Agerolesi illustri del passato. Un cardinale “rubato” ed un vescovo dimenticato

 

Il seicento fu un secolo particolare che fu segnato, da una parte, da  crisi socio-economiche e pestilenze, ma dall’altra, da episodi di arricchimento (di alcuni a discapito delle masse) e di crescita del fervore religioso (tipica dei periodi di crisi grave) da cui scaturirono anche opere entrate a far parte del patrimonio storico-artistico. Oltre che a Napoli, ciò si legge anche -a scala ridotta- ad Agerola, dove furono determinanti soprattutto  i proventi dell’Arte della seta [1]. Come lascito positivo del ‘600 troviamo le tante opere d’arte di cui furono arricchite molte nostre chiese, gli edifici religiosi che furono ristrutturati o costruiti ex novo in quel periodo [2] e la nascita di nuove Confraternite (o Congreche) quali enti di assistenza sociale[3]. Cito, ad esempio, il completamento della parrocchiale di San Matteo a Bomerano, l’edificazione del Monastero carmelitano di S. Teresa a Campora (poi stupidamente abbattuto per costruire la Casa del Fascio; a sua volta scomparsa col cantiere per il nostro sfortunato Palazzetto dello Sport), l’Arciconfraternita di S. Maria del Carmine a San Lazzaro, con collegata Scuola pubblica. Riguardo ai notevoli investimenti in opere d’arte mi limito a ricordare la bella tela con San Michele, in ricca cornice dorata, nella omonima chiesetta di Campora, l’altare in tarsia marmorea policroma della chiesa confraternitale dell’Immacolata (Bomerano) e le tele del noto pittore palermitano Michele Ragolia che abbiamo nelle chiese di S. Anna e di Tutti i Santi (ben studiate dalla storica dell’arte Ida Maietta nel volume “Recuperi e restauri ad Agerola”, Eidos 1990).

Tra i personaggi che animarono culturalmente il seicento agerolese ricordo il marchese Matteo Brancati che col suo testamento dell’11 Ottobre 1692 impegnò i suoi eredi a fondare entro due anni (cosa che fecero) il già ricordato Monastero di S. Teresa. Una legenda tutta agerolese e totalmente infondata vuole che quel monastero fu fondato dal Cardinale Brancati. Ma tale famoso cardinale (Lorenzo B.) era di Lauria (Potenza) e l’unico suo legame Agerola  passa, forse, per una riconoscimento di parentela che –come il Cardinale ricorda nella sua autobiografia- si vide chiedere da un certo Domenico Brancati “da Napoli”. Sull’ipotesi che quel Domenico appartenesse ai Brancati agerolesi sto cercando di raccogliere delle prove e sarò grato a chi vorrà aiutarmi.

Certo che è strano come si sia cercato di spacciare come figlio della nostra terra un cardinale che agerolese non era, mentre ci si è totalmente dimenticati di un altro dotto ecclesiastico del seicento che è senza dubbio nostro concittadino: Francesco Antonio Porpora.

Lo storico Matteo Camera nelle sue ponderose “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, alle pagine 183-186 del volume II, si intrattiene a lungo su questo notevole personaggio, nato ad Agerola  verso il 1583 da tale “Gio. Battista, di civile ed onesta condizione”. Nel seguito il Camera aggiunge che il Porpora coltivò “da prima le belle lettere con successo, e di poi la ragion civile e canonica sotto la disciplina dell’egregio giureconsulto Giacomo Gallo”, di cui il Porpora scrisse e pubblicò una bella biografia.

Già conventato nel Diritto civile e canonico, il Porpora corse da prima con grande successo lo splendido arringo del Foro napoletano. Ad intuito del cardinal Bighi, basiliano, pubblicò a pro di questo Istituto una memoria di materia contenziosa sulla precedenza tra i Cassinesi ed i Basiliani. Scrisse inoltre in lingua latina un forbito discorso circa il tempo in cui visse S. Antonino, contemporaneo di S. Catello vescovo di Stabia. Di poi, fu preso da si caldo  amore per l’istoria e per l’archeologia, che da esse mai si potè separare per l’intero corso della sua vita.

Ei fornì molti elementi e notizie istoriche al celebre letterato Camillo Pellegrini per la sua storia de’ principi Longobardi.

Esercitando dunque l’avvocheria in Napoli, vennegli in pensiero ed in voglia grande di compilare e pubblicare nel sermone del Lazio una Storia civile ed ecclesiastica  di Amalfi e del suo ducato; pel qual lavoro, documenti di ogni ragione ed un enorme materiale di codici mss. antichissimi e rari raccolse.

