Il “cunto” della vecchia

Quando non c’era ancora la televisione a “ipnotizzare” le famiglie e ad imporre il silenzio in casa, il dopo cena  era quasi sempre occasione per starsene raccolti intorno al camino ad ascoltare i resoconti della giornata da parte di chi –per lavoro o per commissioni varie- l’aveva passata fuori; discutere su piccole e grandi decisioni familiari da prendere; pianificare il lavoro nei campi o in montagna da farsi all’indomani e coltivare memoria e fantasia dei più piccoli con uno dei tanti racconti (cunti) che gli anziani sapevano narrare, attingendo ad una tradizione orale che era spesso vecchia di secoli.

Tra i cunti che io ho ascoltato da bambino e che ricordo, alcuni erano fiabe del tutto fantastiche; molte delle quali ho poi ritrovato nella celebre  raccolta seicentesca “Lo cunto de li cunti” di G.B. Basile[1]. Altri erano, invece, narrazioni di fatti che sarebbero realmente accaduti in paese, in un passato più o meno remoto e quasi mai ben identificato.

Appartiene a questa   seconda tipologia di cunti quello che ora mi accingo a riproporvi nei termini, non empre precisi, nei quali lo ricordo:

 

C’era una volta una vecchietta che viveva sola e senza eredi in una casa molto isolata, posta sui monti che separano Agerola da Scala. Come sua volontà testamentaria aveva lasciato scritto (ed, evidentemente, anche divulgato a voce) che la sua casa e la vasta proprietà terriera intorno ad essa sarebbero andate a quella chiesa  che avrebbe mandato una degna processione fin lassù, a prendere le sue spoglie mortali.

Alla notizia della sua morte, partirono, uno da Scala ed uno da Agerola, due processioni, con tanto di prete, Confratelli e relativo stendardo. I due gruppi giunsero sull’altipiano quasi insieme, ma gli agerolesi erano in netto vantaggio e avrebbero sicuramente vinto la contesa. Ma uno degli scalesi che camminava parecchio avanti ai suoi compagni, avvistò da lontano il corteo agerolese e, realizzato che quello aveva un vantaggio incolmabile, pensò ad un furbo stratagemma che subito corse a riferire ai compagni: “Presto! Presto! Giriamoci all’incontrario, alziamo lo stendardo e camminiamo lentamente tra preci e  canti. Dobbiamo far credere agli agerolesi che abbiamo già preso la vecchia e che stiamo ritornando a Scala”.

L’idea fu subito accolta e messa in pratica, per cui, quando gli agerolesi avvistarono il corteo scalese, diedero per certo che quello avevano già prelevato la defunta. Pur trovandosi  oramai vicinissimi alla casa della vecchia,  quella scena li convinse che era inutile continuare e mestamente, con le classiche “pive nel sacco”, si riavviarono verso Agerola.  

Dopo aver continuato per qualche minuto ancora la messinscena, il corteo scalese  tornò, ovviamente, sui suoi passi e, raggiunta con tutta calma la casa della defunta, effettuò –stavolta per davvero- le vantaggiose esequie.

E fu così, conclude il cunto,  che quella vasta porzione di montagna toccò a Scala anzicché ad Agerola.

 

Come è mia abitudine, anche stavolta chiedo ai lettori più informati la cortesia di segnalarmi eventuali errori della mia ricostruzione del cunto, oppure altre versioni dello stesso raccolte ad Agerola oppure a Scala (scrivere a aldocinque@hotmail.it).

 

Circa la possibilità che il racconto in questione i riferisca davvero ad un fatto realmente accaduto (pur se in termini diversi da quanto tramandato e rielaborato a voce), mi limito ad osservare che  nella zona indicata eite davvero il rudere di una antica casa. Esso si trova a mille metri di quota circa, lungo la falda sud-orientale del Monte Cervigliano, nella località che viene ancora detta Giardino della Vecchia. In base a qualche frammento ceramico rinvenuto presso quei ruderi, si può ritenere che la costruzione  era già esistente e frequentata nel sei-settecento; senza escludere una ua edificazione ancora più antica.


[1] E’ una sorta di Decamerone in napoletano che va assolutamente letto e gustato. Consiglio di cercare una edizione “bilingue” col napoletano originale e, a fronte, la versione in italiano. A differenza della citata opera del Boccaccio, non ha risvolti erotici, per cui va benissimo anche come libro cui attingere quando dobbiamo raccontare una storia  ai nostri bambini e ragazzi. 

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Una risposta a Il “cunto” della vecchia

  1. Raffaele ha detto:

    Mio padre (di Scala) da piccolo mi ha raccontato una storia simile, l’unica differenza sostanziale di cui mi ricordo è che al posto degli agerolesi ci sono i ravellesi.

    Complimenti per il blog, molto interessante.

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