Un anniversario che Agerola deve celebrare: il 150° dalla nascita di Roberto Bracco

Fino a pochi anni fa, sulla facciata della antica Casa Comunale di Agerola campeggiava una lapide con il seguente testo:

DA QUESTO ALPESTRE RIFUGIO

NELL’ANNO 1909

L’ARTE ANTICIPATRICE

DI

ROBERTO BRACCO

DONO’ AL TEATRO ITALIANO

CON

“IL PICCOLO SANTO”

L’ESEMPLARE TRAGEDIA

DEL SILENZIO DEGLI UOMINI

QUANDO PARLA IL MISTERO.

IL COMUNE,      1947

Oggi la lapide non è più al suo posto; rimossa durante recenti lavori di “restauro” dell’edificio[1], pare che nessuno abbia sentito il bisogno di ricollocarla dov’era. Una voce da me raccolta cerca di giustificare questa negligenza col fatto che la lapide si sarebbe rotta durante il distacco o la giacenza in deposito. Se anche fosse vero, niente impedisce di restaurarla o di farla riscolpire, visto che il libro “Agerola. Dalle oprigini ai giorni nostri” del compianto Angelo Mascolo (MicroMedia 2003) ne riporta una foto ravvicinata che permette di leggere ogni lettera e virgola della lapide stessa.

Non vorrei che a rompersi sia stato, invece, il filo del ricordo. Ovvero che la comunità locale avesse dimenticato l’importanza del personaggio e, dunque, di quella lapide che ricordava a cittadini e visitatori il fatto che ad Agerola Roberto Bracco aveva soggiornato e scritto il suo capolavoro.

Nel dubbio, raccolgo qui alcune informazioni che riguardano la vita, le opere e la fortuna critica di quell’importante scrittore napoletano.

Roberto Bracco nacque a Napoli il 10 novembre 1861. Tra pochi mesi, dunque, sarà il 150° anniversario della sua nascita. Una ricorrenza che dovremo assolutamente celebrare anche ad Agerola  e una occasione da non perdere per rimettere in sede la citata lapide ed aggiungere –sullo stesso marmo o su uno più piccolo, sotto-  un memento della nuova commemorazione fatta 150 anni dopo la nascita dell’importante autore.

Egli fu giornalista, scrittore e drammaturgo, intessendo rapporti di amicizia e collaborazione con diversi artisti napoletani, tra i quali Gennaro Villani, Francesco Cangiullo e  Salvatore di Giacomo (anch’egli frequentatore del nostro paese, cui dedicò la canzone Luna d’Agerola).

Come giornalista, scrisse per Il Corriere del mattino, il Piccolo, il Corriere di Napoli ed altri, sui quali pubblicò critiche teatrali e musicali, poesie e novelle. Contemporaneamente si dilettò anche nello scrivere delle canzoni in napoletano.

Tra le sue opere teatrali vanno ricordate Non fare ad altri, Una donna, Maschere, Infedele, Il trionfo, Don Pietro Caruso, Sperduti nel buio, ed Il piccolo santo.   Negli ultimi decenni la sua figura e le sue opere sono state quasi dimenticate e, probabilmente, pochi lo ricordano persino nella natìa Napoli, dove pure vi sono una importante via del centro e un bel teatro a lui intitolati.

Eppure Bracco è concordemente annoverato tra i maggiori autori di teatro che l’Italia abbia avuto nel Novecento e fu più volte candidato al Premio Nobel per la letteratura. Per avere un’idea di quanto fu grande il suo successo, basti pensare che le sue opere furono interpretate da attrici del calibro di Eleonora Duse, Emma ed Irma Gramatica.

Impegnato anche in politica, egli fu eletto deputato nelle liste di Giovanni Amendola e fu fu tra i firmatari di quel Manifesto degli intellettuali antifascisti che fu redatto, nel 1925, dal grande Benedetto Croce. Divenuto inviso al regime fascista, perse la carica di deputato e vide a lungo osteggiate la circolazione dei suoi scritti e la rappresentazione delle sue opere. Nato nell’anno che vide nascere l’Italia unita, Roberto Bracco morì a Sorrento il 20 aprile del 1943; sulle soglie di un’altra data storica: quella che vedrà l’Italia liberata dalla guerra e dal fascismo.

