LE TAPPE DEL FEUDALESIMO AD AGEROLA E NEL DUCATO D’AMALFI.

STEMMIDedico questo articolo a un periodo troppo spesso trascurato della storia socio-politica dell’area Costa d’Amalfi-Monti Lattari: quello che seguì alla fulgida fase della cosiddetta Repubblica Marinara di Amalfi (839-1131) e vide progressivamente erose dal feudalesimo quelle prerogative di autogoverno di cui gli abitanti dell’area avevano prima beneficiato.

Ciò che propongo al proposito non è nient’altro che una estrema sintesi di quanto si trova ampiamente trattato nella fondamentale opera di Matteo Camera “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e stato di Amalfi” (edita nel 1881, ma disponibile in ristampa presso il Centro di Cultura e Storia Amalfitana). Sono due volumi che tutti dovremmo avere in casa e leggere spesso, tante e ben documentate sono le notizie che vi sono riportate; prima come storia dell’intero Ducato (vol. I e vol. II pro parte) e poi come storie dei singoli comuni (Vol. II)i. Per questa strutturazione e per la mancanza di un indice analitico completo, il lettore ha spesso difficoltà a trovare –nelle circa duemila pagine dell’opera- quelle che a lui interessano per una specifica tematica. In tal senso, questa mia sintesi può essere d’aiuto perché associo ad ogni notizia tratta dalle Memorie una parentesi indicante volume e pagina/e di provenienza.

Per entrare in argomento possiamo cominciare dall’anno 1131, quando vi fu il quarto e finalmente vittorioso attacco dei Normanni al Ducato d’Amalfi (gli altri vi erano stati nel 1073, 1086 e 1191; vol . I, p. 267, 290, 290, 299) col che re Ruggero completò la sua conquista dell’Italia meridionale.

Pur non essendosi arresi che con la forza di un forte attacco militare (per mare e per terra, anche via Agerola), gli Amalfitani non furono maltrattati dal sovrano normanno, che di loro doveva sentir bisogno come abili naviganti, mercanti e amministratori. Infatti re Ruggero, mentre metteva suoi militi e mercenari longobardi nei vari castelli e torri del ducato, concesse agli Amalfitani i privilegi di mantenere in uso le proprie antiche leggi e di continuare a battere moneta propria (I, 337), fissando al contempo nuove norme per la conduzione dei comuni (I, 339).

LE INFEUDAZIONI PARZIALI DEL PERIODO NORMANNO-ANGIOINO

Eppure, non passò molto che l’integrità territoriale del Ducato cominciasse ad essere erosa con concessioni in feudo. Il fenomeno cominciò dal confine Nord del ducato, dove fu Lettere –col suo strategico castello dominante l’intera piana sarnese- ad essere data in feudo a una certa Marotta nel 1147 (II ,666). Il fenomeno continuò poi con Gragnano, che nel 1218 –sotto il governo di re Guglielmo II il Normanno venne data a un certo cavaliere Stefano (II, 652).

Col passaggio alla dominazione sveva non si ebbero altre infeudazioni. Comunque, con Federico II di Svevia il feudo di Lettere passò al nobile Riccardo Filangieri (II, 666,) che più tardi –verso il 1250- ottenne anche la vicina Gragnano (II, 652-653). Sia trattando di Pimonte che di Agerola, il Camera ricorda che Federico II volle queste terre sempre nel regio demanio e, quindi, governate da capitani e giudici di nomina regia. Ciò risulta anche da un Istrumento rogato nel 1238 da Giovanni Vespuli, giudice di Agerola che il Camera cita a pagina 616 del volume II.

Con la dominazione angioina, iniziata nel gennaio 1266 con l’inconorazione papale di Carlo I d’Angiò come re di “ambedue le Sicilie”, riprese a crescere la fetta di territorio amalfitano sottratta al ducato e ceduta in feudo. Infatti, mentre Gragnano e Lettere restano infeudate e passano da un signore all’altro1 Il 14 maggio del 1284 Carlo I d’Angiò (che morirà l’anno appresso, passando il trono a Carlo II suo figlio) dà in feudo a Landolfo d’Aquino le terre di Agerola, Pino e Pimonte.

