La battaglia del Monte Lattaro tra goti e bizantini

 

Percorrendo la strada che da Via Ponte conduce alla Casa Comunale di Agerola, l’occhio può cadere sul cartello che la indica come Via Narsete; un nome che ravviva i nostri ricordi scolastici circa le prime “invasioni barbariche”  e guerre conseguenti. Son certo che gli insegnanti delle nostre scuole non mancano mai, affrontando l’argomento, di ricordare ai ragazzi agerolesi che fu proprio da queste parti che –quindici secoli fa- avvenne lo scontro decisivo tra i bizantini del generale Narsete e gli Ostrogoti del re Teia. Ma forse sono in pochi ad aver letto  la affascinante descrizione che di quella battaglia ci ha lasciato Procopio da Cesarea, uno storico del VI secolo che ne parla nel suo lungo trattato “De bello gothico”.

Fermamente convinto che la sua lettura piacerà anche ai più giovani, ho deciso di riportarla su questo mio blog; premettendo poche righe di inquadramento storico e chiudendo con qualche mia osservazione.

 

La cosidetta Guerra Gotica fu un conflitto durato 18 anni tra l’Impero Romano d’Oriente e gli Ostrogoti, che si concluse a favore dei primi con una battaglia campale svoltasi tra il fiume Sarno ed i Monti Lattari.

Come si apprende da Wikipedia, motivo della contesa furono dei territori che fino al secolo precedente erano parte dell’Impero Romano d’Occidente. La guerra fu il risultato della politica dell’imperatore bizantino Giustiniano I, già messa in atto precedentemente con la riconquista dell’Africa contro i Vandali, mirante a riconquistare all’impero le province italiane e altre regioni limitrofe conquistate dai goti.

Tra le prime tappe di quella lunga guerra vi fu anche l’assedio di Napoli, dove  Belisario giunse, col suo esercito bizantino, dopo aver sottomesso la Sicilia e Reggio Calabria. La città resistette e dopo 20 giorni di assedio Belisario sembrava quasi pronto a rinunciare alla presa di Napoli; ma un un suo soldato gli riferì dell’esistenza di un acquedotto attraverso il quale si poteva entrare in città (una lunga galleria scavata nel sottosuolo tufaceo di Napoli). La notte dopo, 400 soldati entrarono attraverso quel passaggio e riuscirono ad aprire le porte ai loro compagni, Presa così Napoli, il suo saccheggio fu limitato per volontà di Belisario, il quale disse ai suoi di fare incetta di oro e argento, premio per il loro valore, ma di risparmiare gli abitanti, che erano cristiani come loro. Dopo aver fatto fortificare Cuma e Napoli, Belisario si diresse verso Roma dove, nel 536, venne acclamato come un liberatore, e gli furono aperte le porte nonostante la presenza delle guarnigioni di Ostrogoti in città. Il Capitano della guarnigione gota, Leutari, venne inviato a Costantinopoli per consegnare le chiavi della Città Eterna a Giustiniano.

Nonostante queste prime facili vittorie, come dicevo, la guerra durò per altri 17 anni tra vicende che videro prevalere ora l’una, ora l’altra parte; il tutto narrato dettagliatamente nel De bello gothico di Procopio di Cesarea. Verso la fine dell’opera, l’autore (che scrive in greco) descrive la battaglia finale che chiuse la Guerra Gotica e che si svolse proprio dalle nostre parti, tanto che molti trattati moderni la chiamano Battaglia di Monte Lattaro.

Attingendo alla traduzione che ne offre Charles Lebeau nella sua “Storia degli imperatori Romani da Augusto a Costantino Paleologo”, Napoli 1847), provo a riassumere come segue le vicende conclusive della Guerra:

