tetti a scandole

 

Come spesso ribadiscono gli esperti di turismo e di sviluppo locale, la tipicità è uno degli ingredienti fondamentali per il successo turistico di un luogo e per quello commerciale di un prodotto. Un comprensorio o un paese che aspirino a diventare una meta turistica frequentata devono avere e conservare una tipicità di paesaggio, così come –specie con la presente globalizzazione- devono  avere e conservare tipicità quei prodotti artigianali ed agro-alimentari che aspirino a vedere crescere le vendite e salire i prezzi spuntati sul mercato.

In molti casi, poi, è il combinarsi (non casuale!) di tipicità paesaggistiche e culturali con tipicità dei prodotti locali a rivelarsi come il vero “asso nella manica” di una comunità.

Il caso di Agerola mi sembra, al riguardo, emblematico. Tra l’ottocento e gli anni sessanta del secolo scorso si ebbe il successo del paese come meta di villeggiatura estiva; ambita anche dall’alta borghesia  partenopea, da artisti ed intellettuali. Congiuntamente si ebbe il massimo successo  commerciale dei nostri latticini, salumi e prodotti da forno. Tutto ciò grazie al fatto che la nostra conca appariva salubre, la nostra architettura rurale era quanto mai caratteristica (eravamo l’unico paese dell’Italia peninsulare ad avere case con tetti in scandole di castagno; vedi foto) ed altrettanto tipici e genuini erano i nostri prodotti agro-alimentari. Almeno nella mente e nel cuore dei napoletani (nostri principali estimatori e “clienti”),  Agerola si era quindi conquistata una sua fama positiva.  

Mentre sfruttavamo –per molti decenni- i vantaggi di quella meritata fama,  forse abbiamo fatto l’errore di considerarla una cosa acquisita per sempre e non, invece, come qualcosa da coltivare e rinvigorire. Forse, via via, abbiamo persino dimenticato i motivi di qualità e tipicità che quella fama l’avevano fatta sorgere. Così come molti hanno dimenticato  che sapore avevano una volta il nostro pane biscottato, i nostri taralli e la nostra mozzarella vaccina.

Dopo troppi anni di battaglie commerciali basate esclusivamente su ribassi di prezzo (e, inevitabilmente, di qualità) qualcuno ha finalmente percepito che il mercato –almeno in certi suoi segmenti- stava esprimendo una rinnovata e crescente richiesta di qualità e tipicità, sia per quanto riguarda soggiorno, turismo e acquisti immobiliari, sia per quanto riguarda i prodotti agricoli ed alimentari. Abbiamo così assistito alla comparsa di tutta una serie di manifestazioni ed iniziative volte a rilanciare l’economia turistica e produttiva locale facendo leva, appunto, sugli aspetti della tipicità e di una qualità connessa a positività ambientali e ad antiche tradizioni e sapienze.

Strada giusta, non c’è che dire. Ma vale la pena di riflettere su cosa comporta l’averla imboccata tardi. Innanzitutto dobbiamo accelerare per recuperare lo svantaggio rispetto a chi, in altre parti d’Italia e del mondo, si è mosso prima di noi. Ma, soprattutto, dobbiamo renderci conto che nel nostro caso, una operazione del genere può aver successo (e non essere un bluff dalle gambe corte) solo se accompagnata da un sollecito e rigoroso impegno degli amministratori e della collettività tutta per l’effettivo recupero delle tradizionali caratteristiche del territorio, del paesaggio (naturale e costruito)  e delle produzioni.

Ci siamo ricordati delle nostre tipicità quando oramai le avevamo quasi cancellate. Abbiamo cominciato a sbandierarle, per convenienza, prima di averle restaurate. Ora dobbiamo essere seri e fare in modo che le nostre selve e lame siano pulite, che le nostre case riprendano un aspetto più simile all’antico, che dai caseifici escano anche dei prodotti fatti col latte di mucche alimentate con nostri foraggi e che al marchio Città del Pane corrisponda almeno qualche forno che torni ad andare a legna, ad usare il criscito come lievito a a far pane e biscotti con della segale (jurmano) agerolese.

Certo non sarà cosa facile, ma son sicuro che gli agerolesi sapranno farcela, grazie all’amore orgoglioso per la loro terra ed al loro sentirsi e voler essere diversi.

                                                                                                              Aldo Cinque

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