Prime forme di trekking sui Monti Lattari durante il Grand Tour ottocentesco

 

Credo che sia stato Giustino Fortunato, valente politico liberale  e meridionalista, oltre che alpinita, il primo a divulgare tra agli italiani il piacere di attraversare a piedi i Monti Lattari. In zona, questa cosa è oramai  ben nota, grazie anche alla bella iniziativa di intestare a Giustino Fortunato uno dei maggiori percorsi sentieristici della dorsale. Chi volesse conoscere l’esatto cammino che fece il nostro coi suoi amici per passare, in tre giorni, da Cava de’ Tirreni alla Punta della Campanella (con uno dei pernottamenti proprio qui ad Agerola, ospiti della cortese famiglia Cuomo di Ponte), può leggere il suo bel resoconto alle pagine da 53 a 61 del volume “L’Appennino della Campania”, stampato nel 1884 a cura della Sezione napoletana del Club Alpino Italiano (CAI) e ristampato nel 1988 per lodevole iniziativa dallo stesso sodalizio presso Grimaldi & C. Editori, Napoli.

Il progetto di percorrere l’intero crinale di questa sottile dorsale calcarea erta quasi a paravento tra i golfi di Napoli e Salerno, l’alpinista Giustino doveva vagheggiarla da tempo; ma erano gli anni del brigantaggio post-unitario e andare per monti in quel periodo avrebbe comportato il serio rischio di essere perlomeno aggrediti e derubati, se non sequestrati per estorcere un riscatto ai familiari. Ecco, dunque, che la piccola “impresa” divenne fattibile solo nel 1877, dopo che polizia ed esercito erano riusciti a riportare ordine e sicurezza nell’area.

Eppure,  proprio nei primi anni dopo l’Unità d’Italia viene stampata a Londra la bella e corposa guida (518 pagine) di John Murray intitolata “A handbook for travellers in Southern Italy” che dedica un ampio capitolo alla zona sorrentino-amalfitana, con molte e precise notizie sia sulla storia antica delle varie città e paesi del comprensorio, sia sui loro beni architettonici ed artitici. Come ogni guida che si rispetti, anche questa fornice al viaggiatore tutte le indicazioni logistiche che servono ad organizzare la vacanza. Ed è in questi passaggi che si scopre come già negli anni sessanta  dell’800 i turisti stranieri (almeno quelli inglesi) non disdegnassero affatto di esplorare l’area muovendosi anche a piedi attraverso i monti, su distanze .di molti chilometri per volta e col superamento di dislivelli fino ad un migliaio di metri circa!

Nell’invitare i lettori che conoscono l’inglese a non negarsi il piacere di leggere per intero il citato capitolo della guida di Murray (ed altre parti del volume che siano di loro interesse) cercandolo in Google Libri, riporto qui sotto la mia traduzione dei passi che più mi hanno colpito. La mia selezione ha ovviamente privilegiato (visto il titolo di questa nota) le parti del capitolo che trattano di attraversamenti dei nostri monti a piedi o con cavalcatura; ma  anche quelle in cui il Murray forniva ai suoi lettori (chiamati traveller/viaggiatori e non ancora tourist/turisti!) delle informazioni logistiche e tariffarie che a loro servivano ad organizzare il viaggio ed ha noi raccontano come eravamo messi, circa 150 anni fa,  in quanto a strade, trasporti e servizi al turista.

Scrivo in corsivo le frasi tradotte alla lettera dall’originale inglese. In carattere normale i miei commenti.

Da

A handbook for travellers in Southern Italy

di John Murray

Londra 1868

 

La parte in questione l’autore la introduce così :

Una delle più gradevoli escursioni nei dintorni di Napoli è quella ad Amalfi, sia per visitare solo quella che in combinazione con  altri posti del Promontorio Sorrentino e del Golfo di Salerno. Per andare eda Napoli ad Amalfi il viaggiatore ha due possibilità:

1. con la ferrovia per Vietri, dove potrà noleggiare un carro e procedere lungo la splendida strada costiera per Cetara, Maiori, Minori ed Amalfi. Il nolo del carro andata e ritorno, per un tempo che permetta anche la visita di Ravello, costerà 16 franchi. Ad Amalfi si può giungere anche con una barca presa alla Marina di Vietri o a Salerno.

