Le strutture militari dell’Agerola medievale: ipotesi per una ricerca.

Agerola, si sa, ha fatto parte del territorio della Repubblica di Amalfi dalla nascita al tramonto di quest’ultima (IX-XI secolo). Poi condivise con Amalfi e molti altri centri dell’antica Repubblica, il periodo di semi-indipendenza che si ebbe nei secoli a seguire e, infine, la fase feudale in cui il titolo di Duca di Amalfi fu, nell’ordine, di Venceslao Sanseverino (dal 1398), Giordano Colonna (dal 1405), Raimondo II del Balzo Orsini (dal 1445 al 1461) e poi di vari esponenti della famiglia  Piccolomini che lo tennero fino al 1673 con una parentesi di un cinquattennio circa (tra tardo ‘500 e inizio ‘600) in cui il feudo fu prima di e Ferrante II Gonzaga.

Il territorio dell’antico stato amalfitano era difeso da numerosi castelli e torri di guardia, tanto sulla costa e lungo il versante meridionale dei Monti Lattari, quanto su quello settentrionale. A sud, i castelli più importanti e più spesso citati nei documenti medievali erano quelli di Montalto e Polvica (a Tramonti), i due castelli di Scala (Scala major e Scalella), quello di Supramonte (a Ravello) e quello di Pogerola. A controllare e difendere gli accessi da nord vi erano i castelli di Lettere e di Gragnano (nella odierna frazione Castello), quello di Pino (di cui sopravvive la chiesa e pochi resti del perimetro murario e del maschio) e quello di Pimonte, sito in cima al M. Pendolo[1].

Altre strutture militari erano poi a Capri, sull’isolotto del  Gallo Lungo, sul valico tra Positano e Vico Equense (località S. Maria del Castello). All’elenco vanno poi aggiunte le torri costiere (accresciute in numero e ristrutturate all’epoca del vicereame spagnolo), le mura di cinta di cui erano muniti i centri più importanti (Amalfi, Scala, Ravello) e, molto probabilmente, una serie non piccola di altre opere difensive “minori” di cui si è persa memoria e traccia.

Ve ne era qualcuna ad Agerola? Di che tipo erano e dove sorgevano? Sono domande cui non è facile dare risposte certe, ma alle quali voglio dedicare questa mia modesta nota perchè –come vedremo- c’è qualche indizio da cui partire e non sarebbe male che qualche nostro studente universitario, o “semplice” appassionato di ricerche storico-archeologiche, si dedicasse a cercare altre testimonianze scritte e/o tracce sul terreno.

Circa queste ultime voglio ricordare che le costruzioni militari dell’alto Medio Evo non avevano le murature possenti (e durature) che siamo abituati a vedere nei castelli di epoche successive, in quanto cannoni e bombarde non erano stati ancora inventati. Inoltre, nel caso del nostro territorio, delle recinzioni possenti risultavano inutili laddove l’orografia accidentata non consentiva l’avvicinamento con macchine belliche.

Circa la possibilità che anche ad Agerola siano sorte opere militari all’epoca della Repubblica/Ducato di Amalfi, faccio notare che il paese ha una posizione geografica che doveva essere strategica per due motivi: il primo è che essa si collocava lungo uno degli attraversamenti più agevoli per raggiungere Amalfi via terra venendo dalla Piana del Sarno o dalla costa di Stabia (quello che passa per il valico di Colle S. Angelo; detto Jugo nel medioevo). Il secondo motivo risiede nel fatto che il ciglio del nostro altipiano risultava ben visibile da molti centri abitati della costa, configurandosi come un luogo ideale per mandare verso questi dei segnali di allarme in caso di minacce militari da nord. In simili evenienze i già menzionati castelli di Lettere, Gragnano, Pimonte e Pino difendevano, si, gli accessi naturali della sella di Tralia e della vallata del Vernotico, ma essi avevano comunque la necessità di poter comunicare rapidamente con i centri della costa amalfitana e, primo tra tutti, con la direzione militare centrale che risiedeva nella rocca dello Ziro. Dato che le segnalazioni urgenti erano inviate tramite segnali con campane o con fuochi, ne derivava la necessità di dover “far ponte” (come diremmo oggi) con presidi militari posti sul crinale dei Monti Lattari e sulle alture visibili da detti centri costieri.

