ADCAPIZOLIEARE. Un verbo medievale legato alla vendemmia

Tra le pergamene medievali che ci pervengono dagli archivi dei monasteri del ducato di Amalfi, una buona percentuale riguarda antichi contratti coi quali gli enti ecclesiastici cedevano a mezzadria e forme simili delle terre di loro proprietà.

Nelle scritture di questo tipo è sempre interessante leggere (dopo la parte che cita gli attori e descrive i  beni trattati in termini di ubicazione, confini e confinanti) la parte in cui concessionario e affittuario dichiarano i loro impegni reciproci. Quando trattasi di vigne, una frase ricorrente e abbastanza standardizzata è quella con la quale il mezzadro descrive ed accetta le modalità di vendemmia presso il monastero della parte di raccolto ad esso spettante.

Ad esempio:

“ quando venimus ad vimdemiare faciamus vobis et posteris vestris scyre et vimdemiamus, pisemuset appiridemus vobis ipsas vitas et lavemus et stringamus vobis ipsas buctes vestras cum stuppa et cerchis vestris et inbuctemus vobis ipsum vinum vestrum in ipsis buctis vestris.

Il brano viene da un contratto dell’anno 1125 (1) tra Johannes, abate del monastero cistercense di S. Pietro della Canonica di Amalfi (ora noto come Cappuccini e sede di un fascinoso hotel),  e tali Giovanni e Sergio, figli del defunto Musci de Agerola. A questi e loro possibili eredi, l’abate  concede in enfiteusi (per 29 anni) vari pezzi di una sua vasta proprietà a Caput de Pendulo (attuale San Lazzaro di Agerola), tra cui una vigna. Per quest’ultima la locazione era del tipo, ad medietatem (divisione a metà dei raccolti)

In italiano suonerebbe più o meno così:

“quando verremo (annualmente) a vendemmiare (nelle cantine del monastero) lo faremo (prima) sapere a voi o ai  vostri successori e poi vendemmieremo.  Pigeremo e torchieremo per voi le uve e laveremo e  stringeremo per voi le botti  con stoppa e cerchi da voi forniti e, infine, stoccheremo per voi il vino nelle vostre  botti “.

Se presa alla lettera, la dizione “ve lo faremo sapere”  (faciamus vobis scyre) può sembrare banale o incomprensibile. In effetti credo che si tratti dell’impegno preso a non giungere al monastero all’improvviso e senza un accordo preliminare; ciò per evitare l’ingestibile arrivo in contemporanea di più coloni con le loro uve da vendemmiare.

Nel parafrasare il brano in italiano ho volutamente lasciato non tradotto “pisemuset appiridemus vobis ipsa vitas ”poiché sono due voci verbali che meritano attenzione. Innanzitutto va osservato che quel piremus è quasi certamente un refuso o una errata decifrazione di un pisemus; come in effetti si legge in diversi altri contratti medievali di analogo tenore.

Pisemus  si lega all’antico  verbo pistare/pisare, che sta per “schiacciare, pigiare, macinare schiacciando”. Ne derivano, tra l’altro, il nome di una zona di Napoli sotto il Pendino (detta Pistasio per l’antica presenza di mulini) nonché il pesto che si usa in cucina (famoso quello alla genovese). Nel dialetto di Agerola è poi detto pisaturo il pestello  che –manovrato nel mortaio- permetteva di macinare il sale o ridurre in poltiglia altri ingredienti.

Riguardo a  “appiridemus” la decifrazione è meno semplice.  Faccio innanzitutto notare che in diversi altri contratti medievali amalfitani aventi  identico tenore, esattamente allo stesso posto in cui il contratto del 1125 pone “pisemuset appiridemus vobis ipsa vitas ”, si legge invece una frase del tipo

“…pisemus et adcapizoliemus vobis ipsa uvas” (2)

In altri che usano il volgare il verbo usatoè Appizzoliare, per il quale ilGlossario inserito nel volume V del Codice Perris (3) Propone il significato di “Togliere dal grappolo gli acini andati a male”.

E’ un’interpretazione che forse si fa suggestionare da una assonanza col napoletano pizzulià (“mangiare a piccoli bocconi; prendere e mangiare ad uno ad uno i chicchi d’uva”) e che non mi sento di condividere. Il principale motivo del mio dissenso muove dall’osservazione che in quei contratti di mezzadria per vigne le operazioni che il mezzadro si impegna a svolgere sono citate nell’ordine in cui si svolgono durante una vendemmia. Ciò posto, pare davvero strano che la eventuale nettatura dei grappoli danneggiati sia citata dopo la pigiatura!

Per lo stesso motivo credo che  frasi del tipo pisemus et adcapizoliemus vobis ipsa uvas stavano a dire “pigiamo e torchiamo per voi le uve”.

Sul piano linguistico, nel tradurre  adcapizoliemus con “torchiamo” (e Appizzoliare con “Torchiare”)  trovo conforto che, a seguito della torchiatura, le vinaccie diventano effettivamente una pizza; nel senso di una schiacciata grossomodo discoidale.

Chiudo ricordando che, sempre nelle “carte” medievali della nostra zona, il luogo ove si effettuava la pigiatura (coi piedi) delle uve era detto labellum, mentre la macchina per torchiare era detta palmentum (poi diventato parmiento). Il labellum era  un locale coperto col pavimento a due livelli: la metà più alta aveva una vasca in muratura munita di un foro alla base di una delle sponde. Allo sbocco del foro nella metà del vano che aveva il pavimento ribassato, si poneva il catino per raccogliere il mosto e portarlo nelle botti di fermentazione.

In quanto agli antichi  palmenti (torchi) si conoscono vari modelli che adottavano soluzioni diverse per generare la forte pressione che era necessaria. Essi sono rimasti in uso dall’epoca romana fino all’Ottocento (localmente anche oltre).

Ma di ciò e, in particolare,  del modello “a pietra e verricello” che si usava ad Agerola (4), tratterò in un prossimo articolo.

 

NOTE

1 – L’atto è riportato integralmente alle pagine 14-16 de “Le pergamene amalfitane della Società Napoletana di Storia Patria”, volume curato da Stefano Palmieri ed edito dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana (collana Fonti, n. 3; 1988). Ad esso ho già dedicato, anni fa, un altro articolo di questo mio blog: quello che ha per titolo “Lavorare terre del monastero: note su un contratto agrario del XII secolo”.

2 –L’esempio viene da un atto del 1209 riportato a pag. 28 del volume “Le pergamene del fondo Mansi” (curato da C. Salvati e R. Pilone ed edito dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana, collana Fonti n. 4, 1987).

3 -“Il codice Perris. Cartulario amalfitano; Sec. X-XV”. Opera curata da Jole Mazzoleni e Renata Orefice ed edita dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana, collana Fonti, 1/I-V, 1986-1989.

4 –Si vedano i resti esposti al nostro Museo Civico “Casa della corte”.appizzoleare

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