2. Con la ferrovia fino a Pagani, dove inizia una strada di montagna, praticabile con cavallo o asino ferrato, che porta sul Monte Chiunzo, presso il castello detto Torre di Chiunzo che sorveglia il passo sul lato di Nocera e che fu costruito da Raimondo Orsini, Principe di Salerno, sotto il regno di Alfonso I. La strada continua poi nella pittoresca valle di Tramonti ……(ometto le notizie su storia e monumenti di Tramonti) ...la pista prosegue poi lungo il fianco sinistro del torrente che scende a Maiori, ove si immette sulla strada carrabile costiera.

 

Se fin qui abbiamo letto di un percorso montano da farsi a dorso di cavallo o di asino,nei passi che seguono leggeremo anche di tratti da farsi a piedi.

Per raggiungere Amalfi da Sorrento ci sono quattro modi:

1. Salire a Santa Maria a Castello e da qui scendere verso Positano mediante un sentiero che,con una diramazione a sinistra, porta a Monte Pertuso e, dopo esere passato attraverso Praiano, si unisce a quello da Agerola ad Amalfi. Esso è pittoresco, ma non è percorribile con l’asin; infatti una sua notevole porzione deve farsi a piedi.

 

2. Da Santa Maria a Castello vi è un altro sentiero per Agerola che transita per il Passo del Lupo, una immensa massa di liscia roccia che non lascia pasaggi sicuri agli animali da soma. Questo sentiero costeggia il perpendicolare precipizio del Monte S. Angelo e deve essere percorso a piedi.

3. Una cavalcata di un’ora fino a Colli delle Fontanelle, da dove un ripido sentiero pietroso, difficile da percorrere su asino, scende in mezzora all’approdo de Lo Scaricatoio (anche noto come Tordigliano), che è circa a 6 miglia da Sorrento. Prima di intraprendere questo percorso, il viaggiatore dovrà mandare disposizioni (orders) da Sorrento la sera prima per avere una barca che lo aspetti (e lo conduca da Lo Scaricatoio ad Amalfi); e tornando da Amalfi, istruzioni al direttore dell’hotel a Sorrento per avere asini che lo aspettino. Da  Lo Scaricatoio una barca a quattro remi, per la quale la tariffa è di 12 franchi, raggiungerà Amalfi in 2 ore. Positano è una delle più straordinari coe che si vedono durante il tragitto. Più ad Est, raggruppati insieme sulla Punta di Vettica, sono Vettica Maggiore, Praiano, Furore e il tozzo promontorio di Conca. Oltre ancora si hanno Vettica Minore, Lone e Pasten, nonchè l’alta montagna che incombe da Nord su Amalfi, incoronata da Campodonico, Scala e Ravello.Questa via de Lo Scaricatoio,sebbene sia la più corta e la più facile in condizioni di bel tempo, è molto “disagreeable” con la pioggia o col vento.

4. Via mare per l’intero percorso, aggirando la Punta della Campanella, in una barca a sei remi che, lasciata ad Amalfi, costerà circa 30 franchi. Dato che questa soluzione prenderà 6 ore, e di più se connessa ad altre soste di visita lungo la costa, si deve partiremolto presto. Con tempo buono è una spedizione molto gradevole che consentirà anche di visitare per strada il Capo di Sorrento, la Marina di Massa, la Punta della Campanella, Nerano, Crapolla, Positano (tutti luoghi che sono descritti più avanti) e le Isole delle Sirene, tra le quali la barca passerà dopo aver lasciato Crapolla ….Ometto le molte notizie che il Murray fornisce circa queste mitologiche isolette e sui ruderi romani e medievali che vi si osservano.

 

Altri passaggi che oggi definiremo “di trekking” li troviamo nella parte in cui l’autore della guida informa  il viaggiatore sui modi per andare da Castellammare ad Amalfi.

Partendo da Castellammare, l’escursione ad Amalfi può essere fatta:

1. In ferrovia fino a Vietri (la guida riporta anche gli orari dei treni e le relative tariffe) a poi lungo la nuova strada rotabile costiera.