Rimandandando a Wikipedia ed alla abbondante bibliografia esistente per altre notizie sulla vita e le opere di Roberto Bracco, per quanto riguarda il suo capolavoro teatrale,  Il piccolo santo, ricordo che fu scritto nel 1909 e fu messo in scena per la prima volta nel 1912, presso il Mercadante di Napoli. Trattasi di un dramma in cinque atti che fu rappresentato con successo in molti dei maggiori teatri italiani ed anche all’estero. L’opera piacque molto anche a Giacomo  Puccini, che pare volesse musicarla (Pasquale Iaccio, L’intellettuale intransigente: il fascismo e Roberto Bracco, Napoli, 1992, pag 183).

Sui contenuti ed i valori artistici dello psicodramma può essere utile rileggere questo articolo apparso sul Corriere della Sera del 7 aprile 1915:

E’ stato uno di quei successi grandi e completi che il teatro concede di rado. E bisogna metterlo in luce, perché l’opera che ieri sera ha trascinato il pubblico all’entusiasmo non è di quelle fatte per sedurre e vincere il pubblico; ma anzi è tutta severa e pensosa, tutta schiva d’applausi, tutta raccolta entro un sogno d’arte, tutta tormentata dal desiderio delle altezze. Eppure gli spettatori sentirono il delicato segreto che si chiudeva dentro di essa, furono avvolti dall’aura che l’avvolgeva, sentirono, oltre la piccola vicenda visibile, come un ritmo segreto, un palpito indicibile e indefinibile, la grande malinconia degli spiriti. Così questo dramma, che non è tutto rivelato, ma anzi s’affonda talvolta in una sensibilità oscura e si vela di silenzio, e, quando più par tangibile, tanto più si allontana, lasciando dietro di sé, come guide per ritrovarlo e raggiungerlo, brevi indici, rapidi lampi, luci misteriose e fuggenti, ebbe accoglienze grandiose.

Il piccolo santo è don Fiorenzo Barsi. Non fu spinto subito da una nativa vocazione verso il sacerdozio. Era stato un giovane vivace, pieno di poesia e pieno di allegria; e si era anche innamorato. Si era innamorato di una signora, che l’aveva respinto per serbarsi fedele al marito. Contristato da questa prima ed unica, ardente ed amara passione, si era votato a Dio, rifugiandosi in una casetta di montagna e si era posto con acceso candore a servire ed amare il suo piccolo prossimo, a consolare le miserie d’ogni genere che ricorrevano, ingenue e semplici, a lui come ad un taumaturgo. A poco a poco si è formata una leggenda intorno a don Fiorenzo. I montanari lo chiamano santo, e lo credono santo, perché c’è in lui una grande forza di sacrificio e di abnegazione, e anche perché una oscura e dolce suggestione attrae la gente verso di lui e con una fiducia così profonda nel suo potere da diventare vera e propria fede. Naturalmente, il caso – il solo caso? – ha collaborato alla formazione di quest’aureola di santità. Sono avvenuti fatti che hanno preso l’aspetto di miracoli davanti alla fantasia credula ed avida di quei buoni montanari. Uno di questi fatti è l’inconscia azione suggestiva che il prete esercita su un povero ragazzo scemo, chiamato Barbarello. Con un misterioso sforzo della volontà don Fiorenzo arrestò un giorno, a un cespuglio, Barbarello, mentre piombava in un precipizio. Barbarello ebbe salva la vita, ma nella tragica vicenda la sua intelligenza si ottenebrò. Egli è ora una specie di ebete, una creatura elementare che si stacca dalla bestia soltanto per certe remote, delicate, inesplicabili intuizioni. Il ragazzo non ha che una forma sola di vita che lo elevi un po’; ed è l’ostinata, appassionata riconoscenza pel suo salvatore. La sua anima non sente che le vibrazioni che si effondono da quella del prete, sicché giustamente uno dei personaggi del dramma, il dottor Finizio, che osserva e studia i fenomeni della suggestione nervosa, chiama Barbarello “lo strumento sismico di don Fiorenzo”. Don Fiorenzo non ama la riputazione di santità che lo circonda. Essa pesa sopra di lui come una responsabilità inesplicabile. Tutte le volte che egli vede nella richiesta d’un supplice la fede sicura che egli saprà riparare al male contro il quale gli si chiede soccorso, che egli saprà guarire gli ammalati o disperdere l’infelicità, il prete si sente come schiacciato da questa tranquilla aspettazione; gli pare talora di essere uno strumento nelle mani d’un destino velato; e più spesso anche sbigottisce sentendosi inferiore a questa missione della quale ha una specie di presentimento e di subcoscienza mistica.

