CHIAZZE, MACERINE E ‘NSELECATE

Se il paesaggio della Costa d’Amalfi è in grado di attirare tanti visitatori da ogni parte del mondo e se l’Unesco l’ha voluto dichiarare Patrimonio dell’Umanità, lo si deve a due fattori principali: la pittoresca asperità delle forme del rilievo (la componente “God-made” del paesaggio) e la presenza di elementi umani (la componente “Man-made”) che fin dall’alto Medioevo sono stati sapientemente incastonati tra rupi e valli per rendere abitabile e fruttuoso questo territorio tanto spettacolare quanto –a prima vista e per i più- inospitale.

Gli elementi di pregio che i nostri antenati –laboriosi e ostinati-hanno saputo inserire nel paesaggio locale non sono solo i casali, le ville, i castelli, i monasteri e i mulini, bensì anche quelle sistemazioni a terrazze dei pendii che per secoli e secoli hanno permesso alla gente del Ducato d’Amalfi di produrre almeno buona parte di quanto serviva ai loro fabbisogni alimentari, nonché –per certi generi-  anche una capacità di esportazione.

I citati terrazzamenti sono in molti casi abbandonati da decenni e la loro tendenza a franare (con gravi conseguenze a valle) è qualcosa che va contrastato non solo e non tanto con quei contributi per il restauro di cui abbiamo ben visto i limiti, bensì con la creazione –se serve, assistita- di marchi, consorzi e quant’altro sia utile a rendere redditizie le produzioni non meccanizzate che su quei terrazzi si possono fare; siano esse di antica tradizione che innovative.

Ma le gradinate di terrazzi che sopravvivono lungo i pendii dei nostri “monti sorgenti dal mare” meritano di essere salvati anche per il loro grande interesse storico-tecnologico e per il fatto che spesso disegnano geometrie di notevole pregio estetico; pregio che i turisti-trekkers già mostrano di apprezzare e che molto di più potrebbe rendere se opportunamente valorizzato dalla comunicazione e dalle indicazioni sul posto.

Un mio modesto contributo in tal senso lo ho dato nel libretto della Guida Escursionistica di Agerola (ProLoco e Associazione Sentieri degli Dei, 2012), dove ho appunto incluso i terrazzamenti tra gli aspetti paesaggistici cui il turista dovrebbe far caso ed apprezzare.. Ora  torno sul tema per aggiungere qualche…spigolatura di ordine storico e linguistico.

Per cominciare, devo dire che anni fa, in due diversi siti in pendenza del casale Campora (Inserrata e Potolano) dei lavori di sbancamento mi rivelarono  che il pendio naturale era stato terrazzato già in epoca romana. Infatti, il banco delle pomici eruttate dal Vesuvio nel 79 d.C. apparve poggiato su un paleosuolo bruno non inclinato come il versante intorno, bensì orizzontale. Evidentemente i tagli artificiali che mi mostravano siffatte evidenze ricadevano su due dei tanti campi terrazzati che afferivano, insieme a pascoli e selve, a quelle “ville rustiche” che punteggiavano la conca di Agerola in epoca romana e che hanno lasciato traccia nella toponomastica (prediali terminanti in –anus/-ano) e nel sottosuolo.

Ma fu nei secoli del Ducato di Amalfi che i pendii dentro e intorno ad Agerola (Gerula) furono estesamente terrazzati grazie all’incremento della popolazione e agli investimenti in proprietà terriere che vi fecero le ricche famiglie di mercanti-comite ed i monasteri del capoluogo; proprietà che spesso venivano comprate “vacue” o selvatiche e poi rese più produttive tramite terrazzamenti e piantumazioni affidate ai locali che le prendevano in gestione con contratti di “pastinato”.

Come ben sappiamo e vediamo, ogni terrazzo è delimitato a valle da un muro di contenimento tanto più alto e robusto quanto più ripido è il pendio sul quale i terrazzi sono stati ricavati. Detti muri sono da sempre realizzati “a secco” (ossia senza l’uso di malta) e ricevono il nome dialettale di macere (singolare macera; diminutivo macerina); termine che viene dal latino classico maceria = ”muro rustico di cinta”).

Un’altra esclusività locale è il termine che usiamo per indicare la superficie piana del terrazzo agricolo, la quale è detta chiazza.

Il termine equivale all’italiano “piazza” per sostituzione del suono “ch” duro all’originario “pi” o anche “pl” molto comune nel meridione  (vedi i casi simili di planta (> pianta) > chianta, planum (> pianura, piano) > chiano, eccetera). Ma è solo in Costa d’Amalfi che il termine piazza/chiazza travalica l’ambito urbanistico per entrare in quello rurale e agronomico.

All’origine di piazza e chiazza vi è il latino platea, che a sua volta discende dal greco πλατεια.

Chiunque abbia dimestichezza con l’urbanistica antica conosce bene il termine plateiai e sa che fa coppia con stenopoi nell’indicare i due sistemi di strade che poi i Romani chiameranno rispettivamente decumani e cardi. È lo schema che troviamo ben espresso negli scavi di Paestum e di Pompei (per citare due esempi a noi vicini), ma che si legge anche nel tessuto vivo del centro antico di Napoli (ex Neapolis), dove si usa parlare di decumani (ad esempio Via dei Tribunali) e di cardi (ad es. Via S. Gregorio Armeno), mentre si dovrebbe chiamarli plateai e stenopoi, essendo stati tracciati ai tempi della Magna Grecia.

