L’ACQUA DI ROSA; un’ antica produzione agerolese che si potrebbe riprendere

Fra le attività produttive che, secoli fa, contribuivano all’economia di Agerola vi è quella della coltivazione estensiva delle rose e della connessa estrazione del profumo detto “acqua di rosa”.

Anche su questo argomento lo storico Matteo Camera è tra i primi a darci delle informazioni documentate. A pagina 632 delle sue Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi egli cita una lettera del 1331 inviata nientedimeno che da re Roberto d’Angiò all’agerolese Martino Scatola (consigliere e familiare del sovrano) per assicurarlo di aver ricevuto il quantitativo di acqua di rosa richiesto e premurarlo di fargli sapere il prezzo dovuto (“pretio  acquae rosatae quam emit ad opus Regium”).

Delle tracce ancora più antiche di quella produzione le ho trovate nei documenti dell’archivio vescovile di Amalfi[1] e in quelli dello scomparso monastero di S. Lorenzo, sempre di Amalfi[2]. Tra i primi abbiamo il documento LXXI, del 1204, che segnala un roseto ad Agerola tra i beni che vengono donati alla Chiesa dei SS. Filippo e Giacomo di Amalfi dal giudice Sergio della nobile famiglia dei de Sergio Comite.

Nel Codice Perris abbiamo ben cinque atti notarili che segnalano roseti ad Agerola nel periodo che va dal 1258 al 1340. Il primo cita un roseto in località Milline tra i beni che si dividono Maurone, Bartolomeo e Pietro de Maurone Comite. Di dieci anni dopo è l’atto che tratta di un vasto tenimento “in loco Longi” (Luongo) con “vinea, rosarium, castanieto,   fureste et silva”. Risulta, inoltre, che nel 1292 dei Casanova di Agerola possedevano un roseto a Radicosa, dove avevano anche vigne e case. Un altro documento del 1309 cita un  possedimento con “vinea, castaneto, silva, rosario, domibus et fabricis” nella parte alta di Pianillo, sul fianco orientale del Colle Sughero. Infine, un documento del 1340 cita due roseti agerolesi: uno a Capud de Pendolo (S. Lazzaro) ed uno a Bomerano (località A li comiquum).

Uscendo da Agerola, ma restando nel ducato di Amalfi, segnalo anche il documento a pag. 944-950 del Codice Perris (anno 1330) che, elencando i beni ereditati da Iacopo Fabaro e Giovanni comite de Maurone, non disdegna di citare anche “flasconem unum de aquarosata”, dimostrando insieme il  valore (costo) di quella preparazione di  profumeria ed il suo largo uso nella upper class dell’epoca.

Visto che i roseti dei sopracitati documenti medievali si collocavano tra 600 e 900 metri sul livello del mare e visto che l’attività scomparve nel corso del XVII secolo (Camera, op. cit. pag. 633),  si può avanzare l’ipotesi che quella produzione si avvantaggiò del mite clima del tardo Medio Evo, mentre al suo declino contribuì il forte peggioramento climatico che, intorno al 1650, fece iniziare la cosiddetta “piccola età glaciale” (durata sino alla metà dell’ottocento).

Dato che oggi il clima è di nuovo benevolo e che abbiamo bisogno di trovare nuove produzioni redditizie per contrastare l’abbandono dei nostri terrazzamenti (con crescente rischio idrogeologico), mi sembra un’idea da prendere in seria considerazione quella di rilanciare la coltivazione e la trasformazione delle rose, facendo leva –ai fini della promozione commerciale- sulla antichità e sul prestigio degli antefatti che ho qui brevemente narrato.

A tal proposito aggiungo –stavolta dando più spazio alla fantasia- che delle radici ancora più antiche potrebbero ricercarsi nelle celebri rose di Paestum, decantate da molti autori latini, tra i quali Virgilio (Biferique rosaria Poesti;  Georgiche lib. 4), Ovidio (Caltaque paestanos vincet odore rosas; Lib. 2, eleg. 4) e Ausonio (Vidi Paestano gaudere rosaria culto; Idyll. 14). Meno azzardata mi pare l’ipotesi di una influenza della celebre Scuola Medica Salernitana, che tanto si interessò di profumeria nei secoli in cui, grazie anche ai rapporti dei navigatori amalfitani con il mondo islamico,  l’occidente riscopriva la produzione e l’uso dei profumi dopo la lunga pausa seguita al crollo dell’Impero Romano. Infatti, pare che si debba alla al-kimiya araba il perfezionamento della tecnica della distillazione per trarre essenze da piante e fiori; mentre in epoca  romana ci si affidava alla estrazione tramite sostanze grasse.


[1] Jole Mazzoleni –Le pergamene degli archivi vescovili di Amalfi e Ravello, Università degli Studi  di Napoli, Istituto di paleografia e diplomatica. Arte Tipogtrafica, Napoli, 1973

 

 

[2] J. Mazzoleni Jole e R. Orefice – Il Codice Perris. Cartulario amalfitano; Sec. X-XV.. Centro di cultura e storia amalfitana (1987/89). 

 

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