La vendemmia del mezzadro nel  Duecento. Norme, attrezzi e operazioni con le parole di una antico contratto.

Trovandoci in tempo di vino novello (a proposito: prosit!), voglio parlarvi di una pergamena dei primi del Duecento il cui testo si trova trascritto nel volume di Catello Salvati e Rosaria  Pilone “Le pergamene del Fondo Mansi” (Centro di cultura e storia amalfitana, collana Fonti, 4, 1987). Per l’esattezza trattasi della pergamena numero 14  che fu rogata in Amalfi il 18 febbraio del 1209 e che concerne la cessione a mezzadria l.s. di una proprietà terriere sita a Tramonti, in località Nocelle.

PERGOLA

La proprietà (che era di Leo e  Iveni  de Fontanella,  fratelli) comprendeva sia un castagneto che una vigne. Riguardo a queste ultime, seguendo uno standard dell’epoca, il contratto specifica che due terzi del prodotto annuo spetta ai proprietari, mentre il restante terzo toccava al colono (un Matteo di cui non si legge più il cognome).

Segue poi una descrizione abbastanza dettagliata delle operazioni di vendemmia che mi piace riportare per intero e nella forma originale (latino medievale con anche termini gergali specifici dell’area amalfitana) per poi passare a tradurla e commentarla:

 

…..quando  venimus ad vindimniare faciamus vobis scire et vindemiemus et pisemus et adcapizoliemus vobis ipsas uvas et lavemus et stringamus vobis ipsasa butes vestras ubi reponatis ipse portiones vestre de predicto vino cum cercli et stuppam vestram quod habetis in ipso buctario vestyro de predicto loco et portemus et inbuctemus vobis ibidem ipse nostre portiones vestre de predicto vino et demus vobis exinde supra sortem per omnem annum cofinos trs de uvis et per omne palmento pullum unum palmentaticum. et nutriccemus ipsum missum vestrum quo ibidem miseritis supra ipsa vindemia secundum nostra possibilitate…..

Passando a una traduzione a senso, con numerazione dei passaggi, abbiamo:

(1)…..quando verremo a vendemmiare (noi affittuari), prima ve lo faremo sapere e poi vendemmieremo

(2) pigeremo e torchieremo per voi l’uva,

(3) laveremo e stringeremo le vostre botti

(4)INCISO: in cui  deporre la vostra porzione di vino,

(5) usando vostri cerchi e stoppa che ci farete trovare nel buctario che possedete in loco;

(6) porteremo da voi (al vostro buctario) e ivi lavoreremo anche la nostra porzione di uve

(7)  dandovi in più 3 cofani di uva all’anno e, per palmentatico,  1 pollo per ogni palmento torchiato.

(8) A noi toccherà anche dar da mangiare secondo le nostre possibilità al messo che invierete a supervisionare la vendemmia…

Il passo (1) esprime, con la rituale formula faciamus vobis scire l’impegno dei coloni a preavvisare il proprietario prima della vendemmia; vale a dire a concordarne con lui la data, in modo che egli possa venire a controllare o –come in questo caso- mandare un suo messo per verificare che tutto sia fatto a regola d’arte e senza frodi (vedi anche passo 8).

Il primo verbo che troviamo nel passo (2, pisare ) per “pestare”, mi importa a ricordare al lettore che nel gergo agerolese si chiama pisaturo il pestello col quale si pigia nel mortaio. Nello stesso passo troviamo poi adcapizoliare, antico gergale dell’area amalfitana che –come sostengo anche in un altro articolo su questo blog– per me equivale a torchiare (medievale turculare).

vendemmia 2

I passi da (3) a (5) fanno capire che ai mezzadri competeva anche il compito di mantenere le botti del proprietario terriero, ma i materiali necessari erano a carico di quest’ultimo. Voglio anche ricordare che i cerchi delle botti erano di legno e che Agerola ne produceva ed esportava in quantità, come può leggersi sul trattato di Matteo Camera “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e Stato di Amalfi”.

