La difficile conquista normanna del nostro Ducato

Un frammento del lunghissimo arazzo di Bayeux (Francia)

Un frammento del lunghissimo arazzo di Bayeux (Francia) m 70 x 0,5, Guglielmo il conquistatore prende l’Inghilterra

Con due  precedenti articoli su questo blog ho già rievocato due episodi bellici che interessarono il nostro territorio verso l’inizio e la fine del Medio Evo: (a) l’ immane battaglia che nel  553 vide l’esercito bizantino di Narsete battere definitivamente i Goti, guidati da Teia e (b) le incursioni militari che nel 1461 vennero a riportare sotto il controllo aragonese quei centri del Ducato – tra cui Agerola – che si erano schierati per gli angioini.

Il presente articolo, invece, lo dedico a un’altra importante transizione politica, anch’essa segnata da eventi bellici e sofferenze:  quella che – in circa 60 anni di alterne vicende – segnò la fine dell’indipendenza filo-bizantina del  Ducato amalfitano (iniziata nell’anno 839)  e il suo assoggettamento ai Normanni.

Prima di  entrare nell’argomento, credo sia opportuno ricordare qualche notizia di valore più ampio circa i Normanni in Italia.

Originari della Francia di Nord-Ovest, i primi Normanni che scesero nella nostra penisola erano dei piccoli gruppi di arditissimi cavalieri che, a pagamento, davavno scorta armata ai pellegrini che andavano o tornavano dalla Terrasanta attraverso la Puglia (con sosta d’obbligo al celebre  santuario Micaelico di Monte Sant’Angelo del Gargano). Alcuni di quei cavalieri passarono poi a servire come mercenari alcune città minacciate dalle scorribande saracene o coinvolte in conflitti locali. Alcuni di essi ottennero così dei feudi (primo tra tutti quello di Aversa, ceduto nel 1071) che furono punti di innesco di conquiste militari sempre più ampie. In particolare si distinsero i membri della famiglia d’Altavilla (dal francese Hauteville) che, prima con ducee e contee separate e poi in maniera unitaria, riuscirono a conquistare tutto il Sud Italia. La Sicilia dovette essere strappata agli Arabi, mentre in Penisola i Normanni dovettero vedersela coi Longobardi del ducato di Benevento e coi Bizantini (che in Campania possedevano i Ducati di Gaeta, Napoli, Sorrento e Amalfi).

Furono capitali normanne Melfi, Salerno, Reggio, Taranto e Palermo, tutte arricchite di castelli, palazzi e cattedrali la cui bellezza e valore storico ancora oggi attraggono migliaia di visitatori italiani e stranieri.

Palermo fu la città in cui  Ruggiero II d’Altavilla fissò la capitale del Regno  di Sicilia e nella cui cattedrale – nel 1130 – si fece incoronare re.

I Normanni governarono il Sud Italia solo fino al subentrare di Federico II di Svevia (1198), ma la vasta entità politica da essi creata, pur tra passaggi di mano, ritocchi ai confini e cambiamenti di nome (Regno di Napoli, Regno delle Due Sicilie) durò sino al 1860.

Qui Ruggero II fu nominato re di Sicilia e duca di Puglia e di Calabria nella notte di Natale del 1130.

Tornando alle vicende che toccarono direttamente la nostra zona, va detto che la prima conquista normanna del Ducato cui appartenne Agerola risale all’anno 1073, quando Roberto d’Altavilla (detto Il Guiscardo, ossia La volpe), con un colpo di mano riuscì a entrare in Amalfi, metterla a ferro e fuoco e costringere i suoi notabili a nominarlo Dux Amalphitanorum.  Passò poi a prendere gli altri due centri del potere locale: Ravello e Scala. La cosa fu molto più difficile del previsto, ma alla fine gli riuscì. Ravello fu graziata, mentre Scala – che era stata più determinata nel resistergli – fu fatta oggeto di saccheggi e di estese demolizioni. Nuovi padroni rinforzarono le strutture difensive del Ducato e le affidarono a loro militi, oltre che a mercenari longobardi. Due anni dopo Roberto decise di strappare il principato longobardo di Salerno a Gisulfo II e coinvolse anche la flotta amalfitana nell’assedio della città. Presala la elesse a capitale del Ducato di Puglia e di Calabria, prendendo ad arricchirla di industrie e bei monumenti, tra cui lo splendido Duomo di San Matteo.