Vivendo questa vita che logora e affina i suoi nervi in un gioco alterno di speranza e di mortificazione, ha già toccato i quarant’anni. Ed ecco che, in questa età critica, riappare davanti a lui la donna che egli amò. Non lei, che è morta, ma l’immagine di lei, una figlia della scomparsa, Annita, che la madre, sul punto di morire, mandò dal prete perché la proteggesse e la guidasse. I ricordi divampano improvvisamente nel cuore del sacerdote; forse anche l’antica passione rinasce, forse anche egli è inconsapevolmente condotto a confondere i tratti evanescenti della morta col viso della figlia nel quale questi tratti riappariscono primaverilmente. Ma don Fiorenzo domina subito questo ribalenare della passione sommersa nel sacrificio e nell’esercizio del dovere, e indica alla fanciulla la chiesa, e nella chiesa egli esercita verso di lei la sua opera di sacerdote. A poco a poco nella pace della chiesa la fanciulla è presa dal fascino profondo del misticismo.

Ma un giovine fratello di don Fiorenzo, Giulio, si innamora di Annita. Egli ha vissuto nell’America latina una gioventù dissipata e piacevole. Sarebbe ora disposto a riprenderla, sarebbe ora anche capace di tentare le sue arti di seduttore su Annita. Ma il prete, che intuisce questo desiderio di peccato del fratello, gli narra la storia della fanciulla, gli presenta la sua protetta avvolta di un’aura quasi sacra. Così la cupidigia giovanile di Giulio si muta in passione. Contribuisce a far nascere questa passione grave e nobile, don Fiorenzo stesso, poiché il fratello respira nella sua vicinanza l’aria pura delle sommità. Quella specie di irradiazione che si diffonde dalla personalità di don Fiorenzo opera anche su Annita. Ma non ne deriva un bene per Giulio. La fanciulla è come fasciata d’un velo di ritegno e di meditazione. Conosce l’amore di Giulio, ma lo respinge severamente. Dal prete ha imparato a credere che la rinuncia è il fiore più fragrante della vita. Ma questa rinuncia non le sembra forse più cara e più difficile e quindi più inebriante perché, in lei, un principio d’amore per Giulio è già nato?

Don Fiorenzo si oppone, dunque, all’amore di Giulio. Ma quando dalla viva parola del fratello apprende quale sia questo amore, e quanto sincero e quanto assoluto, e come sogni, non un’avventura, ma le nozze, è preso da una profonda commozione. Si accusa di essere stato ingiusto. Vuole egli stesso indurre Annita a sposare Giulio. E parla infatti in nome di Giulio. In nome di Giulio solo? Quando alla fanciulla, alla quale insegnò le vie del Signore, indica ora le vie oneste dell’amore, quando le parla delle ragioni della vita, egli, che le aveva ripetuto sole le voci del cielo, parla forse, senza saperlo, per sé; è forse l’anima sua che parla, è forse il suo amore che prega, è forse il suo dolore nascosto che appare. Annita ricusa, rammenta al prete che ben diverso è stato il suo insegnamento; ma il prete la supplica di non lasciargli il rimorso di aver fatta di lei una infelice. Allora Annita acconsente a sposare Giulio. Noi non sappiamo se lo ami. Annita è chiusa sempre in un suo pudico silenzio. Ignoriamo quali sentimenti susciti in lei la presenza del prete, la potenza morale che ha il prete su di lei. Certo queste nozze sono drammatiche; drammatiche per qualche cosa di indicibile e di celato, di profondato dentro la vita stessa della fanciulla. Dopo la cerimonia nuziale ella torna a casa col marito. Le ragazze dei paesi vicini le recano fiori, le recitano versi, festeggiano il dì nuziale con le voci fresche e garrule della giovinezza. Ed ecco che, passando davanti alla porta di don Fiorenzo, Annita piomba a terra. La portano dentro nella stanzetta nuda del prete come morta. Il suo polso non batte. La sua bocca non ha più respiro. Allora Giulio invoca Fiorenzo perché venga in suo aiuto. Anch’egli che ha considerato sempre con giocondo scetticismo le virtù taumaturgiche del fratello, ora, stretto tra le morse della disperazione, invoca quasi delirando i poteri della sua santità. Il prete, che spasima comprimendo entro il cuore il suo segreto terribile, si inginocchia e prega. Il  miracolo si compie. Annita si risveglia. La tentazione del suicidio è passata vicino al prete, ma egli l’ha coraggiosamente respinta.

