IL RISCHIO IDROGEOLOGICO: UNA PROBLEMATICA TRASVERSALE

 

Nel 1994, intervenni ad un Convegno tenutosi a Vietri in occasione del 50° anniversario della tragica alluvione che colpì l’area tra  Salerno ed Amalfi nel 1954. In una sola notte si ebbero fino a 500 mm di pioggia (circa metà della piovosità media annua della zona) e vi furono danni per miliardi e circa 250 morti. Per fortuna, quella volta, la perturbazione scansò Agerola, ove piovve solo 1/10 che a Cava dei Tirreni. Ma, dato che non si può far conto su una buona sorte perpetua, è meglio sapere come ci si difende (preventivamente) dal rischio alluvionale. Tanto più che dal 1954 ad oggi abbiamo fatto di tutto per accrescerlo; scaricando detriti e rifiuti negli alvei, occludendo ponti e tombini, costruendo case sui greti torrentizi. Ritengo quindi utile riportare su questo blog una sintesi di quanto dissi a quel Convegno.

 

IL RISCHIO IDROGEOLOGICO: UNA PROBLEMATICA TRASVERSALE

 

La trasversalità della problematica idrogeologica investe in primo luogo la vasta gamma di discipline che sono coinvolte nello studio delle cause di rischio –naturali ed umane- e delle possibili contromisure: dirette ed indirette, attive e passive, ingegneristiche e non. Di conseguenza, la problematica diviene trasversale anche rispetto a svariati Ministeri, Assessorati ed Autorità che hanno competenza (e  responsabilità)  su quanto avviene su di un territorio e nella comunità che lo abita.

Un’ottica più ampia è a mio avviso necessaria per evitare di porre attenzione solo sulla malattia e non sul malato; cioè sul mero fenomeno anzicché sullo squilibrio socio-ambientale da cui esso deriva. Che poi vorrebbe dire: curare i sintomi e non le cause; oppure fare molta chirurgia d’urgenza e troppo poca medicina preventiva.

 

 

ALLUVIONI E  COLATE

In questo mio tentativo di proporre un approccio olistico al problema, una prima ed ovvia “riunificazione di frammenti” è quella che suggerisce di non considerare isolatamente i singoli fenomeni da cui scaturisce la pericolosità geoambientale dell’area, ma di vederli piuttosto come varie facce di un solo più ampio problema.

In particolare, gli eventi alluvionali e le frane di colata rapida   nell’ambito delle coltri piroclastiche appaiono molto interrelati per diversi motivi:

Primo, perchè hanno entrambi forti relazioni con gli eventi piovosi e  possono pertanto presentarsi congiuntamente ed intensificarsi a vicenda.

Secondo perchè entrambi portano a problemi di dimensionamento degli alvei e di gestione delle aree di fondovalle.

Ultimo, ma non per importanza, li collega il fatto che le due fenomenologie hanno una comune, forte sensibilità a ciò che l’uomo fa (od omette di fare) sul territorio.

 

I BOSCHI

Ad esempio, sappiamo tutti quale importante ruolo giochino le coperture vegetali sia nel ridurre i ruscellamenti superficiali e, conseguentemente, le piene, sia nel contenere l’erosione del suolo e certe tipologie di frane.  Nell’area in esame le coperture boschive sono oggi minacciate da tre tendenze negative:

 

1)      Cattiva gestione dei boschi cedui.

Il taglio del ceduo viene effettuato sempre più in un ottica di rapina: non ci si preoccupa più di evitare lo strascinamento delle pertiche e, comunque, le lacerazioni della cotica erbosa ed i solchi lasciati dai muli non vengono più risistemati a fine lavoro con viminate,  brigliette, ecc. come facevano una volta gli stessi proprietari, coscienti che solo così avrebbero conservato il suolo ed il bosco ai loro eredi.  Le conseguenze sono ben note : solchi d’erosione accellerata alle prime piogge autunnali, fango e detriti sulle strade, più carico solido alle piene (anche frascame e cortecce) , perdita di suolo fertile, creazione di situazioni di innesco per frane.,,,,,,,,, Quali sono le cause di questa incuria e cosa dobbiamo fare? Se è per igniranza di ritorno, qualcuno dovrebbe organizzare dei corsi e prescrivere dei patentini a chi vuole fare silvicoltura. Se è per mera ingordigia gli enti preposti dovrebbero contrastarla più efficacemente. anche laddove fosse un calo dei prezzi a suggerire ai proprietari di fare economia a danno della collettività.