Agli agerolani non andò al cuore lo stato di lor vassallaggio e si ricusaron di riconoscere il baiulo, il giudice il maestro giurato ed altri officiali colà inviati dal feudatario d’Aquino. Ciò produsse un battibuglio in cui il governo dovette intervenire con la sua autorità. Anche gli Amalfitani ricorsero alla Regia Curia contro lo stesso Landolfo d’Aquino per turbativa di possesso da lui commessa nel loro territorio” (II, 616).

ll Camera non ci dice l’esito di tali ricorsi. Forse furono inizialmente infruttuosi, ma dopo pochi anni il d’Acquino scompare come feudario delle terre in questione e nel 1292 abbiamo Pimonte, Le Franche e Pino date in feudo a Manfredo Maletta conte di Minéo in Sicilia, per poi passare -nel 1302- a Bartolomeo Siginulfo conte di Telese (II, 647).

Circa i feudatari di Agerola, dopo il contestato d ‘Aquino, iMatteo Camera cita –per il 1294 Ugone de Sully2. Svolgendo una rapida ricerca su questo personaggio, ho scoperto che Ugone (Hugo) de Sully, ditto Il rosso (le roux) per il colore dei suoi capelli, fu un forte condottiero di re Carlo I d’Angiò. Le cronache d’epoca lo descrivono come un cavaliere dal carattere fiero e e combattivo. Nell’agosto del 1279 il sovrano angioino gli affidò il comando dei cavalieri mandati a conquistare la strategica fortezza bizantina di Berat (in Albania). Durante il lungo assedio, nella primavera del 1281, la fortezza ricevette una buona colonna di soccorso che riuscì ad accerchiare e catturare il comandante de Sull, disorientare l’esercito angioino e infliggerglii gravi perdite. Quella sconfitta, unendosi alle conseguenze dei Vespri Siciliani, segnò la fine dell’ambizioso progetto angioino di invadere l’impero bizantino e conquistare Costantinopoli all’occidente.

Sully fu tenuto vat anni prigioniero nella capitale bizantina, per poi fare ritorno in Italia. Probabilmente il feudo di Agerola fu solo uno dei premi che ottenne da Carlo II d’Angiò per i servizi prestati; ma è questa è una faccenda ancora tutta da indagare.

Dopo la breve assegnazione a Hugo de Sully, il feudo di Agerola andò a Ludovico dei Monti (II, 616), che nel 1292 aveva già ricevuto quelli di Gragnano e Lettere. Si trattava, ancora una volta, di un cavaliere francese (des Monts) della schiera che Carlo I d’Angiò aveva portato con se scendendo in Italia. I dei Monti ebbero in feudo anche Pozzuoli e località in Terra d’Otranto.

Per quanto riguarda i primissimi anni del Trecento, Matteo Camera segnala che re Carlo II affidò la custodia e il comando di Agerola e Lettere al milite Filippo Falconaro; incarico che poi passò a Orlando Mabue (II,667), (forse senza interrompere ai dei Monti il loro diritto di vassallaggio.

Come si vede, nei primi decenni della dominazione angioina, la periferia nord-occidentale del ducato di Amalfi (triangolo Gragnano-Agerola-Lettere) fu ggetto di numerose assegnazioni feudali che frazionavano l’area in modo variabile (pur continuando a considerarla parte del Ducato di Amalfi;, II, 647) e vedevano cambiare frequentemente gli intestatari.

Un primo feudo di più grossa dimensione si formò nel 1311, quando Lettere, insieme a Gragnano, Pino e Pimonte furono date nientedimeno che a Sancha di Maiorca, moglie di re Roberto d’Angiò3.

Un episodio che interruppe, invece, la tendenza a mutare spesso gli intestatari dei feudi lo si ebbe ad Agerola nel 1316; anno in cui fu assegnata a Filippo Confaloniero ed eredi che la tennero fino ad almeno il 1335 (II, 617 nota 2). Il fatto che si trattò di una concessione “senza diritto di vassallaggio” mi fa sospettare che gli Amalfitani non avevano smesso di protestare contro l’estendersi delle infeudazioni dalla periferia settentrionale del ducato (Gragnano e Lettere in primis) verso quei centri del versante sud dei M. Lattari (ossia Costa d’Amalfi) che non intendevano rinunciare alle garanzie di essere tenuti sempre nel regio demanio offerte loro dopo la conquista normanna.

