IL MULINO-FORNO DE LA VERTINA Sprazzi di luce su una storia di oltre sette secoli.

Stavolta vi porto a vedere (con gli occhi dell’immaginazione) quello che fu il più importante tra i mulini ad acqua che aveva Agerola nel Medio Evo.
Si trovava lungo il fiumicello Penise (o Festola) e –dunque- lungo il confine tra i casali di Planillum et Campulum (Pianillo e Campora), così che quel molendino (mulino) venne talora detto de Campulum e tal’altra de Planillum. Questo ed altro si apprende da vari documenti antichi, tra cui cinque pergamene medievali che giacevano originariamente nell’archivio del monastero amalfitano di S. Lorenzo del piano e i cui testi possiamo oggi leggere ne Il Codice Perris (opera in 4 volumi più indice disponibile anche presso la sezione storica della nostra Biblioteca comunale, annessa al Museo Civico “Casa della corte”). Trattasi, per l’esattezza, delle pergamene numero CCCLI, CCCCLII, CCCCLIV, CCCCLIX e DXIII , che datano tra il 1282 e il 1491. Sono scritture legali di affitto e compra-vendita da parte di diversi attori, ma che finirono nel monastero di S. Lorenzo quando questo acquisì il mulino (credo nel corso del secolo XV) e –come era usanza- ebbe con esso anche tutte le “carte” che riguardavano i precedenti possessori e affittuari.
Studiando i documenti citati ho compreso che nel secolo XIII erano tre enti ecclesiastici della vicina città di Scala a possedere il mulino in questione; in multi-proprietà, diremmo oggi, mentre allora si usavano espressioni del tipo: medietatem pro indiviso de plenario ipso molendino. Possedere metà o un terzo eccetera di un mulino, non significava essere proprietari di una equivalente porzione fisica dell’edificio, bensì aver diritto a usarlo per una corrispondente frazione di anno oppure incamerare la quota-parte del suo rendimento annuo; rendimento consistente in ciò che pagavano quelli che vi andavano a macinare), tanto è vero che talvolta la quota veniva espressa in mesi.
Per tornare al punto, i tre possessori del mulino erano il monastero di S. Cataldo (ora residenza per artisti danesi), la chiesa di S. Marciano a Pontone e il convento di S Giuliano de Monte Corbellano (M. Cervigliano).
Nel 1328 il milite amalfitano Petrus de Alagno (antenato della bellissima Lucrezia d’A. cui ho dedicato un articolo tempo fa) comprò dai rettori di S. Marciano e S. Iuliani il 50% del mulino che insieme essi possedevano. In quello stesso anno risultava possessore di una quota (non so come acquisita) anche la potente abbazia benedettina di S. Maria di Positano; quota che lo stesso Pietro d’Alagno acquisisce cedendo in cambio all’abate di Positano una “ petia castaneti et silva castaniali” a Plupellum (Chiuppillo) di Nocellula (Nocella).

COME ERA COMPOSTO IL MULINO

Mettendo insieme le descrizioni date nei vari documenti sopra citati, si evince che era composto dei seguenti ambienti:
-Il locale con la macina (mola) sotto il quale dobbiamo immaginare il carcerario ospitante la ruota orizzontale e sopra il quale svettava la turris nella quale cadeva l’acqua destinata a muovere la ruota (vedi figura);
-un porticato (promaco) affacciante sul cortile (curtis);
-due altri corpi di fabbrica
-altri due corpi di fabbrica adiacenti al mulino ( aliis duabus domibus sitis de iuxta se) in uno dei quali era il forno (furnum) (a solo piano terra e con astracis (astaco, cioè solaio di copertura praticabile, si dice oggi in Napoletano), con una torricella al suo fianco (per la quale non eludo un suo scopo difensivo, visto il valore strategico del mulino-forno).
Completavano il tenimento il canale di adduzione dell’acqua (prelevata dal Penise più a monte e portata in quota fino alla torre di alimentazione del mulino), nonché un una imprecisata estensione di terra, posta iuxta, retro e de ante al mulino.