2. In ferrovia o per rotabile principale fino a Pagani e poi su cavalcatura fino a Torre di Chiunzo, Tramonti e Maiori,  dove ci si immette sulla strada costiera.

3. Tramite il sentiero sul Piccolo S. Angelo; una cavalcata di circa 6 ore con dei tratti così malmessi che sarà più sicuro farli a piedi. Questo percorso passa per il villaggio di Pimonte, sulla dorsale del Piccolo Sant’ Angelo che si trova a Sud-Ovest di Castellammare, circa a metà strada tra  i golfi di Napoli e Salerno. La vista dalla sommità del Passo è estremamente grandiosa, con la dolce bellezza delle due baie  in gradevole contrasto con il selvaggio delle montagne. La discesa sul alto di Amalfi serpeggia giù fino al mare attraverso valli boscose.

Per come l’autore lo descrive, pare che si tratti della antica mulattiera che gli amalfitani medievali chiamavano Via Stabiana (o Staviana). Partendo da Castellammare di Stabia essa passava per Casasana (poi detta Quisisana), Tralia, Pimonte e Pino, Dai 600 metri di quota del Castrum Pini si arrampicava, quindi, fino ad un passo a circa 1000 metri s.l.m. lungo lo spartiacque longitudinale dei M. Lattari. Potrebbe trattarsi tanto di quello  nei pressi della sorgente Acqua del Vrecciaro (subito ad Est del M. Cervigliano) che di quello di Colle S. Angelo (coi ruderi della medievale chiesetta di S. Angelo a Jugo), ad Ovest del Cervigliano ed in vista di Agerola. La seconda ipotesi è forse da preferire; essa potrebbe spiegare come mai il Murray –solitamente preciso ed attendibile- abbia qui dato un toponimo errato: quel Piccolo S. Angelo (invece che Colle S. Angelo?) che in realtà indica una collina calcarea a monte di Sorrento. In ogni caso, la finale discesa verso Amalfi avveniva per Tavernata e la Valle delle Ferriere.

4. Un altro e forse più facile modo è quello di seguire il sentiero che si stacca dal precedente al piede del Piccolo S. Angelo  e che, attraversando boschi di castagno,  porta ad Amalfi in 5 ore, passando per Pogerola.

A parte il fatto che qui si presentano di nuovo le incognite legate a quell’erroreo Piccolo S. Angelo,  è chiaro che la variante descritta continuava sui rilievi tra Agerola e la Valle delle Ferriere per poi scendere a Pogerola (forse per l’Acquolella) e da lì calare ripidamente ad Amalfi.

5. Attraverso Pimonte e la Via della Crocella ad Agerola. Questa pista è stata recentemente molto migliorata.

Si tratta di una variante del 3 che a Pimonte devia a destra  e si inerpica sino al passo della Crocella (a quota 1000 circa, subìto ad est della mole del S. Angelo a Tre Pizzi) per poi discendere nella conca di Agerola, attraversarla passando per Locoli, Pianillo, Vertina, Campora e S. Lazzaro e per scendere infine ad Amalfi con le scalinate che vanno a Tovere e la Via Maestra dei Villaggi. Faccio notare che quello della Crocella era uno dei due passi per entrare ed uscire da Agerola verso Nord. Esso era preferibile se si era diretti a Castellammare e se si partiva da Bomerano o vi transitavano salendo da Furore o Praiano. L’altro –quello di S. Angelo a Jugo, era  preferito da quelli che partivano da S. Lazzaro o Campora, o che vi transitavano salendo da Conca o dalle frazioni alte di Amalfi. Segnalo anche che oggi, purtroppo,  il tratto che sale da Pimonte alla Crocella è quasi del tutto scomparso, per la mancanza di uso e manutenzione che è seguita alla apertura della rotabile con tunnel nel 1880.

6. Attraverso la Via della Crocella alle antiche Ferriera, ovvero officine metallurgiche, e la  valle di Amalfi.

Trattasi di una variante del percorso precedente che sale fino a La Crocella, ma qui, invece di scendere ad Agerola, prosegue verso oriente sul crinale (attuale Alta Via dei Lattari; Sentiero CAI 00) sino a giungere all’Imbarrata e lì prendere il sentiero che scende nella Valle delle Ferriere e ad Amalfi.       

