Antichi materiali da costruzione e toponimi correlati ad Agerola.  

Un antico muro

Tipico aspetto di un muro a “opera incerta” della nostra area. Si noti la malta biancastra, fatta di calce, pomici e sabbia.

Al giorno d’oggi, quando dobbiamo effettuare un intervento edilizio e procurare i materiali che per esso si richiedono, ci rechiamo da un rivenditore e lì scegliamo e ordiniamo ciò che ci serve: cemento, sabbia, brecciolino, calce già spenta, intonaci premiscelati, mattoni di vari tipi, eccetera; tutti materiali prodotti da grandi ditte specializzate a decine o centinaia di chilometri da qui, comprese le pietre che aggiungiamo all’ ordine nel caso avessimo deciso di realizzare anche qualcosa in stile rustico.

Come ben ricordano i più anziani, una volta non era così. Quasi tutti i materiali necessari a costruire una casa si reperivano in paese e se riandiamo ai tempi in cui non era ancora stata costruita la rotabile per Gragnano (aperta al grezzo nel 1880), possiamo anche togliere quel “quasi”; il faticoso trasporto delle merci pesanti su e giù per i valichi a quota 1000 che le mulattiere da Gragnano e Castellammare dovevano attraversare, rendeva più conveniente optare per materiali reperibili in loco, perpetuando quella tendenza quasi autarchica che –per analoghi motivi- la comunità agerolese aveva sviluppato già nel medioevo.

Tutto ciò ha lasciato tracce anche nella toponomastica locale (specie al livello dei micro-toponimi), poiché diversi siti del territorio vennero battezzati col nome del geo-materiale da costruzione che lì si poteva raccogliere o comprare.

E’ –ad esempio- il caso dei luoghi chiamati ancora oggi La Calcara (celebre quella di Gemini) o La calcarella, perché sedi di quei forni da calce a forma quasi di nuraghe sardo, nei quali le pietre di calcare (fatte di carbonato di calcio CaCO3) venivano cotte per 7-8 giorni di fila, fino a trasformarle in calce viva (CaO).

Le pietre da cuocere, che si cavarono per molti secoli a mano,si prelevavano nelle vicinanze delle calcare[1].

Dai tempi dell’antica Roma fino a pochi decenni fa questo era il modo di impastare le malte. Più che a una pala, l’arnese per impastare somigliava a una zappa, poiché spinto in avanti con pressione anche verticale, doveva spalmare la cremosa calce spenta e farla amalgamare con la sabbia e le pomici.

Dai tempi dell’antica Roma fino a pochi decenni fa questo era il modo di impastare le malte. Più che a una pala, l’arnese per impastare somigliava a una zappa, poiché spinto in avanti con pressione anche verticale, doveva spalmare la cremosa calce spenta e farla amalgamare con la sabbia e le pomici. (Dal numero 56 di Archeo, attualità del passato, Istituto Geografico De Agostini).

Ciò che facilitava abbastanza l’estrazione del calcare era la circostanza (attentamente ricercata) di avere roccia suddivisa in strati non troppo spessi e, in più, attraversata da fratture tettoniche più o meno perpendicolari agli strati, anch’esse fitte abbastanza (una ogni 25-50 cm). Tanto nei giunti di stratificazione che nelle fratture si poteva operare con cunei e piedi di porco, fino a svellere i vari conci.  I ricorrenti toponimi del tipo Petraie, Petraro e Petrarielle  stanno, si, a indicare pendii con roccia affiorante (non coperta da suolo e vegetazione), ma forse alludono anche alla possibilità –lì maggiore che altrove- di raccogliere scaglie e blocchi lapidei per tirar su case e màcere (muri di contenimento per terrazzi agricoli).

La calcara di Gemini. Segnalata già nel catasto di metà Settecento, è quella che ha funzionato fino a tempi più recenti (anni Sessanta del Novecento), e reca vani di servizio accanto alla torre-forno. (Da A. Mascolo, "Agerola Dalle origini ai giorni nostri, 2003).

La calcara di Gemini. Segnalata già nel catasto di metà Settecento, è quella che ha funzionato fino a tempi più recenti (anni Sessanta del Novecento), e reca vani di servizio accanto alla torre-forno. (Da A. Mascolo, “Agerola Dalle origini ai giorni nostri, 2003).

