APRILE 1461: AGEROLA RICONQUISTATA DAGLI ARAGONESI (con note circa una nostra Torre e circa la Grotta dei Francesi)

…andai cum forsa octocento persone ad uno luocho chiamato Jerula, sottoposto al Ducato di Malfi, et imediate intrai in lo casale et pocho o niente gli trovao perché ogni cosa haveano sgombrato alle crotte, et intrati di dentro fece combattere una torre, quale per forza la havessimo…

Questo brano l’ho ritrovato in una delle missive che sono riportate nel IV volume dei “Dispacci sforzeschi da Napoli” (Ed. Carlone, Salerno, 1999), opera nella quale Francesco Storti raccoglie e commenta i moltissimi documenti da egli consultati presso l’Archivio di Stato di Milano, catalogati come Fondo Sforzesco, Serie Napoli. In quel volume, che si limita al periodo 1 gennaio-26 dicembre 1461, sono raccolti i rapporti che furono scritti a  Francesco Sforza, signore di Milano,  dai suoi emissari al seguito l’esercito di Alfonso d’Aragona e le armate dei suoi alleati durante la fase di riconquista delle province del regno di Napoli dopo le perdite subite con la discesa in Italia di Giovanni d’Angiò e lo schierarsi con questi di diversi grandi feudatari (prima crisi di quella Congiura dei Baroni che poi avrà una replica più forte negli anni ottanta dello stesso secolo XV). Ma il volume contiene anche molte  missive di condottieri, funzionari e baroni che erano indirizzate proprio allo Sforza, oppure destinate ad altri, ma comunque pervenute in copia a Milano.

La lettera da cui è tratto il brano in apertura fu scritta in Nocera dal condottiero  Roberto Sanseverino, che faceva rapporto a Francesco Sforza (sostenitore di re Alfonso) circa le sue ultime attività belliche. Eccola per esteso:

Illustrissimo signore mio. Per latre mie essendo a Neapoli avisai vostra illustre signoria della venuta del nepote dela santità de nostro Signore NOTA , adesso l’aviso come per lettere quale ho avuto da la maestà del signor re intendo che domenica prossima passata (12 aprile n.d.r.) andò a campo a Casteloamare, et cussi me aviai verso Nocera, per mettermi insieme col conte de Sanctoseverino et cavalero Ursino per offendere alle bande de qua, et per aslargare el paese et asecurare la strada adciò possano venire victuarie (vettovaglie, ossia generi alimentari)  a Neapoli, et questa è una di le principale cose (che) bisognano, perché non possendo venire le victuarie, Neapoli staria male et tuto el paese. Et havendo scripto la maiestà del signor re al conte de Sanctoseverino che se venesse ad giungere insieme cum noi altri per non perdere tempo, martedì proximo passato  andai cum forsa octocento persone ad uno luocho chiamato Jerula, sottoposto al Ducato di Malfi, et imediate intrai in lo casale et pocho o niente gli trovao perché ogni cosa haveano sgombrato alla crotte, et intrati di dentro fece combattere una torre, quale per forza la havessimo. La sera andai fine a Sancto Lazaro, più vicino a Malfi, et li venne messer Antonio Olzina cum certi homini del paese et acordasimo le crote et altre forteze, et similiter, cum viste, parole et altre cose tractay de acordare Malfi, quale s’è reducto ala obedientia de la maiestà del signor re, et cussì tuto el ducato, che invero è una bella e fortissima cosa.

Io sonno ritornato a Nocera, et ho dato li guasti ad Angri, Sarno et aspecto metermi insieme col dicto conte de Sanctoseverino, quale, havendo principiato ad offendere ne le terre del principe de Rossano et de altri nemici nostri., non so se cussì presto poterà venire, et hame scripto che, trasferendomi io fine là, in dece giorni se acordaria tuto el paese nemico, cioè lo conte Bucino, lo conte de Capaze (Capaccio), la valle de Joia (Gioi nel Cilento) et molte altre cose, et che’l paese suo tuto remaneria in pace, et poteria venire victuarie assai verso Napoli, come se fusse la pace. Io ne ho scripto ala maiestà del signor re, et per niente non preterirò la voluntade sua. Et fra questo mezofarò pensiero de andare verso Salerno, et non dubito acordarò Gifuni, mesere  Johanne Pissicello, quale sta tradue aque, e lo reducerò ala obedientia  del signor re, et cusì tutta la Furia(i casali di Salerno), et giongendomi vcol conte (di Sanseverino), spero haverimo Salerno, et sarà una utilissima cosa alo stato della maiestà del signor re,  perché è lo passo de venire le victuarie ale bande de qua. Avute queste cose se meterimo insieme cola maiestà sua, et anderemo a trovare lo nemico nostro dove se troverà, e non dubito lo cazaremo per tuto, perché non se fa per noi a volere mettere campo ad ogni castello e terra di questa parte, perché tropo se haveria da fare, ma solum se vole attendere a far chiavi in mano, et fra pocho tempo non dubito acorderemo paese assay, in modo che stracho per fare cosa grata a sua maiestà et a vostra illustrissima  signoria,  ala quale me ricomando.