Figura 1 –La struttura dell’edificio e della macchina di un mulino medievale della nostra zona come da me ricostruita e disegnata per il volume “Gragnano. Dalla valle dei Molini alla città della pasta”, curato da Domenico Camardo e Mario Notomista e pubblicato dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana nel 2013.

Figura 1 –La struttura dell’edificio e della macchina di un mulino medievale della nostra zona come da me ricostruita e disegnata per il volume “Gragnano. Dalla valle dei Molini alla città della pasta”, curato da Domenico Camardo e Mario Notomista e pubblicato dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana nel 2013.

CONFINI E CONFINANTI

Dalle descrizioni dei confini si comprende che il tenimento era bordato a oriente dal fiume, e sugli altri lati da una via pubblica e da terreni che tra tardo Duecento e 1347 appartennero ai de Rosa (una delle famiglie più antiche di Agerola, con proprio casale nella parte occidentale-alta di Pianillo) e agli amalfitani de Iudice. A sud vi era un fondo della chiesa di S. Marco di Agerola (una delle scomparse, antiche chiese di Pianillo, le cui residue tracce potrmmo cercare in zona), nonché fondi dei de Riccardo di Agerola e dei Cavaliere (ricca famiglia pianillese che ricordo anche per aver donato alla locale Confraternita del Carmine, nel tardo Cinquecento, l’altare ligneo dipinto che –recentemente restaurato- possiamo ammirare nel cappellone in fondo a S. Pietro Apostolo). Sull’opposto fianco della valle vi era poi una selva del monastero di S. Cataldo di Scala che si estendeva fino alla cosiddetta ripa della chiesa di S. Cataldo (altro edificio scomparso, ma di cui resta traccia nella toponomastica di Campora bassa.
Ancora a proposito di beni e cose confinanti col mulino (e sua terra), nel documento DCX dell’anno 1491 si legge: “ab una parte iuxta silva dicti monasterii et bona Florilli Imperati et Filippi de Positan; ab alia parte bona heredum dicti Iohannis Cavalerii et bona Riccardi de Campulo, mediante via publica et flumine” (…) “ab alia parte via publica sita iuxta dictam lamostellam (il solco di un tributario del Penise) et alios confines”.

DOV’ERA QUESTO MULINO?
Come dicevo, il mulino in questione viene detto talora “di Campora” e talora “di Pianillo” nelle antiche carte. Evidentemente era al confine tra i due casali. Ora, il fatto che varie sue descrizioni pongono il fiume a oriente del mulino stesso, unito alla circostanza che il Penise dirige circa Nord-Sud, fa chiaramente optare per una collocazione sulla riva pianillese. Forse lo dicevano de Campulo gli ecclesiastici scalesi che lo possederono a lungo e che forse lo avevano edificato. Tanto più che loro vi arrivavano via Campora, dove erano probabilmente stati loro a edificare la scomparsa chiesetta di S. Cataldo (rimane a ricordarla solo un toponimo).
Mi conforta anche il documento del 1491, laddove dice:
“molendinus (…) sitis in Ageruli in pertinentiis loci Campuli seu Planelli ubi dicitur a lo Molin”, con quel seu cui tendo a dare il senso di “piuttosto, per meglio dire.
Circa l’esatta ubicazione, potrebbe trattarsi del mulino che oggi (forse riprendendo un toponimo medievale delle vicinanze) diciamo de La Vertina, sito in destra del Penise lungo la plurisecolare stradina che si stacca dall’antica via maestra Pianillo – S. Maria poco dopo l’Istituto Alberghiero, scende al fiume e risale verso Campora con varie diramazioni.
Molti anziani ricordano il mulino de La Vertina ancora funzionante una sessantina di anni fa, quando ancora andava ad acqua, ma con ruota in verticale al posto della originaria ruota orizzontale posta sullo stesso asse che –al piano superiore- portava la mola ruotante sopra quella fissa (stilio et molis che la pergamena del 1347 dice mancanti al mulino, probabilmente rotte, da sostituire); tant’è che più avanti ricorda che il mulino “indigebat maximam reparationem” (necessitava di interventi di straordinaria manutenzione, diremo oggi).
La foto che apre questo mio scritto mostra come appariva da lontano il mulino de La Vertina negli anni ‘30 del Novecento. Grossomodo così lo vidi anch’io negli anni ’50, quando vi andavo a giocare e negli anni ’60, quando prendevo quella stradina per andare a piedi, da Pianillo, al Cinema di Campora. Poi arrivò il boom economico italiano, che portò soldi (benvenuti!) e cemento (molto meno), ma non quell’amore per la storia patria e per gli edifici che i nostri avi avevano faticosamente costruito, che solamente oggi cominciamo a sentire.
Troppo tardi? Non è detto: sapendoci fare e volendolo davvero, si può ridare al sito almeno parte del suo fascino antico.

