Fratello castagno

Se nel titolo di questo mio scritto qualcuno vedrà un rimando al Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi, ebbene, non si sbaglia. Ho voluto proprio richiamare quella bellissima teoria di elogi alla Natura, ritenendo che ci sarebbe stato benissimo anche una strofa del tipo “Beato sii fratello castagno, che sei frondoso e forte et ci dai buona legna et pane “. Chiedendo scusa al santo poeta per non essere stato alla sua altezza, aggiungo che mi immaginerei benissimo il Poverello d’Assisi beatificare il castagno mentre predica davanti alla pieve ove oggi lo veneriamo noi agerolesi (S. Maria di Loreto, già “dei Galli”), che io ricordo con dei secolari castagni sul sagrato. E forse non sto fantasticando troppo, visto che Francesco passò davvero un periodo in Costa dìAmalfi e quasi certamente visitò anche Agerola. Come in tanti altri centri appenninici dell’intero Stivale, anche da noi il castagno è stato per secoli una risorsa importantissima, come indica anche il fatto che abbiamo sviluppato, per quell’albero, una vasta terminologia specifica (tijllo, pertica, astone, riola, voffa, pontichito, castagnito) che, in certi casi, ha influenzato anche la toponoma locale. La coltura del castagno si sviluppa da noi nel corso del Medio Evo (vedi Mario del Treppo  “Una città del Mezzogiorno nei secoli IX-XIV. Amalfi: enigma storico o mito storiografico?” (in: Atti del convegno “Amalfi nel Medioevo”. Salerno 1977), epoca cui faccio riferimento nel presentare le notizie storiche e linguistiche che seguono; tutte tratte dai documenti di tipo notarile che sono raccolti nel cosiddetto Codice Perris (

Mazzoleni Jole e Orefice Renata (1989) – Il Codice Perris. Cartulario amalfitano; Sec. X-XV. Centro di cultura e toria amalfitana, collana Fonti, 1/I-V, 1985-1988). 

 

Pontichito

Presente oggi come toponimo ricorrente (localmente nella forma Ponticito), il termine indica il bosco di castagni selvatici (da legna e non da frutto), che in alcuni documenti medievali viene detto anche “silva castaniale”. Trattasi non di formazioni naturali, ma di boschi monospecifici creati dall’uomo (vuoi con tagli ed eradicazioni selettive, vuoi con piantumazioni) in aree che prima dovevano essere dominio dei boschi misti. La terminazione in –ito è il tipico esito che ha avuto, nel napoletano, il suffisso latino –etum, che si usava nel denominare le formazioni vegetali con una specie dominante (ad es.: quercetum = bosco di quercus). Insomma, è della serie carpenito, frassinito, faito, ischito, nocellito, etc.). Circa la possibile etimologia rimando ad un articolo a parte su questo blog. Qui mi pare interessante  segnalare (per i lettori non agerolesi) che nel nostro dialetto puonteco viene usato anche come aggettivo per indicare il sapore allappante di certi frutti (tipici i casi delle  sorbe e dei kaki quando ancora acerbi). Ciò per estensione dell’analoga spiacevole sensazione che si ha a mordere le castagne del genere non edibile (ma buone per gli animali, come ricorda il nome che gli danno gli anglofoni: Horse chestnuts).

 Come attestazione del termine “silva castaniale” cito il documento CCCCLXXXVII del 1337 che tratta di un tenimento in località Gemini (oggi zona Traforo) e vi distingue due tipi di selve: “silvis castanialibus et silviestribus” (la selva monospecifica a castagni e la selva mista naturale).

 

Castagnito

Già in antico i-come ancora oggi per gli Agerolesi- ndicava i “boschi” (in realtà dei frutteti) di castagni da frutto. Etimologicamente viene dal latino Castanetum (da castanea = castagna), passando per un medievale “castanietum” di cui, ad esempio, nel documento V (anno 981) del Codice Perris. L’esplodere delle coltivazioni di castagno nel Ducato d’Amalfi durante i secoli XII, XIII e XIV p.p. è stato ben documentato da Mario del Treppo (op cit p 44-45).il quale si basa sui contratti contenuti nel Codice Diplomatico Amalfitano (di R. Filangieri; I volume, Napoli 1917; II volume, Trani 1951).