Per andare a difendere la rocca di Cuma (che anni prima era stata ripresa dai Goti e nella quale Totila aveva rinchiusa la maggior parte dei suoi tesori lasciandola in custodia del fratello Aligerno e di Erodiano),  il re Teia partì da Pavia nel dicembre del 552 con tutte le sue truppe. Dato che il generale bizantino Narsete aveva mandato in tempo delle truppe a difendere i passi appenninici toscani, Teia scelse la via del versante adriatico e si portò in Campania passando per il Piceno e il Sannio. Narsete informato della sua marcia richiamò i suoi luogotenenti, radunò tutte le sue forze , ed andò ad accampare ai piedi del monte Vesuvio. Da questo monte scaturisce un fiume detto Dragone (ossia il Sarno), che va a passare vicino a Nocera. Quantunque abbia pochissima acqua, non si può guadare né a piedi, ne a cavallo, perchè rinserrato in un letto angustissimo s’ è scavato un profondo canale cinto da scoscese ed aspre rupi. Le due armate accampavano sulle rive una dirimpetto all’altra, ed i Goti erano padroni del ponte (probabilmente sito nella zona di Scafati), sopra del quale avevano erette delle torri guarnite di baliste (catapulte) e di altre macchine. I Romani e i Goti non potendo venire alle mani ad onta dell’ ardore da cui erano animati , passavano i giorni nel lanciarsi delle frecce da una all’altra sponda; e la loro scambievole animosita tirava sovente sul ponte i più bravi dei due partiti, i quali davano di se spettacolo con combattimenti da solo a solo. l Goti ricevevano vettovaglie per la via del mare, d’ onde erano poco discosti (sbarchi da loro navi approdanti sul lido stabiano); ma essendo stata la loro flotta data in poter de’ Romani da colui che la comandava ed essendo venuti ad unirsi a questa molti vascelli della Sicilia e del golfo Adriatico , Narsete restò padrone del mare , ed i Goti incominciarono ad aver penuria di viveri. Erano inoltre incomodati da alcune torri di legno, che il generale romano aveva fabbricato lungo la riva che occupava. Era di gia il mese di marzo, e le armate si stavano a fronte da due mesi addietro senza poter azzuffarsi. Teia prese pertanto il partito di ritirarsi sopra una collina, che allora chiamavasi il monte di Latte, a cagione delle numerose gregge che s’ingrassavano ne’ suoi pascoli. La difficoltà del terreno impedì ai Romani di seguitarlo.

La mancanza di vettovaglie costrinse presto i Goti ad abbandonar questo posto. Deliberati di perire da uomini coraggiosi e prodi, piuttosto che morirsi di fame , scendono al primo apparire del giorno, piombano sopra l’armata romana, la quale non aspettandosi un così improvviso attacco, non era in ordine di battaglia. In sul principio questo non fu che un urto confuso, dove i combattenti senza diversione di squadroni, nè di battaglioni, senza essere disposti per rango e per file si attaccavano in folla. Dopo alcuni momenti di un tumultuoso combattimento si separarono come d’accordo, e indietreggiarono alcuni passi per ordinarsi in battaglia. I loro ordini furono presto formati ; l’esperienza di tanti vecchi preveniva, nel metterli in ordine, l’attività dei loro comandami. Dalla parte dei Goti la cavalleria pose piede a terra, per levarsi il modo di fuggire, e portandoli l’ardore del loro coraggio tutti nelle prime file formavano un fronte di grande ampiezza. Ad esempio di loro i cavalieri romani lasciarono essi pure i loro cavalli. Le due armate si avvicinano, si assaltano con furore. La disperazione infiamma i Goti; affezionati all’Italia, d’onde si tenta di strapparli, vogliono rimanervi morti, se non possono restarne padroni. I Romani vergognandosi di cedere ai barbari di gia vinti, fanno sforzi inauditi e meravigliosi. Le due nazioni ardono di desiderio di terminare alla fine per sempre una sì lunga e sanguinosa guerra; vogliono vendicarsi in questa giornata di tante stragi, e di tanti disastri che soffrono a vicenda da diciotto anni addietro.