Potrebbe interpretarsi in tale ottica anche il fatto che nel 1343 troviamo Agerola reimmessa da qualche anno nel demanio regio, riaggregata agli altri centri del ducato di Amalfi (II , 617).

1351-1388: IL DUCATO TUTTO LIBERO DA FEUDI

Contro ulteriori infeudazioni si pronuncia anche papa Clemente VI con sue Bolle del 1352 (I, 557). Ma sarà solo nel 1381 che re Carlo III emanerà un editto col quale l’intero ducato dìAmalfi (Agerola ovviamente inclusa) viene reimmesso nel regio demanio (I, 568-569).

La libertà da feudi durò solo fino al 1388, anno in cui sale al trono di Napoli re Ladislao di Durazzo. Tale ascesa concludeva un periodo di lotta guerreggiata per la successione (con scontri tra le fazioni anche dentro il nostro ducato) che era iniziato con la morte di Carlo III (1385) e che vedeva pretendere il diritto di successione Ladislao di Durazzo, da una parte, e Ludovico duca d’Angiò dall’altra.

1388-1405: L’INTERO DUCATO IN FEUDO.

Appena insediatosi, re Ladislao conferì a Venceslao Sanseverino il feudo del Ducato d’Amalfi. Questa fu la prima infeudazione che riguardò l’intero Ducato (e non già singole sue città e terre, com’era sin ad allora capitato). Il Sanseverino tenne il Ducato finchè, nel 1405, non fu accusato di tradimento e messo a morte (I, 594;

Nel 1414 Giovanna II, succeduta al defunto fratello Ladislao, riconferma gli antichi privilegi normanni ad Amalfi (I, 600-602) , ma solo 5 anni dopo riprende a concedere in feudo parti del Ducato.

1419: COMINCIANO LE INFEUDAZIONI A FAMIGLIE “PAPALINE”

Infatti, nel 1419 la regina Giovanna II concede a Giordano Colonna, fratello di papa Martino V, insieme al Principato di Salerno e a Castellammare di Stabia e Vico Equense, anche i seguenti centri del ducato amalfitano: Gragnano, Lettere, Pimonte, Le Franche, Minori e Maiori (I, 604 e II 6).

Come si vede, vengono fatte salve (non infeudate) non solo il capoluogo Amalfi (che all’epoca si estendeva lungo la costa fino a Vettica Maggiore), ma anche Scala, Ravello, Tramonti e Agerola, evidentemente considerate come complementi irrinunciabili di Amalfi e, credo, da questa difesi presso la corte.

IL CASO PARTICOLARE DI POSITANO.

Circa Postano –che non vediamo coinvolta né nelle concessioni di Giovanna II al Colonna, né negli episodi feudali precedenti, a questo punto mi pare necessario un flashback esplicativo. Postano era sorta nell’alto Medio Evo intorno alla badia benedettina di S. Maria e S. Vito (II, 584-585 ) che aveva proprietà anche in Agerola (il Monte Lungo o Paipo, la chiesa di S. Lorenzo e il convento di Cospiti). Gli abati di detta badia godevano del diritto di vassallaggio su Positano e ne nominavano i giudici, i bauli e gli arbitri. Questa particolare situazione fece si che Postano non conoscesse infeudazioni ad esterni nel periodo che va dalla conquista normanna alla dominazione angioina. Nei primi del Trecento vi furono moti di ribellione popolare e vertenze giudiziarie circa i diritti di vassallaggio della Badia, col risultato finale che alla morte di re Roberto (1343) i Positanesi risultano sciolti dal vassallaggio (II, 587). Come vedremo, Postano resterà nel regio demanio fino alla presa del Regno di Napoli da parte di Alfonso I d’Aragona.

DAI COLONNA AGLI ORSINI

Nel 1420 cominciò un nuovo periodo di lotte (circa ventennale) per il possesso del Regno di Napoli, in quanto il papa Martino V prese a favorire Ludovico III d’Angiò, mentre la regina Giovanna II adottò e chiamò a Napoli Alfonso d’Aragona.

