Quando Agerola era terra di setaioli, vaticali e calzolai. Le occupazioni degli Agerolesi che emergono dal catasto di metà Settecento.

Il Catasto onciario di Agerola, redatto verso la metà del Settecento, è una pressocchè inesauribile fonte di informazioni demografiche, genealogiche, sociologiche, economiche e toponomastiche. Come ben si saranno accorti i miei lettori più assidui, l’ho già utilizzato più volte per risolvere questioni specifiche. Stavolta provo a ricavarne dei dati sulle occupazioni degli Agerolesi.

Ma, prima di procedere oltre, devo fare due premesse.

La prima per ricordare che quel catasto –dovendo servire di base per determinare la tassazione da applicare a ciascun cittadino- specifica l’occupazione solo di quelle persone che svolgevano lavori all’epoca ritenuti tassabili, che poi erano i lavori  manuali (detti “industrie”). Al contrario, niente ci dice dell’occupazione di coloro i quali esercitavano professioni liberali, le quali –nell’Ancien régime, finito con la Rivoluzione Francese- non si tassavano. Dunque, i professionisti e i mercanti risultano quasi sempre indistinguibili,  nascosti come sono dietro il vago appellativo di Magnifico. I capifamiglia appellati come Magnifici sono 26 (tra “cittadini” e “Napoletani privilegiati”):  solo per sei di loro si trova aggiunta anche la specifica “vive del suo”, mentre di altri due si dice “vive nobilmente”. Di altri magnifici ancora si specifica l’occupazione (tre nell’arte della seta, due giudici regii,un tenente e anche un fornaio, evidentemente molto ricco).

La seconda premessa che devo fare è per specificare che ho lavorato “a campione”,  nel senso che non ho guardato all’occupazione di ogni persona indicata nel Catasto, bensì –per facilitarmi il compito-  solo a quelle degli intestatari delle scheda catastale (capifamiglia). Trattandosi di un campione pari al 18% circa della popolazione totale dell’epoca (tra 2.500 e 2.600 abitanti), mi sembra che gli si possa riconoscere buona rappresentatività.

Venendo ai dati raccolti, vediamo che le famiglie con economia basata su lavori manuali erano 406 (di cui 4 con capofamiglia inabile e 2 con capofamiglia “senz’arte”). Stimo che esse rappresentavano oltre il 90% della popolazione totale. La restante parte era costituita dalle già citate 26 famiglie dei magnifici, da 17 nuclei familiari capeggiati da nubili o vedove (con consistenza media di 3 persone e senza indicazioni d’arte o mestiere) e da 21 religiosi (14 sacerdoti, 4 parroci e 3  chierici).

Dei 400 capifamiglia impegnati in “industrie” (lavori manuali in genere) ben 231 (quasi il 60% del campione) lavoravano nel settore primario. Di essi, 195 sono detti “braccianti”, 22 “nassari” 12 “vaticali”, 1 “mulattiere” e 1 “pastore”.

muli mulattieri

Con pochissime eccezioni, essi abitano –come la classe degli artigiani e i borghesi-  in case proprie che tipicamente hanno  “un poco d’orto attaccato per proprio uso”.  Di norma i cosiddetti “braccianti” posseggono anche dell’altra terra coltivabile, un pezzo sia pur piccolo di selva e un pezzo di castagneto. Dunque si configurano come dei coltivatori diretti e  diversi di loro “tengono” anche bovini e/o pecore.

Riguardo il termine Massaro, nella Enciclopedia Treccani si legge che in antico esso designava colui che prestava la sua opera- in condizione libera o di servo- per la coltivazione di un maso (divisione agraria medievale); e che, in età comunale, fu via via sostituito dal mezzadro o dall’affittuario. Più recentemente, nell’Italia centro-meridionale, il termine è stato largamente usato per indicare il fattore, ovvero colui che provvede a condurre un podere o azienda pastorizia altrui.

Che i massari citati nel Catasto Onciario di Agerola siano da intendersi, appunto, come conduttori di fondi agricoli altrui sembra confermato dal fatto che le loro “rivele” (denuncie) li mostrano spesso possedere meno dei “braccianti”: spesso solo la casa e il classico “pezzo d’orto attaccato”.

