Roberto Bracco (1861-1943): un grande del teatro italiano che amò Agerola

Tra fine ‘800 e inizi del ‘900, Roberto Bracco fu il commediografo italiano di maggior successo, sia in patria che all’estero. Egli fu un grande innovatore e preparò il terreno a Luigi Pirandello. Nel 1926 fu anche candidato al premio Nobel, e non l’ottenne solo perché il regime fascista –da lui fermamente osteggiato- impose all’Accademia il suo fermo veto.

Roberto Bracco frequentò Agerola sia nei primissimi anni del Novecento (quando la scoprì insieme a Cilea, di Giacomo, Scaglione e Villani), sia negli anni Venti, quando fu ospite di Bernardo Coccia in una sua casa colonica su a Caneglio  (parte alta di S. Lazzaro).   .

Il 10 novembre scorso, cadendo il 150° dalla nascita di Bracco, Agerola lo ha celebrato ripristinando una lapide a lui dedicata che si trovava sulla facciata della vecchia casa comunale  (la medievale “Casa della corte” che ora riprende questa sua antica denominazione). Ecco il testo della lapide:

DA QUESTO ALPESTRE RIFUGIO

NELL’ANNO 1909

L’ARTE ANTICIPATRICE

DI

ROBERTO BRACCO

DONO’ AL TEATRO ITALIANO

CON

“IL PICCOLO SANTO”

L’ESEMPLARE TRAGEDIA

DEL SILENZIO DEGLI UOMINI

QUANDO PARLA IL MISTERO

IL COMUNE,               1947

A 150 ANNI DALLA NASCITA DI ROBERTO BRACCO

AGEROLA RINNOVA QUESTO MARMO E, CON ESSO,

IL CARO RICORDO DI CHI TANTO AMÒ

LA QUIETE ISPIRATRICEDI QUESTO LUOGO

 La prima parte ripete ciò che scrisse nel 1947 Mario Venditti (parente di Bracco e, come lui, membro del Partito Liberale, per il quale fu due volte senatore). Per la frase finale. Il Sindaco Luca mascolo ha lasciato a me l’onore di concepirla.

Lo stesso giorno 10, abbiamo inaugurato, in Casa della Corte, una mostra foto-documentaria su Roberto Bracco, basata prevalentemente su materiale fornitoci dall’Istituto Campano perla Storiadella Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea (Napoli, Via Costantino 25), ma integrata da quattro pannelli da me concepiti per l’occasione.

Il giorno 12 novembre u.s., la celebrazione è xontinuata con una passeggiata storico-letteraria guidata da Antonio ACAMPORA (Associazione Sentieri degli Dei) e con un convegno al quale sono intervenuti il prof. Pasquale Iaccio, lo scrittore Mario Prisco e la nipote di Bracco, signora Aurelia del Vecchio. A chiusura della interessantissima serata, Regina Milo ed Andrea Buonocore hanno recitato brani da Il Piccolo santo, il capolavoro drammaturgico che Roberto Bracco ambientò e scrisse ad Agerola nel 1908.

Breve biografia di Roberto Bracco

Nacque a Napoli nel 1861, da  Achille Bracco, un figliastro del naturalista Michele Tenore, fondatore dell’Orto Botanico di Napoli). Per scarsa attitudine agli studi regolari o, forse, per un pentimento circa il canale intrapreso, a 16 anni abbandona l’Istituto Tecnico e comincia a lavorare come contabile presso un’agenzia di spedizioni. Ma già un anno dopo, Martico Cafiero (che lo sprannominerà Baby) lo  assunse al Corriere del Mattino , per il quale scriverà pezzi di cronaca mondana, racconti e critiche di spettacoli. In quella sede Bracco mosse anche i suoi primi passi nella poesia dialettale, componendo i testi della scherzosa Salamelic, presentata con successo alla Piedigrotta del 1882.

