Acqua di rose fatta in casa

Come è ben noto agli appassionati di storia locale, nel Medio Evo la Costad’Amalfi era famosa anche per l’Acqua di Rose che vi si produceva e che vedeva in Agerola il centro più attivo.

Mentre riporto in calce (Appendice) un mio vecchio articolo in merito, voglio ora dedicare qualche riga ad una soluzione domestica e di basso costo per fare da se un poco di acqua di rose da distillazione in corrente di vapore (1).

Lo faccio sia per aiutare qualche lettrice che volesse divertirsi a far da sola –con le rose del suo giardino- la sua acqua di toletta, sia per avere un’altra occasione per ricordare a tutti gli agerolesi che quella antica produzione nostrana potrebbe essere ripresa e rilanciata (2)

COSA SERVE

Per “fare in casa” dell’acqua di rose col metodo qui proposto, si ha bisogno di parecchio ghiaccio in cubetti, che sarà bene preparare in anticipo.

Occorrono poi, oltre a tanti petali di rosa privi di pesticidi, i seguenti attrezzi:

(a) una pentola alta (un caccaviello, per dirla in dialetto),

(b) una terrina pesante (in vetro o ceramica), larga circa 1/3 della pentola di cui sopra;

(c) una ciotola poco profonda (zuppierina) che entri nella pentola e lasci almeno due dita di spazio intorno;

(d) una conca in acciaio inox interamente concava o con piccolo fondo piatto (più piccolo del diametro ciotola)  di diametro superiore a quello della pentola e non troppo profonda (andrebbe bene anche un coperchio di acciaio capovolto).

 

PROCEDIMENTO

Mettere la terrina ben centrato dentro la pentola e appesantirla riempendola d’acqua (o dei sassolini precedentemente puliti e sterilizzati). Mettere i petali di rosa  nello spazio residuo della pentola (intorno alla terrina) e coprirli con acqua distillata (oppure acqua piovana o acqua minerale leggerissima). Mettere la ciotola bassa ben centrata sopra la terrina.

Mettere il tutto sul fuoco e portare ad ebollizione; quindi abbassare la fiamma al minimo, in modo che l’acqua coi petali sobbolla appena (pipitiare, direbbero a Napoli).

Poggiare la conca in acciaio inox (o coperchio capovolto) sopra la pentola. La conca  deve essere poco profonda, in modo da non toccare sulla ciotola sottostante.

Porre nella conca d’acciaio (o coperchio capovolto) una tazza di acqua fredda e una decina di cubetti di ghiaccio.

Far sobbollire fintanto che l’acqua messa in pentola coi petali non sia quasi del tutto evaporata,  aggiungendo nuovi cubetti di ghiaccio nella conca (e togliendone acqua se troppa) man mano che quelli precedenti si sciolgono.

In tal modo si ha che la miscela petali+acqua emette un vapore che, toccando contro la fredda superficie inferiore della conca d’acciaio (o coperchio capovolto) si condensa in goccioline, che vanno a cadere nella ciotola sottostante.

Alla fine si avrà dell’acqua di rose nella ciotola. Essa sarà composta di acqua e oli essenziali (o estratto di rosa).

Conservate l’acqua di rose così ottenuta in una bottiglia di vetro scuro e, quando l’userete, agitate energicamente la bottiglia per diversi secondi prima di aprirla e versare.

Gli oli essenziali tendono a separarsi dall’acqua. Ciò è un vantaggio, in caso che li si voglia raccogliere per altre preparazioni (ad esempio, per fare un profumo a base alcolica). In tal caso si suggerisce di versare l’acqua di rose in un bicchiere o vaso molto stretto e largo; dopo di che lasciarlo fermo e attendere che gli oli vengano a galla come uno strato a se. Allora, tali oli si potranno raccogliere o inclinando dolcemente il vaso, o aspirandoli con una siringa (senza ago) il cui becco sia immerso nello strato oleoso, senza raggiungere la sottostante acqua.