Dato mano all’opera, ei di frequente ritraevasi in Agerola in sua casa paterna, affinché in mezzo alla tranquillità ed al silenzio di quel natio soggiorno potesse meglio attendere alla suddetta opera patria con calma e serenità di mente. Ed invero, grande era l’amore, lo studio e l’applicazione che il Porpora pose intorno alla riuscita di tal lavoro e pel quale si mise in corrispondenza letteraria con Bartolomeo Caracciolo, col Chioccarelli, con l’antiquario Antonio d’Afflitto di Scala e altri insigni letterati di quel tempo.

Infrattanto il Porpora scarso di beni di fortuna e bisognevole di moneta, cominciò a poco a poco a contrar debiti, ed in ultimo a far vendita di qué pochi fondi rustici rimastigli dal defunto suo genitore. Già annojato della vita pubblica, egli avea risoluto di consacrarsi effettivamente al Servizio Divino; epperò indossato l’abito chericale in Napoli, in poco di tempo ascese ivi al sacerdozio, correndo l’anno 1628.

Pertanto, ei continuò a coltivare la letteratura sacra e profana; e precedentemente nella state del 1633, schivando i grandi calori della Capitale, recossi in sua casa in Agerola a godere di quelle fresche aure campestri ed anche per dare l’ultima mano all’anzidetto lavoro storico su Amalfi. Che però, poco dopo, scrivendo egli al Chioccarelli, suo amicissimo, fecegli conoscere che il succennato suo lavoro storico era a buon termine; non restandogli a rovistare se non alcune poche notizie sulla città di Ravello, e che frattanto egli mandasse la circolare (!?) di Fra Landolfo Caracciolo arcivescovo di Amalfi.

Salito in bella riputazione per dottrina e per candidezza di costumi, venne creato vescovo di Montemarano da Urbano VIII”

 

Dopo i tempi del Porpora, la Diocesi di Montemarano (in Irpinia) fu accorpata a quella di Nusco che poi divenne, a sua volta, parte della attuale Arcidiocesi di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia. Dalla pagina 231 del “Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica” di G. Moroni (1847) si apprende che la nomina a vescovo del nostro concittadino avvenne nel 1636. Ne dà conferma anche A. Zuccagni-Orlandini a pag. 75 della sua “Corografia fisica, storica e statistica dell’Italia e delle sue isole” (1845), ove si dice anche che il Porpora scrisse pure una Storia di Montemarano, rimasta inedita.

Circa lo spessore culturale del Porpora viene definito “dottissimo canonista” a pag. 411, Volume XX de  “Le chiese d’Italia dalle loro origini sino ai nostri giorni” di G. Cappelletti; da cui si apprende anche che il nostro concittadino fu il XXXIII vescovo dell’antica diocesi di Montemarano (nata nel secolo VIII).

Ma continuiamo a seguire quanto di lui scrive il Camera:

“Andato in Roma per la sua consacrazione, monsignor Porpora ebbe colà occasione di contrarre amicizia con l’Allacci e col Lasena, che nutriron per lui la più alta stima e grande considerazione. L’Allacci non mancò di far meritato elogio del Porpora; e Pietro Lasena di lui favellando lo assomoglia al Giovio nel far raccolta di statue e di effige di uomini illustri per il di lui ricco museo, dicendo: Franciscus Antonius Purpura clarissimus Juriconsultus et historiarum peritissimus seu alter Jovius Illustrium vivorum praecipue regni Neapolitani ereas imagines ut studiose perquirit, ita in maximam ducit cogitationum levamentum – Deinde electus fuit episcopus Montimarani in Principatus ulteriori –Natalem habuit in Agerulo vel potius originem trahebat ex terra Furoris ubi familia Purpura ab antiquo reperitur”.

“Tenne egli reciproca corrispondenza letteraria con un gran numero di letterati e molta intrinsechezza col venerando uomo P. Giulio Mancinelli da Macerata, gesuita, dal quale veniva spesso consultato in materie scientifiche e letterarie.

Al fine, monsignor Porpora, dopo aver governato la chiesa di Montemarano con sommo zelo e carità cristiana, passò all’altra vita e tra le lacrime de’ buoni nel 1640. Morì povero perchè avea speso tutto a beneficio de’ poveri e della sua chiesa. Fuor dubbio, la vita del Porpora fu una serie continua di sventure”.

