Alle origini di Agerola: tracce dell’Età del Bronzo nella Grotta di S. Barbara e al Campo Sportivo

 

La Grotta di Santa Barbara, in uno con altre cavità minori che la circondano e con la bella rupe calcarea nella quale tutte si aprono, costituisce uno dei siti di maggior interesse paesaggistico, naturalistico e storico-artistico del nostro territorio. La grotta principale si situa a quota  580 m s.l.m. lungo la scarpata che orla a meridione l’altipiano di Agerola, vicinissima al confine con Furore e stupendamente affacciata sulla sottostante valle del torrente Praia; che discende, quieta e verdeggiante, dalle bianche pareti della cima del  M. Tre Calli (1122m) fino al blu cobalto del Golfo di Salerno.

Mentre consiglio a tutti una passeggiata lungo la antichissima e panoramica mulattiera che scende da Bomerano a Furore (Pizzo Corvo) passando vicini alle grotte di S. Barbara, devo ricordare che è pericoloso cercare di salire fin su ai ruderi della chiesa e, peggio ancora, cercare di accedere alle caverne più in alto. La presenza di salti verticali, rocce scivolose e macerie instabili sulle quali occorre passare, precludono quei luoghi a persone non esperte e non attrezzate.

Riguardo ai valori storico-artistici del sito, rimando all’approfondito studio “L’insediamento rupestre di S. Barbara in Agerola” che apparve sul numero 20/21 (Dicembre 2001) della Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana a firma di G. Fiengo, G. Abate, M. Russo e del sottoscritto. Segnalando che esso è reperibile presso la nostra Biblioteca Comunale (oltre che presso quella di Amalfi, cui si appoggia il citato Centro), mi limito qui a ricordare che  tale articolo parte da una dettagliata descrizione del contesto e dei ruderi medioevali presenti (completa di piante, sezioni e foto a colori) per giungere a concludere che qui visse, fin dal X secolo,  una  comunità di monaci eremitici  (probabilmente organizzati come una laura bizantina) che, nel XII o XIII secolo, aggiunse alle pre-esistenti celle rupestri la chiesetta che dà il nome al sito ed alla maggiore delle grotte ivi presenti.

Riguardo, invece, alla geologia ed alla speleologia del sito, rimando il lettore all’articolo “La grotta di S. Barbara nel contesto della evoluzione geomorfologica della Piana di Agerola” che pubblicai, appena laureato, in collaborazione con i miei cari maestri L. Brancaccio ed I. Sgrosso sull’Annuario Speleologico (1975) del CAI Napoli.

Chiusa questa lunga premessa, voglio dedicare il presente articolo alla riproposizione integrale di ciò che sulla Grotta scrisse Paolo Parenzan a pag. 23 (rubrica “Notiziario”) del numero 1 de “La Speleologia” (Rivista del Centro Speleologico Meridionale, Azienda Tipografica Eredi Bardi, Roma, 1961). Eccone il testo:

La Grotta di S. Barbara, che si affaccia come un enorme occhio sulla valle del Furore, nella frazione di Furore (Com. di Agerola)[1], venne segnalata da un appassionato di speleologia, il Conte Carlo Gaudioso.

Una prima ricognizione venne effettuata il 22 marzo 1959 da: Pietro Parenzan, B. Davide, C.te C. Gaudioso e Consorte, che effettuarono un rilievo preliminare con abbondante raccolta di materiale scientifico. In superficie furono raccolti anche dei frammenti vascolari che, ad un primo esame, sembrarono attribuibili all’Età del Bronzo. In seguito a tale scoperta venne organizzata una seconda ricognizione il 24 aprile, alla quale parteciparono: Pietro Parenzan, C.te C. Gaudioso, B. Davide, R. Taddei, L. Bartoli, E. Danieli e lo scrivente.

Il primo giorno si eseguì un accurato rilievo del complesso ipogeo, si raccole altro materiale scientifico e si fissò in una serie di diapositive gli aspetti più spettacolari di questa bella grotta.

Il Sindaco di Furore mise gentilmente a disposizione, per ricerche paleo-etnologiche, strumenti di scavo e tre operai.

Si trattennero sul posto, per altri due giorni, il Taddei e lo scrivente, ospiti del Comune. E’ stato fatto un saggio nella sala grande, presso il “finestrone”[2]  e in una saletta interna oltre un diaframma di concrezioni, in una galleria inferiore.