Cos’erano, invece, i “vaticali”? Che lavoro svolgevano? Ebbene, il termine deriva da valica, che sta per “salmeria,  carriaggio”, si diceva vaticale colui che guidava le bestie da soma. Nel nostro caso specifico erano i proprietari e conduttori di muli, l’animale da soma più adatto –per il suo speciale modo di muovere i passi- a percorrere le vie dei nostri monti, spesso tagliate nell’aspra roccia o gradonate; non a caso dette mulattiere. E “mulattiere” (stavolta al maschile) è anche il termine moderno col quale possiamo tradurre quel vaticale del catasto onciario di Agerola.  Ancora oggi ve ne è qualcuno in paese, e si dedica quasi esclusivamente all’evacuazione della legna (soprattutto pertiche di castagno) dai tanti boschi cedui non serviti da strade o piste carrabili. Nei secoli passati, i vaticali dovevano servire anche per il trasporto delle derrate agricole e altre merci da Agerola verso Gragnano e la Costa d’Amalfi o viceversa.

Nel settore dell’artigianato troviamo impiegati 159 capifamiglia, pari al 40% circa del campione e, probabilmente, al 36% circa della popolazione.

In tale settore erano decisamente dominanti gli addetti dell’Arte della Seta, già da secoli molto sviluppata ad Agerola (vedi mio articolo  I parenti agerolesi del Cardinale Brancati pubblicato sul numero 43/44 della Rassegna del Centro di Storia e Cultura Amalfitana, Amalfi 2012 e mio post sull’arte della seta)

Dei 116 capifamiglia che il Catasto onciario di Agerola ci rivela impegnati nel filare, tessere e tingere la seta, 15 sono classificati come Filatorari, 64 come Lavoranti dei filatori, 35 come Lavoranti di seta (tessitori?), 2 come Tessitori di drappi, uno come Tintore e  uno come Lavorante di tinta.

telaio seta

Dato che – come ho già detto – sto considerando solo i lavoratori capifamiglia, il numero vero degli occupati in questo settore (come negli altri) si devono ritenere molto superiori a quelli appena dati. Inoltre, va ricordato che pressocchè tutte le famiglie contadine traevano un reddito aggiuntivo a quello agricolo dedicandosi stagionalmente all’allevamento dei bachi da seta.

Passando alle altre attività di tipo artigianale, il catasto di metà Settecento ci segnala (sempre tra i capifamiglia) i seguenti numeri:

1 Chianchiere

1 Tavernaro

2 Mastri  bottari

2 Fabbricatori (muratori)

2 Orefici

2 Ferrari

1 Fornaro e 2 Lavoranti di forno

3 Maestri d’ascia

5 Mastri falegnami

6 Sartori  e 1  Cositore

16 Calzoali

 

MESTIERI TORTE

A questo elenco aggiungo solo poche osservazioni per chiarire ai lettori non napoletani che il termine Chianchiere (si usa ancor’oggi in Campania per dire “macellaio”. Esso viene dal sostantivo chianca (ex planca), “largo ceppo di legno sul quale si affettava la carne”. Quest’unico macellaio del Catasto (unico anche a considerare i non capifamiglia) era tale Vito Antonio Cuomo, vedovo di anni 56 che viveva a Bomerano con un figlio filatoraro, tre figli  braccianti e altri due minori.

L’unico tavernaro (oste) era tale Saverio Criscuolo,maritato a Giovanna Cuomo e con  due figli braccianti e due giovani figlie nubili, che aveva casa e osteria (in locazione da  Andrea Cuomo) a Le Botteghelle; punto di incrocio della strada Pianillo-Bomerano con quella da S- Lazzaro e Ponte all’importante valico di Crocella.

I  mastri  bottari, i Maestri d’ascia (che erano 6 se includiamo anche i non capofamiglia) e i Mastri falegnami (in numero di 15 se includiamo anche i non capofamiglia), stanno a ricordarci le antiche origini che ad Agerola vanta la lavorazione del legno in carpenteria (principalmente applicata ai tetti) e nella produzione di infissi e di mobilio. Scomparsa solo da alcuni decenni, invece, quella produzione ed esportazione di botti che vantava origini medievali.

Della sorprendente presenza di due Orefici ho già fatto cenno in un articolo mesi fa.

Il fatto, poi, di avere segnalati solo un Fornaro e solo due aiutanti (Lavoranti di forno) si spiega con la diffusissima presenza di forni a legna nelle case – contadine e non – di Agerola; da cui quella diffusa  dimestichezza colla panificazione che ha fatto di Agerola uno dei luoghi da cui sono usciti (emigrati in Nord Italia e all’ estero) più pizzaioli e gestori di pizzerie.