Uno di questi nodi di comunicazione poteva essere proprio sul valico di S. Angelo a Jugo, che è ben visibile dai castelli di Pino e Pimonte e dove ancora oggi si osservano i ruderi di una  chiesetta medievale cui potevano essere annessi dei locali per un corpo di guardia. Per inciso faccio notare che da giovane (primi anni ’70) ho visto il rudere ancora in piedi, sebbene sfondato. Oggi rimane molto meno e trovo assurdo che mai si sia presentato un progetto per consolidare e valorizzare questa importante testimonianza della nostra storia!

I messaggi rimandati da Jugo potevano essere visti da quasi tutti i casali della conca di Gerula (antico nome di Agerola), ma per giungere sulla costa amalfitana avevano bisogno di essere ripetuti da un altra postazione sita sul ciglio dell’altipiano agerolese. In tal senso, una postazione nell’area di Punta Corona avrebbe potuto comunicare bene con Furore e Praiano, mentre con i centri più orientali (da Conca ad Amalfi e oltre) poteva comunicare meglio una postazione sita in San Lazzaro.

Circa quest’ultimo casale, sono certo che al lettore verrà subito in mente il cosiddetto “castello” Lauritano. Su di esso osservo che tanto la sua intestazione privata (i Lauritano sono una importante ed antica famiglia di Agerola) quanto i caratteri che mostrava il rudere prima della sua recente ricostruzione (che molto ha fatto discutere), lo fanno interpretare come una struttura residenziale, più che militare. E’ vero che ciò potrebbe derivargli da una riattazioni post-medievale, ma l’ipotesi che, prima, lì sorgesse un vero castrum mi pare che contrasti con la posizione del sito: fuori vista dal paese, affacciato su un dirupo insuperabile per chi attaccasse da sud o da est e vulnerabile, invece, per attacchi da nord perchè sottoposto al pendio che scende dal Monte Murillo.

Detto ciò, bisogna invece osservare che il sito ha una ottima visuale (ovviamente reciproca) coi castelli di Pogerola, Scala, Ravello ed Amalfi; per cui mi pare molto probabile che fosse un importante sito di vedetta e segnalazione.

Ma, tornando al collegamento segnaletico via Jugo tra i castelli del versante nord ed Amalfi, va notato che il sito di “castello” Lauritano non è in vista del valico di S. Angelo. Dunque, se faceva parte di tale collegamento, aveva bisogno di un altro “ponte” in territorio agerolese, che fosse da lì visibile e che fosse anche in vista del valico di Jugo.

A tal proposito, un’area che ritengo fortemente indiziata è quella ove oggi sorge (in pietose condizioni ed incerto destino) la Colonia Montana costruita a San Lazzaro in epoca fascista. Come è noto, essa sorse sul sito della imponente residenza che qui aveva si era fatto costruire il nostro Generale Avitabile dopo il suo rientro, da nababbo, dall’Afganistan (vedi foto e notizie su altre pagine di questo blog). Ma, a giudicare da qualche avanzo ancora visibile e da certe foto di inizio novecento, pare che, prima ancora, su quel dosso ci fossero ruderi di antiche costruzioni. Appartenevano ad un castello o fortilizio medievale? Chissà. Certo è che il sito ha una posizione ottimale: guarda molti paesi della costa; è in vista del valico di S. Angelo a Jugo e del sito di “castello” Lauritano; sta su una culminazione orografica facile da munire e difendere; è visibile da tutti i casali della conca agerolese e sorge a due passi dal centro di San Lazzaro (dei cui abitanti –ma non solo- poteva funzionare come ricetto in caso di invasioni).

L’ipotesi di un antico uso militare del dosso della Colonia trova qualche elemento a supporto nel fatto che esso, nonostante l’adiacenza al centro del casale, è scampato per secoli all’urbanizzazione, presentandosi ancora sostanzialmente sgombro quando l’Avitabile comprò la proprietà. Un altro leggero indizio potrebbe essere quello che il sito è denominato Castello nel Foglio 18 della mappa catastale del 1907. E’ vero che il termine potrebbe essere anche nato nell’ottocento, con riferimento al palazzo del Generale (sic!), ma non è detto.

