Tra Chiaia e San Lazzaro. Le residenze del Generale

Nel 1844, quando lasciò definitivamente il Punjab e tornò in Europa, il generale Avitabile fece dapprima tappa presso le Corti Reali di Inghilterra e di Francia, per poi giungere a Napoli che correva il 31 agosto di quell’anno. Tra gli altri, dà notizia di questo arrivo il monsignor Luigi del Pozzo (cappellano di camera del Re) a pagina 486 della sua “Cronaca civile e militare delle Due Sicilie sotto la dinastia borbonica dall’ anno 1734 in poi” (Napoli, Stamperia Reale, 1857). Qui troviamo anche un cenno ai ricchi doni che il Generale recò al re ad alla regina di napoli: “sciabole, scialli e stoffe ricchissime, e conduce seco due moretti, i quali sono tenuti al sacro fonte dal Re”. Menzione simile troviamo a pagina 172 de “I Borbone di Napoli al cospetto di due secoli”, di Giuseppe Buttà (Napoli, 1877), ove si legge che “il generale Avitabile regalò al re varie rarità indiane ed anche gli fece dono di due moretti schiavi, che furono tenuti al fonte battesimale da quel religioso sovrano…” Con ciò, e con le voci che rapidamente circolarono in Napoli circa la strabiliante ricchezza accumulata tra Persia e Punjab (vedi mio altro articolo di pochi giorni fa) , il Generale assurse subito all’onore delle cronache cittadine; mentre la curiosità per le sue esotiche avventure e per il suo carattere un poco “colorito” lo resero ambito ospite dei salotti mondani. Forse per meglio godersi questo momento di gloria, ma anche per curare le operazioni bancarie legate al rientro dei suoi depositi esteri, l’Avitabile decise di trattenersi per qualche tempo a Napoli e, abituato com’era a vivere in residenze sfarzose (ultima il suo palazzo da Governatore a Peshawar), non potè certo accontentarsi di un luogo ed una casa qualunque. Come apprendiamo dal noto saggio biografico di J. J. Cotton apparso sulla Calcutta Review del 1906, il Generale riuscì ad accaparrarsi nientedimeno che un vasto appartamento dentro lo splendido Palazzo Calabritto. Tale edificio, che consiglio a tutti di visitare, fu eretto a inizio Settecento da Vincenzo Tuttavilla duca di Calabritto e membro di una famiglia di orgine francece (gli Estouteville) che era giunta a Napoli in epoca aragonese. Ma la maestosità eccessiva dell’edificio in costruzione fece ingelosire re Carlo III di Borbone, che decise di acquistarlo per 34700 ducati. Circa trent’anni dopo, visto che il re non metteva mano a completarlo, il figlio del duca Vincenzo chiese ed ottenne di ricomprarlo per la stessa cifra. Il palazzo venne così completato dal grande architetto Luigi Vanvitelli, il cui genio si concretizzo soprattutto nell’ampio scalone principale e nei due monumentali portali che marcano gli affacci del palazzo su Piazza dei Martiri e su Via Calabritto. Il lato verso mare del palazzo fu tenuto più basso, così che dai balconi e dalle finestre della ampia corte interna fosse possibile godere la vista sul verde della Villa Comunale e sull’azzurro del Golfo. Quel grandioso palazzo nobiliare ha ospitato diversi personaggi illustri, tra i quali voglio qui ricordare Gioacchino Murat, sotto il cui governo Paolo Crescenzo Martino Avitabile aveva iniziato la sua carriera militare tra gli artiglieri del Regno. E’ facile immaginare, dunque, come l’Avitabile fosse ora lusingato di abitare nello stesso imponente edificio dove, da cadetto di umili origini provinciali, aveva visto entrare il suo Sovrano; forse già allora sognando una carriera che potesse avvicinarlo a quei livelli. Passando dalla prima all’ultima delle residenze italiane del Generale Avitabile, ossia al palazzo che egli si fece costruire in San Lazzaro di Agerola (nel quale egli morì nel 1850, mentre ancora lo stava ultimando), voglio informare il lettore che la già citata opera di J. J. Cotton ne attribuisce il progetto ad un certo architetto Savarese, del quale il Cotton non fornisce nessun’altra informazione (nemmeno il nome di battesimo), ma ci dice che fosse in amicizia col Generale.

