Un termine di origine araba nel nostro dialetto: libàno


Francesco Pansa, nella sua Istoria della antica repubblica d’Amalfi (opera postuma curata dal nipote Giuseppe nel 1727), descrivendo Praiano e Vettica Maggiore (Vol. 2, pag. 150) dice che una delle attività più diffuse in quei luoghi era l’intreccio di un’erba locale per ricavarne corde  per la marineria chiamate Libani.

Quando l’ho raccontato all’amico agronomo Michele Scala, mi ha subito saputo dire quel’era l’erba in questione; poiché il termine citato dal Pansa gli ha fatto venire alla mente che ad Agerola si usa chiamare libàno un’erba che cresce lungo i pendii pietrosi ed assolati della Costiera (in contesti di gariga) e le cui foglie, piegate e legate, venivano usate anche per fare scope per spazzare il fondo dei forni. Michele me ne ha dato anche il nome scientifico, che è Ampelodesmus mauritanucus. Si tratta dell’erbacea più appariscente della nostra area: cresce in enormi ciuffi isolati ed ha foglie un po’ coriacee e ricadenti, lunghe fino a un metro e mezzo circa.  Nella fase di fioritura, dal centro del ciuffo si innalzano degli inconfondibili steli, lisci e dritti, simili a cannucce, che in Cilento ho visto usare per fabbricare delle féscine; ossia delle sorti di vassoi sui quali porre a seccare i fichi.

Interessante è l’etimologia del termine libàno. Esso discende,  praticamente immutato, dall’arabo libāno, che vuol dire  “corda”. Come a dire “l’erba per corde” per antonomasia.

Circa l’epoca e il contesto che videro entrare nel nostro linguaggio quella parola araba, mi sembra inevitabile pensare ai secoli in cui i naviganti-mercanti  della Repubblica d’Amalfi frequentavano diversi porti delle sponde meridionali ed orientali del  Mediterraneo. Ma non va dimenticato che la stessa Sicilia fu sotto dominio arabo per due secoli e mezzo (dall’827 al 1091) e che ancora sotto l’imperatore Federico II il melting pot della sua corte palermitana tenne in osmosi la cultura araba con quella europea. Per non dire che la stessa nostra Atrani fu, per un breve periodo, sede di una comunità araba. Alla stessa influenza linguistica dobbiamo –credo io- anche il toponimo amalfitano Récale (dall’arabo rah(a)l = “casale”: cfr. Ràcale e Regalbuto in Sicilia) e, per restare nella nomenclatura di cose che –come i lìbani- hanno a che fare con la marineria, i termini “arsenale” e “darsena”, che vengono dall’arabo dārşinā’a  (= “casa del lavoro”, ossia “officina”).

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Una risposta a Un termine di origine araba nel nostro dialetto: libàno

  1. Marcelle Nassif ha detto:

    Che minchiata e’ questa?? LIbno non e’ un nome arabo! E semitico e significa bianco! ma informatevi prima di sparare cazzate

    Replica di Aldo Cinque:
    Cara lettrice,
    come porò leggere – sempre su questo blog – nell’articolo Ancora sull’erba che chiamiamo “libano” 2, pubblicato il27 giugno 2012, avevo previsto che qualche lettore avrebbe potuto pensato “che mimchiata ecc ecc” (magari però, scrivendomi, avrebbe tradotto in termini più educati).
    Lì infatti metto in guardia dal confondere
    1) il nome geografico Libano (che nasce dall’arabo Lubnān , a sua volta viene da una voce semitica col senso di “bianco” e, traslatamente, di “latte”) com
    2) il vocabolo che ritengo stia alla base del nostro dialettale libàno (prononciato con prima e terza vocali indistinte): l’arabo libāno, che – ripeto- vuol dire “corda” (>erba per far corde).

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