Dopo qualche mese i due sposi decidono di partire. La loro vita in quel paese non è più possibile. La suggestione mistica di don Fiorenzo agisce ancora sopra Annita. Giulio sente che Annita non potrà mai essere tutta sua, se a contrastargli il possesso di quell’anima, sarà presente la forza involontaria di attrazione religiosa del prete. Annita ha ancora delle estasi ascetiche. Invano il prete ha spezzato ogni rapporto col fratello e la cognata. Anche non vedendolo costei lo sente. Ella vive quasi come un automa tra le due forze che si contrastano il suo spirito: l’amore di Giulio e quel tempestoso tendere verso di lei dell’anima di Fiorenzo. Ma il marito ha più forza, perché ha più diritto. Egli porta via con sé la moglie. E qui scoppia la catastrofe. Barbarello, che ha, nella sua incoscienza, intuito il doloroso travaglio di don Fiorenzo, Barbarello che ha avuto il senso quasi fisico del dolore di don Fiorenzo, obbedendo alla sua logica che è fatta dei soli soprassalti dell’istinto, pensa che quel dolore sia stato inflitto al piccolo santo dal fratello. Non si spiega né il come né il perché, ma una tragica idea di vendetta lo domina. Attende sull’orlo d’un precipizio Giulio, che passa con la sposa, e lo precipita giù nell’abisso.

Questa è la tela. Su di essa è fondato e costruito un dramma che si prefigge di evadere dalla piccola tediosa verità che imbizantinisce e funesta la nostra scena di prosa. Qualunque sia il giudizio che si faccia di quest’opera, è doveroso onorare le sue intenzioni. Se ha una malattia, è una malattia sacra. Una specie di esaltazione fredda. Tutti i personaggi sono presi da questa esaltazione. Essi giungono sulla soglia del dramma con un piccolo aspetto di mediocre umanità, e a poco a poco si trasfigurano. La figura centrale del piccolo santo, è il fulcro ardente di un muto fiammeggiare di spiriti. Il modo per il quale quella piccola donna che è Annita, quel piccolo uomo che è Giulio, escono dai termini angusti della loro realtà precisa, per accogliere, inconsapevoli, passioni che sono superiori alla loro primitiva capacità psicologica, costituisce una delle principali bellezze del dramma. Il commediografo procede per via di tocchi leggeri; per mutare e ingrandire le sue creature accende l’aria entro la quale esse vivono. Crea intorno ad esse un ambiente spirituale. Se mai, lo accuso di aver qualche volta volontariamente lacerata questa atmosfera. Egli ha avuto uno scrupolo di verosimiglianza che era assolutamente superfluo. Egli ha voluto spiegare la potenza sulle anime di don Fiorenzo. Quelle odiose parole di “suggestione ipnotica” sono passate e ripassate per il dramma. Il cader tramortita di Annita è definito dal dottor Finizio “catalessia transitoria”. No; via dal teatro il laboratorio scientifico. Noi non abbiamo bisogno di questa precisione. L’arte deve farci dire: credo quia absurdum. Non si possono far vedere contemporaneamente i due aspetti dello stesso fenomeno, l’aspetto quasi mistico e l’aspetto scientifico, senza che l’uno nuoccia all’altro.