Nel aggio superiore, una trincea di circa m 1,5 e 0,5 di profondità, praticata in un terreno argilloso-detritico a struttura grossolana, vennero rinvenuti molti frammenti vascolari di varie epoche recenti, insieme a frammenti che, per la caratteristica lavorazione a stecca e per i fregi ornamentali, si possono attribuire senz’altro all’Età del Bronzo. Impossibile stabilire una successione stratigrafica, in quanto il terreno era rimaneggiato. Nella saletta inferiore venne reperito un grande vaso in frammenti, ad impasto grezzo, di colorazione esterna  rossastra con chiazze scure, internamente bruno-scuro con accentuata steccatura. Presso il bordo presenta un fregio in rilievo, con un paio di bugne ed una “X”, pure in rilievo, sulla superficie esterna. Certa è l’antichità di tale reperto, anche in considerazione del diaframma stalattitico che precludeva l’ingresso.

Contemporaneamente sono state rilevate varie cavità  minori ed alcuni pozzi circotanti. E’ in corso il proseguimento delle ricerche.

L’articolo su La Speleologia è completata dauna  fotografia in bianco e nero che mostra un angolo della Sala Grande e che pubblico a parte.

  

Per concludere,  ricordo ai lettori che anche a me è capitato di raccogliere qualche frammento di ceramica dell’Età del Bronzo nella zona di imbocco della Grotta di S. Barbara. Frammenti analoghi li ho  trovati in vari altri punti del territorio agerolese, tra i quali Paipo, La Civitella e la zona dietro le absidi di S. Maria La Manna.

Ma il più cospicuo giacimento agerolese dell’Età del Bronzo deve essere l’area di necropoli (con tombe intatte) che venne fortuitamente ritrovata e devastata quando, nel 1971, si fecero gli sbancamenti per dotare di spogliatoi il Campo Sportivo San Matteo (sito sull’altipiano, a breve distanza da S. Barbara). In tale occasione emersero molte urne cinerarie, vasi e fibule di bronzo che, purtroppo, finirono in parte distrutti dalle ruspe e  in parte in mano a privati. Pur trattandosi di un cantiere di lavori pubblici, nessuno ebbe la sensibilità e la civiltà di segnalare per tempo la scoperta, in modo da permettere uno scavo scientifico che, con le informazioni ed il  materiale che ne sarebbe emerso, avrebbe certamente incrementato e qualificato il turismo ad Agerola, ponendo anche le basi per la creazione di un piccolo museo archeologico.

Solo pochi dei pezzi ritrovati al Campo Sportivo vennero consegnati al Sindaco dell’epoca perchè li inviasse alla Soprintendenza Archeologica insieme alla segnalazione del sito. Ricordo bene le foto di tali reperti che il Comune fece fare da mio fratello Giuseppe (Foto Star) prima dell’invio; ma gli esiti negativi di una ricerca svolta presso l’Antiquarium di Stabia fa sorgere il dubbio che nemmeno quei pochi pezzi giunsero infine alla Soprintendenza.

Racconto queste cose tristi non come una semplice lamentela, ma per far sapere ai più giovani quali errori non andranno più ripetuti in futuro, se vogliamo che il nostro paese cresca non solo in termini di metri cubi di edificato.

 


[1] Qui il Parenzan (evidentemente poco familiare coi luoghi) prende una  “svista” geografica: come dicevo, la Grotta affaccia sulla valle del torrente Praia e non sulla valle del Furore (ossia del Penise-Schiato). Che Furore non sia una frazione di Agerola, ma un Comune a se, lo riconosce lui stesso più avanti. Fa comunque bene a citare Agerola in quanto la Grotta e la parete in cui essa si apre ta nel nostro Comune (il confine con Furore passa subito a velle).

 

[2] L’autore si riferisce certamente a quella apertura con la quale si affaccia in parete il livello superiore della Grotta, il quale si compone di due cavernoni (“sale”) allineati e ampiamente interconessi. A detto livello superiore si accede per un articolato passaggio verticale che sale dalla caverna posta alle palle dei ruderi della chiesa. Tale passaggio fu attrezzato dagli antichi monaci con una scalinata in muratura che facilitava la salita, ma che si fermava circa 5 m più in basso del pavimento del livello superiore. A superare questo ultimo tratto, che è “a pozzo” e continua anche verso  il  basso, venne probabilmente posta una scala lignea (scalandrone) che –se retrattile- poteva servire anche a fare delle caverne superiori un sicuro luogo di rifugio in caso di minaccia (ad esempio, durante uno degli attacchi “saraceni” di cui è punteggiata la storia della Costa d’Amalfi e non solo).

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