Il racconto del Camera prosegue, poi, con una sorte di flash back  dedicato alle difficoltà economiche cui il Porpora andò incontro per finanziare i suoi studi e le sue ricerche storiche:

“gli fu di bisogno vendere per alcune sue occorrenze con patto di retrovendendo a Prudenzia de Rosa de Napoli vidua diversi pezzi di terra celzati et altri frutti siti in la terra di Ayerola in lo casale de Pianillo in loco ove si dice Alli Fiori iuxta li beni del quod. Alexandro Naclerio, la via pubblica e sopra una selva castagnale, et due pezzi di castagneto siti in la stessa terra in lo casale di Campora dove si dice  sopra lo Crescente iuxta li beni del quod. Gio. Giacomo Cavaliero, ecc. ecc.” (dall’atto stipulato il 26 aprile 1623 in Napoli per mano del notaio Francesco Paradiso).

“E ciò non bastevole a soddisfare altre obbligazioni contratte, la Regia Corte, ad istanza de’ suoi creditori, ordinò sequestro de’ di lui mobili e, fra l’altro di tutt’i libri e codici manoscritti; delegandone all’uopo l’arciprete don Natale Federico di Agerola a tenerli in deposito e per custodia per di poi provvedersi”.

            Il verbale di tale sequestro è molto interessante da leggere, perchè dà una chiara idea della quantità di libri e “carte” che il Porpora aveva accumulato per la sua formazione e per le sue ricerche a carattere storico. Eccone il testo, come lo riporta il Camera:

Die 23 aprilis 1634. Nota delle robbe exequite ad istantia del P. Fra Silvio Fucito sindico et procuratore del venerabile monastero di Gesù Maria nella  casa del clerico Francesco Antonio Porpora, fatta detta nota in presenza del clerico D. Francesco de Rosa et del clerico D. Carlo Grosso, Stefano di Fusco, dottor Francesco Naclerio et altri.

In primis una lettiera di noce ec. ec. 

In una finestrella novanta uno pezzi di libri.

Cento ventisei pezzi di libri di diverse maniere stavano in terra.

Sopra lo scando (scanno) settanta cinque pezzi di libri parte in foglio parte in mezzo foglio et parte in quarto.

Dentro uno sportone sessanta sei pezzi di libri di diverse maniere (sic).

Un bavoglio (baulle) con scritture  et scatole, et altre cosette quale si è serrato et consignate le chiavi per calarle ad Amalfi.

Cinquantasei pezzi di libri sotto un tavolone.

Uno sproviero di tela verde vecchio.

Quarrantasei pezzi di libri in una finestrella.

Uno sportone di scritture vecchie nell’altra camera.

Sopra una boffetta cento sissantuno pezzi di libri di diversi manieri (sic).

In una cascia sittanta libri di diversi manieri con certi piatti.

In una altra cascia quasi piena di diversi libri  et scritture vecchie ec. ec.

In un basso sotto la camera cinquanta pezzi di libri di diverse maniere ec.

In tutto numerati rilevati ed asportati, sono 650, cioè piccoli, grandi, senza legare et parte di quelli con carta di bambage per covertura et altri con carta coirina, benchè il detto numero (di libri) come di sopra, non li conta tutti distintamente, per esserne molti dentro le casse ec.

Actum Agerulae die 26 Aprilis1634.

Io D. Natale Federico tengho tutte le  sopradette cose in mio potere come m’hanno comandato li miei Illustrissimi Padroni.

 

Da questo verbale si ha anche l’impressione di un notevole disordine, con libri poggiati per terra, su tavoli  o in vani-finestra. Altri libri e scritture sono ficcati dentro casse e persino in uno sportone. Ma credo che si tratti semplicemente del modo in cui il Porpora stesso aveva “sistemato” quel materiale in vista del sequestro. Credo pure (anzi, spero) che egli fu abbastanza saggio da lasciare in quella casa solo il materiale che gli era meno doloroso perdere; tenendo o trasferendo altrove quello più utile al prosieguo delle sue appassionate ricerche storiche. Tra quest’ultimo vi era certamente ciò che aveva già raccolto e scritto per la sua “Storia civile ed ecclesiastica  di Amalfi e del suo ducato”.

