PENISE O FESTOLA? Il nome del fiumicello agerolese

Mi sono sempre meravigliato del fatto che il nome che ora diamo al maggior corso d’acqua agerolese (Penìse) non lo ritrovavo mai nei documenti antichi che via via consultavo per le mie ricerche. Il che mi faceva sospettare che fosse un nome relativamente recentevenuto a spiazzarne uno più antico.

A  riaccendere questo mio dubbio mi è giunta ieri una gradita telefonata dell’amico Franco Cuomo, con la quale mi annunciava di aver scovato una poesia del primo Seicento scritta da  Girolamo Fontanella e intitolata “Il Festola fiumicello d’Agerola”, che l’autore dedicò al  nostro illustre concittadino  Monsignor Francesco Antonio Porpora Vescovo di Montemarano (da me già ricordato su questo blog (vedi articolo “Agerollesi illustri del passato. Un cardinale “rubato” e un vescovo dimenticato”).

Nel componimento ritrovato da Franco(che riporto in calce)  il nostro fiumicello è chiamato Festola. Questo idronimo deriva certamente dal latino fistŭla, -ae, sostantivo femminile che gli antichi usavano con diverse accezioni: tubo, canna, flauto, fistola.

Circa l’ultimo significato va detto che anche lo strumento a fiato chiamato siringa (usato una volta dai pastori e composto di molte canne di varia lunghezza) ha come altro nome quello di fistola. In medicina, poi, si dice fistula un anormale collegamento (passaggio) tra due organi o vasi . Nella mitologia greco-romana Fistola è il nome di una ninfa amata dal Dio Pan che fu trasformata in canna.

Ma andiamo a ciò che può riguardare il paesaggio per osservare che a Trecchina (nella valle del Noce, Basilicata) si chiamano Festola Grande e Festola Piccola due cavitò carsiche del tipo a pozzo. Ma nel parlato i Trecchinesi usano festola per dire “forra, gola”. Tirando le somme, direi che –quando applicato a forme del paesaggio fisico- il termine in questione (fistola o festuca che dir si voglia) sta per “stretto passaggio” (come è, appunto, una gola tra le rocce).  Ma laddove è stato applicato a sorgenti, non saprei dire se fu riferito allo stretto  meato naturale dal quale si vedeva uscire l’acqua o  se, invece, non ci si riferisse a una cannula che era stata applicata al foro per  facilitare la bevuta e il riempimento di recipienti.

Anche nel caso agerolese, si possono affacciare due diverse ipotesi circa i motivi che –nel Seicento- facevano denominare Festola il fiumicello che oggi chiamiamo Penose o anche “fiume di Campora”:

1) Si denominò Festola la strtta e lunga gola in cui esso passa, da Campora a Carbonara di S. Lazzaro*.

2) Festola era inizialmente il nome di una delle sorgenti presenti lungo il corso d’acqua**, per poi passare (con un fenomeno non raro in toponomastica) l’intero corso d’acqua.

Un corollario della ipotesi 2 vè che -nella fase in cui Festola si applicava solo alla sorgente- il fiume doveva avere un suo diverso nome. Era già detto Penìse?  E, se si,  come era nato quel nome?

Per me sono questioni ancora aperte***. La prima per la  già citata circostanza che non conosciamo attestazioni medievali dell’idronimo. La seconda per il nostro ignorare (di conseguenza) l’evoluzione morfologica che l’idronimo ha probabilmente subito prima di assumere la forma Penìse che oggi usiamo.  E’ infatti ben noto che spesso il significato etimologico di un toponimo diviene più facile da scoprire se si passa dalla forma presente (frequentemente corrotta) a forme quanto più amtiche possibile, sempre più vicine all’originale (latino, greco o altro)  e, quindi, di senso esplicito.

Un altro approcci utile è quello di collezionare altri toponimi simili dalla medesima regione linguistica, sia per vedere a quali elementi o attributi territoriali si applicano, sia per ricavarne indizi sulla già citata evoluzione morfologica della parola (sostituendo, per così dire, lo spazio al tempo).

Sarò pertanto grato a chiunque vorrà segnalarmi idronimi o, più in generale, toponimi del centro-sud Italia che somiglino a Penìse, oppure documenti antichi della nostra zona in cui il Penose fosse denominato in modo più o meno diverso.

Da parte mia segnalo il caso del torrente Pernìse, che scende dal Monte Gelbison, in Cilento.   Chissà che Pernise  non sia una  forma antenata di Penìse, aiutandoci a fare ipotesi semantiche.

Per chiudere, segnalo quella che forse è solo una casuale coincidenza:

il citato torrente Pernìse termina il suo corso immettendosi nel fiume Faraone e lo fa poco a valle delle sorgenti dette Le Fistole!****

NOTE

*: Con l’occasione  ricordo anche che il prosieguo della stessa incisione fluviale verso la costa di Furoreè denominato Schiato o Schiatto; dal greco skiatos =  “frattura”, ma anche “confine”. Termine quanto mai azzeccati, poiché quella gola è tanto stretta e profonda da sembrare davvero una spaccatura da tensione, mentre la quasi assoluta invalicabilità (superata solo nellìOttocento con l’ardito ponte della strada costiera) ne fa anche un netto confine naturale tra le porzioni di Costa d’Amalfi  poste ad est e a ovest di esso.