Datum Nocerie die XVII aprilis1461. Illustris dominationis vestrae servitor et nepos Robertus de Sanctoseverino etc.

Una lettera del 7 aprile, scritta da Antonio da Trezzo (de Tricio) a Francesco Sforza, mentre lo informa degli ultimi successi militari aragonesi e della fuga verso le Puglie dell’esercito guidato da Giovanni d’Angiò (col quale scappa anche Lucrezia d’Alagno, la bellessima ex-favorita di re Alfonso, di famiglia originaria di Amalfi), ci fornisce altri dettagli sui combattimenti avvenuti nella nostra area e sullo state miserevole cui la popolazione si era ridotta per via di quegli eventi:

“ …Preterea (avantieri) messer Antonio Olzina, insieme cum molti uomini dalla Cava, sonno andati a Scala, terra della costa de Malfia, nella quale havevano certa intelligentia, et de nocte ce sonno intrati dentro et sachegiatola. Et sentendose che Malfia stava molto male et che non hanno da vivere (quindi facile da conquistarsi), la maiestà del re gli ha  mandato (contro) tre galee cum molta fantaria, la quale gente, havendo cominciato a darli la battaglia,  li huomini de la terra vennero ad parlamento per acordarse, ma sopravenne uno tempestuoso vento cum piogia (una improvvisa “tropea”, come dicesi in napoletano) et fu forza alle galee immediate partirse. Come el tempo sia bono ce ritornerano et haverano dicta cità, et così spero in Dio se haverano tute l’altre terre de la costa, perché se ne morano de fame et gli è mancata ogni speranza de soccorso, si per la mutatione del stato de Zenoa (Genova; che aveva smesso il suo appoggio agli insorti), come per la partita del duca Johanne (Giovanni d’Angiò) cum le gente sue senza haverli facto provisione de alcuna victualia. …”

Che di li a poco Amalfi sarà davvero presa, abbiamo già letto nella lettera di Robero Sanseverino del 17 aprile. Un’altra lettera, stavolta di Antonio da Trezzo e datata  23 aprile 1461, ci informa che, caduta Amalfi, le truppe di Roberto Sanseverino si stavano spostando versola Foriadi Salerno per unirsi a quelle guidate dal conte di Sanseverino e dal cavaliere Orsini. Dalle nostre parti resistevano solo Massa, Vico e Castellammare, ma il da Trezzo si dice sicuro che stanno per arrendersi, anche loro per la fame indotta dalla guerra e dall’impossibilità di ricevere vettovagliamenti a causa dell’isolamento.

Tornando alla lettera di R. Sanseverino del 17 aprile, faccio notare come essa fornisca appoggio alla mia ipotesi che il toponimo Agerola derivi da un antico jerula (o Gerula, ossia “gerla”) e chela Ainiziale sia  una aggiunta tardiva che è quasi certamente nata per agglutinazione dell’articolo (A = la). Il che si Applica anche nel caso di Amalfi, che qui troviamo ancora nella primitiva forma di Malfi o Malfia.

Per quanto riguarda i fatti narrati, dalla lettera si evince che lo squadrone militare guidato da Roberto salì ad Agerola attraverso i i territori di Gragnano e Pimonte, per poi valicare il Colle di S. Angelo a Jugo. Il fatto che non si menzionino scontri lungo la salita non deve meravigliare, poiché

Angri, Lettere, Gragnano, Le Franche e Pimonte non facevano più parte dell’insorto  feudo del ducato di Amalfi, ma del fedele feudo di Giovanni de Miroballi (con distacco voluto da re Alfonso nel 1448).

Interessante per noi è la menzione di quella torre di Agerola che gli armigeri di Roberto dovettero prendere con la forza di un combattimento. Come ho già scritto in un altro articolo di questo mio blog, per Agerola è ancora tutta da fare la ricerca delle tracce delle strutture difensive che probabilmente vi furono erette nel Medio Evo. Esse furono certamente di importanza secondaria, rispetto ai castelli e borghi-fortezza di Lettere, Gragnano, Pino, Scala, eccetera, ma  questo non ci autorizza certo ad ignorarne lo studio (almeno sulle fonti documentarie) e –se qualche traccia materiale ne fosse sopravvissuta- a non fare il possibile per valorizzarla.

