7 agosto 1861: i briganti attaccano Casa della Corte

Circa il piccolo carcere mandamentale che era ospitato al piano terra di Casa della Corte (poi Casa Comunale e oggi Museo Civico), è interessante conoscere l’episodio che si ebbe nell’agosto 1861, così come lo ricostruisce e narra il compianto professor  Antonio Barone nel suo documentato libro  “I briganti dei Monti Lattari” (Comune di Castellammare di Stabia, Archivio Storico Comunale, 1988).

Nel capitolo dedicato alla banda Cavallaro (ricca di componenti agerolesi) e trattando, in particolare, delle sue prime azioni, Barone narra prima dell’attacco del 4 agosto alla sede della Guardia Nazionale di Lettere (dove riescono a trafugare 12 fucili) e al Municipio della stessa cittadina (dove si impossessano di 150 ducati dalla cassa comunale) per poi passare all’episodio che qui voglio ricordare:

Verso l’alba, l’agerolese Giovanni Avitabile va gridando per le strade: Mbruoglie stammatina, bruoglie!. Poco dopo, infatti, il capobanda Cavallaro con circa trenta briganti armati calano su Pianillo e assaltano il carcere mandamentale.

Tra i componenti la banda, l’autore ricorda Pietro Oliva, Nicola Apuzzo, Nicola Vanacore, Alfonso Bottone, Pasquale Medaglia, Ferdinando Varone, Salvatore Villani, Gregorio Saturno, Antonio Apuzzo, Vito Cinque, Gennaro Cretella (detto Diavolillo), Melchiorre Merola e Melchiorre Vespoli. Inoltre ne facevano parte cinque briganti di Pogerola e tre ungheresi bdel disciolto esercito garibaldino, tra cui Emilio Eugenio Blumenthal.

“Per gli assalitori fu uno scherzo far saltare con un colpo di sciabola la serratura della piccola prigione della Giudicatura (1), pressocchè incustodita”.  Furono fatti evadere cinque detenuti: Ferdinando Jovieno, Matteo Fusco, Matteo Florio, Filippo Avitabile e Andrea Imperati.

“Insieme a questi, i briganti si dirigono poi al vicino posto di guardia. Il bettoliere Filippo Imperati, guardia nazionale, è costretto con minaccie a  consegnare il proprio fucile e per di più una capra, che Antonio Apuzzo gli porta via con bruschi modi” (2). Altre armi e munizioni del governo furono poi prese nella casa di Gaetano Pisacane (3).

La banda si spostò poi nel casale di San Lazzaro, dove si diede ad assalire diverse case di persone di fede liberale, a partire da quella del sindaco Angelo Fusco, poi quella del figlio Giuseppe, capitano del locale gruppo di Guardia Nazionale. Altre famiglie assalite e derubate furono quelle di Domenico Jovieno, Giuliano Acampora, Pasquale Florio e Pasaquale Villani. “Alcuni, per evitare la visita dei briganti, gettano dalle proprie finestre pezzi di lardo,commestibili e capi di biancheria, che i briganti raccolgono volentieri nel proprio bottino. Lungo il percorso della banda molti agerolesi si associano alle grida frequenti di Viva Francesco II (…). A Bomerano i briganti costringono Teresa Gentile a camminare in mezzo a loro e le strappano dal fianco un fazzoletto bianco” mentre la dileggiavano  dicendo che con quel fazzoletto “si doveva asciugare il pudore” (4).

Alla fine la banda si allontanò verso il valico di Palombelle, liberando per strada due delle persone che avevano fatto uscire dal carcere: Matteo Fusco e  Matteo Florio, “che non aveva fatto altro che piangere  lungo tutto il cammino”.

Si sospettò che la fuga in montagna della banda avvenne su segnalazione che da San Lazzaro stava arrivando la truppa militare; segnalazione che avrebbe portato Ferdinando Cavaliere su incarico di Pietro e Filippo Brancati, due ricchi fratelli che furono persino sospettati di aver provocato loro l’incursione brigantesca del 7 agosto,  “tutto a danno dei pochi liberali del paese”.

