Una chiesetta e un toponimo dimenticati (L’Avvocata) e alcuni Avitabile illustri del Settecento.  

Tra i toponimi agerolesi che si trovano citati in antichi documenti per indicare vari angoli del paese, ve ne sono diversi che non sono più in uso. Tra questi vi è quello del sito L’Avvocata (talora L’Avvocatella). Le prime volte che l’incontrai fu quando leggevo –presso l’Archivio di Stato di Napoli- i cosiddetti “Catasto Onciario” e “Catasto Provvisorio” di Agerola, compilati rispettivamente a metà del Settecento e nei primi anni dell’Ottocento. Essendo dei catasti in forma verbale –e non cartografica- da essi risultava difficile capire a quale luogo di Agerola si riferisse quel toponimo, solo se ne ricava che era lungo una via pubblica (purtroppo non si usava dare un nome alle strade) e che ricadeva nel casale Bomerano (cfr. rivela di don Alessio d’Avitabile nel Catasto Onciario). Inoltre, che il toponimo era nato in relazione a un edificio sacro, lo confermava il fatto che tale Don Vincenzo d’ Avitabile, nel Catasto Onciario, denunciava tra le sue “spese deducibili” (all’ epoca le si chiamavano “pesi”) un suo contributo annuo alla Cappella dell’Avvocata.

Di questa cappella ho trovato traccia nel resoconto della visita episcopale che –nel 1572- monsignor Montilio fece ad Agerola per verificare lo stato fisico e patrimoniale delle varie chiese e luoghi pii del paese, così adempiendo un compito periodico che il Concilio di Trento aveva da poco introdotto. Nel primo giorno della visita (21 agosto), il Montilio visitò le chiese di Tutti i Santi, S. Lorenzo e S.Matteo. Il giorno seguente, dopo aver visitato le chiesette di “Bomerano alta” (S. Maria di Loreto e le scomparse S. Vito, S. Maria delli Galli e S. Croce) e prima di passare alle chiese di Pianillo, visitò –appunto- la “Cappella di S. Maria Advocata”. Essa viene descritta come una chiesetta dotata di un solo altare, sul quale vi erano l’ancona dipinta e candelabri di legno dorato. Rettore della Cappella –nel 1572- era il presbitero Riccardo d’Avitabile, probabile espressione di un diritto di patronato esercitato da detta casata sulla Cappella.

Da quanto sin qui visto possiamo dire che il toponimo L’Avvocata –caduto in disuso nel corso del Novecento- si applicava a una zona del casale di Bomerano e che esso vanta origini abbastanza antiche, visto che l’omonima Cappella era già esistente nel 1572[1].

Ma dove sorgeva esattamente quella cappella?

Di essa non si trova menzione nei libri che dedicarono ad Agerola i compianti Aniello Apuzzo e Angelo Mascolo, che pure contengono entrambi un non breve capitolo sulle chiese, presenti e scomparse, del paese. Ma a pagina 236 di  “Agerola dalle origini ai giorni nostri” (2003), Angelo  Mascolo tratta di una fonte di fine Ottocento nella quale almeno il toponimo compare ancora vivo. Si tratta della delibera del consiglio comunale del 5 maggio 1898, nella quale si impone all’ impresa Amabile di riprendere i lavori di costruzione della rotabile interna (brano di quella che alla fine sarà la Gragnano-Agerola-Amalfi) e di portare l’arteria, entro le scadenze previste, “fino al luogo Avvocatella e poi alla piazzetta “Li Santi” (oggi detta Tutti i Santi).

Dunque, procedendo da nord verso sud, l’Avvocata veniva prima di Tutti i Santi.  Ma quanto prima?

Per rispondere è utile sapere alcune cose circa la storia di quella strada rotabile, così come emergono da registri d’epoca conservati nell’ Archivio storico comunale[2].

Il tratto dal traforo delle Palombelle (forato nel 1880) a Pianillo, casale-capoluogo e sede del Municipio di Agerola, era già pronto nel 1885, anno nel quale venne anche rifinito –con rivestimento in mattoni ed altro- il predetto traforo.

Nel febbraio del 1886 abbiamo poi l’appello del consiglio comunale al ministro dei lavori pubblici affinché si metta mano al prosieguo di quella strada provinciale (n° 172) fino al popoloso casale di Bomerano. La richiesta dovette essere prontamente accolta e altrettanto rapidamente si passò alla fase di appalto dei lavori, visto che una delibera consiliare del 27 aprile 1887 parla già dell’asta di appalto e ne abbrevia i termini. Due anni dopo il tratto stradale in questione era oramai pronto, tant’è che il 16 febbraio 1889 i governatori della Congreca di Carità (antenato dell’ECA: ente comunale di assistenza) decidono di partecipare alla inaugurazione della Pianillo-Bomerano con una distribuzione di pani ed elemosine in denaro ai poveri, per un totale di lire cento.