Alla testa dei Goti, Teia intrepido e minaccioso ispirava ai suoi il coraggio, ai nemici il terrore, dando e ricevendo i primi colpi. I più valorosi fra i Romani persuasi che la di lui morte avrebbe deciso la vittoria, lo attaccavano insieme di concerto. Assalito da una moltitudine di picche, di dardi, di giavellotti, questo principe vivo del pari che ardito e coraggioso, parava tutti i colpi, e scagliandosi per intervalli abbatteva tutti coloro che poteva raggiungere. Combattè cosi quattro ore, ed aveva di già cangiato più volte di scudo, quando più non potendo far uso del suo se non con molta fatica, caricato di dodici giavellotti, senza indietreggiare un sol passo, senza perder di mira l’inimico, uccidendo sempre colla destra, e parando colla sinistra, chiamò il suo scudiero perchè gli desse un nuovo scudo. Nel pronto movimento che fece per prenderlo scoperse il petto, e nel medesimo istante fu trafitto da un giavellotto che lo privò della vita. I Romani che lo cingevano intorno, avendogli troncato il capo lo presentarono in cima ad una picca ad ambi gli eserciti. Questo spettacolo anzi che mettere i Goti in fuga, accese la loro rabbia; combatterono sino a notte, e le due armale la passarono sul campo di battaglia. Come prima l’aurora ebbe loro mostrato l’inimico, la zuffa cominciò di nuovo coll’istesso furore. I Goti senza capo non prendendo l’ordine che dal loro coraggio, corrono incontro al pericolo; le loro ferite sembrano raddoppiare le loro forze: attaccandosi ai Romani, i moribondi trascinavano i loro vincitori, e spiravan0 lacerandoli. Questa crudele mischia durò tutto il giorno, e la sola notte li separò.

I Goti si ritirarono fumanti di strage, ed ancora ebri di sangue e di furore. Ma il riposo che succedeva a due così micidiali giornate fece loro infine sentir la fatica, e raffreddò a poco a poco gli spiriti loro. Noverano i morti, gettano lo sguardo sopra le ferite di cui sono coperti e conoscono la loro perdita.

Riconosciutisi sconfitti, i Goti mandano una delegazione da Narsete per dirgli: «Noi riconosciamo anche troppo che Iddio combatte per voi, e che la nostra resistenza è vana. Noi sentiamo di deporre le armi, purchè l’imperatore voglia trattarci come suoi alleati  e non come schiavi. Ci lasci vivere sotto le nostre leggi come tanti altri popoli vicini all’ impero. Permetteteci che ci ritiriamo in pace, e che portiamo con noi per nostro sostentamento il denaro che abbiamo in serbo nelle città d’Italia». Esitando Narsete se dovesse loro accordare così onorevoli condizioni, Giovanni lo consigliò ad assentirvi piuttosto ch’esporsi di nuovo a combatter disperati. Fu pattuito che quello che restava dell’armata de’Goti uscirebbe senza indugio dall’ Italia con tutti i suoi effetti , e non porterebbe mai le armi contro l’Impero. Durante questa negoziazione una truppa di mille Goti, che non volevano essere in essa compresi, uscì dal campo, e marciò verso Pavia sotto la; condotta di molti offiziali; gli altri si obbligarono con giuramento di lasciare l’Italia.

A questa narrazione di Procopio (apprezzabile anche per la descrizione degli stati d’animo dei belligeranti) faccio seguire qualche mia modesta osservazione. La prima riguarda la descrizione dell’alveo del fiume che per sdue mesi vide i bizantini ed i goti snervarsi in una “guerra di posizione”. Il Lebeau così traduce Procopio: “non si può guadare né a piedi, ne a cavallo, perchè rinserrato in un letto angustissimo s’è scavato un profondo canale cinto da scoscese ed aspre rupi”. Una fraseologia che ha fatto dubitare alcuni storici che il citato fiume Dragone non fosse, come i più ritengono, il Sarno. Ma la traduzione che offre, invece, Domenico Comparetti (Procopio, La guerra gotica, vol. III, Roma 1898) è questa “…non è transitabile né a cavallo, né a piedi, poiché l’alveo angusto scava esso molto profondamente, facendo da ambo le parti emergere come pensili in alto le rive” ed a me geomorfologo pare molto coerente con i caratteri che ancora oggi mantiene il Sarno laddove non rimodellato dagli aregini artificiali che gli imposero i Borbone verso il 1840. Non di “rupi” chissà quanto alte si tratta (quasi fosse un fiume inforrato), ma delle “ripe” subverticali che sviluppa inevitabilmente un fiume a modesto trasporto solido come il Sarno (la cui portata è quasi interamente data da limpide acque sorgive) quando scorre con portata quasi costante in terreni limosi e coesivi come sono le piroclastiti vulcaniche dell’Agro Nocerino. Ripe alte solo pochi metri (e per lo più sott’acqua), ma scoscese e instabili a sufficienza per impedire il guado.