7. Per una mulattiera discretamente buona che attraverso Gragnano e Tende di Lettere sale al Monte Faito, da dove si ha una magnifica vista sulle baie di Napoli e Salerno. Da Faito Amalfi la si raggiunge con una tortuosa discesa che passa sulla destra del castello di Fratta e poi attraversa Ravello. Questo è l’unico percorso che consente ai viaggiatori che attraversano le montagne di visitare Amalfi e Ravello nello stesso giorno; ci vorranno circa 6 ore. Per camminatori a piedi vi è un sentiro più breve per Ravello che passa per il Megano e la Tavola di Cerrito.

In tutte queste spedizioni si deve evitare di usare asini ferrati.

Sul brano riguardante la settima possibile via terrestre da Stabia ad Amalfi osservo solo che il Faito di cui parlasi non è –evidentemente- la montagna alle spalle di Castellammare, ma una località in quota nel gruppo del M. Cerreto che al momento non saprei ben ubicare. Che nei Lattari (e non solo) vi siano più luoghi denominati Faito, non deve affatto meravigliare, dato che il toponimo significa “bosco di (o luogo ricco di) faggi”. La radice è fajo = faggio in napoletano) e la terminazione in -ito (come in Cerrito da Cerro, Carpenito da Carpino, etc.) deriva da quella latina in –etum (ad esempio: castanetum). Circa il consiglio di non usare some ferrate in nessuna delle sette vie, credo che nasca dal fatto che i percorsi in questione avevano (ed hanno), chi più e chi meno, dei tratti rocciosi ed esposti su scarpate, dove una scivolata dell’asino o del mulo poteva risultare fatale.

 

 

Finita la rapida descrizione dei vari percorsi possibili per scavalcare i Monti Lattari (tanto rapida da far ritenere che i gruppetti di viaggiatori si procurassero poi delle guide locali tramite i direttori d’albergo), il Murray dedica gar parte del capitolo in esame a descrivere la storia, il paesaggio, i beni artistici  e le strutture ricettive dei centri abitati. Una dettagliata storia del Ducato bizantino d’Amalfi è data nelle pagine dedicate al suo capoluogo. Circa Amalfi (contante all’epoca 7000 abitanti) l’Autore aggiunge anche un cenno alle sue attività produttive, dicendo: … il piccolo torrente detto Il  Canneto è la principale sorgente della sua attuale prosperità (non ancora il turismo di massa!), fornendo la forza motrice per le sue cartiere,  fabbriche di sapone e fabbriche di “maccaroni”, questi ultimi celebri non solo in tutto il Regnbo delle Due Sicilie, ma anche esportate in Francia, nel Levante ed in America del Sud.

Parlando della Valle delle Ferriere, il Murray dice pure che vi lussureggiano diverse varietà di felci (tra le quali, sappiamo oggi, vi è la rarissima e tropicale Woodwardia radicans). Sempre parlando dei dintorni di Amalfi, l’Autore cita anche un monumento che appartiene ad Agerola (cui compete –lo voglio stigmatizzare- anche la responsabilità per la sua conservazione e valorizzazione): l’abbandonato romitaggio di Cuospito (o Cospito/Cospita che dir si voglia; antico convento di S. Salvatore “ad cuspide montem”), con una vicina grotta che si dice aver dato rifugio al papa  Sisto IV.

 

Nella parte dedicata a descrivere i paesi della Costiera d’Amalfi, l’Autore dice che sono 12 e che tutti meritano una visita: chi per per la sua picturesque posizione  echi, invece, per il suo interesse storico ed artistico. Vista la sede, mi limito a riportare cosa dice di Agerola:  (4000 abitanti), costruita in modo pittoresco su di un piccolo altipiano sotto il versante orientale del Monte S. Angelo, è un posto molto freddo d’inverno ed ha un’aria svizzera su di se. Si compone di 5 villaggi dipendenti, sparsi sulla montagna. A Nord Est vi è Campora, nelle cui chiese vi sono alcune tele di Andrea Malinconico e Michele Regolia. A Nord di Agerola vi sono le rovine del castello di Pino, che si suppone costruito nel decimo secolo da Mastalo I Doge di Amalfi. Il lupo è ancora comune tra le altre montagne dietro Agerola.