Tutto ciò ci consente di interpretare con maggior precisione la delibera del 5 maggio 1898: quando essa sollecita l’impresa incaricata a prolungare la rotabile fino all’Avvocata e oltre, sta parlando del tratto (di tre o quattrocento metri circa) compreso tra il centro di Bomerano e la zona di Tutti i Santi. Ed è su di esso che dobbiamo porre la località Avvocata. E l’omonima cappella che le diede il nome.

Orbene, il prof. Antonio Esposito, che di quei luoghi ha ottima conoscenza e pluridecennale memoria, ricorda in effetti una piccola cappella situata sul margine occidentale della rotabile in questione, circa di fronte alla bella casa in cui –pochi anni orsono- spirò ultracentenaria donna Lucia Avitabile. In più, ricorda che la cappella era ad angolo con un viale privato diretto verso gli ampi poderi e case sparse di Corona. Credo che quella vista da ragazzo da Antonio fosse proprio la Cappella dell’Avvocata. E la sua descrizione permette pure di riconoscerla sulla dettagliata mappa di inizio Ottocento di cui riporto qui uno stralcio.

Figura 1 -Stralcio relativo a Bomerano della Minuta di Campagna in scala 1:20.000 Gragnano e dintorni (collezione carte storiche I.G.M. , Firenze). A sinistra ho evidenziato in bianco le strade e stradine dell’epoca. A destra, con maggior ingrandimento, ho ricalcato in rosso l’edificio che ritengo corrisponda alla scomparsa cappella dell’Avvocata.

Figura 1 -Stralcio relativo a Bomerano della Minuta di Campagna in scala 1:20.000 Gragnano e dintorni (collezione carte storiche I.G.M. , Firenze). A sinistra ho evidenziato in bianco le strade e stradine dell’epoca. A destra, con maggior ingrandimento, ho ricalcato in rosso l’edificio che ritengo corrisponda alla scomparsa cappella dell’Avvocata.

Tornando al Catasto Onciario e, in particolare, alle già citate “rivela”[3] di Alessio e di Vincenzo Avitabile, devo dire che esse non solo hanno dato indizi circa la cappella in questione, ma ci rivelano anche due figure notevoli della casata Avitabile che si interpongono, cronologicamente, tra l’avvocato-poeta Biagio Avitabile (che introdusse a Napoli l’Arcadia), che credo fu un loro zio, e il generale Paolo Crescenzo Martino Avitabile, celebre per le sue redditizie avventure in Persia e in Punjab.

Alessio (o Alessandro) fu dottore in legge e uno dei massimi proprietari terrieri di Agerola. Nacque da Tommaso d’Avitabile negli ultimi anni del Seicento e sposò la nobildonna Maddalena del Balzo (illustre famiglia di origini provenzali venuta a Napoli al seguito di Carlo I d’Angiò). Di queste nozze si trova notizia nel libro del 1869 “Istoria de’ feudi d’Italia intorno alle successioni legali” (https://books.google.it/books?id=Z2JWGX6ClZ4C), che tra l’altro recita: “Maddalena sposò Alessandro d’ Avitabile di Airola, dottor di leggi. Le tavole nuziali furono sottoscritte nel 14 luglio 1723”. Si noti la confusione fatta tra Agerola e Airola, capitata anche ad altri autori del Sei-Settecento[4] per via del fatto che all’epoca il nome del nostro paese veniva spesso scritto Aierola.

Aspetto odierno del crocicchio ove sorgeva, almeno fin dal Cinquecento, la cappella dell’Avvocata.      

Aspetto odierno del crocicchio ove sorgeva, almeno fin dal Cinquecento, la cappella dell’Avvocata.

Nel citato catasto si dice che don Alessio Avitabile “vive nobilmente” nella sua “casa palazziata” con adiacente “giardino di delizia” in località Avvocata del casale di Bomerano. E doveva essere una casa ben grande, visto che il suo nucleo familiare (composto da lui, dalla moglie, dai suoi figli non ancora sposati, da un fratello con moglie e figli, nonché da diversi servi di casa) contava ben 24 persone[5]!

Ugualmente ampia e lussuosa doveva essere la casa palazziata, con annesso giardino di delizia, in cui viveva –con famiglia e servi- don Vincenzo d’Avitabile[6], un probabile cugino di don Alessio e confinante di quest’ultimo. Comunque, nella sua “rivela”, don Vincenzo dice che la sua dimora cade in località Case Nove (ossia “nuove”); altro toponimo di cui sto cercando di precisare l’ubicazione e che per ora assumo adiacente al sito dell’Avvocata.