Ora abbiamo qui la esplicita menzione di una torre militare e c’è da chiedersi: dov’era? Dalla lettera in questione desumo, tentativamente, che essa si trovava nella metà occidentale del paese (tra Pianillo e Bomerano), visto che è solo il giono dopo la presa di tale torre che l’armata si trasferisce a San Lazzaro. E mi torna in mente una descrizione seicentesca della chiesa di S. AriaLa Mannala quale dice che tale chiesa sorge nel luogo dettoLa Torre. Machissà.

Un’altra cosa che trovo interressante è quell’accenno alle grotte nelle quali la popolazione (prevedendo l’attacco ed il conseguente rischio di saccheggio) aveva radunato e nascosto le sue scorte alimentari e, forse, anche altri beni importanti. Ma il passo della lettera nel quale si parla delle azioni svolte dopo il congiungimento a San Lazzaro con la squadra condotta dall’Olzina, le “crote” (che –sperando di non errare- interpreto come “crotte”, ovvero grotte) sono menzionate insieme alle altre “forteze” che erano ancora da “acordare” perché gli aragonesi potessero considerare definitivamente recuperato il ducato. Ciò mi fa sospettare che alcune grotte disperse tra i dirupi intorno Agerola (ad esempio quella di S. Barbara e quelle sui fianchi dell’orrido di Pino; detto ancheLa Vuttara) furono non solo punti di “serragliamento” delle derrate alimentari, ma anche punti di “recetto” e di resistenza militare. Se avessi ragione, potremmo anche dare finalmente una spiegazione al fatto che una cavità dell’orrido di Pino (la più protetta naturalmente) si chiami Grotta dei Francesi (con riferimento a soldati Angioini o filo-angioini che ivi si asserragliarono).

APPENDICE DI INQUADRAMENTO STORICO

Per inquadrare gli episodi bellici appena visti nel loro scenario storico, va ricordato che, in Italia meridionale, il passaggio dalla dominazione angioina a quella aragonese fu cosa molto lunga e combattuta. Carlo I d’Angiò (fratello di Luigi IX di Francia) aveva ottenuto il  Regno di Sicilia nel 1266, quando gli fu assegnato da papa Clemente IV.  Non passò un ventennio che il trasferimento della capitale da palermo a Napoli inniscò la famosa rivolta dei Vespri Siciliani e gli Angioini persero la Siciliaa vantaggio degli Aragonesi; così da nascere due regni, detti di Sicilia al di qua del Faro (quello con capitale a Napoli ed estendentesi sino alla punta della Calabria) e Sicilia al di là del Faro (quello con capitale a Palermo ed abbracciante la sola isola che ora chiamiamo semplicemente Sicilia). Per inciso va notato che quella distinzione si mantenne anche quando le due parti ebbero un unico sovrano e che solo nel 1816 vennero unite nella denominazione Regno delle Due Sicilie. Riflessi locali delle ricorrenti lotte tra angioini ed aragonesi li abbiamo già nel 1284, quando i secondi, dopo aver presola Calabria, pongono dei loro presidi militari a Ischia e Capri. Poco dopo, inoltre, abbiamo incursioni aragonesi sulle coste di Sorrento Castellammare, Positano e Amalfi. Nel corso del Trecento, il quadro politico napoletano si complica ulteriormente per via di questioni dinastiche tra i vari rami degli Angioini: quelli di Francia contro quelli di Ungheria (questi ultimi capitanati da Carlo di Durazzo, prima, e dal figlio Ladislao, dopo).

Ma, per venire più rapidamente ai tempi di nostro interesse in questa sede, saltiamo al 1414, quando, morta la regina Giovanna II d’Angiò,  iniziò un lungo periodo di lotte tra Renato d’Angiò e Alfonso d’Aragona. La vittoria arrise infine al secondo, che si insediò sul trono di Napoli nel 1442, dopo aver vinto un lungo assedio alla città grazie all’entrata di sue milizie attraverso un acquedotto sotterraneo imboccabile fuori dalle ben difese mura cittadine.

