Il luogo chiamato Milline ed i suoi proprietari nei secoli XI e XII

Tra i  toponimi agerolesi, ad Milline è uno di quelli attestati da più lungo tempo. Esso compare già in un atto di compravendita di quasi mille anni fa (anno 1061) contenuto nel primo volume del cosiddetto Codice Perris (1); volume che lo vede poi ricomparire in altri atti del  1079, del 1100 e del 1186.  Oltre che amtico, è un toponimo che ha resistito nel tempo; tanto che lo ritrovo ancora citato nel Catasto murattiano di inizio ‘800 e sulla mappa del catasto comunale dei primi del Novecento, solo leggermente corrotto in Miglino.

La località così denominata si trova poco a nord-ovest di Locoli, lungo le pendici occidentali del Colle Sughero, tra 740 e850 metridi quota circa.  

Negli atti di compravendita medievali che appresso vedremo, vi si descrive un ampio castanieto (castagneto) in pendio che ha per confine inferiore una non meglio specificata  lama (alveo torrentizio) e per confine superiore una via puplica (pubblica) ugualmente anonima. L’alveo in questione deve essere quello che scende dalla zona tra il M. S. Angelo a Tre Pizzi ed il Colle Sughero, per poi defluire verso Li Galli e Bomerano, prendere il nome di torrente La Rossa e –infine-  gettarsi nel Rio Penise poco a valle della frazione Ponte. La lama che viene citata come limite “occidentale” del fondo dal1079 in poi dovrebbe essere quella del solco tributario sinistro che scende dal Colle Sughero verso la zona di fondovalle che ora diciamo del Macello.

 

Passando dalla ubicazione ad altri aspetti, vediamo che il documento del 1061 (XLVII, pp. 66-68) tratta la compravendita di un vasto castagneto che in località ad Milline possedevano Leo Dactoru (figlio di Sergio, figlio di Giovanni) e la moglie Gemma; coniugi che vendono la proprietà a Leone, figlio di di Sergio de domino Urso.

 

Ancora a dei Dactoru o Datoru  (eredi di Leone e Giovanni) era la proprietà che delimitava ad “oriente” quella venduta. Il limite “occidentale” coincideva, invece, con l’ìinizio dei beni di Leone de domina Anna (un probabile antenato del cognome Donn’Anna). Del fondo venduto facevano parte una cammara fabrita e media cisterna.

Nel 1079 (Doc. LXXVIII, pp. 115-116) Costantino, figlio ed erede del sopracitato Leone di Sergio di Comite Urso, è il nuovo proprioetario del castagneto ad Milline (ancora una volta inclusivo di cammara fabrita e cisterna). Presentando i titoli di proprietà, Costantino  parla di due chartas excomparationis (2) con le quali il padre Leone aveva acquistato il fondo. Una di esse deve essere quella del 1061 che abbiamo appena trattato; l’altra deve riferirsi ad una transazione intervenuta tra il 1061 ed il 1079, che consentì a Leone di estendere la sua proprietà (forse comprando ciò che era appartenuto a Leone de domina Anna). Con tale secondo acquisto da parte di Leone, il suo fondo si spinse fino ad una lama  anche sul lato  “occidentale”, dove concorreva a chiudere il confine anche la proprietà di Pietro de Giovanni de Maria (figlio di Marino). In conseguenza di questo ampliamento (ma, forse, anche per una concomitante lievitazione dei prezzi unitari), il valore della proprietà passò da 55 a 75 soldi d’oro di tarì. La seconda cifra è quella che Costantino de Comite Urso ottiene da Sergio Falcunaro di Napoli (figlio di Giovanni) nel cedergli il castagneto di Milline nel 1079.

