Antiche famiglie agerolesi: i Brancati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cognomer viene probabilmente dalla voce tardolatina Bracato, che nell’alto Medio Evo indicava un tipo di soldato, portante brache di cotta e armato di  alabarda (vedi figura in galleria).

 

 

 

 


 

 

Nel corso del medioevo il cognome Brancati ha subito una notevole evoluzione, venendo variamente modificato col tempo e con le ramificazioni del ceppo originario. Si veda ad esempio ne L’antico inventario delle pergamene del Monastero dei SS. Severino e Sossio di Rosaria Pilone (Pubblicato da Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1999), del cui indice analitico riporto il frammento di interesse.

 

 

Diverse tracce documentali antiche fanno supporre che anche il cognome Brancaccio (riporto al singolare di Brancacci) sia una evoluzione di Brancati.

Presente storicamente anche in Sicilia e in Calabria, il cognome sembra aver le sue più antiche attestazioni proprio nella zona del Ducato di Amalfi. Dei Brancatulo che avevano proprietà terriere ad Agerola sono segnalati in due documenti del 1054 e 1085[1]. Due documenti del 1389[2] segnalano, poi, un magister Costantio Brachato, figlio di Musci Brachati, possessore di terreni ad Agerola e residente nella limitrofa Furore. Negli ultimi anni del ‘400, tale Francisci Brancatii risulta come governatore della Capitanie  et Castellanie di Castellammare di Stabia[3] e, pochi decenni dopo, l’agerolese Antonio Bracato è menzionato in un documento del notaio Nicola Francese di Amalfi (anni 1529-1530, fol. 216)[4].

Dei Brancati (o Brancato) di probabile origine agerolese  godevano di nobiltà a Napoli (nei Seggi del Nilo e Captano) fin dal 1600 almeno. Il loro stemma era “di azzurro al palo d’argento, caricato da tre aquile di rosso e accompagnato da quattro branche di leone di oro in fascia, moventi dai fianchi dello scudo, due a destra e due a sinistra[5].

 Il ramo agerolese ha vantato il titolo di barone almeno a partire da quel Matteo B. che volle la fondazione del Monastero carmelitano di S. Teresa a Campora (abbattuto durante il Fascismo). . Il loro stemma di famiglia può ammirarsi scolpito sulla lapide sepolcrale fatta eseguire da Bartolomeo B. nel 1623 e posto nella cappella gentilizia di S. Anna, di fronte alle Case Brancati, nella frazione S. Maria.

Le fortune della  famiglia Brancati si accrebbero tra fine ‘500 e ‘600 (prima ad Agevola e poi a Napoli, ove alcuni suoi membri si trasferirono come mercanti) grazie all’Arte della Seta. Don Matteo B., figlio di Giacomo[6], che l’11 Ottobre 1692 fece testamento –dinanzi al notaio Giulio Eboli da Napoli[7]. Con tale testamento, Don Matteo impegnava i suoi eredi a fondare il Monastero in questione e disponeva a tal fine il lascito sia di beni immobili che di una rendita annua[8].

Il monastero fu davvero costruito in due anni, anche se furono poi le monache stesse ad ampliarlo gradualmente nel corso del ‘700. Nell’ottocento, indegni eredi smisero di sostenere economicamente il monastero e ne nacque una lunga vertenza giudiziaria. Da atti di questa vertenza apprendiamo che i convenuti in giudizio erano i figli (innominati) di Matteo B., nato il 18 Dicembre 1746 da Giuseppe B., che ebbe anche un altro figlio di nome Onofrio


[1] G. Gargano (2006). La nobiltà aristocratica amalfitana al tempo della repubblica autonoma (839-1131). Rassegna del Centro di storia e cultura amalfitana, 31/32, p.41 e note.

[2] R. Pilone (1994). Cartulari notarili campani del XV scolo. 2:Amalfi; Sergio de Ampruczo 1361-1398. Centro di Cultura e Storia Amalfitana. Fonti, 6. Edizioni Athena. Pag. 193-194.

