I FALO’ DI SAN GIOVANNI Una tradizione da conoscere e da riprendere

San Giovanni a mare, Napoli

San Giovanni a mare, Napoli

S. Giovanni Battista si festeggia il 24 giugno; data molto vicina a quella del solstizio estivo, giorno più lungo dell’anno.

La parola solstizio sta per “statio del sole”, dove “statio” (letto stazio)  vuol dire “stazionamento”. Infatti in quella data il sole di mezzogiorno smette di presentarsi ogni giorno più alto sull’orizzonte e comincia invece ad abbassarsi. (1)

Dunque, a chi osservi giorno dopo giorno l’altezza del sole alle 12 (ovvero la lunghezza delle ombre),  sembrerà che il sole faccia una pausa (statio) tra il suo salire di gennaio-giugno e il suo scendere di giugno-gennaio.

I nostri antenati più antichi, totalmente dipendenti dall’agricoltura e, dunque, dalla meteorologia, coglievano appieno l’importanza di quell’evento astronomico, cui corrispondeva la fine dell’allungarsi dei giorni e l’inizio di un periodo con sempre meno ore di luce.  In epoca preistorica e protostorica, quando la scienza era poca e lasciava alla religione il compito di ridurre i rischi naturali rabbonendo gli Dei responsabili, l’istintivo timore che il sole avrebbe potuto smettere di dare quella fruttuosa alternanza di stagioni diverse, portò alla creazione di riti sacri volti a sollecitare il ripetersi regolare dei fenomeni celesti.

Parlare al Dio Sole col suo linguaggio: la luce e il calore del fuoco.

Tali riti propriziatori  prevedevano tra l’altro l’accensione di grandi e durevoli fuochi che sollecitavano il Sole a continuare gli “eterni ritorni” di stagioni e raccolti.

E’ da tali antichissimi riti sacri che discendono i tradizionali falò (o Fuochi, Focarazzi e Luminaria che dir si voglia) di S. Antonio Abate (17 gennaio) e di S. Giovanni (24 giugno): due importanti ricorrenze del moderno mondo cristiano che furono scelte per la loro vicinanza alle date, rispettivamente, del solstizio invernale e di quello estivo; uno tra i tanti esempi di quel sopravvivere delle ritualità arcaiche troppo intimamente sentite dai popoli per scomparire al mutare delle credenze religiose.

L’accostamento tra il sole e il fuoco venne “istintivo” anche a Francesco d’Assisi che, nel suo stupendo Cantico delle creature, dedicò all’uno e all’altro queste due strofe consecutive:

 

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.

Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

 

Nella vicina Napoli è stata per molti secoli famosa la festa con falò che il popolo celebrava  presso la millenaria chiesa di S. Giovanno a Mare (2).

Innanzitutto va detto che la chiesa si chiama così perché sorse subito dietro la spiaggia. Spiaggia che poi è migrata avanti un po’ per fenomeni naturali e un po’ per i riporti di terra che si sono fatti dall’Ottocento in poi per guadagnare spazio al porto (3).

La grande festa con falò che si faceva tra la chiesa e la spiaggia  doveva aver conservato molto dell’antenato rito pagano; tanto è vero che, come recitava un antico detto napoletano:

 

“A San Giuvanne e femmen se meneno a mare cu tutte e panne” ,

 

A significare  che durante detta festa si verificavano anche  episodi trasgressivi e lascivi eredi delle sue origini pagane. Aspetto che  in seguito indusse il Vescovo di Napoli a epurarla.

Fino a pochi decenni fa, la data del 24 giugno segnava l’inizio del periodo ritenuto idoneo alla balneazione: una credenza popolare che ebbi modo di costatare ancora viva nelle campagne di Scafati quando raccolsi dalla voce di  Raffaele Borriello (mio suocero) il ricordo di una credenza che  suggeriva di bagnarsi solo dopo la ricorrenza di S. Giovanni  perché

“… a S. Giouvanne scenne a mare o trave e fuoco!”