Le successive collaborazioni con il Piccolo, il Corriere di Napoli e con il romano Capitan Fracassa, permisero a Bracco di entrare in contatto con grandi esponenti del mondo letterario, di rimediare alle carenze dovute agli studi troppo presto interrotti e di affermarsi come valente critico teatrale; campo che lo vide, tra l’altro, impegnato a difendere le nuove tematiche e forme introdotte da Henrik Ibsen.

Nel 1886, Ermete Novelli lo spinse a cimentarsi come autore e ne scaturì la sua prima commedia (l’atto unico Non fare ad altri), che subito ebbe un gran successo. Sorte analoga ebbero anche le sue opere successe, così che Bracco abbandonò rapidamente la scrittura di novelle, poesie e canzoni per dedicarsi quasi eslusivamente al teatro; sua “vocazione irreistibile come un fatto di natura”. Staccandosi presto dal tradizionale  bozzettismo di fine secolo, Bracco assimilò e superò la lezione verista del Verga, sapendosi affermarsi come autore di respiro europeo, capace di innovare il teatro italiano con nuove tematiche e strutture. Le sue opere furono interpretate dai maggiori artisti del tempo (Ermete Zacconi, Tina di Lorenzo, Ruggiero Ruggieri, Franco Ricci, Eleonora Duse, Emma ed Imma Grammatica, Maria Melato …),  riscuotendo grande successo sia nei maggiori teatri italiani, sia all’estero (Vienna, Butapest, Stoccolma, Madrid, Londra, Parigi, Buenos Aires, …). Tanto successo non poteva non interessare anche la neonata industria cinematografica, che –infatti- tra il 1912 ed il 1923 realizzò riduzioni per lo schermo di alcuni suoi lavori, tra cui Sperduti nel buio, realizzato in collaborazione con Martoglio.

La stessa attenzione alle problematiche sociali che traspare dalle commedie e dai drammi di Roberto Bracco lo portò ad impegnarsi anche in politica. Nel 1919 firmò insieme a Benedetto Croce (unici due italiani) la “Dichiarazione di indipendenza dello spirito” di Bertrand Russel e Romain Rolland. Nel 1924 venne eletto deputato nelle liste del liberale Giovanni Amendola e l’anno dopo fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. Dopo il delitto Matteotti, dai banchi dell’opposizione, Bracco si impegnò in una intransigente lotta contro la dittatura fascista; il che lo rese inviso al Regime ed oggetto di assillanti sorveglianze, minacce da parte di squadristi e pressioni sfavorevoli su editori e case cinematografiche.

Nel  1926 fu candidato al Nobel per la letteratura, ma il Governo intervenne con un categorico veto che indusse i membri dell’Accademia a dirottare la scelta su Grazie Deledda.

Nel 1929 Emma Grammatica, amica del Duce, riuscì a far sbloccare la censura sul dramma I pazzi, e farlo rappresentare al Fiorentini di Napoli. Ma la successiva replica all’Eliseo di Roma fu interrotta da gravi subbugli innescati dai Fascisti in sala, per cui il veto fu definitivamente rimesso e si aggravò quella sorte di “confino”  in cui il Fascismo aveva relegato il famoso e scomodo Bracco. Dato che i controlli polizieschi riguardavano anche chi lo frequentava, molti colleghi ed “amici” lo abbandonarono. Non così la giovane moglie (Aurelia Del Vecchio, detta Laura) che sempre condivise tutte le sue scelte politiche ed intellettuali, esponendosi anche in prima persona.

Afflitto da problemi di salute e oramai quasi solo, negli ultimi anni di vita (1935-1942) Bracco si dedicò a stendere la sua Opera omnia  in 25 volumi. Rifiutata, per timori politici, dalla Mondadori, l’opera sarà poi pubblicata dall’editore Carabba.

Morì a Sorrento il 20 aprile 1943 e fu sepolto nella sua amata Napoli; città che gli aveva donato sensibilità e genio creativo, ma anche tanti spunti tematici che egli seppe trasformare, in anticipo sul grande Pirandello, in un teatro “psicologico” di valore universale.

