I toponimi Vena, Paipo e Mégano

Véna. Termine molto diffuso, sia su documenti e mappe (a formare toponimi), sia nel linguaggio parlato degli Agerolesi. In altre parti d’Italia è un idronimo (toponimo legato ai corpi idrici) e risulta usato per indicare corsi d’acqua (Pellegrini G. B., 1990 –Toponomastica italiana. Hoepli, pag. 207). Nel nostro caso, sia dalla morfologia dei luoghi così denominati sulle mappe, sia dal senso che ad esso viene dato nel parlato quotidiano,  appare chiaro che vena è piuttosto un oronimo (toponimo legato a forme del rilevo) che sta per alta parete rocciosa, dirupo. Se viene dal latino vena (condotto; arteria, ecc), allora il suo uso potrebbe essere nato in riferimento a corsi d’acqua profondamente incassati nei fianchi montuosi (le forre tanto tipiche del paesaggio della Costa d’Amalfi) per poi passare alle pareti rocciose che li fiancheggiano.

Pàipo. Toponimo che è oggi utilizzato per indicare il versante occidentale del Monte Tre Calli, affacciato su Vettica di Praiano e Positano. Nel proporne  una possibile derivazione dal termine greco pàipalon, suppongo che  in origine si applicasse alla parte bassa di quel versante (da quota 800 m in giù), caratterizzata da fortissima pendenza media e sequele di pareti verticali.  Pàipalon, infatti, si ritrova usato col senso di precipizio da Omero (Odissea, 3, 170) e col senso di luogo scosceso da Callimaco (Dianam, 194).

Megano. Il termine non costituisce solo il nome proprio di una specifica dolina con inghiottitoio che si apre su un  ripiano orografico posto a mille metri di quota tra il M. Cervigliano ed il M. Cerreto. Esso è anche termine generale, ancora in uso nel dialetto agerolese, per indicare fosse naturali nel suolo, di solito subcircolari e di diametro metrico o, più raramente, decametrico. Mi è capitato, ad esempio, di sentir dire “s’è apierto nu mévano” per dire che nel terreno si è improvvisamente aperta una voragine.

Si tratta di un fenomeno abbastanza diffuso laddove il substrato calcareo è coperto da parecchi metri di piroclatiti (ceneri e pomici vulcaniche). Il processo genetico di simili forme è quello schematizzato in figura.

 

Tra i vari tipi di doline, diversi per forma e genesi, ecco quello che si attaglia ai casi presenti sugli altipiani dei M. Lattari, dove le rocce carsificate (calcari mesozoici e conglomerati calcarei del Plio-Pleistocene) sono coperte da un manto (spesso fino a una quindicina di metri) di piroclastiti alterate, rese coesive da una frazione argillosa che è via via più abbondante man mano che si scende nella sequenza di strati. Le acque di infiltrazione che convergono radialmente verso un condotto carsico sepolto, dilavano delle particelle del manto piroclastico scavando dentro quest’ultimo una cavità che via via diventa più vasta e migra verso l’alto attraverso distacchi dalla volta (Stadi A, B, C). Col procedere dei fenomeni, il diaframma tra cavità e superficie diventa infine sottile abbastanza da cedere all’improvviso (Stadio D) generando un “megano”.

Tra i vari tipi di doline, diversi per forma e genesi, ecco quello che si attaglia ai casi presenti sugli altipiani dei M. Lattari, dove le rocce carsificate (calcari mesozoici e conglomerati calcarei del Plio-Pleistocene) sono coperte da un manto (spesso fino a una quindicina di metri) di piroclastiti alterate, rese coesive da una frazione argillosa che è via via più abbondante man mano che si scende nella sequenza di strati.
Le acque di infiltrazione che convergono radialmente verso un condotto carsico sepolto, dilavano delle particelle del manto piroclastico scavando dentro quest’ultimo una cavità che via via diventa più vasta e migra verso l’alto attraverso distacchi dalla volta (Stadi A, B, C). Col procedere dei fenomeni, il diaframma tra cavità e superficie diventa infine sottile abbastanza da cedere all’improvviso (Stadio D) generando un “megano”.

In quanto a etimologia, il termine potrebbe derivare dal latino meatus (‘passaggio’, in riferimento al fatto che talune di quelle voragini superficiali danno accesso a cavità carsiche dentro al substrato calcareo. Ma è anche possibile che il termine venga dal greco antico mégaron, che tra i suoi significati non ha solo quelli, più noto,  di ‘camera, sala, grande casa’[1], ma anche quelli di ‘penetrale, cavità sotterranea, fossa’ (Pausania; Periegete, 9,8,1). In tal senso esso potrebbe indicare che in epoca greca o ellenistica si diffuse anche nella nostra zona (forse proprio sul fertile e già coltivato altipiano di Agerola) il culto di Demetra (Cerere per i Romani).

A Demetra Thesmophoria (cioè legislatrice, regolatrice, dell’agricoltura) erano dedicate  le Tesmoforie: festa annuali in cui si celebrava Demetra che, essendo in lutto peréè la figlia Persefone (Proserpina per i Romani)  era stata  rapita da Ade e portata negli inferi come moglie, per molto tempo non assolse al suo ruolo di regolatrice della crescita e dei raccolti (metafora della pausa vegetativa invernale). Il rituale coinvolgeva solo le donne, durava più giorni e  prevedeva anche che le carcasse degli animali offerti in sacrificio  fossero gettate in una grotta o pozzo (il mégaron).

D’altra parte, nell’antichità  la nostra zona era nota come Sirenussai, ossia ‘Terra delle sirene’ (vedi su questo blog l’articolo “ Navigando sotto i nostri monti al tempo delle mitiche Sirene”, e proprio alle mitiche sirene  – che all’epoca erano intese come donne-uccello, non ancora come donne-pesce –  che Demetra aveva affidato la custodia di Persefone minacciata da Ade.


[1] Pellegrini, op. cit , pag. 81

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