Nel sentirla pensai che potrebbe discendere dal fatto che alla fine della ricordata festa sulla spiaggia di S. Giovanni a Mare si usasse gettare  in acqua un palo ancora ardente prelevato dal grande falò propiziatorio. Ma non ho mai avuto modo di verificare se questa mia ipotesi fosse giusta.

Sempre a proposito della citata festa napoletana, voglio ricordare anche la tradizione che individua proprio presso la chiesa di S. Giovanni a Mare il luogo dove Alfonso V d’Aragona – che poi diverrà re di Napoli come Alfonso I – incontrò, rimanendone per sempre innamorato, la bellissima Lucrezia d’Alagno, esponente di una nobille famiglia di origine amalfitana che ebbe proprietà anche ad Agerola e che si imparentò anche con i Milano (vedi mio articolo dedicato a quest’ultimo cognome) (4).

Passando ad Agerola, ricordo che nel Medio Evo avevamo una chiesa battesimale di S. Giovanni (verosimilmente con grande vasca per il battesimo a immersione) nel casale di Campora,  quello più ricco di acque sorgive. Di tale antichissimo edificio sacro oggi sopravvive solo il toponimo, in una zona del casale molto prossima al Rio Penise.

 

Non credo, dunque, di andare lontano dal vero se immagino che i falò di San Giovanni che ho visto accendere da ragazzo (anni ’50 e ’60) erano sulla scia di una tradizione secolare. Molto più ardimento occorre invece (ma voglio correre il rischio) per ipotizzare che simili “fuochi del solstizio si accendessero ad Agerola fin dalla protostoria; ossia sin dai tempi in cui il nostro altipiano era frequentato da quei pastori semi-nomadi che ci hanno lasciato quei vasi dell’Età del Bronzo  ritrovati a S. Barbara e a I Villani; oppure dai tempi del villaggio della Età del Ferro che doveva esistere vicino alla “necropoli” del Campo Sportivo (vedi reperti esposti nel nostro Museo Civico di Casa della Corte).

Mi sembrano motivi più che sufficienti per farci sentire (a noi agerolesi, intendo) il diritto-dovere di riprendere e far fiorire quella tradizione dei falò di San Giovanni che, quand’ero ragazzo  ho visto rispettare con tanta passione e partecipazione.

Partecipazione che per i ragazzi cominciava un paio di giorni prima, quando – riuniti in squadre – si girava per le case e le fattorie a chiedere di regalare fascine di frasche e ceppi di legno che si  portavano sul sito dove, la sera del 23, si componeva e si accendeva la pira.  Mio cugino Antonio Acampora ricorda che a Campora si usava porre sul palo centrale della pira anche un fantoccio di “vecchia”. Anche per tale aspetto i nostri falò rispettavano una arcaica tradizione che riconosceva nella notte del solstizio la data in cui le streghe andavano in giro  a raccogliere erbe per le loro pozioni magiche. Mia madre mi raccontava che, sempre a S. Giovanni, bisognava cingere i tronchi dei noci con uno stelo di grano (o segala, o orzo) per evitare che sotto quell’albero le streghe si riunissero (celebre più di tutti era il loro sabba sotto   ‘o noce e Beneviento).

In definitiva: se i falò servivano a implorare il Sole affinchè non abbassasse troppo l’orbita, il porre al rogo un fantoccio di brutta vecchia era “bruciare in effige” tutte le streghe e, con esse, ogni malefico sortilegio.

 

Concludendo

Dato che sulla mia proposta di riprendere questa tradizione ho raccolto anche l’entusiastica adesione ddell’assessore Regina Milo, non mi resta che aggiungere:

 

Forza ragazzi, organizziamoci! Per l’onore di San Giovanni e per il rafforzamento del senso identitario (e dell’appeal turistico) di Agerola.

