ALI DI CORVO NELL’ANTICO STEMMA DI AGEROLA (e altre cose)

 

Tra i libri antichi che è utile consultare per ricostruire la storia di Agerola, occupa un posto di rilievo la “Istoria della antica repubblica d’Amalfi e di tutte le cose appartenenti alla medesima accadute nella città di Napoli e suo Regno” dell’amalfitano Francesco Pansa (1671-1718), opera in due volumi uscita postuma a cura del nipote dell’autore, Giuseppe Pansa, per la Tipografia Severini, nel 1724.

Agerola vi è nominata più volte, ma io qui mi limito a riportare la scheda geografica che l’autore le dedica a pagina 150 del Volume Secondo:

AGEROLA

Sopra Prajano, e propriamente verso il piano di quel monte è riposta Agerola, detta picciol Agro dalli nobili antichi Amalfitani, ove andar soleano per diporto eavevano le loro abitazioni i Bembi, i Corsari, i Comitursi, i Quatrari ed altri. Essendo questi luoghi altissimi dicesi che fu nominata Agerola atteso che a salirvi abbisognano l’ali, ed in fatti questa Terra fa per impresa l’ali d’un Corvo.

E’ questa Terra compartita in più Casali, luogo freddissimo d’ogni tempo, di maniera che dovendosi passare da un Casale all’altro, si veggono le conserve delle nevi con gran piacere de’ risguardanti, maximamente d’estate.

Io per diporto essendovi andato nel mese d’Agosto per le belle caccie di beccafichi che vi sono, sentiva quel freddo appunto, che noi sentiamo nel mese di Marzo o Aprile, e mi convenne andare con gli abiti che usar sogliamo d’inverno; con tutto ció, benchè aspra sia la salita, nulladimeno, ove egli è situato è luogo larghissimo e tutto circondato di selve, e vi si potrebbe andare colle mute a sei.

Il paese però è tutto pieno d’alberi di castagne e mele; e se ne carcano le barche e in vari paesi s’inducono.

Vi sono bellissimi fiumicelli di questo paese, e delli monti circonvicini della Città di Scala che sono quei appunto, che da Napoli si veggono sopra Castello a mare; viene da quelli tanta neve in Napoli ogni dì colle barche di Castello a mare, per mezzo di cui, con pochissimo prezzo in tempo d’estate noi, sentendo quei gran calori, facciamo quelle tante sorbette e frutti gelati.

La maggior parte degli abitanti (che tutti saranno da due mila) vivono con le rendite di queste selve e con la seta che vi si fabbrica. L’altre persone ordinarie sono quelle che in tempo d’estate vanno cavando le sete per tutto iI nostro Regno: in Napoli molti mercadanti di sete sono di questo paese, e ricchi; ed altri che hanno governata la medesima Città di Napoli con offici di Eletto dei popolo, tra i quali fu, non ha gran tempo, Andrea Brancati.

I preti stanno sotto la giurisdizionе dell’Arcivescovo d’Amalfi”.

In un altro passo dell’opera, dedicato a Praiano e Vettica Maggiore, il Pansa scrive anche:

Gli abitanti (di Praiano e Vettica M.) … sono governati dal Governatore, che risiede in Agerola, il quale deve essere Dottore delle leggi, attesoché il Governatore di questi paesi deve essere il Giudice d’Amalfi.”.

Passando a svolgere qualche osservazione e facendo riferimento alle cose che ho evidenziato in grassetto nei riportati brani del Pansa, aggiungo quanto segue:

  1. Nello scrivere che Agerola fu “detta picciol Agro dalli nobili antichi Amalfitani”, il Pansa avanza una sua proposta etimologica per il nome Agerola (poi ripresa da molti) che vi legge un diminutivo di ager. A parte il fatto che mi pare strano che gli amalfitani, costretti a strappare ai pendii dei piccoli appezzamenti coltivabili, definissero piccol il vasto ripiano agerolese; torno a far notare che la forma antica del nome non aveva la “A” iniziale, suonando pertanto Gerula (voce tardo latina col significato di “gerla” che venne applicata alla nostra tondeggiante conca per analogia morfologica).

  1. Nello scrivere “Essendo questi luoghi altissimi dicesi che fu nominata Agerola atteso che a salirvi abbisognano l’ali”, il Pansa sembra prendere le distanze da un’altra proposta etimologica che girava ai suoi tempi (e che molti ancora ripropongono acriticamente): quella che fa derivare Agerola da dall’aggettivo aereo (nel senso di luogo elevato, che è in aria) che in latino sarebbe stato aerius.

  1. Questa Terra fa per impresa l’ali d’un corvo” è una frase che potrebbe risultare oscura, almeno a chi non comprendesse che quel “fa” sta per “ha” (come quando si dice “ fa cinquemila abitanti” invece che “ha cinquemila abitanti”) e che per “impresa” qui si intende stemma. Quindi, qui il Pansa ci sta dicendo che ai suoi tempi (e chissà da quando) LO STEMMA DI AGEROLA MOSTRAVA DUE ALI DI CORVO; quasi certamente il grosso ed elegante Corvo Imperiale delle nostre rupi calcaree.