Sempre sul Catasto Onciario, Don Vincenzo (nato verso il 1710 e ancora celibe all’ atto della rivela[7]) viene detto Capo ruota della procura di Matera. Da una rapida ricerca in Google/libri ricavo, poi, che, dopo essere stato “Giudice caporuota della Regia Udienza di Matera” egli fu per parecchi anni governatore della Provincia di Monteleone e Reggio[8].

Sarà opportuno che qualcuno (ad esempio un discendente) si dedichi a cercare altre notizie documentali circa questi due uomini di legge (Alessio e Vincenzo Avitabile) che –già dal poco che sinora ho potuto scoprire io- stanno a dimostrare come, anche nel Settecento, le famiglie più agiate di Agerola seppero esprimere –nonostante il contesto complessivamente rurale e la posizione remota del paese- dei figli che si laureavano e che intraprendevano brillanti carriere a Napoli e nel Regno.

Altro interessante prosieguo della ricerca sarà quello mirante a riconoscere –se ancora in piedi e non troppo sconvolte da successivi “ammodernamenti”- le cospicue case in cui risiedevano (credo con frequenti parentesi a Napoli e altre città) don Alessio e don Vincenzo Avitabile.

Anche a tal fine potrà essere utile (accanto alle ricerche archivistiche) la carta di inizio Ottocento che mostro in Figura 1, puntando l’attenzione agli edifici di maggior dimensione che mostra quella carta nella zona indiziata.

[1] L’antefatto storico locale che sta dietro alla costruzione della cappella in questione è, verosimilmente, la nascita dell’eremitaggio dell’Avvocata (o SS. Vergine Avvocata Nostra) in una grotta a circa 900 metri di quota sul fianco occidentale del Monte Falerio avvenuta verso la fine del Quattrocento dopo una presunta apparizione della Vergine a un pastore (poi eremita) di Maiori. Nel Seicento, vicino alla grotta con l’altare iniziale fu edificata una chiesa e un piccolo convento. Dopo una ottocentesca fase di rovina del sito, la chiesa fu ricostruita nel primo Novecento ed è ancora oggi meta di pellegrinaggi e di una festa annuale (lunedì successivo alla domenica di Pentecoste) cui partecipano molti fedeli della Costa d’Amalfi, Cava dei Tirreni e anche di Agerola. Forse uno strascico della devozione che secoli fa si espresse anche con l’erezione della cappella dell’Avvocata in Bomerano?

[2] Per il prezioso aiuto datomi nella ricerca e studio di documenti comunali che citerò, ringrazio di cuore Antonio Acampora.

[3]  Rivela, nel senso di rivelazione, denuncia, era il termine usato per indicare la scheda in cui il contribuente elencava le sue proprietà, rendite e uscite deducibili annue.

[4] Così è stato erroneamente ritenuto di Airola (Bn) il ricchissimo mercante Andrea Brancati, che fu anche barone di Orsomarso e Abatemarco. Vedi mio saggio “I Parenti agerolesi del cardinale Lorenzo Brancati”, Rassegna del Centro di cultura e storia amalfitana, n. 43-44, 2012).

[5]  Uno dei figli studenti di Alessio si chiamava Biagio; il che costituisce un indizio di parentela con lo scrittore arcadico Biagio Avitabile. Un altro indizio è il fatto che la moglie dello scrittore veniva dalla stessa nobile casata da cui poi venne la moglie di don Alessio. Infatti, come si legge nei  Varj opuscoli di Grisostomo Scarfo (Raillard, Napoli 1722), egli sposò D. Ginesa del Balzo.

[6]  All’epoca il cognome recava ancora la “d” apostrofata (ora assente) che derivava dalla precedente forma “de Avitabile”, a sua volta discesa dal tardo medievale “de Avitabulo” e dall’alto nedievale “de Butablo”, dalla località agerolese Butablo in cui nacquero i primi esponenti della famiglia (vedi mio articolo).

[7]  Il “Magnifico” D. Vincenzo viveva con D: Marco Antonio, D: Aniello, D. Giobatta  e D. Giuseppe, suoi fratelli, nochè con D.. Grazia D. Aria, D. Angela e D. Giovanna, sue sorelle, la madre vedova D. Elena di Stefanoe sei tra camerieri e servi di casa.

[8]  Si vedano: Michele Ianora (1901)  Memorie storiche, critiche e diplomatiche della città di Matera, pagina 479;  Salvatore De Renzi e ‎Gino Doria (1867)  Napoli nell’anno 1764, pagina 173; Domenico Spanò e Bolani, ‎Gino Doria (1857) Soria di Reggio Calabria, pagina 285;.

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