Per chiudere voglio ora riportare due interessanti fonti documentarie medievali. La prima è la Cronaca dell’abate di Telese Alessandro[2], nella sua parte dedicata al vittorioso attacco  che i normanni portarono allo Stato di Amalfi nel 1131. In quell’ episodio l’esercito radunato dai normanni attaccò sia via mare che via terra. Il ramo terrestre dell’attacco cominciò con lo sbarco a Salerno delle truppe, che poi si spostarono nella piana del Sarno, risalirono i valichi di Chiunzi e di Agerola e –vinte le pur forti resistenze offerte dai vari castelli (ultimi quelli di Pogerola e la Turris Magna di Ravello)- scesero, infine, ad attaccare Amalfi che, minacciata contemporaneamente da mare, si arrese al re Ruggero II di Sicilia (G. Gargano –La città a mezza costa. Bruno Mansi Ed., 2006; pag 74-76). Concludendo la narrazione di questa guerra, il cronista telesino, al cap. XI, pag. 105 così si esprime:

“…Factum est autem dum turris Rabelli, in quo prae caeteris oppidis maxima Amalfitanorum spes inerat, petrarum ictibus crebius quateretur, pars non modica ex ea obruitur, quo viso Rebellisii, ipsique Amalfitani continuo corde soluti, viribusque prae  timore destituti, de pace cum Rege habenda mox consulunt. Quid plura? Rex Rogarios pro velle suo datis, acceptisque dextris recepit Rabellum, Scalam, Gerula, Pugerulam caeteraque Amalfitanorum oppida: sicque sibi pro velle suo subjecta Amalfiano victor revertitur.”

Una traduzione di massima di questo brano può essere: “Avvenne poi che la rocca di Ravello, in cui -più che in altre- era posta la massima speranza degli Amalfìtani, crollò in buona parte sotto i forti getti di pietre (delle catapulte); il che visto, i Ravellesi e gli Amalfitani furono presi da scoramento e per timore (di peggiore sorte) decisero di chiedere subito la pace al Re. Che più? Strette a vicenda le destre, il re Ruggiero ricevette, come era suo desiderio, Ravello, Scala, Gerula, Pogerola ed altri luoghi fortificati degli Amalfitani; così soggiogata –come voleva- Amallì, egli tornò in Salerno vincitore”.

 

Il secondo documento proviene dai Registri della Cancelleria Angioina di cui ho sfogliato la ricostruzione di R. Filangieri (Atti della Accademia Pontaniana in Napoli, 1950) trovandovi, a pagina 24 del volume XXXIX (anni 1291 e 1292) una apodissa (ossia quietanza rilasciata a un funzionario) relativa a spese sostenute per riparare dei castelli. Di essa qui interessa riportare il seguente passo:

….item pro aliis reparationibus castrorum Scala maioris, Turris Nove supra Ravellum et eorum castrorum Scalelle et Agerule, unc. 28 tar. 9 gr. 11.

 

Dire che questi documenti provino definitivamente che Agerola aveva un castello o fortilizio (nato all’epoca dell’antico stato amalfitano e restaurato in epoca angioina) mi sembra prematuro. Mi inducono a prudenza il fatto che il termine oppida non è privo di qualche ambiguità, nonché la possibilità che fosse detto “di Agerola” il non lontano castello di Pino. Ma, considerati insieme agli altri indizi che ho esposto nella prima parte, si tratta comunque di tracce che vale la pena di seguire, cercando ulteriori evidenze documetarie ed archeologich e. In bocca al lupo!


[1] Sui castra del versante nord si veda l’ottimo volume di D. Camardo e M. Esposito “Le frontiere di Amalfi”, Centro di Storia e Cultura Amalfitana,. Ed.. Eidos, 1995.

[2] Alexandri abbatis telesini alloquium ad regem Rogerius.

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