S. Maria della Manna e l’origine del suo nome

 

Le proporzioni della statua fanno pensare a una sua precedente collocazione più in alto, forse su di una facciata esterna

Una delle più antiche chiese di Agerola (tra quelle sopravvissute) è la parrocchiale di S. Maria “della Manna” o “la Manna”, situata alla periferia orientale di Pianillo e ben visibile dalla strada che scende in paese dal traforo delle Palombelle. La data di edificazione è ignota, ma le sue geometrie e certi dettagli architettonici emersi anni fa, durante i lavori di restauro, la fanno risalire quantomeno al primo periodo angioino. La più antica menzione scritta che ci è rimasta è del 1322 e cita la chiesa come S. Maria de Planillo (G. Gargano “I Santi nella toponomastica amalfitana del Medioevo”. Atti del Convegno “La chiesa di Amalfi nel Medioevo”. Amalfi 1996, pagina 498).

Sull’altare maggiore troneggia la bella scultura marmorea della Madonna col Bambino; opera di inizio Trecento attribuita a Nicola da Monteforte, maestro che fu attivo a Benevento e a Napoli con uno stile influenzato sia da autori gotici francesi che dal toscano Arnolfo di Cambio.

Ogni 14 agosto, celebrandosi l’Assunzione, il volto di quella Madonna viene “asciugato” passandovi dell’ovatta, che poi viene distribuita tra i fedeli quale reliquia benefica. Il compianto Angelo Mascolo, a pagina 329 di “Agerola; dalle origini ai giorni nostri giorni” (opera postuma curata da M. R. Avellino. Micromedia, 2003), dice che l’operazione viene svolta in ricordo di un antico episodio miracoloso che fece apparire sulla statua abbondani stille di sudore.

Riguardo alla genesi e dell’appellativo della statua in questione (e della chiesa che la ospita), non mi risulta che ci siano elementi iconografici o storiografici per ritenere che esso alluda alla “manna” intesa come prodotto del mondo vegetale, ossia quella candida e dolcissima sostanza che può ricavarsi dagli ornielli (Fraxinus ornus), ovvero a quel “cibo caduto dal cielo” che sfamò il popolo d’Israele mentre attraversava il deserto tra l’Egitto ed il Sinai.

Una interpretazione che mi sembra molto più convincente è quella che chiama in causa il sopra menzionato “miracolo della sudorazione” ed il verbo latino “manāre” (= grondare, colare). Per citare, al proposito, un esempio linguistico tratto dalla letteratura classica, ecco una frase di Cicerone (Della Divinazione. I, 74) che fa proprio al caso nostro: …

SIMULACRUM MULTO SUDORE MANAVIT

(…dalla statua uscì molto sudore)

D’altra parte, delle sudorazioni “miracolose” di statue, sarcofagi e reliquiari avvengono periodicamente in vari luoghi d’Italia (tra cui in S. Andrea di Amalfi, fin dal 1304) ed il liquido emesso è detto, appunto, Santa Manna (vedi tale voce sul sito Wikipedia).

Pertanto, mi sembra abbastanza solida l’ipotesi che l’antica chiesa agerolese che inizialmente fu chiamata  S. Maria de Planillo, prese ad essere detta “della Manna” allorquando in essa pervenne la statua di Nicola di Monteforte e  -chissà quanto tempo dopo-  qualche fedele notò la comparsa di perline e rivoletti liquidi sul volto di quella marmorea Madonna.

Le proporzioni della statua fanno pensare a una sua precedente collocazione su un punto più alto, forse una facciata

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