Nelle zone più tartassate dalle spinte tettoniche dell’Era Terziaria[2], vale a dire in vicinanza di faglie e sovrascorrimenti, le rocce svilupparono una fratturazione così fitta da trasformarsi in masse brecciate che resero possibile l’estrazione di brecce e sabbioni anche nei secoli in cui macchine quali perforatrici, ruspe e frantoi non erano stati nemmeno immaginati.

A indicare i siti dove era facile cavare brecciate, nacquero così i toponimi del tipo  Breccelle e Acqua ‘o Vreacciaro (dialettale da tradursi con Sorgente e del Brecciaio).

A proposito di danneggiamento tettonico della roccia, devo ricordare che nei Monti Lattari la fittezza delle fratture e microfratture è sempre abbastanza alta, così che sono rari i siti da cui si possono estrarre blocchi di grande dimensione, che non si spezzino mentre li si estrae o durante le successive fasi di sagomatura o scolpitura. E’ per questo che l’edilizia storica, compresa quella dei monumenti eretti nel periodo di maggior floridezza (secoli della cosiddetta Repubblica Marinara di Amalfi), è dominata da muri in pietrame intonacati e povera, invece,  di elementi quali colonne e trabeazioni  lapidee (eccezioni pressocchè uniche, gli elementi “di spolio” sottratti a ruderi di monumenti Romani incontrati sulle rotte dei mercanti amalfitani del Medio Evo). Ecco, dunque, che molti dei posti nei quali vi era roccia poco o niente fratturata[3], furono ritenuti degni di essere “battezzati” con toponimi attinenti a quella circostanza geologica. Mi spiego così quella serie di toponimi agerolesi principianti con Pietra/Pietre che ricavo dal Catasto Onciario di metà Settecento e dal Catasto murattiano dei primi dell’Ottocento, vale a dire: Petralata o Pietra Lata ( = Pietra larga) , Pietra di  S. Nicola, Pietra Janni, Pietra Piana,  Pietra S. Lorenzo, Pietre (Le), Pietre di Martino.

Gli abbinamenti a nomi  di persona (come in Pietra Janni –alias Giovanni- e  Pietre di Martino) nacquero probabilmente dai nomi dei primi proprietari di quei siti e, quindi, della particolare tipologia di pietra che vi si poteva estrarre. I casi con nomi di santi (cioè Pietra di  S. Nicola e  Pietra S. Lorenzo) potrebbero tanto indicare la vicinanza dei siti estrattivi alle chiese omonime (S. Lorenzo a Bomerano e S. Nicola al Ponte) quanto il fatto che i siti stessi facevano parte del patrimonio terriero di quelle stesse chiese. Ma queste sono solo delle prime ipotesi e vi è senz’altro bisogno di ulteriori indagini[4].

Un esempio di antico utilizzo del conglomerato agerolese (pietra riccia): la settecentesca gradinata davanti a Santa Maria a Miano.

Un esempio di antico utilizzo del conglomerato agerolese (pietra riccia): la settecentesca gradinata davanti a Santa Maria a Miano.

Un altro esempio di utilizzo della "pietra riccia": il portale di una casa pluri-secolare su via Diaz, a Bomerano di Agerola.

Un altro esempio di utilizzo della “pietra riccia”: il portale di una casa pluri-secolare su via Diaz, a Bomerano di Agerola.

In tema di toponimi legati ad attività estrattive si potrebbe ricordare anche quello di Cava (località posta tra Punta Tuoro e Punta Corona lungo il ciglio sud dell’altipiano di Bomerano. Qualcuno potrebbe addirittura pensare che il toponimo nacque mentre si costruiva la rotabile verso Furore e Amalfi (anni  Trenta del ‘900), quando effettivamente si cavarono pietre necessarie all’opera stradale dalla scarpata sottostante all’Hotel Le Rocce. Ma il toponimo è ben più antico, essendo attestato almeno fin dal Settecento. Inoltre la morfologia incassata del sito è riconducibile a fenomeni naturali e non vi si notano forme che facciano pensare a una cava di secoli fa. E’ vero che le antiche estrazioni potrebbero essere state così modeste e diffuse da non creare vistosi tagli, ma voglio anche affacciare l’ipotesi che il toponimo venga dall’antico cavea, con riferimento alla concavità naturale del sito: una vallecola tondeggiante affacciata verso il golfo di Salerno quasi come la cavea di un teatro greco-romano.  

