I COCCIA DI AGEROLA. LO STEMMA DI FAMILIA E QUALCHE NOTIZIA STORICA

Visitando la bella chiesa parrocchiale di San Lazzaro d’Agerola, se si pone attenzione alle lastre tombali che sopravvivono sul rifatto pavimento[1] si noterà che la più antica e più bella tra esse è quella dei Coccia.

Essa si trova quasi in fondo alla navata destra, vicino alla porta che immette nella sacrestia e davanti a quella cappella di S. Gregorio sulla quale –come vedremo- i Coccia ebbero diritto di patronato.

 

 

Lapide tombale di Aloisio Coccia e discendenti. Agerola, chiesa della SS. Annunziata.   

Lapide tombale di Aloisio Coccia e discendenti. Agerola, chiesa della SS. Annunziata.

 

 

 

Sui lati superiore e inferiore dell’ampio ORLO PIATTO della lastra tombale, si ha una iscrizione che è a tratti resa illegibile dalla secolare usura da calpestio. Ciò che ben si legge è che fu tale ALOYSIO COCCIA a creare (FECIT) il sacello, per se e i suoi eredi (SIBI ER SUIS) nell’anno 163_ (ultima cifra molto abrasa; potrebbe essere un 6 o un 9). Le lettere, molto abrase, che precedono il nome Aloysio si possono leggere come PRES., a significare che egli fu presbitero, ossia sacerdote. Ancora più avanti vi erano altri segni, forse una D. a significare Dominus.

 

 

Lo stemma di famiglia che compare sulla lapide è inquadrato in uno scudo del tipo “gotico”, ma a margine superiore sagomato e circondato da svolazzi di nastri che richiamano quelli dello stemma dei Cavaliere sulla tomba di famiglia che avevano nella parrocchiale di Campora (S. Maria di Loreto; poi S. Martino). Lo stemma presenta una “sbarra” e, sopra e sotto di essa, allineate sull’asse verticale, due stelle a otto punte (allusione alla rosa dei venti o alla croce ottagona di Amalfi?). Sulla “sbarra” si hanno tre oggetti tondeggianti che l’usura rende simili a tre “palle”, ma che –a ben guardare- si rivelano delle conchiglie. La scelta di tali “oggetti” non dovette essere casuale, visto che in vari dialetti meridionali le conchiglie sono dette coccie. Quanto poi al tipo di conchiglia, pare trattarsi di tre Capesante (nome scientifico Pecten jacobaeus), che nel mondo religioso sono note anche come “conchiglie di S. Giacomo” (Conchas de Santo Jago), ossia conchiglie che i pellegrini raccoglievano sulle spiagge di Finis Terris e che fissavano sul proprio mantello o cappello una volta giunti al celeberrimo santuario di Compostela (dopo un “cammino” di 800 km circa lungo i Pirenei che oggi è tornato in voga anche per motivi più ampiamente spirituali) e che conservavano orgogliosamente –una volta tornati in patria- come “certificato” del loro essersi recati sulla tomba diell’apostolo San Giacomo.

 

 

Conchiglia del lamellibranco Pecten jacobaeus, detto anche Capasanta o “conchiglia di S. Giacomo”.

Conchiglia del lamellibranco Pecten jacobaeus, detto anche Capasanta o “conchiglia di S. Giacomo”.

 

 

 

 

 

Si può dunque ritenere che, quando i Coccia crearono quel loro stemma (non saprei dire se nel Seicento o prima), la scelta di porvi delle capesante ebbe intenti un po’ didascalico-etimologici[2] e un po’ religiosi; forse anche in ossequio a un antenato che era davvero stato pellegrino a Santiago de Compostela.

Un altro riferimento religioso dell’insegna sta forse nelle due stelle a otto punte, che si osservano assai di frequente negli stemmi ecclesiastici, Ma qui potrebbero anche leggersi come allusive alla rosa dei venti e/o alla “croce ottagona” di Amalfi, così diventando un riferimento a vicende marinaresche di lontani antenati.

 

 

 

Ignoro quali fossero i colori dello stemma Coccia in questione, ma probabilmente erano quelli che propongo in questo mio disegno.

Ignoro quali fossero i colori dello stemma Coccia in questione, ma probabilmente erano quelli che propongo in questo mio disegno.

 

 

Distribuzione del cognome in Italia.

Attualmente, il cognome Coccia risulta frequente in diverse regioni d’Italia centro-meridionale. In Campania, la provincia nella quale si addensa la maggior parte dei Coccia è quella di Napoli e guardando alla distribuzione per Comuni si nota che Napoli è –come prevedibile- è la città che ne ospita il maggior numero, ma è invece Agerola il comune dove i Coccia raggiungono il picco massimo di frequenza percentuale.