Figura 2 – Il mulino de La Vertina e il vicino ponte medievale sul Penise (del tipo “a schiena d’asino”,) in una foto degli anni trenta del ‘900 (per gentile concessione di Paolo Genova)

Figura 2 – Il mulino de La Vertina e il vicino ponte medievale sul Penise (del tipo “a schiena d’asino”,) in una foto degli anni trenta del ‘900 (per gentile concessione di Paolo Genova)

LA COLLETTIVITÀ AGEROLESE COMPERA IL MULINO-FORNO DI PIANILLO-CAMPORA.

L’atto del 1491, rogato in Amalfi il 3 agosto di quell’anno, già citato in parte sopra per la faccenda dei confini e della ubicazione del mulino, risulta interessante anche perché ci racconta di un evento importante e significativo: il passaggio nel patrimonio civico del mulino in questione per compera da parte della Università (Amministrazione Comunale) di Agerola. Mi sembra un fatto rilevante, specie se consideriamo che si era in periodo feudale (signori di Agerola e di quanto altro restava del Ducato di Amalfi erano i Piccolomini di Siena, imparentati con i sovrani aragonesi di Napoli) ed è luogo comune associarlo a una sudditanza inerme del popolo. Ecco un estratto del testo della pergamena, con in parentesi i numeri che rimandono a mie note):

Universitas Ageruli emit a (1) domina Colecta Fabaria abatissa monasterii Sancti Laurentii de Amalfia (2) quoddam molendinum cum domibus curti et aliis domibus dirutis, cum aquis, aquariis et aliis iuribus sitis in Ageruli in pertinentiis loci Campuli seu Planelli ubi dicitur A lo Molino (… 3) pro uncia sexaginta de quibus solvitur tareni sexaginta quolibet anno (4).
Firmano i 4 eletti (uno per casale) che governavano Agerola quell’anno: Florilli Imperati, Filippi de Positano, Iohannis Cavalieri e Riccardio de Campulo (prima versione del cognome Acampora).
Che il muliano de La Vertina sia rimasto pubblico fino a tempi recentissimilo attesta il compianto Angelo Mascolo, che nel suo bel libro “Agerola dalle origine ai giorni nostri” lo cita come “mulino comunale”, ricordando –tra l’altro- che a metà Ottocento il Comune vi fece costruire a fianco dei lavatoi pubblici (ora coperti da superfetazioni che sarebbe bene eliminare!).

Figura 3 –Stralcio di una carta topografica dei primi del secolo XIX. In giallo ho evidenziato le stradine dell’epoca. In bianco la strada rotabile che sarà aggiunta circa ottant’anni dopo. In azzurro il Penise.

Figura 3 –Stralcio di una carta topografica dei primi del secolo XIX. In giallo ho evidenziato le stradine dell’epoca. In bianco la strada rotabile che sarà aggiunta circa ottant’anni dopo. In azzurro il Penise.

NOTE:
1. emit a sta per “annettere/incamerare/compare da”.
2. Come già ricordato, il monastero di S. Lorenzo, tra tardo Trecento e Quattrocento- era divenuto proprietario del mulino in questione.
3. Ometto la parte già vista dei confini.
4. Il prezzo stabilito fu di 60 once d’oro, pagabili alla badessa in rate annue di 60 tarì ciascuna.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria, Storia locale. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...