 

 

NOTE

 

1 – Altezza che si misura in gradi e che raggiunge il valore  di 90° nelle zone collocate sul Tropico del Canro,ossia a una latitudine di circa 23° Nord.  A quella latitudine si ha che a mezzogiorno del 21 giugno  gli oggetti tipo pali e palazzi “non hanno ombra”.

Nella fascia tra i due Tropici lo stesso fenomeno (detto “sole allo Zenit”) lo si ha in date diverse dell’anno.

Da noi, che viviamo a una latitudine di circa 40°N, il 21 giugno il sole raggiunge, si, la sua massima elevazione, ma questa  è pari a 77°; 13° in meno che sul Tropico  perché ci troviamo 13° più a Nord di esso.

2 – Situata lungo l’omonima Via, non lontana dalla bella chiesa gotica di S. Eligio, la chiesa di S. Giovanni a Mare dovrebbe essere cara a tutti gli abitanti dell’ex Ducato di Amalfi (agerolesi ovviamente compresi!) per almeno due motivi, oltre quelli che  menzionato: innanzitutto il suo stile romanico ricorda come nessun’altra chiesa di Napoli le chiese altomedievali della Costiera (visitare per credere!). Inoltre essa è stata  a lungo la sede di quell’Ordine degli Ospedalieri, o di S. Giovanni (poi tramutatosi nel Sovrano Ordine Militare dei Cavalieri di Malta)  che era stato fondato in Gerusalemme dallo scalese Fra Gerardo Sasso, membro di quella famiglia di Scala che ad Agerola fondò la chiesa di S. Maria a Miano (vedi mio articolo ad hoc su questo blog).

3 –Si deve a tali riporti (e a quelli che si fecero col Risanamento della Città di Napoli) il dislivello di quasi due metri –a scendere- che si ha tra il moderno piano della strada e il pavimento della chiesa.

4 –Lucrezia d’Alagno (1430 – 1478) fu stimata come la più bella fanciulla di Napoli e divenne la favorita di Re Alfonso, nonchè duchessa di Torre Nona (poi Torre Annunziata).  A Napoli i d’Alagno –o d’Alaneo- avevano un palazzo nella zona di Portanova, non distante da quello bellissimo dei Como (ora sede del Museo Civico Filangieri; vedi articolo sull’origine dei Cuomo); fatto che è ora ricordato dalla presenza in zona di una Via intitolata appunto a Lucrezia d’Alagno.

L’aneddoto che  narra del… colpo di fulmine tre l’aragonese e Lucrezia è stato tramandato da molti scrittori napoletani e può riassumersi come segue:

Era una domenica dei primi di giugno del 1448 o giù di lì. La bella Lucrezia, in compagnia di altre dame, stazionava davanti la chiesa di S. Giovanni a Mare per raccogliere offerte per l’organizzazione della festa del 24. Si trovò a passare Alfonso V d’Aragona e Lucrezia gli si avvicinò per chiedere anche a lui un contributo. Fulminato dalla bellezza e grazia della fanciulla, egli staccò dalla cinta la borsetta –gonfia di monete d’oro- e l’offrì tutta intera; probabilmente accompagnando il gesto con una frase audace ed allusiva.  Da ciò, credo, la reazione di Lucrezia, che –lusingata, ma anche un poco offesa nell’orgoglio- aprì la borsetta, ne estrasse una sola moneta e la restituì al nobile spagnolo dicendogli con gran garbo che quanto aveva prelevato già poneva Alfonso tra i maggiori sostenitori della Festa e che non vi era ragione  alcuna (!) di strafare.

Fu una dimostrazione di dignità e orgoglio che dovette far crescre ulteriormente l’ammirazione di   Alfonso per quel bel fiore della nobiltà amalfitana. Ma, a giudicare dal noto seguito, anche Lucrezia –nonostante tutto- era rimasta sentimentalmente colpita  dall’Aragonese.

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