Per quanto riguarda la battaglia, abbiamo visto che essa si articolò in una lunga fase “statica” (di circa due mesi) sulle sponde del Sarno, in un successivo spostamento dei Goti sul Monte Lattaro, seguito ancora dalla loro ridiscesa a valle (0ve giunsero mentre albeggiava per cogliere di sorpresa i Romani) e da due giorni di furenti corpo a corpo che probabilmente videro la morte di migliaia di armati, tra i quali il re Teia, e la finale resa dei Goti. Circa la salita dei Goti sui Lattari, il resoconto di Procopio non chiarisce né dove esattamente salirono, né quando vi si trattennero. Noi oggi chiamiamo Monti Lattari tutto l’insieme dei rilievi che separano la Costa d’Amalfi dalla Piana del Sarno. Ma in antico la dizione si applicava ad una zona più ristretta. A leggere l’elogio che Galeno fece del latte di quella zona, sembra chiaro che si riferisca a colline nei pressi della antica Stabia. D’altra parte il racconto di Procopio ci informa che l’accampamento dei Goti era non lontano dalla costa (ossia dal lido stabiano), permettendo di ubicarlo tentativamente nell’area in sinistra del Sarno che va dalla zona di Messigno alle campagne tra Scdafati e S. Antonio Abate. Forse l’area indiziata va estesa fino alle periferie occidentali di Angri (dove si ha la località Pizzo Acuto che qualcuno fa derivare da Pozzo dei Goti). In ogni caso, è solo nel settore gragnanese che il fronte nord dei  Monti Lattari presenta pendii facili da risalire per un grosso esercito che debba muoversi speditamente.

Quindi, l’ipotesi che considero più probabile è quella che vede i Goti salirire i nostri monti attraverso l’ampia vallata del Fiume Vernotico (o Rio di Gragnano), dove –tra l’altro- una località poco discosta dal catrum amalfitano di Pino (nato nel X secolo) si chiama proprio Lattaro.

Molto più arduo è dire se essi giusero fino alla conca di Gerula (Agerola). Tanto più che Procopiop non ci dice affatto quanto tempo i Goti si trattennero sui monti, prima di ridiscenderne. Comunque ci dice che erano alla disperata ricerca di cibo; per cui mi sembra logico pensare che,  specie se si trattennero in quota parecchi giorni, quantomeno delle loro squadre di razzia dovettero  spingersi fino alle fattorie che punteggiavano il nostro territorio (discendenze delle ville rustiche di epoca romana ed antesignane di quei centri abitati che pochi secoli dopo -nell’anno 839- troveranno in Amalfi il capoluogo capace di condurli nella splendida avventura della Repubblica autonoma).

Infine, circa i motivi che indussero l’esercito goto a salire sui monti, il breve passo che vi dedica Procopio lascia intendere che fu solo per cercarvi occasioni di vettovagliamento. Ma io non escluderei una motivazione  aggiuntiva di ordine tattico: quando i Goti videro bloccati dai Romani i loro rifornimenti via mare, l’unica alternativa alla resa immediata fu per loro quella di tentare una vittoria in brevissimo tempo. Un tentativo che poteva dare speranze di riuscita solo spostando lo scontro su di un terreno a loro più favorevole, come quello montano e silvestre. In tale ipotesi, dunque, i Goti avrebbero lasciato la pianura non solo per ritemprarsi con quanto potevano cacciare e razziare sulle vicine montagne, ma anche nella speranza che Narsete si lanciasse ad inseguirli per batterli prima che riuscissero a conquistare una posizione ben difendibile. Inseguimento che, a leggere Procopio, pare che non ci fu; ma dal seguito della battaglia si deduce che l’esercito Romano quantomeno abbandonò la fortificata “linea del Sarno” per spostarsi verso la base dei Monti Lattari. Qui, una mattina all’alba, piomarono inattesi i Goti, che nottetempo erano silenziosamente ridiscesi dalle alture per quel loro ultimo attacco; tanto coraggioso e disperato quanto incapace di dargli la vittoria sulle preponderanti forze nemiche.

 

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