O scannasurice (il pungitopo) tra botanica, etnologia ed etimologia. (ma si accenna anche ai rusti, ossia i rovi).

Una delle piante più comuni nel sottobosco delle nostre montagne è il Pungitopo (Ruscus aculeatus L.) dell’ampia famiglia delle Liliaceae. Cresce sotto leccete e boschi di caducifoglie fino a 1200 metri di quota.È un arbusto perenne, sempreverde, di piccole dimensioni ( 60-80 cm), legnoso alla base e con rami erbacei. Cresce in fitti cespi a fusticini eretti con acuminate “foglioline” lanceolate che sono in realtà porzioni di ramo modificate dette cladodi.  È una pianta dioica (esemplari femminili portano i fiori femminili ed esemplari maschili portano i fiori maschili). In autunno produce piccoli fiori biancastri taluni dei quali generano poi delle belle bacche rosse; queste creano un bel contrasto con il verde scuro del fitto fogliame, tanto da rendere la pianta ricercata per gli addobbi natalizi, ma è cosa da evitare, poiché il pungitopo è una specie protetta!

Altre informazioni sul pungitopo e i suoi usi fitoterapici e culinari si trovano anche sul sito www.cainapoli.it (sezione Botanica).

Sia il nome comune in italiano che quello in dialetto napoletano alludono a una sua pericolosità per i topi. Ma mentre nell’italiano si parla di semplici punture, nel dialetto si parla addirittura di scannamento (ossia uccisione per taglio della gola, alias della canna o cannarine/rone).

Da ragazzo mi chiedevo come mai non avessi mai visto nemmeno un topino morto scannato su uno di quei cespugli. E, in verità, mi sembrava parecchio incredibile che i topi fossero così sbadati e stupidi da buttarsi su dei cespi di pungitopo (che verso la base, dove un topo normalmente transita, sono abbastanza innocui). Anni dopo, visitando una vecchia cantina di campagna, capii finalmente in quale circostanza quelle foglie potevano diventare pericolose per i sorici (= topi, dal latino sorix): dei fitti mazzi di pungitopo venivano fissati ai fili che sospendevano al soffitto i bastoni per appendere salami, ventresche, capicolli e altri salumi.

Analoghe soluzioni si usavano per impedire ai roditori di raggiungere le tavole sulle quali si  mettevano a stagionare le pezze di cacio e in marineria per non farli salire sulle navi lungo le funi di attracco.

Alla capacità di graffiare e tener  lontani anche i gatti (pure loro notori  predatori di salumi e formaggi)  si ispira un altro nome regionale del pungitopo: rascagatte (o rascajatte) che si usa in altre zone (anche campane, secondo il citato sito del CAI Napoli).

La funzionalità del pungitopo è legata alla durevolezza dei rami recisi; essi non si fragilizzano né perdono le foglie, anzi, seccandosi esse diventano ancora più pungenti.

Un altro utilizzo domestico che era diffuso ad Agerola (forse qualcuno ancora lo pratica) consisteva nel formare un grosso mazzo globulare  di quei rami, legarlo a metà lunghezza di una corda e poi, operando in due, uno sul tetto e l’altro sotto il caminetto (o forno) tirarlo su e giù per la canna fumaria, al fine di fargli grattar via tutta la fuliggine accumulatasi col tempo.

Per chiudere con un’altra osservazione linguistica, torniamo al nome scientifico del Pungitopo per dire che Ruscus in latino antico erano i Rovi in genere. Di tale termine è rimasta traccia nel nostro dialettale Rusto (pl. Rusti) che usiamo per indicare i rovi da more (nome scientifico Rubus ulmifolius, famiglia delle Rosacee).

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