Per saperne di più

Pasquale Iaccio, L’intellettuale intransigente: il fascismo e Roberto Bracco, Napoli, 1992.

Mario Prisco, L’alfiere della scena. Il teatro di Roberto Bracco. Oédipus,  Salerno/Milano, 1911.

A. del Vecchio, A. Grieco, P. Iaccio e F. Soverina, Omaggio a Roberto Bracco; in: “64° Anniversario delle Quattro Giornate di Napoli”, Istituto Campano perla Storia della Resistenza, Napoli 2007.

Voce “Roberto Bracco” su vari siti web, tra cui:  http//it.wikipedia.org e http/www.teatro.unisa.it

 

 

IL PICCOLO SANTO

Il dramma in 5 atti Il piccolo santo è da molti considerato tra i capolavori, se non il capolavoro teatrale di Roberto Bracco. Esso fu scritto almeno in parte ad Agerola e qui il Bracco lo immaginò ambientato. Lo rivelano degli indizi che Bracco fornisce nella Nota introduttiva e qua e là nel copione. Eppure, Agerola non è mai nominata esplicitamente, forse per non creare una fuorviante caccia a riscontri reali dei fatti narrati, oppure per non urtare la suscettibilità degli ecclesiastici locali. Il legame tra l’opera ed Agerola è ricordato nella già citata lapide celebrativa del 1947 sulla facciata del Comune.

Il dramma fu pubblicato nel 1909, ma fu solo nel 1912 che l’entusiasmo dell’attore Ferruccio Garavaglia riuscì a vincere i timori di Bracco che l’opera, se mal recitata, potesse avere una cattiva resa sulla scena. Invece, la prima al Mercadante di Napoli ebbe un grande successo. Successivamente, il ruolo da protagonista fu tenuto a lungo da  Ruggiero Ruggieri, la cui grande arte nell’interpretare don Fiorenzo (il protagonista del dramma) fece perfetta sinergia con la bravura drammaturgica dell’Autore.

Come altre opere innovative di Bracco, anche Il piccolo santo  ebbe particolare successo a Milano. In una recensione apparsa sul Corriere della Sera del 7 aprile 1915 si legge: “E’ stato uno di quei successi grandi e completi che il teatro concede di rado. E bisogna metterlo in luce, perché l’op era che ieri sera ha trascinato il pubblico all’entusiasmo non è di quelle fatte per sedurre e vincere il pubblico; ma anzi è tutta severa e pensosa, tutta schiva d’applausi, tutta raccolta entro un sogno d’arte, tutta tormentata dal desiderio delle altezze. Eppure gli spettatori sentirono il delicato segreto che si chiudeva dentro di essa, furono avvolti dall’aura che l’avvolgeva, sentirono, oltre la piccola vicenda visibile, come un ritmo segreto, un palpito indicibile e indefinibile, la grande malinconia degli spiriti”.

 

LA TRAMA

Al centro del dramma è l’inconscia sofferenza di un prete (don Fiorenzo) cui il fato fa vivere degli incontri e degli eventi che gli dimostrano come, dentro di se,  non sia del tutto sopito e superato il grande amore con una donna sposata cui aveva rinunciato da giovane; per poi  lanciarsi a servire Dio e a prendersi cura, con assoluta dedizione, dei bisogni spirituali e materiali  di una piccola comunità montanara.

Il ricordo si riaccende quando a Don Fiorenzo si presenta Annita, la figlia della sua vecchia fiamma, che –turbata e fragile-  si affida al prete seguendo il consiglio datole tempo prima dalla madre morente. Di Annita si innamora profondamente Giulio, fratello di don Fiorenzo con trascorsi da “farfallone”. Non credendo alle buone intenzioni di Giulio, il prete lo attacca così violentemente da svelare (anche a se stesso, stupito) una sorte di gelosia. Ma la potente descrisione che Giulio fa dei suoi sentimenti, convince il prete che trattasi di vero e profondo amore; per cui decide d’impulso di aiutare Giulio a conquistare la sfuggente Annita.