Sempre circa la residenza agerolese, ricordo che essa si componeva di un ampio parco verde occupante l’intero colle che si erge a sud-ovest della piazza di San Lazzaro (oggi Piazza Generale Avitabile). Sul punto più alto del colle, il Generale fece erigere il suo palazzo (di circa ottomila metri cubi) contornato da un amplissima terrazza panoramica cui si accedeva per un viale a tornanti che partiva dalla citata piazza comunale con un portone-fornice appartenente alla Palazzina di Ingresso dell’intero complesso. Questa palazzina (che indico col diminutivo solo in rapporto al ben più voluminoso palazzo di cui era a servizio) ospitava, al piano terra, le scuderie e, al piano superiore, gli alloggi del custode e del personale.

Dato che il palazzo non fu mai ultimato con gli apparati decorativi (se non per alcuni interni che il Generale prese ad abitare per meglio dirigere i lavori in corso) e dato che negli anni ’30 del Novecento esso fu poi abbattuto per erigervi una Colonia Montana statale, per farci un’idea dello stile architettonico voluto dal Generale dobbiamo rifarci, da una parte, alle antiche foto che ritraggono il Plazzo come si presentava a inizio Novecento (poco più di un rudere, a causa dei decenni di incuria indotti da lunghe vertenze ereditarie) e, dall’altra, alla Palazzina di ingresso (oggi Ostello della Gioventù) che il Generale era riuscito ad ultimare e che, per fortuna, nessuno ha mai osato abbattere.

Non essendo questa la sede per una completa disamina architettonica dell’edificio, mi limito a farne notare la bella facciata sulla Piazza, certamente disegnata da un valente architetto e rifinita con lesene e marcapiani scolpiti in grossi pezzi di calcare locale che furono cavati nelle vicinanze (non essendosi ancora la rotabile per Gragnano, l’importazione di grossi manufatti era improponibile, persino per il ricchissimo Generale) e lavorato da scalpellini fatti venire dall’area vesuviana.

Un paio di anni fa, trovandomi a Via Calabritto e ricordandomi che ivi aveva soggiornato l’Avitabile nel 1844, ipotizzai che egli prese ad esempio qualche edificio di quei paraggi allorquando si trattò di far capire al suo architetto che foggia gli sarebbe piaciuto dare al suo nuovo palazzo agerolese. Allora mi misi a girare intorno e ben presto mi imbattei nella facciata diella chiesa di S. Aria della Vittoria, sita sul lato orientale della omonima Piazza e visibile addirittura da molte finestre e terrazze del menzionato Palazzo Calabritto. La chiesa in questione è del Cinquecento (eretta poco dopo la decisiva vittoria cristiana a Lepanto contro i Turchi) ma la faccita gli deriva da un intervento del 1824 che inglobò la chiesa nel vicino Palazzo de Majo. Si tratta di una facciata-portico a tre arcate a tutto sesto (le due estreme tamponate e finestrate; la centrale a fornice) e con sovrastante lunga balconata, che presenta delle analogie impressionanti con la facciata della Palazzina di ingresso della residenza agerolese del Generale Avitabile. Sebbene si tratti di una soluzione architettonica non rara, il fatto di ritrovarla a due passi dal palazzo napoletano ove soggiornò il Generale, mi fa sembrare molto probabile che fu proprio quella facciata da poco rifatta il modello davanti al quale l’Avitabile e il Savarese trovarono un accordo su come impostare il prospetto della palazzina di San Lazzaro e, probabilmente, anche del vero e proprio Palazzo in cime al colle (anch’esso con archi a tutto sesto ciechi al pian terreno).

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