Ciò rende plausibile l’ipotesi che Agerola sia stato uno dei centri di irradiazione del cognome; cosa che –come vedremo più avanti- viene avvalorata anche dalla antichità delle prime attestazioni di presenza. Devo tuttavia osservare che siamo probabilmente di fronte a un cognome a nascita multipla; cioè comparso (formatosi) indipendentemente in più luoghi, come è avvenuto un po’ per tutti i cognomi che hanno per base un oggetto, un animale, un mestiere o un attributo fisiognomico comune. Tali nascite multiple saranno anche avvenute in epoche diverse e, vedremo più avanti, il caso nostrano si candida come il più antico.

 

Una presenza antichissima.

Il possesso di una tomba di famiglia in posizione privilegiata nella parrocchiale di S. Lazzaro dimostra che nel primo Seicento i Coccia erano già diventati una delle casate più influenti di Agerola.

Ma la loro presenza nell’area del Ducato di Amalfi data ben più indietro nel tempo, tanto da far sospettare che il cognome nacque proprio qui. Al proposito basterà ricordare quei Coctus o Cocti (prime forme del cognome) la cui presenza ci è attestata da due pergamene amalfitane del secolo XI (documenti II e XXIII  del Codice Perris)[3].

Nel terzo volume della stessa opera, alle pagine 1037-1049 abbiamo poi il testo di una pergamena del 1340  relativa a una divisione di beni e rendite che fecero i tre figli del dominus Petri de Iudice: Giovanni, Nicola (abate) e Filippo. L’atto contiene anche l’elenco deiloro debitori (ossia persone cui il defunto padre aveva fatto prestiti) e tra essi compare anche tale Iohannis Coctia de Agerulo con un prestito di 10 tarì.

 

 

Terre in enfiteusi dai monasteri amalfitani

Un altro documento interessante lo si trova nel volume di C. Salvati & R. Pilone “Gli archivi dei monasteri amalfitanei (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità) anni 860-1645” (Centro di Cultura  e Storia Amalfitana; collana Fonti , 2. 1986). Qui, alle pagine 188-189, si riportano un atto in latino del 1593 (redatto dal notaio Francesco de Vivo di Amalfi) del quale mi piace fornire una traduzione quasi integrale, certo di far cosa gradita ai Coccia agerolesi di oggi (che vi riconosceranno dei loro avi e dei terreni e selve che ancora posseggono).

L’atto in questione ci informa di varie proprietà che possedevano ad Agerola i riuniti monasteri amalfitani di S. Lorenzo del Piano e S. Maria Dominarum (rappresentati dalla badessa) e che erano tenuti da tempo in enfiteusi da un nucleo familiare di Coccia.

Gli interessati erano: Angelo e Giovan Giacomo Coccia del fu Marcello Coccia; gli eredi di Santillo Coccia e Giovanni, Luca e Marcello del fu Geronimo Coccia,

I beni tenuti erano:

1) un ampio fondo contenente  castanetum, silvam et vinea magnam cum domibus, situato nel casale di S.Lazzaro al luogo detto Li Calamari e Carbonari e confinantecon una lama e coi beni dei defunti Francesco e AgostinoCoccia, oltre che dei Coppola, dei d’Afflitto e della chiesa di S. Barbara. Il tutto tenuto –fin dal 1535- per un censo annuo di 13 ducati e con possibilità di affrancamento per 65 oncie.

2) castanetum cum silva et nemore (bosco) sito in detto casale al luogo La Caneglia, confinanti a monte col crinale montuoso e su altri lati con beni di certi de Stefano, Coppola, Crisconi (Criscuolo), Buzzuti e Bonocorde;  il che i Coccia tenevano per un censo annuo di  4 ducati  e 1 tarì e con pacto affrancandi  fin dal 1553.

3) castanetum cum silva et lama situati nel luogo detto La Cammarella, a confine con un cilium di scarpata, una lama (alveo) e beni di certi de Sstefano e di Nicola, Giovanni e Giovan Domenico Coccia fratelli.

4) due apotecas cum cameris (botteghe con camere annesse) site nella pubblica piazza  (platea publica) di S. Lazzaro, a confine con beni di  Pacillo e Antonio de Stefano, per ciascuna delle quali i Coccia paganvao alla badessa un canone annuo di 6 ducati, 1 tarì e 10 grana.

