse a lungo da eremita.

Catellus fu anche vescovo di Stabia nel tardo VI secolo (Celoro Parascandolo, 1997). L’Anonimo Sorrentino, nella sua Vita Sancti Antonini Abatis Surrentini (scritta in lingua latina e caratteri longobardi nel IX secolo; Di Capua, 1932) narra che il monaco Antonino, fuggendo da un luogo imprecisato (forse dall’abbazia di Montecassino), a seguito di invasioni longobarde, trovò rifugio presso Catello a Stabia ed insieme si diedero a pregare e meditare sulle cime del Monte Aureo.

Gli eremiti Catello ed Antonino acquistarono in breve una fama di santità, anche perchè –secondo la tradizione narrata dall’Anonimo Sorrentino- furono illuminati da apparizioni dell’Arcangelo Michele. In onore di S. Michele essi decisero, quindi, di erigere (certamente aiutati dai fedeli locali) un oratorio proprio sulla vetta più alta del Monte Aureo.

Catello, accusato in seguito di apostasia, fu richiamato dal papa e obbligato a vivere in un monastero romano o incarcerato in attesa di giudizio. In tale circostanza conobbe un chierico cui profetizzò la futura nomina a papa. Quando ciò avvenne davvero, il nuovo papa (forse Gregorio Magno) riabilitò Catello e gli donò anche il piombo per le tegole di copertura all’oratorio sul Monte Aureo. 

Quando l’Anonimo scriveva, l’oratorio del Monte Aureo era –tra quelli dedicati all’Arcangelo Michele in Italia- secondo per fama solo a quello celeberrimo del Gargano (Cortese, 1927). Come questo era tappa d’obbligo per i pellegrini e i commercianti che transitavano per i porti pugliesi sulla via per e da Gerusalemme e Costantinopoli, così l’oratorio posto sulla cima più alta dei Monti Lattari (visibile da molte miglia di distanza e quasi a 360 gradi, sia da terra che da mare) permetteva un saluto, una preghiera o un’invocazione da parte di chi raggiungeva o lasciava le città del napoletano e del salernitano. L’essere collocato così in alto, in cima ad un monte tanto scosceso,  doveva costituire –per i pellegrini dell’epoca- un fattore più attrattivo che repulsivo, in quanto la faticosa ascesa veniva certamente vissuta come una penitenza preparatoria e purificante che andava, per così dire, a credito del fedele che si recava a far visita all’Arcangelo.

Una cappella dedicata a S. Michele ancora esisteva sul Molare a metà ‘800, e fu abbandonata nel 1862 e in quel luogo l’archeologo Mario Pagano ha rinvenuto, durante un rapido sopralluogo,  un frammento di ceramica del VII secolo (Valcaccia, 2006). Negli anni sessanta del ‘900 -in occasione del rilancio del Monte Faito come località turistica- si ricostruì una chiesetta dedicata   all’Arcangelo sulla cima del Castellone (1261 m),  vicino al ripetitore RAI.

La tradizione ripresa dall’Anonimo Sorrentino dice che Catello  si prodigava molto per la cristianizzazione delle aree rurali intorno a Stabia, tanto è vero che –da vescovo- ricevette dal papa un richiamo che lo invitava  a permanere di più nella civitas  ( Ferrara, 2001). Viene in mente l’episodio analogo che risulta registrato per Pimenio, vescovo di Amalfi,  il quale nel 596 fu invitato da papa Gregorio Magno a smetterla di “foris per loca diversa vagari”.

Se a Catello giunse quella reprimenda papale, non si doveva trattare di brevi visite ai casali periferici, ma di lunghi soggiorni che rendevano difficilmente reperibile il vescovo a Stabia. E, visto che in città la vita doveva essere certamente più agiata che in montagna, alla base di quei soggiorni fuori sede doveva davvero esserci un sincero impegno per la catechesi. Ma, forse, quelle “fughe” di Catello dipendevano anche da una sorta di nostalgia per la vita eremitica che –come si è detto- egli aveva condotto da giovane.