**: La sorgente più indiziata è –secondo me- la maggiore di quelle che si hanno sotto il Pomte di Campora; ancora oggi molto frequentata e munita di canna.

*** Aniello Apuzzo, nel suo libro “Agerola” propose una etimologia greca col significato di “povero d’acqua”. Ma, sinceramente, mi pare strano che ciò fosse detto dell’unico corso d’acqua ricco di sorgenti perenni che abbiamo nella nostra conca in tramontana e uno dei pochissimi di tutti i Monti Lattari.

****:  Le sorgenti delle Le Fistole del Faraone si hanno al piede sud-occidentale del maestoso Monte Cervati. Un bellissimo angolo del Cilento interno che invito senz’altro a visitare.

LA POESIA

Girolamo Fontanella1

 

Il Festola fiumicello d’Agerola.

 

Viva perla de’ monti,

Cristallino ruscello,

Che diviso in più fonti,

Fuor del grembo d’un sasso esci giocondo;

E mentre fuggi e ne la fuga balli,

Fai rider gli antri e fai gioir le valli.

Tu purgato e lucente,

Vai scendendo per gradi;

E con onda ridente,

Sdrucciolando a l’in giù cadi e ricadi,

E bagnando per tutto erbe e viole,

Ti fai coppa a le piante e specchio al sole.

Cadi e cresci nel corso,

Lusinghier fuggitivo,

E d’intorno soccorso

Fai di più fonti e di più rivi un rivo;

E con fugace e tortuoso errore,

Dove stampi un’erbetta e dove un fiore.

Or con ombra felice,

Cheto cheto passeggi,

Or d’un’erta pendice,

Traboccando a l’in giù spumi et ondeggi;

E mentre d’acque un precipizio sciogli,

Fra i bollori che fai, fremi e gorgogli.

Qui girevole errante,

Par che posi e respiri;

Là fremendo sonante,

Un non so che di bel silenzio spiri,

E nel tuo corso allettator fugace,

Mostri col mormorio dir: “Pace, pace”.

Or doglioso ti sento,

Or giocondo ti miro;

Odo il placido vento,

Che teco piange e teco ride in giro,

Sì che dubbio non so, stupido in viso,

Se quel suono che fai, sia pianto o riso.

Quante volte del giorno

A goderti io discendo,

A vederti io ritorno,

E nel tuo corso il mio riposo prendo.

E parmi allor che quel tuo molle gelo

Cristallo sia del cristallino cielo.

Mille belli augelletti

Fan corteggio al tuo lido,

E con dolci versetti

Van cantando fra lor di nido in nido;

E nel danzar sono a veder sì belli,

Ch’angeletti li credo e sono augelli.

Chi librato in se stesso

Va per l’onde tue vive,

Chi danzandoti appresso

Le tue belle passeggia e fresche rive.

E tu che puoi sino allettar gli dei,

De la musica sua l’organo sei.

Quante belle corone

Ti fan l’erbe ove passi,

Poi che a par d’Anfione

Doni musica lingua ai muti sassi,

Tal che io non so s’ogni tua bella pietra,

Mentre mormora, sia viola o cetra.

Qui mi traggo soletto

Fuor d’angoscia e di pianto;

Qui pensoso e ristretto

Sento virtù che mi richiama al canto;

E l’onde tue ne l’assaggiar sì belle,

Sopra l’estasi mia m’alzo a le stelle.

Mentre fuggi m’insegni

Come fugga la vita,

Mentre corri mi segni

Come ogni cosa è in cominciar finita;

E mostri accorto al mormorio che fai,

Ch’incontro al mondo or mormorando vai.

O soave conforto

Del mio torbido ingegno;

O pacifico porto,

De le tempeste mie fidato pegno,

Vorrei che qui, senza cangiar mai tempre,

Mi desse il ciel di vagheggiarti sempre.

Pregi l’oro l’avaro,

Parto vil di Natura;

Ch’io più stimo et ho caro

Il molle argento di quest’onda pura;

E posso dir che per sì belle vie

Siano le selci tue le gemme mie.

Al tuo suono soave

Posa ogni arbor la fronte;

Dorme placido e grave

Il negro bosco e ‘l solitario monte.

E per mostrar ch’addormentato giaccia

Appresso l’onde tue stende le braccia.

Tu, qual Lete vitale,

Mi fai porre in oblio

Ogni torbido male

Che porge il mondo insidioso e rio;

E de’ miei sensi imperioso donno,

Col bel suono che fai, m’inviti al sonno.

Schivo d’auree vasella,

Saggia industria di fabbro,

Ne la linfa tua bella

La mano incurvo e ne fo coppa al labbro;

E l’alma poi, che un tanto ben contiene,

Fin su la bocca a ricrearsi viene.

Ma pur, lasso, ti lasso;

Ecco il canto sospendo:

“A Dio fiume, a Dio sasso;

Qui la sampogna a te sacrata appendo.

Da te mi parto, a la città m’invio.

A Dio selve, a Dio boschi, o colli a Dio”.

  • 1: Nativo forse di  Reggio Emilia,visse  una ventina d’anni a Napoli, dove morì verso il 1644. Fu  seguace del Marino e dimostrò notevole sensibilità pittorica ed eleganza di verso. Tra le sue opere:Ode, 1638; Nove cieli,1640; Elegie, pubblicata postuma nel 1645.

 “Ode”  è stato ristampata nel 1994 a cura di Rosario Contarino . San Mauro Torinese, Edizioni  RES, 

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