In questo ultimo brano troviamo, forse, l’origine di quella definizione “Agerola, la piccola Svizzera napoletana” che è stata usata per decenni dal Comune e della Pro Loco come slogan pubblicitario turistico[1]. Ma anche le descrizioni di Agerola lasciateci dal Fortunato (Opera Citata) e dal Cotton (biografo del Generale Avitabile) coglievano una somiglianza tra Agerola e certi paesi in quota delle Alpi. Nel farlo, furono influenzati da quanto letto nella guida di John Murray? Può darsi. Ma per riproporre quel paragone dovettero certamente verificare anche loro che, si, l’aspetto del paese e della sua vallata aveva davvero qualcosa di alpestre. Circa i 5 villaggi formanti Agerola, segnalo a chi non lo sapesse che nel ‘700 e nell‘800 esse erano: S. Lazzaro, Campora, Pianillo, Bomerano e Nocelle; quest’ultima passata poi con Positano.

 

 

Mi fermo qui con la mia traduzione di parti dell’Handbook di John Murray, lasciando a voi il piacere di scoprirvi altro e, perché no, usarlo come fonte di idee per tanti “viaggi di raffronto” nei territori del Sud Italia; raffronto fra come eravamo e come siamo, ma anche tra come ci si spostava da un luogo all’altro nell’ottocento e come lo facciamo oggi.

A tale proposito, passo a concludere  ripigliando ciò che suggerivo col titolo di questa mia breve nota. La guida di Murray ci lascia immaginare dei visitatori stranieri che non disdegnavano di alternare ai confortevoli soggiorni nelle attrezzate città di Napoli e Sorrento dei giorni diciamo pure “avventurosi” (non a caso l’Autore parla talora di expeditions)  nei quali, smessi gli abiti eleganti per delle tenute più comode e presi i necessari accordi con guide locali, noleggiatori di some  e/o barcaioli, si partiva all’alba per raggiungere Amalfi e visitare gli altri centri della Divina Costiera attraversandone in lungo ed in largo la sua non facile ossatura montuosa.

Possiamo dire che ciò costituì l’antefatto di quello che diventerà poi la passione per il trekking che porta oggi tanti turisti (soprattutto stranieri) a scarpinare sulla nostra impareggiabile rete di sentieri e mulattiere medievali? Si potrebbe obiettare che all’epoca passare per i monti a piedi era una necessità (non essendovi ancora le rotabili che ora scavalcano i Lattari a Meta, ad Agerola ed a Chiunzi), mentre oggi lo si fa per convinta scelta. Ma va notato che sui 13 percorsi che Murray suggerisce per raggiungere Amalfi, solo 3 sono interamente su mezzi di trasporto (treno più carro o barca da noleggio), mentre le altre 10 opzioni sono del tipo che oggi definiremo trekking. Evidentemente c’era nel pubblico dei suoi lettori (e Murray doveva ben saperlo) una preferenza per gli spostamenti del secondo tipo, che consentono di apprezzare meglio i valori del territorio, fanno giungere alla meta con un inebriante senso di conquista  e, in aggiunta, fanno anche bene alla salute. D’altra parte, nel testo esaminato  non vi nessun frase che suoni come una pur vaga lamentela da parte dell’Autore (immedesimato nel lettore- viaggiatore) per quella necessità (e opportunità!) di muoversi a piedi o, al massimo, sul dorso di un mulo o asino.

A questo punto sono curioso di procurarmi una guida turistica italiana, più o meno della stessa epoca, per vedere se anche ai nostri connazionali venivano proposte con uguale facilità e apprezzamento dei percorsi di visita di paragonabile impegno fisico. Mi sa che scoprirò che noi siamo stati sempre un po’ più … fra  comodi.


[1] Quello slogan è poi andato in graduale disuso, man mano che le ristrutturazioni e le  nuove costruzioni cancellavano l’originario aspetto alpestre dell’edificato agerolese (tetti aguzzi con tegole di castagno; finestre piccole; niente balconi a sbalzo e ringhiere metalliche), e man mano che si andava comprendendo che è meglio vantare ciò che si è davvero, piuttosto che millantare somiglianze con realtà estranee.

 

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