Anche stavolta la lotta si espresse anche dentro il ducato amalfitano, tanto che nel 1422 Giovanna II dovette far ridurre “ad fidem reginalem” Amalfi, Scala, Ravello e Tramonti, mentre nominò Artaldo de Luna come governatore e capitano generale delle città, terre e castelli di Surrento, Masssa, Vico, Amalfi e Capri, nonché di “ Atrani, Ravelli, Scale, Tramonti, Ageroli, Positani et Conchhe, partium Ducatus, seu coste nostre Amalfitane (I, 606-607). Positano, che si era arresa subito, ottenne grazia per il reato di lesa maestà.

Visto che i Colonna appoggiavano il pretendente angioino al trono di Napoli, Giovanna II dà mandato al condottiero Petraccone Caracciolo di togliere a Giordano Colonna e riportar nel regio demanio i feudi che questi aveva ricevuto nel 1419, tra cui la sopraccitata porzione del ducato di Amalfi (II,7e I, 610 con errore di data: 1423 invece che 1432).

Successivamente muore Ludovico III (1434) e la regina Giovanna II –il cui accordo con Alfonso d’Aragona si era nel frattempo rotto- muore due anni dopo dichiarando suo erede Renato d’Angiò. Nel 1436 Agerola è tra i primi paesi del Ducato a schierarsi dalla parte dell’Aragonese, come fecero anche Scala, Ravello e Maiori; Amalfi, invece, appoggiò Renato d’Angiò (I, 613 ), il che le costò tra l’altro l’aggressione da parte da una squadra catalana nell’agosto del 1438.

Nel novembre dello stesso anno, per un prestito ricevuto per far fronte alle spese belliche, Alfonso d’Aragona (tra inutili proteste degli Amalfitani) diede in fideiussione le terre di Angri, Lettere, Gragnano, Pimonte, Le Franche e Positano a Raimondo del Balzo Orsini (II p.653) che aveva già ricevuto le signorie di Salerno, Nola e Sarno.

Alfonso I salì sul trono di Napoli nel 1442 e l’8 gennaio 1444 confermò a Eleonora di Giacomo d’Aragona (Conte di Urgel), moglie di Raimondodel Balzo-Orsini4 (I, 615; II, 9-11 ) il feudo del Ducato di Amalfi che le aveva nominalmente già assegnato nel 1438. Descrivendo i confini del feudo, la carta cita come incluse le Città di Amalfi, Ravello, Scala e Minori; nonché le Terre di Tramonti, Maiori, Agerola, Atrani e Conca (non Poisitano, che già era stata data all’Orsini).

Fu la prima e ultima volta che si ritrovò unita in un solo feudo (quello di Raimondo ed Eleonora) tutta l’area che secoli prima formava il ducato autonomo di Amalfi. Ma durò poco, perché nel 1448 re Alfonso I staccò da quel feudo, per darle a Giovanni dè Miroballo di Napoli, le terre di Angri, Gragnano, Lettere, Pimonte, Le Franche e Postano (II, 602 e 653)5.

Morto Alfonso I, nel febbraio del 1459, gli successe il figlio Ferdinando (Re Ferrante). Egli subito riconfermò al Ducato di Amalfi gli antichi privilegi fiscali (I, 620-621), ma lo lasciò comunque infeudato a Raimondo Orsini che, morendo quello stesso anno, lo lasciò alla moglie Eleonora.

IL TENTATIVO ANGIOINO DI RIPRENDERSI NAPOLI E IL DUCATO D’AMALFI AI PICCOLOMINI.

Intanto non hanno rinunciato al trono di Napoli i pretendenti angioini, ora rappresentati da Giovanni d’Angiò duca di Calabria e Lorena che scende in Italia meridionale e trova sostegno militare da parte dei diversi signori feudali che non avevano gradito la politica di Alfonso I, che limitava il potere dei baroni locali a vantaggio del governo centrale.

Con l’angioino si schierò anche Eleonora col “suo” Ducato d’Amalfi (I, 621),. Circa le conseguenze belliche che tele scelta produsse nell’area, ricordo al lettore il mio articolo (su questo blog) “Aprile 1461: Agerola riconquistata dagli Aragonesi” dove racconto –avvalendomi anche di vividi documenti d’epoca- degli scontri attraverso i quali le truppe aragonesi ripresero il controllo di Agerola e degli altri centri del ducato che si erano posti dalla parte angioina. Va probabilmente connessa a tale emergenza bellica il fatto che –come riporta il Camera (I, 623)-

nel 1460 il duca Giovanni d’Angiò inviò Troilo de Montefalcone quale commissario e rettore di Amalfi, Agerola, Cesarano (Tramonti), Conca e Atrani.