Questo schema urbano a strade ortogonali viene comunemente detto “di tipo ippodameo”, in quanto si è tramandato che l’ideatore fu l’architetto Ippodamo da Mileto, vissuto nel V secolo A. C.  In ogni caso, esso fu ampiamente adottato dai coloni greci che vennero a fondare nuove polis in Italia meridionale (Magna Grecia) e l’esempio più antico pare essere quello di Turi, in Puglia.

Quando una città a pianta ippodamea veniva fondata su terreno pianeggiante o quasi, non vi erano vincoli di natura topografico-ingegneristica nella scelta dell’orientazione da dare alle strade e, in assenza di altri motivi, si preferiva disporle secondo principi eliotermici. Se, invece, il sito prescelto per una città era in declivio, l’orientazione da dare agli assi viari doveva tener conto della topografia e la soluzione più conveniente era quella di disporre le plateiai nel senso delle curve di livello (in modo che corressero a quota costante) e gli stenopoi nel senso della pendenza del terreno, in modo da poterli usare anche per raccogliere e dirigere verso valle le acque piovane ruscellanti e gli scoli fognari.

Per creare gli spazi pianeggianti sui quali collocare le plateiai e le file di edifici ai loro fianchi, era ovviamente necessario terrazzare il sito, ovvero creare delle fasce spianate lungo il pendio.

Il sito ellenistico-romano di Soluto (provincia di Palermo), splendido esempio di impianto urbano di tipo ippodameo con evidenti terrazzamenti allungati nel senso delle plateiai

Il sito ellenistico-romano di Soluto (provincia di Palermo), splendido esempio di impianto urbano di tipo ippodameo con evidenti terrazzamenti allungati nel senso delle plateiai

Questo nesso geometrico tra strada larga e terrazzamento sembra riflettersi nella parentela linguistica tra l’aggettivo platos (πλάτος) = “largo” e il verbo  platoo (πλατόω) =“spiano”; il che mi sembra dar ragione di come da platea possa esser disceso il latino platea, con anche l’accezione di “spianata su cui fondare un edificio”, e il volgare amalfitano chiazza nel senso di “terrazzo agricolo”.

Panoramica della zona alta di Pianillo di Agerola con le sue fitte sequele di chiazze (terrazzi agricoli) scandite dalle tipiche macere (muraglie “a secco”)

Panoramica della zona alta di Pianillo di Agerola con le sue fitte sequele di chiazze (terrazzi agricoli) scandite dalle tipiche macere (muraglie “a secco”)

Riguardo alle strette e ripide gradinate che tagliano trasversalmente le sequele di terrazzi agricoli dei nostri monti (quasi come gli antichi stenopoi tagliavano le terrazze urbane delle plateiai), devo riportare le denominazioni dialettali rariata e ‘nselecata. La prima si decifra facilmente considerando che ha subito la caduta della velare iniziale (come in grano > rano, grotta > rotta e tante altre parole napoletane), nonché  la rotacizzazione della dentale (come in dente > riente, domenica > rummeneca, ecc) che ci permette di riconoscerla derivata dal latino gradus che significava “passo”, ma per traslato anche scalino  (salendo una gradinata, a ogni passo si sale di uno gradino). Da notarsi che l’italiano gradinata parte dal diminutivo di gradus (gradino); diminuzione che non adotta il dialettale rariata (gradiata).

Località Gemini di Agerola. Una nutrita serie di chiazze agricole strappate alla boscaglia pietrosa pre-eistente. Al centro della fascia terrazzata spicca una tipica ‘nselecata che si incastra tra le ritte macere

Località Gemini di Agerola. Una nutrita serie di chiazze agricole strappate alla boscaglia pietrosa pre-eistente. Al centro della fascia terrazzata spicca una tipica ‘nselecata che si incastra tra le ritte macere

Riguardo a ‘nselecata, se vi riapponiamo la caduta “i” iniziale, otteniamo inselecata, che deriva dal latino silex = “pietra dura” e vuole riferirsi al fatto che quelle stradette campestri che tirano su dritto per i pendii erano “selciate” (uso il passato perché oggi, purtroppo, si usa offenderle con colate di asfalto o cemento), ossia rivestite con pietre per evitare che le acque piovane, ruscellandovi a forte velocità,  le trasformassero in fossi impraticabili. Non selciate, ma in semplice terra battuta o ghiaietto (“strade bianche”) potevano invece essere le strade a bassa pendenza (e da ruscellamentio lento) quali quelle attraversanti i pendii nel senso delle curve di livello.  Credo sia per questo che ad Agerola ‘nselecata è divenuto sinonimo di via ripida, o –come pure si usa dire- via appesa,

A differenza dell’italiano “selciato/selciata”, l’agerolese ‘nselecata comincia per “in” illativo, a dar maggiormente il senso che quei sassi (silex) sulla viuzza non sono una presenza naturale, come per un suolo sassoso, ma vi sono stati addotti, in-fissi.

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