Una importante svolta si ebbe nel 1096, quando  gli amalfitani riuscirono a riprendere il controllo dei propri castelli  e a ridarsi un governo autonomo sotto la guida del  pansebaste Marino. La reazione normanna fu guidata dal duca  Ruggiero, figlio ed erede di Roberto. Trovandosi a corto di forze, egli chiese e ottenne dallo zio Ruggiero conte di Sicilia l’aiuto della sua flotta e di 20.000 Saraceni.  Essendosi nel frattempo ribellata anche Nocera, l’esercito del duca di Sicilia dovette prima di tutto dedicarsi a quella città. Presala dopo breve assedio, il conte mandò le sue truppe ad assediare Amalfi dal lato di terra, mentre lui, il duca Ruggiero e suo fratello Boemondo avrebbero curato l’assedio da mare.

In quel  drammatico e decisivo frangente l’energia degli amalfitani si comunicò anche ai popoli convicini  della stessa Ducea, solleciti per la comune causa della libertà” (M. Camera, Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e Stato di Amalfi.  1881, vol. I, pag.291). Nessuna defezione venne a facilitare il nemico aprendogli varchi nella efficace cintura difensiva (castelli, fortini e creste rocciose presidiate). Grande dovette essere anche l’abnegazione della base contadina nel garantire una efficace e solidale sussistenza alimentare all’intero Ducato; cosa per la quale dovette risultare decisivo il contributo di Agerola, così ricca di coltivi e allevamenti.

L’assedio marittimo e terrestre dorava ormai da sei mesi, quando giunse notizia che era stata lanciata la Prima Crociata. Al grido di Dio lo vuole! Dio lo vuole! alcuni dei condottieri, tra cui Boemondo e  Tancredi d’Altavilla (a noi noti anche per i versi loro dedicati dal Tasso) abbandonano il campo – seguiti da molti armati –  per portarsi in Puglia e da lì imbarcarsi per la Terrasanta. Questa defezione indusse anche il Conte di Sicilia a ritirarsi e l’assedio fu tolto fu pertanto tolto nell’ottobre del 1097.

Il duca Ruggiero dovette attendere il  1101 per riportare sotto il controllo normanno il Ducato di Amalfi; non si sa se “ per dedizione o per forza”  e comunque  con l’aiuto di una fronda interna che vide in prima linea i del Giudice (M. Camera, op. cit., vol. I, pag. 297).

Ruggiero fu duca di Puglia, di Calabria e di Amalfi fino alla sua morte (1111), dopo di che gli successe il figlio Guglielmo. Questi mantenne gli stessi domini fino al 1127, quando morì appena trentenne. Allora lo zio Ruggiero, conte di Sicilia, colse l’occasione per presentarsi con sette navi davanti alla capitale Salerno e chiedere di essere riconosciuto come successore di Guglielmo.  Dopo un iniziale rifiuto, i salernitani gli concessero l’investitura richiesta e così fece, poco dopo, anche la vicina Amalfi, a patto che fossero lasciati in loro possesso i castelli e che ai cittadini fosse riconosciuto il privilegio di continuare a governarsi con le loro antiche leggi e statuti municipali.

A queste annessioni, che rendeva il conte di Sicilia troppo potente e pericoloso, si oppose il papa Onofrio II, che tentò anche di impedirle per via militare, ma senza successo. Quando, nel 1129, a Onofrio II successe il meno ostile papa Anacleto, Ruggiero pensò che – nonostante subisse ancora delle rivolte da taluni baroni pugliesi – era  giunto il momento  di trasformare in Regno il vasto insieme delle terre da lui assoggettate. Così, il giorno di Natale del 1130 egli si fecea incoronare Re nella cattedrale di Palermo (da lui eletta capitale), con l’unzione da parte di un delegato di papa Anacleto.

