Ancora sull’erba che chiamiamo “libano” 2

Questa breve nota riprende un argomento che già trattai mesi fa, per aggiungere  qualche ulteriore osservazione linguistica ed etimologica. Si tratta di quella forte e lunga erba selvatica che –nel locale dialetto- è detta libàno;  nome che riprende  la voce araba libāno, che vuol dire  “corda”. In pratica si vuole dire “erba per corde”; uso che davvero si fece –per tanti secoli e su varie sponde del Mediterraneo-  di questa robusta erbacea. Trattandosi di corde per la marineria, gli scambi via mare portarono la fama di quell’erba anche fuori dal Mediterraneo; tantìè vero che in inglese, tra i nomi comuni della pianta vi è quello di rope grass (traducibile con “erba da corde”). In ogni caso, da noi la si usava anche per far scope per pulire i forni da pane e per dare una copertura impermeabile a ricoveri agricoli e simili. In certe zone d’Italia la chiamano tagliamani per il fatto che le sue lunghe foglie hanno i margini rinforzati da serrate fila di microscopici aghetti di dura silice, per cui se si si passa la mano nel senso sbagliato (dalla cima verso la base della foglia) il rischio di tagliarsi è elevatissimo.

Il nome scientifico della pianta Ampelodesmus mauritanicus, col primo termine che (come è norma in Botanica) dà il Genere ed il secondo che indica la Specie. Ma questo è un caso speciale, poiché il genere in questione si compone della sola specie mauritanicus.

Mentre il nome di specie allude alla regione geografica dei Mauri (Mauritania; Nord Africa),  Ampelodesmus riprende il nome comune che quell’erba aveva ricevuto nel mondo greco. Esso viene dall’unione di  ampelos (“vite”) e desmos (“legare, tenere”), ricordandoci –dunque- che la stessa erba veniva usata anche per legare le viti ai sostegni lignei; un impiego che forse si fece anche qui da noi (almeno alle quote basse dove il libàno era ed è abbondante), mentre a quote più alte le viti si legavano con i virgulti dei salici appositamente coltivati lungo i margini dei vigneti.

Per chiudere, voglio rispondere a chi mi ha fatto notare l’assonanza tra libàno e Libano; due parole di area araba che –differendo solo per l’accento-  potreebbero immaginarsi connessese anche sul piano etimologico. Ma non è così. La regione del Libano deriva il suo nome dall’arabo Lubnān che a sua volta viene da una voce semitica col senso di “bianco” e, traslatamente,  di “latte”. L’applicazione a quella bella terra del Mediterraneo orientale pare che nacque in riferimento al biancore da neve che presentava ai naviganti la catena del Monte Libano (parallela alla costa e alta sino a3088 m). A dimostrare l’antichità del nome,  c’è il fatto che esso appare in alcune tavolette dei Racconti di Gilgamesh (2900 a.C.), in testi della Biblioteca di Ebla (2400 a.C.) e nell’Antico Testamento (con ben 71 citazioni).

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