Ma già prima di potersi insediare a Napoli, nel 1438, re Alfonso aveva  tolto il ducato di Amalfi (Agerola compresa) dal Regio Demanio e l’aveva dato in feudo a Raimondo del Balzo-Orsini, che lo aveva aiutato nella recente guerra e che già teneva le signorie di Salerno, Sarno e Nola. Dieci anni dopo, lo stesso re Alfonso staccò dal feudo di Raimondo Orsini, per darle a Giovanni dè Miroballi, le terre di Angri, Gragnano, Lettere, Pimonte, Le Franche, Positano e isoleSirenuse.

Nel 1459 l’Orsini ebbe conferma dei suoi possedimenti amalfitani da re Ferrante (succeduto l’anno prima al defunto padre Alfonso) e fece rafforzare le difese militari del ducato per migliorare la sua capacità di contrasto ad eventuali altri attacchi angioini che puntassero a Napoli dopo degli sbarchi sulla Costiera. Tra gli interventi ordinati dall’Orsini (e completati poi dalla moglie, visto che Raimondo morì pochi mesi dopo) vanno ricordati il castello di S. Ariala Novaa Tramonti e la possente torre cilindrica del valico di Chiunzi.  ove prima era una porta fortificata di epoca amalfitana (comunicazione orale di Domenico Camardo).

Sull’altro fronte, morto Renato d’Angiò, avevamo suo figlio Giovanni, duca di Calabria e Lorena, che ancora intendeva contendere a Ferrante d’Aragona il regno napoletano. Tra gli alleati locali sui quali Giovanni d’Angiò poteva contare vi era anche il nostro ducato amalfitano, che con lui si schierò nell’agosto del 1459, per iniziativa della feudataria Eleonora d’Aragona, vedova di Raimondo Orsini e in attrito col re Ferrante, suo parente.

Incoraggiato da alcuni baroni ribelli, nel 1460 Giovanni d’Angiò sbarcò nel Regno, deciso a prenderne il trono. Dopo la presa dell’Abbruzzo e la schiacciante vittoria nello scontro diretto con l’esercito aragonese sul fiume Sarno, gli angioini misero in assedio Napoli con buone prospettive di vittoria, visto che il loro controllo sulle terre circostanti impediva di far giungere rifornimento alla capitale. Ma re Ferrante d’Aragona seppe reagire e, grazie agli aiuti militari degli Sforza di Milano, del papa Pio II (che gli manda truppe capitanate dal nipote Antonio Todeschini Piccolomini), dell’albanese Giorgio Castriota Skanderberg e di altri, riesce –l’anno dopo- a riconquistare il controllo del regno e a cacciare Giovanni d’Angiò. Ed è, appunto, a  questa fase di riconquista aragonese che appartengono gli episodi militari di cui parlano i sopra riportati “dispacci sforzeschi”.

In particolare essi descrivono la riconquista aragonese di Scala, Agerola ed Amalfi dopo la loro rivolta filo-angioina, istigata dalla duchessa d’Amalfi Eleonora. Una eco di questa riconquista la troviamo anche nel documento d’epoca che registra la assegnazione del feudo amalfitano ad Antonio Piccolomini (nipote di papa Pio II) come riconoscimento del decisivo aiuto militare appena prestato e come dote alla figlia di re Ferrante, Maria d’Aragona, che –pur avendo solo 11 anni- va in sposa al Piccolomini proprio in quella data. Detto documento è integralmente riportato dallo storico  Matteo Camera, alle pagine 28-31 del secondo volume delle sue “ Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi” (1881), e del quale ci è qui sufficiente trascrivere il seguente passo:

 

“…ad presens in dominio et posse Nostro existentes, et partem dicti Ducatus videlicet civitatem Amalphie, civitatem Scalarum et terram Ageruli a nobis recuperatas et expugnatas, quae a nostra fide et hobedientia defecerant propter notoriam rebellionem…”.

 

Passo che ricorda tanto la nostra ribellione filo-angioina, quanto la suguente espugnazione e riconquista da parte degli Aragonese.

Per concludere,  aggiungo qualcosa circa gli estensori delle lettere sopra riportate: Antonio da Trezzo (con riferimento a Trezzo d’Adda, in Lombardia) era dal 1455 ambasciatore a Napoli di Francesco Sforza (Signore di Milano alleato di re Ferrante d’Aragona. Antonio Olziana, invece, era un valente capitano di fanteria di origine catalana al servizio di re Ferrante,  che operava nell’area sorrentina e amalfitana fin dall’anno precedente (1460). Roberto Sanseverino, infine, era membro di una delle più potenti famiglie feudatarie del meridione e, dopo un iniziale appoggio all’Angioino, era ritornato a combattere per re Ferrante dietro la promessa di lauti riconoscimenti (dal 1461 sarà conte di Caiazzo).

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Storia locale. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...