 

2)      Il pascolo incontrollato (e, si direbbe, incontrollabile).

I tentativi di rimboschimento (tra l’altro in netto declino numerico) hanno ben poche chance di successo a causa del mancato rispetto degli ovvi divieti di pascolo da parte dei pastori. Anche dove gli alberi provano a ricolonizzare da soli i pendii, il brucare incontrollato delle capre riesce ad impedirne la crescita, condannandoli a rimanere dei tristi bonsai. Per non citare poi l’assurdo uso di appiccare incendi per incentivare la crescita di erba in primavera oppure come ripicca contro la Forestale quando questa tenta di far rispettare qualche buona regola. Qui bisogna decidersi: o si riesce a trovare modi e mezzi per creare finalmente dei pastori meno anarchici ed una pastorizia ecosostenibile, oppure si trovano quelli per riconvertire ad altre attività le poche persone che vivono sulle capre.

 

3)      Gli incendi.

Che siano quelli già citati oppure quelli dovute ad altre forme di criminalità oppure ancora quelli involontariamente innescati, resta il fatto che sono troppo frequenti e che vengono spesso domati troppo tardi (dopo che hanno percorso ettari ed ettari). E’ evidente che occorre moltiplicare i punti di avvistamento e le squadre antincendio, nonchè avere più mezzi a disposizione. Ma sarebbero di grande aiuto anche delle guardie ambientali che frequentassero quotidianamente il territorio, lavorando sia alla prevenzione degli incendi che al monitoraggio di altri fenomeni negativi, di altri precursori di instabilità. 

 

 

TERRAZZI IN ABBANDONO

Un altro tema che ha a che fare col rischio idrogeologico e che è ricco di implicazioni trasversali è quello dei terrazzamenti a fini agricoli dei versanti.

 

Realizzare gradinate e macere in pietra e. poi,  ispessire il suolo con riporti di terra (spesso prelevata a notevole distanza) ha significato dura fatica quotidiana per intere generazioni di contadini.

Con tali opere l’uomo seppe non solo rendere produttivi dei pendii che sembravano addirittura impraticabili, ma seppe farlo conferendo anche stabilità al versante così pesantemente modificato in termini di stratigrafia, morfologia e vegetazione.

Ma dobbiamo essere consapevoli che a seguito di quei terrazzamenti i versanti passarono da un equilibrio naturale (autosostenuto)  ad un nuovo equilibrio artificiale, garantito solo dalle opere introdotte  e subordinato alla costante manutenzione alle stesse.

 

Quando quest’ultima viene a mancare, il versante entra in una condizione di notevole instabilità potenziale, specie se  la pendenza media è alta (intorno ai 30° o più).

Il crollo di uno dei terrazzo va infatti a sovraccaricare quello sottostante. Se il fatto avviene quando il terreno non è completamente saturo d’acqua, tutto finisce lì, ma il terrazzo ricevente è comunque divenuto molto più instabile.

Se un crollo avviene quando il suolo è saturo, esso può invece ripercuotersi a cascata lungo la gradinata di terrazzi, generando una frana di colata rapida.

 

Il problema è serio perchè, in costiera amalfitana, ci sono molti esempi di abbandono di terrazzi, anche lungo interi versanti che talora sono molto ripidi e si collocano a monte di case, abitati, e strade di vitale importanza.

Che fare? E’ chiaro che va fatto di tutto per conservarli. Essi hanno un valore economico intrinseco; sono una importante testimonianza storico-culturale; sono un tratto caratteristico del nostro paesaggio e contribuiscono a determinarne l’appeal turistico. Ma soprattutto possono tornare a dare reddito agricolo.