Dopo un inizio favorevole al duca Giovanni, la guerra vide il prevalere delle truppe di Ferrante e dei diversi suoi alleati (tra cui Francesco Sforza signore di Milano e papa Pio II), con Napoli e buona parte del Regno riportate sotto controllo aragonese entro la primavera del 1461 (I, 623).

A comandare la cospicua forza inviata a re Ferrante da papa Pio II vi era il nipote di questi, Antonio Todeschini Piccolomini6, senese di origine come il papa e comandante di Castel Sant’Angelo in Roma.

Quale premio pattuito per il fondamentale aiuto militare da parte del papa, al Piccolomini re Ferrante concesse il ducato di Amalfi col connesso titolo nobiliare, nonché la mano di Maria d’Aragona, figlia naturale del re, allora ancora bambina. Allo stesso tempo, Antonio Piccolomini ricevette anche le importanti cariche di Giustiziere del Regno e Luogotenente generale delle genti f’armi .

A questa particolare episodio di infeudazione dedicherò presto un articolo specifico. Per ora mi limito a riportare e commentare qualche dato documentale che riguarda i confini del territorio che il Piccolomini ebbe in feudo con la denominazione di Ducato d’Amalfi.

 

 

LA DIMENSIONE DEL DUCATO QUANDO VA IN FEUDO AI PICCOLOMINI

Come risulta dall’atto di conferimento (III 29) il Piccolomini ricevette “Civilate Amalphie, Civitatem Scalarum, Civitatem Ravelli, Civitatem Minori, Terram Maiori, Terram Tramonti e Terram Ageruli”.

Precisato che la Amalfi allora comprendeva anche i casali di Conca, Furore, Paiano e settica Maggiore (oltre quelli di Pastena, Pogerola, Lone, Settica Minore e Tovere che ancora le appartengono), mentre la Terra di Maiori includeva anche Erchie e Cetara, si vede bene che nel XV secolo ciò che ancora veniva detto “Ducato d’Amalfi” non aveva più l’estensione che registrava ai tempi della “repubblica” (secoli IX-XI), essendosi nel frattempo abituati a considerare escluso quella parte al di là del crinale dei Lattari che andava da Lettere a Pino, Pimonte, Le Franche e Gragnano, troppe volte e troppo a lungo staccate dall’originaria madre patria per darle a feudo a chi aveva aiutato il sovrano di turno con prestiti, uffici di palazzo o aiuti militari.

L’esclusione di Postano si deve invece al fatto che, quando Antonio Piccolomini riceve il Ducato d’Amalfi, essa era feudo di Giovanni de Miroballo di Napoli, che l’avevano avuta nel 1448 da re Alfonso I (che la toglieva a Raimondo Orsini) insieme a ad Angri, Gragnano, Lettere, Rimonte e Le Franche (II, 602).

MONTEPERTUSO STACCATA DA POSITANO.

Voglio però precisare una cosa che sembra essere sfuggita al Camera: in un documento governativo d’epoca (II, 31 nota 3, l’elenco delle comunità del Ducato d’Amalfi che devono ora al Piccolomini i diritti fiscali che prima pagavano alla corona, compare anche Montepertuso, tassata per 8 ducati) annui7. Oggi il casale collinare di Montepertuso (come il vicino casale di Nocelle) è parte integrante di Postano, e così credo che sia stato ai tempi della “repubblica marinara” e normanno-svevo-angioini (quando non troviamo mai citato Montepertuso come “universitas” a se stante). Ipotizzo pertanto che fu solo con le infeudazioni aragonesi (o quella del 1438 all’Orsini o quella del 1448 al Miroballo) che quel casale (probabilmente con la subordinata Nocelle) fu staccato da Postano. E chissà che non sia stato uno strascico di quegli attriti del secolo precedente tra gli abati della badia di S. Maria (di Postano bassa) e i loro vassalli della zona collinare e montuosa tra Postano e Bomerano di Agerola.