Da parte mia, riferendomi alle carte del Codice Perris noto che per Agerola risale al secolo X il primo contratto di pastinato che mira a impiantare un castagneto (doc. V del 981). Seguono mumerosi contratti agrari e compravendite che evidenziano come, nei secoli dal XII al XIV, i castagneti fossero ben diffusi ad Agerola. Se ne trovano menzionati per tutti i casali della conca: a Campulo (Campora), Planellum (Pianillo), Memoranum (Bomerano) e Capud de Pendulo (San Lazzaro) e paiono ubicati nella fascia di transizione tra il fondo conca a case, orti e frutteti e la parte alta dei versanti montuosi, lasciata a silve et fureste (Documenti LXXXVI del 1082, CLXXIX del 1186, CXCV del 1196, CCLVI del 1239, CCCCXCIV del 1241, CCCIII del 1258, CCCXCI del 1309, CCCCIII del 1317, CCCCLXXXV del 1336, CCCCLXXXVII del 1337, CCCCXCIX del 1340 e DLXI del 1377).

Voffa

A questo termine ho dedicato un post specifico nella rubrica Voci del nostro dialetto. Il dialettale voffa è imparentato all’ italiano còffa (“cesta circolare”) e nel nostro dialetto lo si usa per indicare quel cerchio di giovani pertiche che gemmano tutt’intorno ad un grosso castagno dopo che questo sia stato tagliato dalla base. Ne è nato anche il toponimo Goffone, applicato ad una zona boschiva che si colloca sul Colle Carpenito, tra il castello di Pino ed il M. Cervigliano

Tijllo

E’ un interressante caso di sopravvivenza linguistica (anche se pochi oramai lo usano) cui dedico un “post” a se stante nella sezione Voci del nostro dialetto di questo blog.. Qui basti dire che deriva dal medievale tigillo (castagno giovane per piantumazioni e successivi innesti). La più antica attestazione del termine in area agerolese si trova in un documento dell’anno 981 (Doc. V del Codice Perris) nel quale si legge di un tigillitu, ossia un castagneto di recente impianto, ancora da innestare.

 

Insertetum/Insertetis

Indicava una coltura arborea fruttifera basata su piante innestate. Veniva spesso usato per indicare un castagneto da poco innestato e che, quindi, ancora non dava frutti abbondanti . Per Agerola compare nei documenti V del 981 LXXVII del 1054 ed altri. Interessante da notare come ancora oggi i contadini di Agerola dicano ‘nzertà (insertare) per dire “innestare”, mentre ‘o ‘nzierto è l’innesto.

 

Insurculare

Voce verbale col significato di innestare (vedi documento CLXXXV del 1192). Circa l’etimologia ricordo che in latino innestare si diceva arborem inserere, mentre per indicare l’innesto nel senso del rametto che si inserisce nel taglio, si usava surculus (da cui l’espressione: Arbore surculum inserere). 

Agentiala/zenzulis

Sono tdue diverse versioni del nome della varietà di castagna tipica della zona e dell’epoca. Castaneas agentiala lo trovo nel documento XCV del 1104, mentre trovo castanea zenzulis nel documento CLXXXV del 1192. In tempi successivi sembra prevalere la forma C. zenzala/zinzala.

Antichi contratti agrari legati alla castagnocoltura

Nei secoli dell’alto Medioevo in cui si impiantavano nuove colture (prima vigne e poi anche castagneti) un tipo di contratto molto frequente fu quello “ad pastinandum”, che era di lunga durata (anche per più generazioni) e col quale, di solito, il consessionario doveva al proprietario non una parte dei raccolti (come nei contratti “ad medietatem” e simili), bensì solo il lavoro necessario alla miglioria del fondo, ovvero ad impiantare nuove colture. Per Agerola e per il caso dei castagneti può essere un esempio quello riportato nel documento XCV del 1104. In esso si legge che tale Sergius (figlio del chierico Stefano e nipote di Giovanni, presbitero di San Pietro de Purzano) prende a pastinato dal presbitero Constantino (figlio di Leone de Constantino) una terra che si impegna a trasformare in castagneto. Nel descrivere l’impegno contrattuale preso, anche a nome degli eredi, Sergio dice: “ …,ubi abet bacuum pastinemus eos totum de tigillos et insurculemus eos de ipsa castaneas agentiala”. Si tratta però di un caso atipico, in quanto il concessionario divide il raccolto col concedente (“,,,dividere per medietate castanee sicce ad grate”). Evidentemente le zone sterili (bacuum < vacue) da pastinare ex novo costituivano una piccola parte del castagneto preso in carico. Le parole “sicce ad grate” intendono dire che al comcessionario toccava anche l’impegno di seccare le castagne raccolte su apposite grate. Dopo di che la metà delle castagne doveva essere portata fin o ad Amalfi, luogo scelto dal concedente per la commercializzazione (“…nos vobis ille deponamus … usque hic in Amalfi ad Sancto Nicolao”). Il trasporto era a carico del concessionario (“ sine pargiatura”) ma il concedente era tenuto a rifocillare le persone che portavano ad Amalfi i sacchi di castagne, come era consuetudine fare (“…quando deponimus ipse castanee vos nobis detis manducare sicut conuetudo est” ). Oltre alla quota parte del raccolto, Sergio si impegnava a dare al proprietario anche un dono extra in natura: la cosiddetta sabbatatica (“et omni annuo demus vobis sabbutatica”).