Fin dove si spingeva Catello quando si allontanava dalla sua cattedra stabiese? Visitava anche Agerola? Niente di più facile. In epoca romana Gerula (= “gerla”; poi Jerula e ancora dopo ‘a Jerula per agglutinamento dell’articolo) era parte del pagus stabiano. Quella che oggi chiamiamo la Costa d’Amalfi era priva di centri abitati fino a Marcina/Vietri (solo poche ville d’ozio balneare come quelle scoperte a  Li Galli, Positano, Amalfi e Minori); mentre doveva esservi un quasi continuo susseguirsi di fattorie, coltivi e pascoli dalle prime alture dietro Stabia, ai casali via via più alti di Gragnano, a Pimonte e, infine, ad Agerola. Due erano ( ed ancora esistono) le vie mulattiere che qui giungevano da Stabia: la prima, più breve e ripida,  era quella che da Privati saliva a Tralia-Pimonte, continuava per il Resicco (= Rio secco), valicava lo spartiacque al passo della Crocella  (quota 1002 m) e scendeva a Locoli (da lucus = “bosco”?), dove si biforcava in direzione di Planillum (Pianillo) e di Memoranum (Bomerano). L’altra  saliva per Sigliano a  Le Franche, si inerpicava a Pino  (dove sorgerà nel X secolo uno dei principali castelli dello stato amalfitano) e da qui proseguiva in dolce salita fino al valico di Colle S. Angelo (ad jugum, nel medioevo; quota 948 m) per scendere, infine, a Gemini, dove si poteva o continuare dritto per  Campulum (Campora) e San Lazzaro, o deviare per S. Maria, Planillum (Pianillo) e, anche di qui, per Memoranum.

I legami sorti in epoca romana tra Gerula e Stabiae dovevano essere ancora forti nel VI secolo, dato che ancora non si era costituito il ducato amalfitano e, probabilmente, Gerula apparteneva alla diocesi stabiese. Visti questi legami, si può credere che Catello giungesse molto spesso a Gerula e fosse molto amato dai primi cristiani del paese. Forse tanto che il monte sul quale bisognava avviarsi per raggiungere il suo oratorio di S. Michele (e dal quale lo avevano visto tante volte scendere verso il paese), fu ben presto chiamato “il monte di Catello”. E, si badi bene, non di San Catello, ma Catello e basta; ad offrire una traccia in favore dell’ipotesi che tale denominazione nacque quando egli era ancora in vita; stimatissimo uomo di fede, ma non ancora Santo.

 

BIBLIOGRAFIA

 

Alessio G. (1962) –Apulia et Calabria nel quadro della toponomastica mediterranea. In: Atti e Memorie del VII Congresso Internazionale di Scienze  Onomastiche, Firenze, 65-129.

 

Celoro Parascandolo G. (1997) – I Vescovi e la Chiesa Stabiana. 2 Voll., Castellammare di Stabia.

 

Cortese N. (1926) –Il ducato di Sorrento e Stabia ed il suo “territorium”. In:  Archivio Storico per le Provincie Napoletane,  Napoli.

 

Di Capua F. (1932) –San Catello e i suoi tempi. Castellammare di Stabia.

 

Federico E. (1999) –Dove sono le Taurubulae? (Stazio, Silv. III, 128-129). In: “Pompei, il Vesuvio e la Penisola Sorrentina” (a cura di F. Senatore). Bardi Editore, Roma, 131-143. 

 

Ferrara A. (2001) –L’area Christianorum della Cattedrale e la presenza paleocristiana a Stabia. In:  “Pompei tra Sorrento e Sarno” (a cura di F. Senatore). Bardi Editore. Roma, 321-356.

 

 Valcaccio E. (2006) –Tempore quo longobardorum. Studio sull’epoca dei Santi Catelloe Antonino. N. Longobardi Editore, 31 pp.

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