Come scrisse il cronista medievale Alessandro di Telese nel suo “De’ fatti di Ruggiero redi Sicilia”- la prima preoccupazione del sovrano fu quella di consolidare il controllo militare del Regno; cosa cui si dedicò a partire proprio dal caso Amalfi.

Egli chiese formalmente agli Amalfitani di cedere a suoi ufficiali e militi il possesso dei castelli locali, ma i nostri replicarono con un netto rifiuto, motivato dalla consapevolezza che un cedimento su quel piano avrebbe aperto la strada a una completa perdita di autonomia e forza contrattuale.

Quasi offeso da quel fiero rifiuto, re Ruggiero subito incaricò l’Ammiraglio Giovanni di “passare il Faro” (portarsi dalla Sicilia al Continente), radunare un esercito tra Calabria e Puglia  e dirigersi via terra verso Amalfi. Nel frattempo Ruggiero spedì verso il golfo di Salerno la sua flotta, al comando del suo fidato ammiraglio Giorgio di Antiochia, che doveva far preda di ogni nave amalfitana in transito, tormentare le città della Costiera da mare e – soprattutto – impedire l’arrivo di rifornimenti e soccorsi agli Amalfitani.

In effetti l’ammiraglio Giorgio andò anche oltre questo compito, riuscendo a prendere il controllo di Capri (che pure faceva parte del Ducato) e del piccolo castello di Guallo, sito sul maggiore dei tre isolotti fuori Positano. Poi riuscì anche a mandare rinforzi all’armata di terra, che nel frattempo era  riuscita a perforare verso Chiunzi  la frontiera Nord del Ducato e stava tentando di espugnare il castello di Trivento (Tramonti), fortemente difeso dagli arcieri e balestrieri comandati dal validissimo Giovanni Sclavo. Alla fine i Normanni prevalsero grazie all’uso di una “longissima pertica in cuius summo uncinus ferreus erat” (parole del cronista telesino) che verosimilmente operava insieme ad una tettoia mobile di protezione  e con la quale riuscirono gradualmente a sbrecciare, fino a farlo cedere, un tratto della fortificazione.

Preso quel caposaldo, i Normanni si diressero ad attaccare il castello di Ravello, per la conquista del quale furono decisivi i possenti lanci di pietre che si effettuarono con una catapulta in legno (ballista). Questa macchina, come pure la lunga pertica uncinata vista prima e – probabilmente – altre macchine belliche, dovettero essere costruite in loco (da maestranze appositamente recate con l’armata), non potendosi certo trasportare lungo le impervie vie dei nostri monti. Una eventualità che, forse, gli Amalfitani avavano sottovalutato, quando costruirono le loro fortificazioni in muratura non troppo possente.

Su come procedette la  campagna militare intorno alle altre forteze amalfitane, il cronista telesino non dà dettagli, limitandosi a scivere che  specifiche divisioni dell’armata normanna furono impegnate contro ciascuna di esse (alia quaedam Amaiftanorum oppida singula singulii exercitibus obsessa, terribtliter anguslari).

Pare comunque di capire che resse bene e a lungo il sistema difensivo che vigilava sui valichi agerolesi, il quale aveva i suoi punti di maggior forza nel Castrum Grahiani  (ora frazione Castello di Gragnano) e il Castrum Pini (del quale sopravvivono oggi la chiesa e pochi avanzi di mura sull’omonimo sperone roccioso tra Pimonte e Agerola). Sembra che questi borghi-fortezza caddero in mano normanna solo verso la fine dell’intera vicenda bellica, quando – caduto il castello di Ravello (nel quale gli Amalfitani ponevano le loro massime speranze, scrive Alessandro di Telese) e ringagliardite ulteriormente le truppe nemiche  per la venuta dello stesso re Ruggiero nelle acque davanti Amalfi –  gli sforzi degli aggressori poterono concentrarsi (forse con una manovra a tenaglia) sulle fortezze della parte occidentale del Ducato.