            Passando ad altri geo-materiali utili che offriva il territorio e che hanno generato toponimi, ricordo velocemente i depositi di argilla rossa (antichissime ceneri vulcaniche trasformate in argilla da millenari processi di alterazione meteorica) che ha fatto denominare Creta e Cretaro i luoghi ove tale materia era più abbondante e più facile da estrarre.. 

Altro geo-materiale molto utile e utilizzato  era la pomice[5]. Diverse eruzioni esplosive dei vulcani napoletani hanno gettato pomici sui Monti Lattari. I primi episodi datano a centinaia di migliaia di anni fa e  i connessi strati si sono ridotti –come dicevo- in argilla e limi argillosi. Meno alterate, ma comunque fragilizzate e giallastre, appaiono le sovrapposte pomici arrivate con le eruzioni del Pleistocene Superiore. Le uniche pomici che sono ancora oggi “fresche” (ossia praticamente inalterate e, quindi, dure) sono quelle qui giunte con la celebre eruzione vesuviana del 79 dopo Cristo.  Il manto di pomici che all’epoca ricoprì la zona di Agerola era spesso circa 2 metri, ma l’erosione idrica fece presto a portarne via gran parte dai versanti a forte e media acclività.  Il banco di pomici si conservò invece intatto (salvo la trasformazione in suolo della sua parte sommitale)  sulle zone pianeggianti.

Essendo la pomice molto utile per fare malte, alleggerire e rendere isolati le volte e per realizzare i famosi “battuti” per pavimenti e per lastrici solaria[6], non sorprende che entrasse nei toponimi di alcuni luoghi dov’era presente in abbondanza. Ricordo al proposito  le  località  Porta della Pomice e Pomecara o Pommecara, che appaiono  anch’esse nel Catasto Onciario.

Passo, infine, alla sabbia necessaria per confezionare malte e  intonaci. Mancando in zona delle formazioni geologiche del tutto sabbiose, si poteva far ricorso a qualche affioramento  di dolomia farinosa (nota bene: è un aggettivo che usano anche i geologi), che dialettalmente si chiama pappamonte.  Si riferisce a ciò l’esplicito  toponimo agerolese Pietra farenosa, attestato già nel Settecento e ancora in uso.

Ma dei depositi di sabbia sciolta potevano trovarsi sui greti dei torrenti. Recandovisi nei periodi a valle di eventi i piovosi, vi si raccoglieva, un po’ qui e un po’ là, la dell’ottima sabbia vulcanica nerastra. Era ed è (la cosa, ovviamente, avviene anche oggi) la frazione pesante del materiale piroclastico che i rigagnoli d’acqua piovana dilavano dai versanti. E avviano negli alvei. Laddove questi ultimi presentano tratti pianeggianti o quasi, il fatto che lì la corrente rallenta alquanto, costringe l’acqua a deporre parte del carico solido che porta con se; ovviamente si depositano le particelle più dense (in gran parte costituite da augite e magnetite), mentre la frazione di limo, pomici i e ceneri vulcaniche  rimangono in sospensione e continuano il loro viaggio verso le foci.

Il toponimo Arenaro, che per il Settecento trovo usato lungo il Penise (Arenaro di Fiobana) e nel medioevo di applicava anche a un tratto del Pennino di Bomerano, credo si riferissero proprio a dei tratti d’alveo dove erano più frequenti  e abbondanti le deposizioni sabbiose del tipo appena descritto.

Circa quello di Bomerano, la fonte è la pergamena CCCCXLVI alle pagine 1029-1031 del Codice Perris. Essa risale all’anno 1340 ed è un atto di compravendita che fu rogato “in loco Memorani ubi dicitur Arenaro” (= in luogo di Memorano –oggi Bomerano- che si chiama Arenaro).

Per completezza dico anche che i venditori erano  Figimana vedova di don Coronatus de Iuveni (oggi Iovieno),  Martutius (Martuccio) figlio di Angelo Iudice e Iacutia (Iacuzia) moglie di detto Martuccio. I compratori, invece, erano Berillo, figlio di don Johannes, figlio di con Petrus de Iudice di Amalfi. Oggetto della compravendita erano delle terre site a Praiano. Firmarono l’atto il giudice Andrea Caucella (di una famiglia che ha dato origine anche al toponimo agerolese che oggi diciamo Caucella) e i testimoni Pisano de Rosa, Petrus de Stefano e Petrus de Vitablo (oggi Avitabile).