In cosa potesse consister detto dono in natura lo possiamo vedere nel documento CCCLXII del 1288 relativo ad un castagneto che il monastero di San Lorenzo del piano (Amalfi) possedeva a Capud de Pendulo (odierna San Lazzaro di Agerola), il quale viene ceduto per 5 anni “ad medietatem” a tale Carnevalario Pagulillo. La sabbatatica dovuta dal Pagulillo consiste in “duas bonas ioncatas de lacte coagulato” da portarsi al monastero ogni anno in occasione della festa di San Lorenzo. Lo stesso contratto specifica che le castagne erano da dividersi a mezzo, mentre il legname tagliato annualmente (lignamina) andava per un terzo al concessionario e per due terzi al monastero. Inoltre il Pagulillo “debes facere seu construere in predicto castaneto panarum unum bonum in eo loco in quo consuetum est facere”. Non so cosa fosse quel panarum da costruirsi al solito posto nel castagneto in questione; probabilmente si trattava di una sorta di deposito temporaneo di castagne realizzato in legno, a mò di paniere (napoletano panaro).

Un’altra sabbatatica che trovo menzionata nel documento CCCCXCIV del 1341, relativo ad un castagneto che la chiesa di S. Aria di Monte Aureo (Amalfi) possedeva a Capud de Pendulo (attuale frazione S. Lazzaro di Agerola) che viene affittato ad medietatem a Leo figlio di Ursone Villani. Oltre alla metà delle castagne raccolte e seccate ogni anno, il Villani doveva “pro sabbatatico tumulos duos de castaneis viridis” (due tomoli di castagne fresche) e 25 uova da consegnari a Pasqua.

Circa i termini di contratto che regolavano la raccolta, la seccatura e la consegna delle castagne è utile leggere anche il documento CCLIV dell’anno 1238, relativo ad un altro castagneto che il monastero di S. Lorenzo di Amalfi aveva a Pianillo, in località A lu Caballu. Così vi sono espressi gli obblighi del concessionario del castagneto: “…colligere constringere et bene siccare et ipsam predictam medietatem vestram de ipsis casteneis debeamus deferre vobis ,,,usque ad predictum monasterium sine pargiatura”. Anche qui si aggiunge l’obbligo del concedente di rifocillare le persone che portano la merce al monastero: “Et tunc debetis dare nobis ad comendum et bibere, sicut consuetudo est

Il contratto è interessante anche perché riporta la clausola “Non habeamus potestatem capillare arborem vel lignamina sive vestra licentia” (non abbiamo podestà di abbatere alberi e fare legna senza vostra autorizzazione).

Ancora circa le regole per il legnatico, un altro interessante squarcio sulla vita dei nostri antenati ce lo dà il documento CCCCXXXIII del 1324. Esso si riferisce ad una locazione per 5 anni a un figlio di Iohannis Bonasera di un possedimento con selve e terra agraria che il monastero di S. Lorenzo del Piano possedeva a Memorano (Bomerano). La proprietà veniva affidata al Bonasera con “lignaminibus juribus”, specificando che la legna doveva andare per tre quarti al monatero e per un quarto al concessionario. La differenza rispetto alla solita diviswione a 2/3 e 1/3 si deve al fatto che qui non si prevede che sia a carico del concessionario portare fino ad Amalfi la quota parte del monastero, bensì sarà quest’ultimo a ritirarla in loco.

Per cocludere voglio ricordare a tutti (ma agli enti preposti soprattutto) che i pochi relitti dei nostri antichi  castagneti da frutto, che per secoli hanno sfamato gli agerolesi ed  hanno dato legna di ogni pezzatura al nostro artigianato, si impoveriscono ogni anno di più. So che la convenienza economica della coltura è scemata molto, ma in altri centri della Campania ancora c’è chi cvon le castagne ci vive. Per non dire che certi esemplari di castagno sono così grandi e belli che dovremmo difenderli e valorizzarli anche se non rendessero proprio niente: sono dei monumenti alla fatica dei nostri avi ed alla generosità della nostra montagna!

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Storia locale. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...