Ma non credo che la soluzione possa essere quella di reiterare all’infinito i contributi economici per il rifacimento ed il restauro delle macere. Se il contadino non trova conveniente coltivare quei terrazzi, non cambierà idea solo perchè può avere un piccolo contributo; specie se poi nessuno gli dice niente se lascia quei terrazzi abbandonati.

Come insegna la positiva esperienza  dei terrazzi a limoneto o a vigna (ben ripresi e mantenuti negli ultimi anni), una vera inversione di tendenza la si può avere solo lavorando al recupero di redditività delle coltivazioni praticabili su quei terrazzi.

Ovviamente, per quelli a quote più alte si deve pensare a colture differenti dalla vite e dal limone, scegliendo tra le tante varietà frutticole tipiche della zona, che potrebbero facilmente riconquistare fette di mercato se opportunamente rilanciate; ad esempio  a mezzo di marchi e certificazioni di tipicità e/o di produzione biologica. Ma sarebbe anche necessario strutturare una rete di raccolta e commercializzazione che superi l’handicap di una proprietà terriera molto polverizzata.

A margine vorrei ricordare che non sarebbe male organizzare anche dei corsi volti ad insegnare a giovani leve il mestiere  di far buoni muri a secco; mestiere  che solo pochissimi anziani padroneggiano ancora.

 

RISPETTARE IL PAESAGGIO

Potrei fare altri esempi di intreccio tra problematiche idrogeologiche ed altri aspetti della pianificazione e gestione del territorio. Ma, dovendo avviarmi a concludere, mi limito a ricordare che l’economia di questo territorio ha nel paesaggio la sua prima risorsa. La necessità di tutelarlo anche da un punto di vista estetico va sempre tenuta in conto, anche quando si progettano interventi volti alla mitigazione del rischio idrogeologico.   Quando si valutano più opzioni possibili alla luce dei loro rapporti costo/beneficio, questi ultimi vanno calcolati inserendo tra i costi quello del danno paesaggistico;  tenendo conto che questo è un danno di lunga durata che paga l’intera collettività, mentre i vantaggi di certi interventi vanno talora a vantaggio di pochi o pochissimi. 

 

CONCLUSIONE

 

Per concludere voglio ricordare che l’area amalfitana compare su molti trattati e saggi, anche di livello internazionale, come  esempio storico di sapiente sfruttamento umano di un ambiente naturale difficile. Qui il prodotto tra problematicità dell’ambiente fisico e densità di antropizzazione  è tra i più alti al mondo.

Se ciò è stato realizzato senza far crescere a dismisura i livelli di rischio –rendiamocene conto- è stato perchè la comunità che ne fu artefice (i nostri antenati della cività contadina) poteva contare su due cose che oggi scarseggiano: (1) possedeva una diffusa cultura geologica ed idraulica (magari empirica, ma certamente molto efficace) e (2) sentiva come suo il territorio ove viveva e si faceva costantemente carico della responsabilità di ben gestirlo. Ciò ha per secoli  garantito   una notevole oculatezza nella scelta dei siti di edificazione, nella distribuzione dei land use in genere e nella regolamentazione delle attività agro-silvo-pastorali.

Inoltre, le opere di prevenzione e difesa dai rischi idrogeologici, erano efficaci  non solo   e non tanto perchè  progettate ed eseguite con perizia, quanto per il fatto che esse erano capillarmente diffuse e  costantemente  curate.

Certo oggi abbiamo una diversa struttura socio-economica che non permette di replicare “tal quale” quei modi di compartecipazione e corresponsabilità che funzionavano in antico. D’altra parte abbiamo sia organismi che norme per la tutela e gestione del territorio  che prima non esistevano. Eppure la mia convinzione è che l’intera cittadinanza deve comunque recuperare qualcosa di quell’antico atteggiamento mentale, se vuole davvero migliorare i livelli di sicurezza ambientale nel comprensorio .

 

Ciò, ovviamente, senza smettere di chiedere sempre maggior impegno ed efficienza a tutti gli enti e gli organismi che sulla tematica idrogeologica hanno competenza istituzionale diretta o che –avendone nei settori dell’agricoltura e foreste, della formazione e della economia- possono comunque portare –come ho cercato di dimostrare- dei notevoli contributi al riassetto idrogeologico dell’area.

 

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