[1]  L’ubicazione di una calcara badava sia alla vicinanza di affioramenti di calcare (da cui trarre la materia prima), sia alla vicinanza di boschi cui attingere le enormi quantità di legna che il processo richiedeva. Si preferirono, quindi, le pendici montane alla periferia del paese, anche perché –durante la cottura- le pietre liberavano notevoli quantità di anidride carbonica (oltre che fumo) e ciò sconsigliava di porle nell’abitato. Le spiacevoli esalazioni che emanavano dalle calcare agerolesi sono citate anche da Emilio Scaglione nel suo romanzo Il passo del diavolo.

[2]Vale a dire quando le rocce calcaree e  dolomitiche dei Monti Lattari (formatesi su fondali marini nel corso del Mesozoico) furono compresse, corrugate e sollevate centinaia di metri sopra il livello del mare.

[3]  Casi del genere si hanno sia nell’ambito dei calcari e dolomie marine del Mesozoico (in zone lontane da faglie), sia laddove affiorano quei conglomerati (localmente detti preta riccia, ossia “pietra riccia”, nel senso di “granulosa e vacuolare”) che appaiono poco o niente fratturati perché depostisi dopo la fine dei moti tettonici che corrugarono l’Appennino.

[4] Intanto, però, posso prevenire l’obiezione di chi proponese di dare a Pietra il significato  di “torre rocciosa, cucuzzolo, sorone” (e rocche militari eventualmente ospitate) che viene accettato per tanti luoghi italiani (ad esempio: Pietra Ligure), con la equivalente variante Peso/Piesco  che troviamo soprattutto nel tratto appenninico tra Abruzzo e Irpinia. Infatti, i menzionati casi agerolesi non si associano (non sistematicamente, almeno) con siffatte forme del rilievo.

[5] Nell’area vesuviana (che pure è stata la culla della moderna Vulcanologia!) e nel comprensorio amalfitano-sorrentino, la parlata locale non fa distinzione chiara tra pomici e lapilli; anzi, i più usando il secondo vocabolo (non di rado corrotto in rapillo) ) intendono i frammenti di pomice. In effetti l’etimologia di lapillo non dà loro torto, poiché è diminutivo del latino lapis (“pietra”) e andrebbe dunque bene per qualsivoglia genere di sassolini, pietruzze; non escluse quelle fatte  di pomice. Ecco dunque che troviamo a Pompei, sulle carte del Sette-ottocento,  il toponimo Taverna del Lapillo, laddove il riferimento va chiaramente alle bianche e leggere pomici del 79 d.C. che ivi abbondano.

Nella moderna terminologia geologica, invece, si chiamano pomici i frammenti di vetro vulcanico “soffiati”, cioè resi leggeri da una infinità di bolle e canalicoli creati dai gas che sfuggivano dal materiale mentre era incandescente e plastico (durante l’eruzione). Lapilli, al contrario, sono dei piccoli frammenti di lava ed eventualmente altri tipi di roccia, anch’essi lanciati in aria da una eruzione esplosiva, ma già solidi e densi. Ciò perché i lapilli non derivano –come le pomici- dal magma che in quel momento sta esplodendo, bensì sono frammenti strappati dalle pareti del condotto vulcanico e/o dai fianchi del cratere.

[6]  Lastrico, come il dialettale astaco, viene dal greco astaka, ossia “cocci” , in relazione al fatto che nell’antichità il battuto più diffuso era fatto con calce e frammentini di terracotta (il cosiddetto cocciopesto); splendido esempio dell’antica abitudine a riciclare scarti e rifiuti (vasi rotti). Dall’alto Medio Evo fino al primo Novecento, da noi i battuti si son fatti con le pomici eruttate nel 79 d.C. Per renderli compatti e impermeabili, dopo averli gettati, si procedeva con una  lunga battitura con apposite mazze di legno accompagnata da ripetute aspersioni di latte di calce.

Esempi di costruzioni con coperture a volta a Vettica di Amalfi. Essenziali per realizzare simili opere erano le pomici e la calce spenta.

Esempi di costruzioni con coperture a volta a Vettica di Amalfi. Essenziali per realizzare simili opere erano le pomici e la calce spenta.

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