Comunque, le ultime postazioni furono prese per semplice resa dei difensori, in quanto i governanti amalfitani, a un certo punto, preso atto della incombente debacle totale, per evitare di perdere altri uomini e di subire finali saccheggi e distruzioni, si riconobbero sconfitti e implorarono clemenza al sovrano.

Quindi  “Rex Rogcrius … recepii Rabellum, Scalam, Gerulam, Pugerulam, caeteraque Amalfitanorum oppida” (furono consegnati a re Ruggiero i castelli di Ravello, Scala, Agerola, Pogerola e tutti gli altri degli Amalfitani).

Questa frase del cronista telesino è importante per due motivi. Il primo risiede nell’utilizzo del nome altomedievale di Agerola  (Gerula = cesta; per la forma della conca in cui giace); il secondo sta nel tener viva la seguente questione: nel dire oppidum Gerulam (castello di Agerola) si riferiva al vicino castello di Pino (al cui mantenimento Agerola contribuiva insieme ad altri centri dei dintorni) o, invece, alludeva ad un’altra struttura difensiva, interna al paese, di cui dovremmo cercare le tracce residue? Sapendo che questa seconda ipotesi affascinerà molto i miei lettori compaesani, mentre auspico anch’io una apposita ricerca sul campo (vedi gli spunti che offro nel mio articolo su questo blog “Le strutture militari dell’Agerola medievale. Ipotesi per una ricerca”), nondimeno devo far presente che l’appena vista inclusione di Gerula tra gli oppida del Ducato potrebbe derivare semplicemente dal fatto che il luogo era così in alto e difeso da barriere naturali da potersi assimilare a un luogo fortificato.

Tornando alle vicende normanne, chiudo questo mio tentativo di sintesi divulgativa ricordando che la dura lezione inferta agli Amalfitani spianò a re Ruggiero la strada verso altri successi. Infatti, non appena ritiratosi vittorioso a Salerno, egli ricevette la visita del Duca di Napoli Sergio, che  si sottomise al sovrano preferendo conservare il suo dominio da vassallo, piuttosto  che perderlo tentando di resistere a siffatta forza militare.  A ruota seguirono le rese di Grimoaldo principe di Bari, Tancredi conte di Conversano e signore di Brindisi (che andò a cercar fortuna in Terrasanta) e, dopo una transitoria vittoria su Ruggiero nelle campagne di Scafati, anche Rainulfo conte di Alife e Roberto II principe di Capua.

 

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3 risposte a La difficile conquista normanna del nostro Ducato

  1. Aldo Cundari ha detto:

    Molto interessante ed utile per capire la nostra variegata e complessa cultura, oggi ostacolo alla coesione nazionale e alla particolare complessita’ del nostro Sud. Grazie, caro Aldo.

  2. aldocinque ha detto:

    Certo, sono eventi che possono leggersi anche come prove di una antica origine del nostro localismo a volte miope, autolesionista. Ma prima di dire bisognerebbe conoscere a fondo i motivi e i ragionamenti che spingevano a legarsi o non legarsi con altri. Aspetti che le cronache antiche non dicono, o riportano in modo fazioso. Bisogna leggere qualche ben fatto trattato storico moderno.
    In ogni caso, la positiva esperienza di autogoverno che fece Amalfi (e i paesi a lei vicini) in quei secoli di disfacimento politico e sociale è assolutamente da apprezzare. Dopo tutto fu tra i pochissimi casi sud italiani che possono avvicinarsi a ciò che -poù a Nord- furono i liberi Comuni .D’altra parte lla enorme sete di conquista dei condottieri normanni (impegnati anche in lotte armate tra di loro) la finale vittoria di Ruggiero di Sicilia .ebbe l’effetto positivissimo di creare per la prima volta al Sud un regno grande abbastanza da poter competere alla pari con quelli che vi erano o stavano formandosi nel resto di Europa.

  3. Pingback: Una cinquecentesca immagine di S. Leonardo di Noblac ad Agerola | da Jerula ad Agerola

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