 

Ventuno anni dopo, nell’anno 1100 (Doc. XCII, pp. 153-155) gli eredi di  Sergio Falconaro e sua moglie Blacta (ossia le figlie Rica, Alberada e Maru, nonché il figlio minorenne Giovanni da esse rappresentato)  vendettero il castagneto di Milline al loro zio  Manso Panefolia  e a sua moglie Aloara, nipote di Aliberti comite. Stavolta il prezzo  pagato fu di 130 soldi d’oro, pur essendo rimasti immutati –rispetto all’atto del 1079- i confini della proprietà e la presenza del casaletto (la cammara fabrita) e della cisterna. Circa quest’ultima, dagli atti citati si capisce che essa era in comproprietà (ad medietate) coi confinanti ad oriente (i Datoru cui poi subentrano i de Maria). Essa sorgeva presso detto confine orientale ed era  vicina ad un’altra cammara fabrita insita nel fondo Datoru-de Aria. Tutto ciò porta ad ipotizzare che in tempi anteriori al 1061 la proprietà di cui abbiamo seguito le sorti era stata staccata da un possedimento che si estendeva maggiormente verso oriente.

 

Passando all’ultimo documento del volume citato (il CLXXVIII del 1186 alle pp. 344-346) scopriamo che la nuora di Mansone Panefolia (alias il Manso di cui sopra), tale Altruda figlia di Guglielmo figlio di Osmundo Normanni, vedova di Landomario Panefolia, vendette il castagneto di Milline a Urso Castellomata, figlio di Giovanni fu Pietro.

 

Rimandando ad altra sede il tentativo di individuare altri antichi possessori del castagneto ad Milline di Agerola, voglio far notare che quasi tutti i possessidenti citati nelle 4 “carte” passate in rassegna appartengono a ricche famiglie della nobiltà amalfitana. Il che conferma il fatto, già risaputo, che i capitali accumulati da quelle famiglie attraverso i loro commerci marittimi venivano re-investiti in proprietà terriere di Agerola come di altre aree interne del Ducato.

Circa quel Sergio Falcunaro de civitate Neapolis che acquistò il castagneto di Milline nel 1079, non escluderei che fosse un antenato di quel Filippo Falconaro milite che nel 1301 ebbe in custosia e comando le terre di Agerola e Lettere per volere di re Carlo II d’Angiò e che poi passò l’incarico a Orlando Mabue (vedi M. Camera, Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e Stato di Amalfi; Salerno 1881; vol. II, p. 667)

 

Circa la via pubblica che gli atti medievali visti indicano come limite a monte del castagneto ad Milline,  credo che si tratti di quella mulattiera che da Locoli saliva verso il millenario valico di Crocella, per il quale si scavalcava la cresta dei Monti Lattari per scendere verso Tralia e poi Stabia.

Per chiudere con un tentativo di ETIMOLOGIA, faccio presente che in Italia esistono molti toponimi che derivano dal latino milium (= miglio, inteso come pianta); per cui si potrebbe pensare che il nostro Milline nacque per indicare un’area con coltivazioni di miglio. Ovviamente, questo uso agricolo dovrebbe porsi tempo prima che (non più tardi dell’XI secolo, come abbiamo visto) l’area diventasse sede di estensivi castagneti di impianto; magari secoli prima, così da potervi interporre una fase di abbandono e di ritorno di un bosco misto spontaneo. Insomma, si andrebbe indietro all’alto Medio Evo, se non all’epoca romana.

In effetti , vi è da notare che i tanti toponimi italiani che si fanno derivare da milium terminano in -aro/ara/ari (come il caprese Migliara) oppure in -arina/arello. Il fatto che il nostro termina, invece,  in –ine deve indurci a cercare una etimologia diversa? Non lo escludo e tenterò di trovarla. Ma potrebbe anche essere che dei piccoli campio di miglio diedero luogo al toponimo “migliarine” e che quest’ultimo si corruppe poi in Milline (o Migline, come si è tornato a dire e scrivere più di recente).

 

Nota (1): Mazzoleni Jole e Orefice Renata – Il Codice Perris. Cartulario amalfitano; Sec. X-XV. Centro di Cultura e Storia Amalfitana, collana Fonti, 1/I-V (1985-1988).

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