Ne consegue un incontro con la ragazza, nel quale Don Fiorenzo –provando a convincerla- mette un impeto e dice cose che sembrano rivelare come lui confonda –nel suo inconscio- la nuova storia d’amore tra Annita e Giulio con quella che lui ebbe da giovane con la mamma di Annita. Per vincere la ritrosia della ragazza, che gli ripete di sentirsi definitivamente presa dal misticismo che lui stesso le aveva fatto scoprire, don Fiorenzo dve –alla fine- gridarle: “Lasciatevi tracinar via! Liberatevi dalla mia suggestione…. La gioia del sacrificio non è in voi che un deviamento. Nelle estasi ascetiche si trasmuta e corrompe la vostra sensibilità, che è tutta femminile. (,,,) Questo è l’amore, Annita! Datelo a chi vi ama sulla terra, voi che lo potete!”

Dopo di che, le impone di sposare Giulio e Annita –insicura com’è- obbedisce al suo tutore. Ma le nozze non segnano affatto la fine dei problemi: don Fiorenzo non recupera la serenità che aveva prima che comparisse Annita, mentre quest’ultima non riesce a darsi completamente a Giulio, presa –parrebbe- da ricorrenti ritorni di misticismo favoriti dalla vicinanza a don Fiorenzo. In reazione a ciò, dopo qualche tempo, la coppia decide di lasciare il paese.

Del travaglio interiore vissuto da don Fiorenzo fin da quando era comparsa Annita, è stato testimone anche Barbarello, un ragazzo rimasto affezionato al prete fin dal giorno in cui questi gli aveva salvato la vita, mentre stava precipitando da una rupe (atto eroico che a don Fiorenzo fruttò la fama di “piccolo Santo”). Lo chiamavano Barbarello per i modi da minorato ed il mutismo in cui era caduto dopo l’incidente. Ma era d’animo buono e “una specie di apparecchio sismico di meravigliosa sensibilità in rapporto a tutto ciò che riguarda la persona del suo benefattore”.

Quando don Fiorenzo viene a sapere della imminente partenza di Giulio ed Annita, vi è un ultimo incontro nel quale i tre hanno una discussione a tratti concitata.  Verso la fine, alcune frasi del prete e di Annita sgomentano Giulio aprendogli il sospetto che –a livello inconscio- il legame tra i due non sia solo, o affatto, quello dell’affinità mistica! Una “verità” che, in effetti, si rivela contemporaneamente a tutti e tre; per cui gli sposi scappano verso la carrozza che li attende per partire, mentre don Fiorenzo, più che mai smarrito nel groviglio dei suoi sentimenti, resta a seguire dal balcone i due che si allontanano.

Scomparsi alla sua vista e spentosi anche il rumore dei loro passi sul ghiaioso vialetto, egli rimane ancora con l’orecchio teso; forse nella speranza di sentire Annita ritornare. E dopo poco davvero si sentono passi di corsa, prima sul vialetto e poi su per le scale. Ma è Barbarello, che si precipita in casa stravolto e selvaggio; lo segue Annita che, altrettanto scossa, grida: “Aiuto! Aiuto! Giulio è precipitato nel burrone!”. Don Fiorenzo capisce subito cosa è successo e si getta addosso a Barbarello urlandogli terribilmente: “Assassino!”

“Per te … Per te…” è quanto sa rispondergli Barbarello: Quanto basta per confermarsi colpevole e gettare un ennesimo e immane fardello su don Fiorenzo: sentirsi l’ispiratore di quel gesto assassino col quale Barbarello  –nella sua primitiva istintualità-  ha inteso aiutare il sofferente suo benefattore, eliminando colui che egli vedeva come un ostacolo tra Fiorenzo e Annita.

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