ROSE DA USARSI E QUANTITA’

I trattati suggeriscono di usare Rosa gallica oppure Rosa damascena (di Damasco) o ancora Rosa canina (spontanea sui nostri monti). Ma io consiglio di provare anche coi fiori di una di quelle piante di rosa di antico impianto presso la casa dei nonni; chissà che non derivi da quelle che usarono i nostri antenati!

Circa le quantità da usarsi per i primi esperimenti casalinghi, suggerisco di partire con circa 150 petali e un litro d’acqua, per poi cambiare dosi man mano che l’esperienza fatta lo suggerirà (anche in base alle misure dei recipienti usati).

Ricordandovi che la stessa procedura qui descritta può usarsi anche per estrarre oli essenziali da vari tipi di erbe aromatiche e officinali, auguro a tutti BUON DIVERTIMENTO!

 

NOTE

1) Invece di un distillatore con tanto di serpentina raffreddata, qui si propone un metodo che sfrutta oggetti che normalmente abbiamo già in casa; per l’esattezza in cucina.

2) Potrebbe essere un modo di riprendere e mettere a frutto i ytanti terreni abbandonati. La coltivazione si avvantaggerebbe del fatto che abbiamo suoli e clima adatti; mentre il lancio commerciale del prodotto finito potrebbe far leva sul fatto che abbiamo una documentrata tradizione millenaria (sebbene interrottasi) e che, forse, nacque sulla scia della famosa Scuola Medica Salernitana, con antefatti addirittura di età classica nelle belle rose di Paestum che furono decantate dagli antichi scrittori.

 

APPENDICE 1

CENNI SUGLI USI DELL’ACQUA DI ROSE

In cosmesi, l’acqua di rose serve come rinfrescante, tonificante e astringente. Essa è il miglior prodotto per detergere e  purificare la pelle del viso: Mescolando in parti uguali acqua di rose, zucchero e miele, si ottiene un’ottima crema per il  peeling del viso. E’ anche un valido presidio coadiuvante nella cura delle dermatiti, nonché (tramite impacchi topici, utile trattamento contro occhiaie, couperose, rughe edemi e acne.

In profumieria, la si usa per produrre “acque” profumate più intense; talora aggiungendovi anche estratti acquosi da altre essenze vegetali, tra le quali il mirto (che pure abbonda nella gariga che copre i pendii più soleggiati delle periferie sud di Agerola).

 

 

  1. APPENDICE 2

CENNI STORICI SU “ROSARI” E ACQUA DI ROSA AD AGEROLA

Fra le attività produttive che, secoli fa, contribuivano all’economia di Agerola vi è quella della coltivazione estensiva delle rose e della connessa estrazione dell’acqua di rosa; una di eau de toilette molto apprezzata dalla nobiltà dell’epoca.

Anche su questo argomento lo storico Matteo Camera è tra i primi a darci delle informazioni documentate. A pagina 632 delle sue Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi egli cita una lettera del 1331 inviata nientedimeno che da re Roberto d’Angiò all’agerolese Martino Scatola (consigliere e familiare del sovrano) per assicurarlo di aver ricevuto il quantitativo di acqua di rosa richiesto e premurarlo di fargli sapere il prezzo dovuto (“pretio  acquae rosatae quam emit ad opus Regium”).

Delle tracce ancora più antiche di quella produzione le ho trovate nei documenti dell’archivio vescovile di Amalfi[1] e in quelli dello scomparso monastero di S. Lorenzo, sempre di Amalfi[2]. Tra i primi abbiamo il documento LXXI, del 1204, che segnala un roseto ad Agerola tra i beni che vengono donati alla Chiesa dei SS. Filippo e Giacomo di Amalfi dal giudice Sergio della nobile famiglia dei de Sergio Comite.