Ci fu pertanto anche una perquisizione della loro casa, ma senza esiti che avvalorassero l’accusa. Nel processo che si ebbe anni dopo, alcuni elogiarono lo zelo e la severità di Filippo Brancati quando era stato comandante della  Guardia Nazionale di Agerola; altri lo accusarono senza ombra di esitazione di essere un reazionario connivente coi briganti. Ad esempio, Francesco AcaMPORA, EX Guardia, dichiarò che quando –a maggio- era stato punito con 24 ore di detenzione, insieme ad altre guardie, per aver abbandonato arbitrariamente il posto, Filippo Brancati li pose immediatamente in libertà” e disse loro: “Un’altra volta che fate i fessi col giudice (5) arrestando i borbonici vi spezzo le braccia col bastone”.

Sempre al processo, Matteo Fusco (uno dei carcerati che i briganti avevano estratto dal carcere e portato in corteo con loro per il paese il 7 agosto 1861) raccontò che quando poi i briganti, fuggendo verso Palombelle, lo lasciarono libero di tornare a casa, in località Li Galli egli incontrò Filippo Brancati che se ne stava lì ad assistere all’estrazione della calce da una calcara di sua proprietà. “Il Brancati, appena lo vide, lo apostrofò in questi termini: Tu sei stato sempre un fesso, perché oggi o domani potevi avere un premio (sottinteso: se avessi seguito i briganti). Al che il Fusco: Sarebbe meglio per te seguire i briganti, poiché data la tua posizione certamente ricopriresti un grado elevato.

La narrazione di Antonio Barone continua con altri interessantissimi dettagli su quell’episodio e sui tanti altri che si ebbero ad Agerola e dintorni nel decennio circa che videro i Monti Lattari sconvolti dal brigantaggio post-unitario. Io mi fermo qui, pago di aver portato all’attenzione dei lettori un altro frammento delle vicende che –in qualche modo-  ruotarono intorno alla nostra Casa della Corte e altre notizie sui personaggi che frequentarono questo antico edificio; vuoi come sede dei loro incarichi  (giudici, amministratori, guardie …) che come involontari ospiti dell’annesso carcere  o briganti filoborbonici all’attacco delle istituzioni recate dai sabaudi.

NOTE

1 :La Giudicatura  Agerolal’ottenne insieme al cambio di Provincia nel 1846, grazie al fatto che analoga istituzione vi vigeva da secoli (vedi nota 5). La prigione era al piano terra, lato sinistro, dell’edificio che -con l’Unità d’Italia- divenne anche sede del Comune. A ricordo di quell’uso come luogo di reclusione (per condanne brevi e in attesa di trasferimenti) una stanza terranea mostra ancora una robustissima grata di ferro all finestra.

2 : Immagino che l’Imperati tenesse la sua capra legata nello spazio, forse erboso,  antistante il posto di guardia. Una scenetta davvero gustosa che ci dà il senso di quanto fosse rustivco (e genuino, tipico) il paeaggio agerolese di quei tempi!  

3 : Assessore cui cui presto verrà imposto di ricoprire provvisoriamente  l’incarico di sindaco, dato che gli eventi del 7 agosto 1861 portarono alla fuga delle  autorità civili da Agerola e il rifiuto della locale Guardaia Nazionale di eseguire il servizio ordinario (Barone, op. cit. p.68, 69 e 79).

4: In una nota Barone aggiunge –attingendo agli atti del processo che seguì- che saltò fuori l’ipotesi che il fazzoletto contenesse denaro.

5 : Come specifica in nota lo stesso Barone, trattasi del Giudice mandamentale di Agerola (carica all’epoca ricoperta da Lorenzo Romano), evoluzione ottocentesca di ciò che secoli prima era statala Cortedi Agerola, Praiano e Vettica Maggiore che fu istituita durante la feudalità del Ducato di Amalfi ai Piccolomini (vedi altri articoli su questo blog circa Casa della Corte).

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Storia locale. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...