C’era un tesoro in pergamene medievali nel nostro monastero di S. Teresa!

Chi ha letto su questo blog i vari articoli che ho dedicato a fatti, persone e toponimi del nostro Medio Evo, avrà pure appreso (posto che non lo sapesse già prima) dell’enorme importanza storico-documentaria del cosiddetto Codice Perris: una raccolta di trascrizioni integrali di pergamene medievali del monastero amalfitano di S. Lorenzo del Piano (compravendite, donazioni, contratti agrari, eccetera) che prende il nome dall’avvocato Domenico Perris di Angri, che quelle trascrizioni raccolse e conservò come personale collezione di “carte” utili alla sua attività professionale (1). Di quel Codice, che gli eredi del Perris donarono all’Archivio di Stato di Napoli nel 1958, esiste oggi una versione a stampa in cinque volumi (di cui abbiamo copia nella nostra Biblioteca Comunale) che si deve al paziente lavoro di  Jole  Mazzoleni e Renata Orefice (Il Codice Perris. Cartulario amalfitano; Sec. X-XV. Centro di cultura e toria amalfitana, Collana Fonti, 1/I-V, Amalfi 1985-1988).

Insieme ai carthularii di altri antichi monasteri amalfitani (vedi oltre), quelle “carte” costituiscono una ricchissima fonte di informazioni su persone, fatti, usi e costumi di un’epoca che altrimenti resterebbe oscura (a meno degli eventi maggiori, che troviamo nei testi di Storia); come oscura rimane in tante regioni che non hanno la fortuna di possedere analoghe sopravvivenze delle carte notarili che registravano mille aspetti di vita quotidiana.

 

Alle antiche pergamene dei monasteri amalfitani  attinsero notizie i primi storici locali dell’epoca moderna (Pansa, Camera e altri)  e certamente fece altrettanto, nel Seicento, il nostro Porpora (vedi articolo Un cardinale “rubato” e un Vescovo dimenticato, su questo blog). Nel primo novecento lo storico Riccardo Filangieri produsse l’edizione integrale dei documenti che andavano fino al 26 marzo 1332, raccolti nei due volumi del suo fondamentale  Codice diplomatico amalfitano.

 

Invece, i ricercatori del secondo Novecento e del secolo corrente hanno dovuto accontentarsi di trascrizioni e riedizioni a stampa, come quelle del citato Codice Perris. Ciò per via di sfortunati eventi occorsi durante la Seconda Guerra Mondiale:

Gli antichi cartulari amalfitani erano in precedenza pervenuti all’Archivio di Stato di Napoli  (vedi oltre) e, per sottrarli al rischio di danni da bombardamenti, vennero trasferiti in un edificio conventuale di San Paolo Belsito, tranquilla località periferica del nolano. Ma, perfidia del fato,  proprio quell’edificio subì un devastante incendio e secoli e, così,  finirono in cenere secoli e secoli di memorie scritte!

 

Vengo ora ad Agerola per segnalare ai lettori una interessante notizia che trovo nell’introduzione del libro di Catello Salvati e Rosaria Pilone “Gli archivi dei monasteri amalfitani (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità) 860-1645” (Centro di cultura  e storia amalfitana, Collana Fonti,  2, Amalfi 1986).

Dopo aver ricordato che i vari accorpamenti subiti dai monasteri femminili amalfitani tra il XIII e il XVI secolo (1) avevano generato un fondo comune ricco di ben 1253 pergamene, re-inventariato nell’anno 1580, gli autori ricordano che di tale ricchissimo archivio si erano perse le tracce dopo la soppressione ottocentesca del monastero amalfitano in cui era finito (quello della SS. Trinità). Per poi aggiungere che una sua cospicua parte fu recuperata nel 1910 da Eugenio Casanova (2). Questi la trovò “in un monastero di Agerola” che è facile individuare con quello di S. Teresa a Campora (3) e la fece trasferire all’Archivio di Stato di Napoli.

In tale occasione il si inventariarono 801 pergamene e 48 tra regitri e quaderni cartacei.  Purtroppo, come ho già detto, nel 1943 il tutto andò distrutto –insieme a molti altri documenti- con il bombardamento ed il conseguente incendio dell’edificio in S. Paolo Belsito.

Il fatto che furono le suore di S. Teresa le ultime custodi locali di quel prezioso fondo archivistico amalfitano, da una parte fa crescere il nostro apprezzamento per la funzione culturale che ebbe quel monastero agerolese e, dall’altra, fa  crescere la nostra rabbia verso chi decise l’abbattimento di quell’edificio monastico (e verso chi non seppe opporsi) per   costruirvi nient’altro che la Casa del Fascio (4).

 

NOTE

1)      Nel 1269 quello di  S. Maria di Fontanella fu unificato a quelli di S. Maria,  S. Tommaso e S. Michele Arcangelo (alias S. Angelo a mare) sotto il nome di S. Maria Dominarum e tutte le suore  si trasferirono nell’edificio che prima ospitava il  monastero di S. Quirico (Cirico e Giulitta) i cui pochi  monaci residui si trasferirono contemporaneamente nel monastero di S. Maria di Fontanella.  Nel 1580 il monastero  di S. Maria Dominarum e quelli di S. Lorenzo e S. Basilio  confluirono nel monastero della SS. Trinità, che andò ad occupare l’ex Palazzo Ducale di Amalfi.

