La chiesa agerolese nel Settecento. Alcuni dati.

La forte religiosità degli antichi agerolesi è stata segnalata da vari autori. Aniello Apuzzo nel suo volume “Agerola. La piccola Svizzera napoletana” (Tipografia Napoletana, Napoli 1964) cita al riguardo il fatto che nei secoli passati  il paese giunse a contare trenta chiese. In effetti gli edifici sacri di cui abbiamo traccia (tra sopravvissuti, diruti e scomparsi) sono almeno 42, come ho scritto su questo blog nell’articolo “Edifici religiosi antichi ad Agerola”; ma sono stati eretti ed hanno funzionato in epoche diverse, per cui non furono mai attivi contemporaneamente.

In ogni caso, pur considerando tale sorte di turn over tra edifici che cadevano ed altri che sorgevano o  risorgevano (effetto di crisi e riprese della demografia e dell’economia locale), resta indubitabile che ad Agerola il rapporto numerico tra istituti religiosi  e abitanti  è stato sempre molto elevato; come ugualmente elevata era la presenza di ecclesiastici.

Su questo fenomeno mi limito qui a fornire alcuni dati che riguardano il Settecento, traendoli dagli Atti del convegno “La Costa d’Amalfi nel secolo XVIII” (a cura di Franca Assante; Centro di Cultura e Storia Amalfitana, Amalfi 1988).

Un primo dato che estraggo da detti Atti sottolinea il fatto che non solo Agerola, ma l’intera Costa d’Amalfi era ricca di edifici religiosi: la Diocesi di Amalfi .cui apparteneva Agerola- a fronte di una popolazione che nel corso del Settecento crebbe dagli iniziali 17.000 fino a circa 26.000 abitanti, contava ben 150 chiese; mentre le Diocesi di Scala, di Ravello e di Minori ne contavano rispettivamante 21, 28 e 13.

Al che dobbiamo aggiungere i 10 conventi maschili e gli 11 monasteri femminili che si contavano nella intera Arcidiocesi amalfitana; cui Agerola

contribuiva con il convento francescano di Cospidi (di cui abbiamo gli spettacolari ruderi su una rupe da Meteora greca ad est di S. Lazzaro) e col monastero claustrale di S. Teresa a Campora (stoltamente abbattuto durante il Ventennio per costruire la Casa del Fascio).

Alla determinare una elevata densità di edifici sacri concorreva anche il fatto che –fin dal tardo Medioevo- molte famiglie del ceto dei nobili e di quello dei “civili” (la classe media, agiata) usavano erigere chiese e cappelle, non solo per sincero anelito spirituale e per dar segno della loro rilevanza sociale, ma anche come fatto di convenienza, come utile investimento. Quelle chiese e cappelle rimanevano, infatti, di loro patronaggio, coi conseguenti diritti sulla nomina del prete e sugli introiti che derivavano dalla gestione del patrimonio immobiliare (campi, selve, talvolta anche case e mulini) di cui venivano  dotate, vuoi per disposizione dei fondatori che per successivi lasciti testamentali. Ne conseguiva l’appetibilità del “farsi prete”, specie per i secondogeniti di quelle famiglie che avevano voce in capitolo su chi scegliere come reggente di una chiesa o cappella.

Al proposito mi viene in mente che ai tempi della mia infanzia ancora circolava nel mondo rurale agerolese un antico motto augurale che diceva: “Puozze fa nu figlio prevete!” (Che tu possa vedere un tuo figlio diventar prete!). Che un simile augurio non sorgesse tanto e solo da considerazioni venali, ma anche o soprattutto da un anelito religioso, è cosa per me ancora incerta e, probabilmente, non risolvibile con facili generalizzazioni.

Resta il fatto che nel primo Settecento Agerola si distingueva come il centro della diocesi con il massimo numero di sacerdoti secolari. Il dato lo traggo dal ponderoso articolo di Riccardo Arpino (“Il volto della chiesa amalfitana nelle relationes ad limina  del Settecento) presente nei suddetti Atti congressuali. Come l’autore sintetizza nella Tavola 5 (a pagina 728), Agerola contava ben 30 sacerdoti, mentre Amalfi ne contava 25 (30 se uniti a quelli dei casali di Pogerola, Tovere, Pastena, Lone e Vettica Minore); Tramonti 28,   Atrani, Positano e Maiori 22 ciascuna, Praiano 9, Vettica Maggiore 8, Cetara 7, Conca e Furore 6 ciascuna, Montepertuso 3.

Il dato agerolese stupisce non solo in assoluto, ma anche e soprattutto se si considera che Tramonti si attestava a 28 sacerdoti pur avendo circa il doppio di parrocchie e di abitanti rispetto ad Agerola; mentre la parità con Amalfi (casali foris porta inclusi) va valutata tenendo conto il suo ruolo di sede arcivescovile, con cattedrale, Capitolo e Seminario. Va poi considerato che la diocesi per intero aveva una media di 1 sacerdote ogni 100 abitanti circa, mentre ad Agerola la media era di 1 ogni 70 abitanti circa.

Rimanendo in tema, voglio anche ricordare che i sacerdoti sparsi nella diocesi si raggruppavano in Congregazioni dei Preti ((Congregatio Presbiterorum). Quella di Agerola raccoglieva i parroci del paese (in numero di sei, avendosi tre parrocchie a Pianillo, 1 a Bomerano, 1 a Campora e 1 a S. Lazzaro) insieme a quelli di Praiano (1 parrocchia), Vettica (1 parrocchia) e Furore (3 parrocchie).

A capo della Congregazione vi era un arciprete agerolese coadiuvato da un primicerio a Praiano ed un altro a Furore (Arpino op. cit. pp. 672-673 e nota 142).

Come si legge a pagina 520 dei citati Atti congressuali, nell’articolo di don Pio Bozza “La vita religiosa di Amalfi nel ‘700”), verso il 1760 si era già formata una Congregazione separata per il clero di Praiano e Vettica Maggiore, così che la nostra riuniva (come ancora oggi riunisce) solo i preti di Agerola e di Furore. Le sue riunioni settimanali si tenevano allora nella canonica della chiesa parrocchiale di S. Nicola de Planellum o de lo Ponte (edificio certamente esistente a inizio Quattrocento, secondo la tradizione orale sarebbe la più antica chiesa di Agerola; iterdetta per instabilità nel 1639, fu ricostruita poco dopo nella sue attuali forme).

 

 

 

 

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