[3] Giuseppe D’Ange (2002). Una fonte inedita per lo studio della Penisola Sorrentina. I magni sigilli della Regia camera della Sommaria 1452-1516. In: Sudi stabiani in memoria di Catello Salvati. 1, Miscellanea. A cura di G. D’Angelo, A. Di Vuolo e A. Ferrara. Nicola longobardi editore, Cast.re di Stabia, p. 122-123.

[4] Matteo Camera (1881) Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, vol. 2,pag. 619.

[5] G. Celico (1998). Tortora e terre vicine. Editur Calabria, p. 56.

[6] Giacomo B. ebbe anche una figlia, che andò sposa di Gennaro Pandolfo, membro di una importante faniglia di Conca e fratello della fondatrice del locale Monastero di S. Rosa (M. Russo. L’ex Conservatorio di Santa Rosa di Conca dei Marini. Rassegna del Centro di cultura e storia amlfitana, N.S., XIII, p.74, nota 12.

[7] Bozza di lettera a “Eccellenza Em.ma” (Vescovo di Amalfi?) probabilmente redatta dalla Madre Superiora del Monastero a metà ‘800. Dai faldoni riguardanti il Monastero di S. Teresa conservati presso l’ufficio parrocchiale di S. Maria delle Grazie, Campora, Agerola.

[8] Nel 1838 gli eredi smisero di versare detta rendita e nel 1838 ne nacque una vertenza giudiziaria di cui si conservano alcune carte nel citato archivio parrocchiale di Campora. Tra esse vi è la memoria Per i Signori Brancati contra il Monistero delle Teresiane di Agerola. Gran Corte Civile, II Camera (redatta dagli avvocati Teodoro Calia e Antonio Fabiani il 20 Aprile 1841) dalla quale si ricava che i convenuti in giudizio sono i figli (innominati) del Barone Matteo B., nato il 18 Dicembre 1746 da Giuseppe B., che ebbe anche un altro figlio di nome Onofrio.

Il cognomer viene probabilmente dalla voce tardolatina Bracato, che nell’alto Medio Evo indicava un tipo di soldato, portante brache di cotta e armato di  alabarda (vedi figura in galleria).

 

 

 

 


 

 

Nel corso del medioevo il cognome Brancati ha subito una notevole evoluzione, venendo variamente modificato col tempo e con le ramificazioni del ceppo originario. Si veda ad esempio ne L’antico inventario delle pergamene del Monastero dei SS. Severino e Sossio di Rosaria Pilone (Pubblicato da Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1999), del cui indice analitico riporto il frammento di interesse.

 

 

Diverse tracce documentali antiche fanno supporre che anche il cognome Brancaccio (riporto al singolare di Brancacci) sia una evoluzione di Brancati.

Presente storicamente anche in Sicilia e in Calabria, il cognome sembra aver le sue più antiche attestazioni proprio nella zona del Ducato di Amalfi. Dei Brancatulo che avevano proprietà terriere ad Agerola sono segnalati in due documenti del 1054 e 1085[1]. Due documenti del 1389[2] segnalano, poi, un magister Costantio Brachato, figlio di Musci Brachati, possessore di terreni ad Agerola e residente nella limitrofa Furore. Negli ultimi anni del ‘400, tale Francisci Brancatii risulta come governatore della Capitanie  et Castellanie di Castellammare di Stabia[3] e, pochi decenni dopo, l’agerolese Antonio Bracato è menzionato in un documento del notaio Nicola Francese di Amalfi (anni 1529-1530, fol. 216)[4].

Dei Brancati (o Brancato) di probabile origine agerolese  godevano di nobiltà a Napoli (nei Seggi del Nilo e Captano) fin dal 1600 almeno. Il loro stemma era “di azzurro al palo d’argento, caricato da tre aquile di rosso e accompagnato da quattro branche di leone di oro in fascia, moventi dai fianchi dello scudo, due a destra e due a sinistra[5].