Nel Codice Perris abbiamo ben cinque atti notarili che segnalano roseti ad Agerola nel periodo che va dal 1258 al 1340. Il primo cita un roseto in località Milline tra i beni che si dividono Maurone, Bartolomeo e Pietro de Maurone Comite. Di dieci anni dopo è l’atto che tratta di un vasto tenimento “in loco Longi” (Luongo) con “vinea, rosarium, castanieto,   fureste et silva”. Risulta, inoltre, che nel 1292 dei Casanova di Agerola possedevano un roseto a Radicosa, dove avevano anche vigne e case. Un altro documento del 1309 cita un  possedimento con “vinea, castaneto, silva, rosario, domibus et fabricis” nella parte alta di Pianillo, sul fianco orientale del Colle Sughero. Infine, un documento del 1340 cita due roseti agerolesi: uno a Capud de Pendolo (S. Lazzaro) ed uno a Bomerano (località A li comiquum).

Uscendo da Agerola, ma restando nel ducato di Amalfi, segnalo anche il documento a pag. 944-950 del Codice Perris (anno 1330) che, elencando i beni ereditati da Iacopo Fabaro e Giovanni comite de Maurone, non disdegna di citare anche “flasconem unum de aquarosata”, dimostrando insieme il  valore (costo) di quella preparazione di  profumeria ed il suo largo uso nella upper class dell’epoca.

Visto che i roseti dei sopracitati documenti medievali si collocavano tra 600 e900 metrisul livello del mare e visto che l’attività scomparve nel corso del XVII secolo (Camera, op. cit. pag. 633),  si può avanzare l’ipotesi che quella produzione si avvantaggiò del mite clima del tardo Medio Evo, mentre al suo declino contribuì il forte peggioramento climatico che, intorno al 1650, fece iniziare la cosiddetta “piccola età glaciale” (durata sino alla metà dell’ottocento).

Dato che oggi il clima è di nuovo benevolo e che abbiamo bisogno di trovare nuove produzioni redditizie per contrastare l’abbandono dei nostri terrazzamenti (con crescente rischio idrogeologico), mi sembra un’idea da prendere in seria considerazione quella di rilanciare la coltivazione e la trasformazione delle rose, facendo leva –ai fini della promozione commerciale- sulla antichità e sul prestigio degli antefatti che ho qui brevemente narrato.

A tal proposito aggiungo –stavolta dando più spazio alla fantasia- che delle radici ancora più antiche potrebbero ricercarsi nelle celebri rose di Paestum, decantate da molti autori latini, tra i quali Virgilio (Biferique rosaria Poesti;  Georgiche lib. 4), Ovidio (Caltaque paestanos vincet odore rosas; Lib. 2, eleg. 4) e Ausonio (Vidi Paestano gaudere rosaria culto; Idyll. 14). Meno azzardata mi pare l’ipotesi di una influenza della celebre Scuola Medica Salernitana, che tanto si interessò di profumeria nei secoli in cui, grazie anche ai rapporti dei navigatori amalfitani con il mondo islamico,  l’occidente riscopriva la produzione e l’uso dei profumi dopo la lunga pausa seguita al crollo dell’Impero Romano. Infatti, pare che si debba alla al-kimiya araba il perfezionamento della tecnica della distillazione per trarre essenze da piante e fiori; mentre in epoca  romana ci si affidava alla estrazione tramite sostanze grasse.


[1] Jole Mazzoleni –Le pergamene degli archivi vescovili di Amalfi e Ravello, Università degli Studi  di Napoli, Istituto di paleografia e diplomatica. Arte Tipogtrafica, Napoli, 1973

 

[2] J. Mazzoleni Jole e R. Orefice – Il Codice Perris. Cartulario amalfitano; Sec. X-XV.. Centro di cultura e storia amalfitana (1987/89). 

Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

2 risposte a Acqua di rose fatta in casa

  1. martacinque14 ha detto:

    …ci provo!

  2. Country Rose ha detto:

    Devo provarci! 😀

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...