            Sul manoscritto di quest’opera il Camera scrive che esso “rimase incompiuto per l’avvenuta promozione alla sede episcopale di Montemarano” senza peraltro dirci su cosa basa questa affermazione data con tanta sicurezza. Eppure poche righe sopra il Camera cita quella lettera (presumibilmente del 1633-34) con la quale il Porpora informava il Chioccarelli che il suo lavoro storico “era a buon termine; non restandogli a rovistare se non alcune poche notizie sulla città di Ravello”. Viene  da chiedersi: possibile che, per finirlo,  non bastarono al Porpora gli altri sei anni di vita che gli restarono e che gli impegni da Vescovo da lui avuti dal ’36 al ’40 fossero talmente gravosi da fargli abbandonare quell’impresa cui tanto tempo e denaro aveva dedicato? Tanto più che, da Vescovo, il Porpora trovò anche il tempo di scrivere, come si diceva, una Storia di Montemarano!

Secondo quanto scrive il Camera, dopo la morte del Porpora, il manoscritto della “Storia civile ed ecclesiastica  di Amalfi e del suo Ducato” insieme ad altri documenti, passò “in mano di un suo nipote in Agerola; ma sopraggiunta in tutto il Regno la tremenda peste del 1656, per sospetto di contagio furono barbaramente dati alle fiamme (!!!).

Come non condividere il “barbaramente” ed i tre punti esclamativi del Camera! Evidentemente quelle preziose “carte” si trovavano in una casa dove si era registrato una morte per peste e la paura del contagio era grande. Ma grande dovette essere anche l’ignoranza del valore di ciò che si stava bruciando; tanto da non fare nessuno sforzo per una prevenzione meno distruttiva (se no, perchè non bruciare addirittura le case ove era passato il morbo?).

Oggi, invece, sappiamo bene quanto sarebbe utile leggere i dati storici che il Porpora aveva ricavato dai tanti documenti antichi (in gran parte non più reperibili oggi) che egli aveva pazientemente cercato e ricopiato in anni ed anni di appassionato lavoro presso biblioteche ed archivi della “Costiera”, di Napoli e di altri luoghi, grazie anche alle collaborazioni che –come apprendiamo dal Camera, egli aveva saputo stabilire con tanti dotti del suo periodo.

Tanto sarebbe importante ritrovare una copia di quel manoscritto, che voglio chiudere con una …traccia incoraggiante: nella sua “Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie” (opera della metà del seicento di cui esiste una ristampa anastatica di Forni Editore, 2003) Ottavio Beltrano, dopo aver dato le principali notizie storiche su Amalfi, aggiunge: “Molte cose si potrebbero dire di questa Città, le quali riserbo a quel che dottamente & a lungo ne scrive il Dottor Francesco Antonio Porpora Vescovo di Monte Marano”.

Pur con qualche dubbio, a me questa frase appare come una citazione bibliografica, ossia un rimando ad un’opera già compiuta e (stampata o manoscritta che fosse), in qualche modo reperibile dal lettore. Se così fosse, la voce sul bruciamento del manoscritto potrebbe essere falsa (forse una illazione di epoca posteriore[4]), oppure ne esisteva una trascrizione. Dunque, perchè rinunciare in partenza ad una ricerca presso collezionisti, antiquari, biblioteche ed archivi, per vedere se, per caso, l’opera del Porpora non sia ancora recuperabile? Tra le sedi in cui cercare, ricordo ai volenterosi la Biblioteca del Seminario vescovile Sant’Amato, ricca di 10.000 volumi, e l’Archivio della Curia Vescovile di Nusco, dove potrebbero giacere dimenticate anche altre cose del Porpora.

 

            Infine un caldo suggerimento agli Amminitratori comunali: intestare all’illustre e sfortunato concittadino Francesco Antonio Porpora una strada o una piazza, oppure la nostra Biblioteca Comunale che, per quanto piccola e poco frequentata, raccoglie molte opere a carattere storico e letterario, configurandosi come il luogo più adatto a commemorare un personaggio che tanto amò la cultura e lo studio.

 


[1] La coltivazione del baco da seta e la connessa filatura si erano qui sviluppate fina dal tardo ‘400  e continueranno a dare introiti importanti fino al settecento.

[2] -Vedi in documento sulle antiche chiese di Agerola in questo blog e la bibliografia ivi citata.

 

[3] Confraternite, Monti di Pietà e Monti di Maritaggio erano in realtà sorti già nei due secoli precedenti (vedi A. Apuzzo “Agerola” Tip. Napoletana, 1964).

[4] Al proposito voglio ricordare che gira anche un’altra voce che dice che, in realtà, del manoscritto finì nelle mani di uno storico locale successivo, che si appropriò dei contenuti per la sua opera. Fosse stato lui a far nascere la fola che l’opera del Porpora era stata bruciata?

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