Di qualche difficoltà del gruppo di fronte a tanti beni da gestire e far fruttare (reale o semplicemente sospettata dalla Badessa) ci parla un addendum all’atto del notaio de Vivo aggiunto in calce il 15 novembre 1595. In esso Stefano Bonocorde di Agerola fa fideiussione ai predetti Coccia impegnandosi a pagare con loro al monastero il canone di una delle citate botteghe in piazza e, pro securitate, obbliga  una sua selva sita A lo Ponte, a confine col fiume e con beni del fu Minico de Acampora e di Giuseppe de Acampora.

 

Altre notizie

Per quanto siano pochi gli elementi su cui basarsi –e ancor meno quelli a mia conoscenza- mi sembra di poter dire che l’importanza dei Coccia ad Agerola sia andata progressivamente crescendo dal Medio Evo all’Ottocento. Abbiamo già visto che a metà del Seicento un ramo della famiglia esprimeva un sacerdote e poteva permettersi una tomba di famiglia nella chiesa parrocchiale. Pochi decenni dopo (1703) di quella stessa chiesa divenne parroco Francesco Coccia ed era la stessa famiglia a avere il patronato della Cappella di S. Gregorio, patrono del casale (A. Mascolo Agerola dalle origini ai giorni nostri. 2003), pag. 286).

Per la parte centrale del Settecento, possiamo considerare ciò che registra il Catasto Onciario (1752).

Tra i numerosi Coccia che vi compaiono (una dozzina di nuclei familiari e altrettante Coccia entrate come spose in altre casate) troviamo diversi “braccianti”, un monaco (Biagio) un sacerdote (d. Alessandro) e una buona percentuale di lavoranti di seta. Come ancora oggi, i Coccia risiedevano per lo più nel casale di S. Lazzaro, ove già si usava -per un sito a valle delle odierne Scuole primarie- il toponimo Casa Coccia; diverso dal Case Coccia che nascerà nell’Ottocento più a nord (presso la località Ricciolo).

Sempre dal Catasto Onciario ricaviamo che alcuni capo-famiglia Coccia avevano patrimoni terrieri rilevanti. Così, Benedetto, lavoratore di seta di anni 39, con le sue proprietà giungeva a un imponibile 250 ducati, mentre raggiungeva quasi 500 ducati Gaspare Coccia (filatorie di seta  di anni 60), circa 600 ducati Francesco Coccia fu Nicola (filatore di seta di anni 76 che aveva casa e orti a Fontana del Ricciolo), a circa la stessa cifra assommava l’imponibile di Francesco Coccia fu Tobia (filatore di anni 22), a 670 ducati quello di Ferdinando Coccia fu Biagio (filatorie di anni 55) e a circa 700 ducati Benedetto Coccia (lavoratore di seta di anni 39).

 

Tra fine Settecento e Ottocento i Coccia di Agerola espressero anche dei Sindaci (don Luigi nel 1793 e Melchiorre nel 1853) nonché altre figure notevoli per le quali rimando i lettori al citato volume di Angelo Mascolo, molto dettagliato sulle vicende agerolesi degli ultimi due secoli.

Riguardo al periodo di inizio Ottocento voglio però aggiungere che dal Catasto Provvisorio di Agerola (redatto durante il periodo murattiano) emergono, tra l’altro, le figure diel notaio Coccia Luigi di Biase e di due altri Coccia (Gaetano e Luigi di Giovanni) che risultano essere tra i più ricchi possidenti del paese.

 

[1]  Attualmente se ne notano 5 in navata destra e 4 in quella sinistra, alcue delle quali anonime (semplice lastra marmorea priva di iscrizione o stemma).Non escludo che in antico fossero tutte o quasi intestate a famiglie del casale e che ve ne fossero altre in navata centrale. Tanto la chiusura di certe botole che la sostituzione di lastre antiche con anonime lastre nuove sembrano ascrivibil al rifacimento novecentesco del pavimento.

[2]  A proposito di etimologia ricordo che la parola “coccia” può farsi derivare dal greco kògche (= , conchiglia; cosa dura e cava). In Italia meridionale “coccia” è anche la testa o scatola cranica (cfr. Chile tene ‘a coccia tosta! Quello ha la testa dura!)

 

[3] Le citate pergamene sono trascritte a pagina 2 e a pagina  46 del primo volume dell’opera  di Mazzoleni J. & Orefice R.  “Il Codice Perris. Cartulario amalfitano; Sec. X-XV”. Centro di cultura e toria amalfitana, collana Fonti, 1/I-V (1985-1988).

 

 

 

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