In ogni caso, l’inclusione di Montepertuso nel Ducato d’Amalficome inteso nei secoli dal XV in poi trova conferma anche nel fatto che una delle corti di giustizia create nel feudo dai Piccolomini -quella di Agerola8– fu competente anche per Montepertuso (oltre che Settica Maggiore e , a quanto mi dice don Pio Bozza, anche Furore)9. Riguardo ad antiche fluttuazioni del confine amministrativo tra Agerola e Postano (cosa che merita senz’altro ulteriori ricerche) va considerato anche che Lorenzo Giustiniani nel suo “Dizionario Geografico Ragionato del Regni di Napoli” (Parigi 1787) dice che Agerola è “compartirà in 6 casali, o sieno villaggi detti: Bomerano, Campora, Nocella,Pianillo, Ponte, San Lazzaro”, composizione che riporta pure Giuseppe Maria Alfano, nella sua “Istorica descrizione del Regno di Napoli: ultimamente diviso in quindici provincie, stampata nel 1823.

LA FINE DEL FEUDALITA’.

Mentre nel resto del meridione i feudi furono aboliti con le apposite leggi di inizio Ottocento, il Ducato di Amalfi si liberò di quel fardello con un paio di secoli d’anticipo. Ma vediamo come si arrivò a tanto ripartendo dalla infeudazione ai Piccolomini. Essa durò senza problemi per circa 120 anni. (più un’appendice tormentata che vedremo tra poco) passando di generazione in generazione da Antonio fino a Giovanni Piccolomini. Questi morì nel 1582 e il ducato gli fu posto sotto sequestro precauzionale per i troppi debiti accumulati dai duchi Piccolomini d’Aragona.

Il 28 dicembre 1583, il feudo fu venduto all’asta al Principe di Stigliano (Colonna) per 212.697 ducati. I comuni del ducato avanzarano istanza di prelazione offrendo la stessa somma per essere immessi nel regio demanio (II, 151). Detta somma la procurarono con “vendita di tutti i corpi patrimoniali e burghensatici “ e il resto “li resero a prestanza”, con conseguenti aggravi delle imposte comunali.

Re Filippo III accolse la richiesta degli Amalfitani e rimise il ducato nel regio demanio, disponendo che il relativo titolo (Duca d’Amalfi) fosse riservato ai principi primogeniti della Corona.

Ma nel 1639 Ottavio Piccolomini, discendente dei vecchi feudatari e condottiero della cavalleria imperiale austriaca durante la “Guerra dei trent’anni, chiede all’imperatore d’Austria di far pressioni su Filippo IV re di Spagna e di Napoli di assegnargli di nuovo il ducato di Amalfi (II, 169).

Tali pressioni ebbero buon esito e così, con la motivazione che l’erario aveva “bisogno di buscar denari” il ducato amalfitano venne messo in vendita. Ovviamente, gli Amalfitani protestarono vivamente presso la corte, cui giunse anche un analogo appello di napoletani di spicco, alcuni dei quali con origini in Costa d’Amalfi (Fabio Frezza, Francesco Milano, G. Battista Captano e Andrea Nauclerio).

Ma fu tutto inutile: con dispaccio del 15 novembre 1642. il ducato fu tolto dal demanio e venduto a Ottavio Piccolomini (II, 170). Egli avrebbe dovuto pagare, entro tre anni, il relativo prezzo ai comuni del ducato (per rimborsargli il riscatto da essi pagato nel 1583), nonchè dare garanzie a coloro i quali, sempre nel 1583 avevano comprato i corpi patrimoniali e burghensatici del feudo.

Dato che il Piccolomini non riuscì mai a pagare tutto il dovuto (e i garanti da lui presentati dopo un po’ ritirarono l’impegno), nel 1656, quando Ottavio Piccolomini morì, il Debito d’Amalfi fu dichiarato di nuovo libero da feudalità e immesso definitivamente nel regio demanio (II,188).

Il riscatto a spese proprie dalla feudalità che il Ducato d’Amalfi aveva effettuato nel 1583 venne emulato anche dagli abitanti di Postano10 nell’anno 1699.