Ho accennato a questo esempio perché è caratteristico. In tutto il dramma vediamo che l’autore tenta di giustificarsi. Ha torto; perché non è proprio giusto difendersi da quel bel peccato che è la poesia. Per fortuna, le virtù creative dell’artista soverchiano le preoccupazioni attente dell’osservatore. Il dramma tende ad ascendere; ciò che è in esso peso della materia cade, resta in basso. Ma tuttavia alcune parole, cadendo, rimbombano troppo in quell’aere taciturno.

Anche un’altra osservazione c’è da fare, ed è questa: che l’influenza mistica di don Fiorenzo su Annita non è chiara. Don Fiorenzo non ci si rivela mai come un mistico. La sua dolce serenità è piena di senso umano. La sua carità è limpida come il suo sorriso. La fama che gli han creato intorno lo turba talvolta, è vero, ma più spesso suscita in lui commenti di bonario umorismo. Egli non predica mai la rinuncia. Perché l’avrebbe predicata ad Annita? Forse per annientare anche in sé, in un’esaltazione ascetica, la segreta passione che lo abbrucia? Ebbene, sapere questo sarebbe stato interessante. L’invito a vivere, che più tardi il prete rivolge con parole piene di febbre alla fanciulla, avrebbe acquistata forza di più grande commozione.

 

Ma è ozioso indugiarsi intorno ai particolari. Nel Piccolo Santo non sono i particolari che contano. La virtù effusiva e comunicativa di questo dramma è la sua vera bellezza. Quel silenzio dei personaggi su tutto quello che la loro vita interiore e il rivelarsi ugualmente di questa loro vita interiore, anzi il predominare di essa sul dramma esterno, sono i segni di un’arte nobilissima, di un’arte che onora il teatro, che coltiva in esso i migliori germi di rinnovamento.

Le poche frasi che ho sottolineato nell’articolo appena visto, danno conferma dell’ambientazione del dramma in un paesino di montagna, circondato da alte rupi rocciose, nel quale non è difficile riconoscere l’alpestre Agerola dai neri ed aguzzi tetti di legno che conobbero il Bracco, il di Giacomo ed altri artisti ed intellettuali della Napoli di inizio Novecento.

Chi non si accontentasse (spero molti) del pur ampio “sunto” che dell’opera fornisce l’articolo riportato e volesse leggere l’intero testo, sappia che una fotocopia integrale del Piccolo Santo la regalai anni fa alla nostra Biblioteca Comunale.

Chissà che dei giovani agerolesi, rileggendolo e innamorandosene, non decidano di cimentarsi in una riproposizione teatrale (sia pure in forma ridotta) che colga anch’essa l’occasione del prossimo 150° dalla nascita  dell’autore.


[1] Uso le virgolette per significare che i lavori non sono stati affatto rispettosi dell’originario aspetto  dell’antico edificio, il quale è vecchio di alcuni secoli e meritava assolutamente una maggiore attenzione filologica. Comunque. Visto che quei lavori sono stati fatti anche con materiali scadenti  e che, pertanto, già si parla di rifarli, ricordo a chi di dovere che questa volta si dovrà dare almeno alla facciata l’aspetto che aveva in origine. Aspetto che è ben documentato da certe cartoline di inizio Novecento (una è esposta, ingrandita, nel vicino bar Blue Moon). Preannuncio sin da ora il mio personale impegno affinchèla Soprintendenza non approvi altro che un intervento rispettoso e valorizzante. Oltre a rifare come in origine le lesene, i marcapiani e le cornici a stucco intorno alle finestre, sarebbe auspicabile anche riportare alle antiche misure i vani porta del pianterreno e sostituire con le tradizionali ante in legno quelle orribili saracinesche metalliche che –qui come altrove in paese- degradano gravemente l’architettura.

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Una risposta a Un anniversario che Agerola deve celebrare: il 150° dalla nascita di Roberto Bracco

  1. martacinque14 ha detto:

    bellissimo!Marta

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