 Il ramo agerolese ha vantato il titolo di barone almeno a partire da quel Matteo B. che volle la fondazione del Monastero carmelitano di S. Teresa a Campora (abbattuto durante il Fascismo). . Il loro stemma di famiglia può ammirarsi scolpito sulla lapide sepolcrale fatta eseguire da Bartolomeo B. nel 1623 e posto nella cappella gentilizia di S. Anna, di fronte alle Case Brancati, nella frazione S. Maria.

Le fortune della  famiglia Brancati si accrebbero tra fine ‘500 e ‘600 (prima ad Agevola e poi a Napoli, ove alcuni suoi membri si trasferirono come mercanti) grazie all’Arte della Seta. Don Matteo B., figlio di Giacomo[6], che l’11 Ottobre 1692 fece testamento –dinanzi al notaio Giulio Eboli da Napoli[7]. Con tale testamento, Don Matteo impegnava i suoi eredi a fondare il Monastero in questione e disponeva a tal fine il lascito sia di beni immobili che di una rendita annua[8].

Il monastero fu davvero costruito in due anni, anche se furono poi le monache stesse ad ampliarlo gradualmente nel corso del ‘700. Nell’ottocento, indegni eredi smisero di sostenere economicamente il monastero e ne nacque una lunga vertenza giudiziaria. Da atti di questa vertenza apprendiamo che i convenuti in giudizio erano i figli (innominati) di Matteo B., nato il 18 Dicembre 1746 da Giuseppe B., che ebbe anche un altro figlio di nome Onofrio


[1] G. Gargano (2006). La nobiltà aristocratica amalfitana al tempo della repubblica autonoma (839-1131). Rassegna del Centro di storia e cultura amalfitana, 31/32, p.41 e note.

[2] R. Pilone (1994). Cartulari notarili campani del XV scolo. 2:Amalfi; Sergio de Ampruczo 1361-1398. Centro di Cultura e Storia Amalfitana. Fonti, 6. Edizioni Athena. Pag. 193-194.

[3] Giuseppe D’Ange (2002). Una fonte inedita per lo studio della Penisola Sorrentina. I magni sigilli della Regia camera della Sommaria 1452-1516. In: Sudi stabiani in memoria di Catello Salvati. 1, Miscellanea. A cura di G. D’Angelo, A. Di Vuolo e A. Ferrara. Nicola longobardi editore, Cast.re di Stabia, p. 122-123.

[4] Matteo Camera (1881) Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, vol. 2,pag. 619.

[5] G. Celico (1998). Tortora e terre vicine. Editur Calabria, p. 56.

[6] Giacomo B. ebbe anche una figlia, che andò sposa di Gennaro Pandolfo, membro di una importante faniglia di Conca e fratello della fondatrice del locale Monastero di S. Rosa (M. Russo. L’ex Conservatorio di Santa Rosa di Conca dei Marini. Rassegna del Centro di cultura e storia amlfitana, N.S., XIII, p.74, nota 12.

[7] Bozza di lettera a “Eccellenza Em.ma” (Vescovo di Amalfi?) probabilmente redatta dalla Madre Superiora del Monastero a metà ‘800. Dai faldoni riguardanti il Monastero di S. Teresa conservati presso l’ufficio parrocchiale di S. Maria delle Grazie, Campora, Agerola.

[8] Nel 1838 gli eredi smisero di versare detta rendita e nel 1838 ne nacque una vertenza giudiziaria di cui si conservano alcune carte nel citato archivio parrocchiale di Campora. Tra esse vi è la memoria Per i Signori Brancati contra il Monistero delle Teresiane di Agerola. Gran Corte Civile, II Camera (redatta dagli avvocati Teodoro Calia e Antonio Fabiani il 20 Aprile 1841) dalla quale si ricava che i convenuti in giudizio sono i figli (innominati) del Barone Matteo B., nato il 18 Dicembre 1746 da Giuseppe B., che ebbe anche un altro figlio di nome Onofrio.

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