1 Gragnano passò prima a Guglielmo Donna Maria, poi a Goffredo de JamvillIe e infine a Giacomo Bourson (II, 652-653). Ancora più frequenti furono i cambi di feudatario a Lettere, dove nell’arco di pochi decenni vediamo succedersi Gugliemo Manso, Gualberto de Herville, Ludovico dei Monta Goffredo de Jamville (II, 667).

Nel 1292 sia Gragnano che Lettere vanno in feudo a Ludovico dei Monti (II p. 653) per poi passare, nel 1311, a Sancha di Maiorca, moglie del re Roberto d’Angiò insieme a Pino e Pimonte.

2 Sully sur Loire (“sulla Loira”) è una città della Francia che si trova on lontana da Orleans e Le Mans e che possiede uno dei più belli tra i celebri castelli della Loira..

3 Nel 1349, sedendo sul trono di Napoli la regina Giovanna I , il feudo di Lettere, Gragnano, Pimonte e Pino verrà trasferito a Nicolò Acciajuoli siniscalco della sovrana I (II, 653).

4 La famiglia nobiliare del Balzo Orsini era nata circa un secolo prima col matrimonio tra Sveva del Balzo (figlia di Ugone, Gran Siniscalco del Regno di Napoli) e Roberto Orsini, membro di una delle più antiche e potenti famiglie della nobiltà romana, la quale espresse due papi (Nicolò II e Benedetto XIII) e ben 34 cardinali.

5 I Miroballo terranno questa parte settentrionale e occidentale dell’ex ducato amalfitano fino al 1528 (I, 603), quando per tradimento gli vengono tolti dal VVicere di Napoli Principe d’Orange che le dà a Giovanni Vargas. Mel 1532 gli stessi feudi vanno a Alfonso d’Avalos-d’Aquino marchese del Vasto e principe di Montesarchio (II, 603) il cui figlio ed erede, Ferdinando, nel 1546 li vende a Cornelia Carafa che a sua volta, nel 1568, vende postano, Gragnano e Lettere a Giacomo Cossa di Ischia. Poi, nel 1571, il feudo di Positano viene comprata dalla famiglia Cangiani che lo tiene fino al 1655, quando vendono la baronia di Postano a Tommaso Blanch marchese di Oliveto, che subito la cede al pronipote Giambattista Bonito. Infine, per quanto concerne Postano, va segnalato che nel 1699 si ha il definitivo ritorno nel regio demanio per riscatto pecuniario pagato da tutta la cittadinanza e particolarmente gravoso per le famiglie più umili .

6 Quella dei Piccolomini era una famiglia senese di parte guelfa della quale si hanno notizie fin dal XIII secolo. Alla nobiltà cavalleresca (acquisita per per meriti militari) unì grandi abilità commerciali, aprendo propri uffici in varie città del nord Italia del, della Francia e della Germania. Ebbe notevole influenza politica tra tardo medioevo e rinascimento.

Tra i suoi membri più illustri si ricordano due papi (Enea Silvio Piccolomini, alias Pio II e Francesco Todeschini Piccolomini, alias Pio III),

 

7 Nello stesso elenco troviamo Amalfi tassata per 299 ducati, Ravello per 125, Scala per 110, Minori per 50, Maiori per 250, Tramonti per 480, Agerola per 135 e Conca per 24. Circa il numero di abitanti, un documento di pochi anni prima indica .nella stessa area- la presenza di 1480 “fuochi” (ossia nuclei familiari), lasciando stimare una popolazione intorno a 10.0000persone.

8 Sotto Antonio Piccolomini e successori Agerola e Praiano ricevevano una propria coppia di ufficiali (capitano e governatore) con sede in Agerola. Qui vi fu i anche una corte baiulare con il giurato e il mastro d’atti (II, 623).

9 Di quell’antica sede giudiziarie ho parlato anche negli articoli dedicati all’edificio agerolese che era detto Casa della Corte, oggi sede del Museo Civico (Piazza Unità d’Italia, Pianillo).

10 Feudatari di Postano erano stati: Raimondo del Balzo Orsini e moglie Eleonora dal 1438 al 1448, poi iI Miroballo (fino al 1528), i Vargas (fino al 1532 ), i d’Avalos-d’Aquino (fino al 1546), Cornelia Carafa (fino al 1568), i Cossa di Ischia (fino al 1571), i Cangiani (fino al 1655 e, infine, ) i Blanch.

 

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