Il passo (6) riguarda l’accordo che le parti prendono circa la possibilità che i coloni vendemmino presso la cantina del proprietario anche la parte di raccolto loro spettante (1/3), dalla pigiatura alla messa in botti (imbuctare).  I tre cofani di uva all’anno che troviamo citati nel passo (7) potrebbero essere o la classica sabbatatatica (un extra in natura che il colono dava al proprietario) o piuttosto un compenso per l’utilizzo delle attrezzature del padrone per vendemmiare anche il terzo di prodotto spettante ai mezzadri.

Tali attrezzature consistevano principalmente nella coppia labello (o labellum) et palmento (o palmentum), collocata in ambienti coperti adiacenti al vano con le botti; il tutto al piano terraneo o cantinato di una casa rurale, oppure in una grotta. Il labello sostituiva la tinozza di pigiatura laddove le quantità d’uva da trattare erano ingenti. Consisteva in una vasca in muratura rivestita di intonaco idraulico e munita di fondo leggermente concavo e cannula di spillamento che affacciava in un sotto-ambiente con quota pavimentale circa un metro più basso. Il palmento (talora detto turcularum) era una grossa pressa a leva che serviva a torchiare le vinacce appena estratte dal labello. Ve ne erano di vari tipi, attestati fin dai tempi dell’Antica Roma. In comune avevano un podio in muratura alto circa un metro, con sommità a vaschetta, cannula di scolo e una sorte di gabbia ad assi di legno che conteneva lateralmente le vinacce.

Per l’utilizzo delle attrezzature da vendemmia i de Fontanella si impegnavano a corrispondere a Matteo il cosiddetto palmentatico, qui fissato in 1 pollo per ogni carica di palmento effettuata. Stimando in circa un metro cubo la capienza del cesto di un antico palmnto, si può calcolare una carica di palmento per ogni 10-12 quintali

Appendice

IL PALMENTO A PIETRA

I vari tipi di palmenti si differenziavano per il sistema adottato per sollevare e abbassare la lunga trave di legno o leva: (1) un verricello ancorato a terra (che tirava e mollava una fune legata a una estremità della leva); (2) una grossa vite verticale in legno che girava in un dado, anch’esso di legno, ancorato alla leva e (3) una grossa pietra sospesa in modo regolabile all’estremità mobile della leva.

Un esempio di antico palmento a vite (Dal sito http://www.turismoambientalesicilia.it/tag/cta/ )

Un esempio di antico palmento a vite (Dal sito http://www.turismoambientalesicilia.it/tag/cta/ )

Il terzo tipo (palmento a pietra o “pietra torcia”) è il più arcaico e se ne avevano esempi anche ad Agerola. Ad uno di essi appartiene la  enorme pietra (con gancio in ferro che è esposta all’ingresso del Museo Civico Casa della Corte. Anche nel palmento a pietra vi era un verricello, ma esso non stava fisso a terra, bensì alla estremità della leva. Girandolo tale verricello in un senso (con bracci lignei sfilabili) la fune si allungava e la pietra –toccando a terra- smetteva di tirar giù il palo. Sollevato questìultimo con l’aiuto di una pertica terminante a Y, si svuotava la gabbia delle vinacce già spremute e se ne mettevano di nuove; poi -girando in senso opposto il verricello- si accorciava la fune fino a sospendere da terra la pietra, che così ridava pressione sulla gabbia. La pietra esposta presso il nostro museo pesa circa  7 quintali e poteva generare una forza prossima a 3,5 tonnellate sulla gabbia delle vinacce se il palmento aveva una vantaggiosità 5:1 (pietra appesa a 5 m dal fulcro e gabbia a 1 m dal fulcro).

Un antico palmento a pietra. Si noti il verricello sospeso alla trave che permetteva di far toccare a terra oppure mettere in sospensione la pietra di trazione (Da www.museobuscemi.org)

Un antico palmento a pietra. Si noti il verricello sospeso alla trave che permetteva di far toccare a terra oppure mettere in sospensione la pietra di trazione
(Da http://www.museobuscemi.org)

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