2)  Eugenio Casanova (Toprino 1867 – Roma 1951) è da considerarsi come uno dei padri della moderna archivistica. Dopo essersi laureatò in Giurisprudenza, frequentò a Firenzela Scuola di Paleografia e Diplomatica. Collaborò con P. Villari e C. Paoli,  nella redazione dell’Archivio Storico Italiano. Nel 1899 fu assunto presso l’Archivio di Stato di Siena, dove lavorò all’edizione critica del grande cartulario dell’abbazia di S. Salvatore in Fontebone o della Berardenga, nonché, in collaborazione col Villari, a una antologia di scritti di G. Savonarola e ad uno studio sulla donna senese nel Quattrocento.

Prestò poi servizio presso l’Archivio di Stato di Torino e, dal 1907, presso quello di Napoli, di cui fu direttore. Dato che il Grande Archivio napoletano era in cattive condizioni, egli si impegnò in importanti lavori di consolidamento statico della sede, in un censimento completo dei pezzi, nella rioreganizzaxione del servizio restauro ed altro ancora, trasformandosi da diplomatista e storico a valente archivista puro.  Intanto, su incarico di P. Villari redasse e pubblicò una guida dell’intero patrimonio archivistico nazionale (L’ordinamento delle carte degli Archivi di Stato italiani. Manuale storico archivistico, Roma 1910).

Nel 1914 egli fondò la rivista teorica e tecnica “Gli Archivi italiani”, sede di importanti dibattiti sulla funzione giuridica, sociale e culturale dei depositi documentari, sui diritti e doveri degli Stati e delle comunità in tale materia, sulla preparazione professionale degli addetti, ed altri aspetti teorici e pratici.

 

Nel 1916 vinse in concorso per la direzione dell’Archivio di Stato e dell’Archivio del Regno di Roma, ove pure condusse importanti iniziative di riordino e potenziamento. Nel 1925 egli ottenne anche la cattedra di Archivistica presso l’università di Roma; circostanza che lo indusse a pubblicare quel Manuale di Archivistica (Siena 1928, ma con ristampa anastatica in Torino 1966) sul quale si sono formate intere generazioni di specialisti del settore.

 

E. Casanova fu anche segretario generale della Società nazionale per la storia del Risorgimento,  direttore della Rassegna storica del Risorgimento italiano. I suoi studi storici sulla popolazione gli valsero la nomina a segretario della Società italiana di Sociologia, il cui  fondatore (G. Gini) fece anche in modo che il Casanova ottenesse -nel 1940- l’incarico di insegnamento di Sociologia generale e coloniale presso la facoltà di scienze statistiche, demografiche e attuariali dell’università di Roma). Il rientro nel mondo dell’archivistica lo si ebbe nel  1951, quando il Casanova accettò la presidenza onoraria dell’Unione nazionale degli amici degli archivi. Intanto si era trasferito ad Arcidosso, ove trascorse i suoi ultimi anni lavorando ad una Storia del Comune di Arcidosso che non fu mai pubblicata. Ciò perché prima di morire, ordinò che tutte le sue carte venissero distrutte; cosa che fu davvero fatta dagli esecutori testamentari.

   

3)      Monastero dell’ordine carmelitano, fu fondato nel 1693 per volere testamentale di don Matteo Brancati, nipote di quel Bartolomeo Brancati di cui abbiamo la lapide tombale nella chiesetta di S. Anna.

4) Il monastero sorgeva ove è ora il Palazzetto dello Sport. E già; perché chi di spada ferisce di spada perisce, e anche la Casa del fascio fu abbattuta per far posto ad una nuova struttura. Peccato che non si colse l’occasione per scavare e valorizzare quanto del monastero rimaneva sotto il livello (innalzato) della adiacente rotabile. Cosa che in parte potrebbe farsi ancora oggi, nello spazio tra strada ed edificio sportivo. Comunque, dell’antico monastero rimangono in piedi gli alti muri che ne recingevano l’orto-giardino.

 

 

 

Addendum del 14/10/2012

Sulle pergamene in questione devo aggiungere una cosa che mi ha ricordato ieri la prof.ssa Maria Russo, che per ciò ringrazio. Si tratta di precisare che quelle antiche pergamene non furono traferite ad Agerola per via istituzionale, ma per iniziativa personale di Suor Maria Celeste d’Amore, l’ultima anziana occupante del Monasteroo amalfitano della SS. Trinità dopo che  -nel 1891-  esso era stato soppresso e-come edificio- passato al Comune, ma con permettendo alle suore di continuare a viverci vita natural durante. ,Suor Aria Celeste, che fu l’ultima a lasciarlo nel 1910,per passare nel Monastero di Santa Teresa ad Agerola, fu al centro di aspri contrasti con le autorità.col Comune di Amalfi che la accusava di aver asportato dalla chiesa del Monastero tutti gli oggetti mobili. Nel 1909 fu aperta un’inchiesta a suo carico, che portò al sequestro di alcuni arredi sacri nel convento agerolese, tra cui 801 delle circa 1300 pergamene che originariamente giacevano nel Monastero della SS. Trinità.

Queste ed altre notizie sono riportate alla Nota 23 (pag.15) del bel saggio diMaria Russo “Metamorfosi e adattamenti a nuovo uso dell’ex Monastero della SS. Trinità di Amalfi”, apparsdo su la Rassegna (n.s. anno xv,  2005) del Centro di Cultura e Storia Amalfitana,

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