Non so quando fu creato lo stemma che ora usiamo, né quali siano i suoi eventuali fondamenti storici. Ma, semmai esso fosse stato mero frutto di fantasia o giù di lì, non scarterei l’ipotesi di mettere in programma un ritorno all’antico stemma di cui il Pansa ci parla; ovviamente dopo una fase di ricerca e studio che miri a reperire maggiori informazioni storiche e grafiche. Intanto ricordo che il corvo compare anche in molti altri stemmi comunali e nobiliari, come simbolo di oratoria, d’augurio e di ingegno acuto.

  1. Circa le Conserve delle nevi (di solito dette neviere o fosse della neve) è ben noto anche da altre fonti che esse costituirono una fonte di reddito non trascurabile per gli Agerolesi. Tali conserve consistevano in grandi fosse nel terreno (nei paesaggi carsici si sfruttavano le doline naturali) nelle quali – d’inverno – si andava a deporre e pigiare la neve, per poi ricoprire il cumulo con un consistente spessore di erba secca, frasche e terra. Questo manto fungeva da isolante; così che nei mesi estivi, quando si andava a riscavare la buca, dentro ci si trovava un bel masso di ghiaccio. Certamente ridotto rispetto al volume iniziale, ma sempre grosso abbastanza da giustificare l’impresa.

  1. Delle antiche neviere ancora si vedono sui nostri monti (all’Imbarrata, al Cerreto etc). Ma qui il Pansa ci dice che ve ne erano anche in paese (“nel passare da un Casale all’altro, si veggono le conserve delle nevi”). Col clima odierno sembra impossibile; ma va ricordato che tra metà Seicento ed Ottocento, vi è stata la Piccola Età Glaciale; un periodo climatico freddo al quale si legava anche la tradizione dei nostri tetti a fortissima pendenza.

6) A proposito delle neviere voglio anche ricordare un vecchio modo di dire che io appresi da mia madre (Maria Milano 1910-1989): se al mattino vedeva che mi ero vestito troppo pesante, mi diceva (ma in dialetto): Che devi andare a mettere la neve!? Ovviamente “andare a mettere la neve” significava, quando lei era ragazza, andare in montagna a riempire una neviera.

  1. Partendo dalla frase del Pansa che riguarda la produzione di castagne e di mele e il loro trasporto via mare verso “vari paesi” (cosa che avveniva anche per il legname e il carbone), ricordo che i punti di imbarco erano il porto di Amalfi e le marine di Conca, Furore e Praia; punti verso i quali si scendeva – con la merce in spalla o caricata sui muli – percorrendo quelle ripide gradinate che oggi attraggono solo gli amanti del trekking e dell’escursionismo.

  1. Circa le attività nel campo dell’Arte della Seta, mentre rimando ad un mio precedente articolo su questo blog, faccio notare come il Pansa sottolinei non tanto la produzione che avveniva ad Agerola, quanto l’imprenditoria mercantile che essa seppe esprimere (“persone ordinarie – non nobili – […] che in tempo d’estate vanno cavando le sete per tutto iI nostro Regno: in Napoli molti mercadanti di sete sono di questo paese, e ricchi”). Tra i mercanti di origine agerolese che si arricchirono a Napoli, spicca senz’altro Andrea Brancati, figlio di quel Bartolomeo B. che nel 1623 fece allestire un sepolcro di famiglia in S. Maria la Manna, per poi trasferirlo in S. Anna di Case Brancati quando (nel 1665) la famiglia fu in grado di erigere quella cappella gentilizia.

  1. Infine, la notizia che riguarda il Governatore ci ricorda che Agerola è stata a lungo sede di un piccolo Mandamento, che includeva anche le vicine Praiano e Vettica Maggiore (le quali, nel Medio Evo, erano state casali periferici della Città di Amalfi, come pure Lone, Pastena, Pogerola, Tovere, Conca e Furore/Casanova). Alla corte bajulare dell’epoca fa probabilmente riferimento il toponimo Casa della Corte che ritrovo più volte citato nel Catasto Murattiano (o Catasto Provvisorio) del 1815. Come si legge in A. Mascolo (2003) “Agerola dalle origini ai giorni nostri” (pag.150), la Casa della Corte fu occasionalmente anche la sede di riunioni dei rappresentanti comunali. A mio parere trattasi dell’edificio (ora in corso di restauro) che poi diverrà la prima sede del Comune; lo stesso che ho menzionato nel mio recente articolo (vedi) su Roberto Bracco.

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Una risposta a ALI DI CORVO NELL’ANTICO STEMMA DI AGEROLA (e altre cose)

  1. Riccardo Mannini ha detto:

    Aldo, ti ringrazio, perchè con i tuoi articoli e le tue ricerche mi dai la possibilità di immaginare com’era un tempo Agerola…sorry, JERULA!
    P.s. Cos’era CASANOVA? Un “quartiere” di Fuore? Attualmente a quale zona corrisponde?
    Riccardo
    R: Era la parte alta di querllo che ora chiamiamo Furore; quella dalla zona Mola in su, fino al confine con Agerola. Nel medioevo antico la si teneva distinta dalla Marina Furoris, che -invece- era la parte bassa della zona.
    Grazie mille per il lusinghiero commento. E’ il migliore che un lettore potesse farmi. Credo di far ricerche storiche e di scriverne proprio per …far viaggiare gli agerolesi in una realtà più antica e nobile.Per poi desiderare (e impegnarsi per) una Agerola futura che sia più degna erede di quella del passato.

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