Una spiegazione simile mi sento di proporre anche per la apparente scarsità di muratori (solo due), nel senso che anche ciò dipendeva dalla diffusione del far da sé. Intendo dire che una volta le case contadine le costruivano gli stessi futuri abitanti, magari con l’aiuto di qualche parente o vicino. Ciò non doveva valere per le più complesse e pretenziose case dei borghesi, ma qui si  usava anche ricorrere a maestranze più esperte provenienti da fuori.

Vengo, infine, a quei 16 Calzolai (che salgono addirittura a ben 22, se includiamo anche i non capofamiglia). Mi sembrano davvero troppi per giustificarli tutti con la domanda interna (agerolese) di calzature. Sappiamo bene quanto fosse spartana e parca la vita dei contadini e dei piccoli artigiani di paese. Così non fosse stato, avremmo trovato anche un grosso numero di sartori e cositori, che – invece – sono in tutto sette e, probabilmente,si dedicavano anche a confezionare qualche articolo in seta da mandare a Napoli.

Calzolaio. Dal sito httpwww.nontantotempofa.comlavoro.htm

Calzolaio. Dal sito httpwww.nontantotempofa.comlavoro.htm

Mi sembra, dunque, ipotizzabile che buona parte di quei calzolai lavorasse per vendere fuori Agerola, ad esempio nelle fiere di Amalfi e nei mercati di Napoli. Resta da vedere (cercando antichi documenti) che tipo di calzature si producessero. Vista la dimestichezza degli Agerolesi col legno, si potrebbe ritenere che fossero soprattutto zoccoli (produzione effettivamente presente fino a metà Novecento e che ha tra l’altro generando il soprannome Zoccolari), ma la vicinanza a Gragnano, dove agiva una grande conceria (ricordata dall’ odierno nome di un ponte e un rione), lascia pienamente valida l’ipotesi che si producessero anche scarpe e stivali in pelle.  Tra coloro i quali hanno continuato quest’arte tra fine ‘800 e primo ‘900, mi piace ricordare mio nonno materno Ferdinando Milano, che poi emigrò a New York e lì trovò lavoro presso un accorsato calzolaio inglese. Per il periodo dell’immediato dopoguerra (anni Quaranta del secolo scorso) Giuseppe Naclerio, esperto calzolaio di Pianillo, racconta che vi erano ad Agerola circa quaranta produttori di scarponi per montanari e di sandali da lavoro; aggiungendo, tra l’altro, la simpatica notizia che per i fondi si usarono a lungo dei ritagli di copertoni d’automobile; bell’esempio di riciclo ante litteram!

Appendice : Qualche osservazione in più sui vaticali.

Da una anlisi rapida delle “rivele” del catasto onciario si capisce che lì vaticale è inteso come conduttore, piuttosto che come proproetario di muli. Infatti, molti vaticali agerolesi non risultano possedere muli, né altre bestie da soma. Fanno eccezione i mulattieri Donato Gentile, che abitava a La Francazza e teneva due muli,   Gaspare di Milo, che abitava in Piazza di S. Matteo e teneva un mulo, Ignazio Cavaliere di Faito (Campora) che teneva due muli e, infine, Lodovico, figlio del bracciante Lionardo di Fusco di Vendurella (Bomerano) che teneva due muli.

Al converso, risultano vari casi di persone che non erano vaticali, né ne avevano in famiglia, e che pure possedevano animali da soma. Così il

M.co Saverio D’Acmpora (forse mercante), con moglie e 7 figli minori in casa e con molte proprietà terriere, aveva due muli. Il M.co Baldassarre Gentile, ricco  fornaro con imponibile totale di oltre 1300 ducati, teneva tre  muli “per uso di fatiche”. Tre muli possedeva anche il bracciante Gio Battista Iovieno. Due mulini ciascuna possedevano le famiglie di Clemente D’Acampora (e di Giuseppe d’Acampora, entrambi filatori di seta. Il massimo lo raggiungeva la famiglia del calzolaio Gaetano Villani, che teneva due muli e due somari.

Verosimilmente quei  vaticali che non avevano muli propri (che, ripeto, erano la maggioranza), vivevano guidando a pagameento i muli e/o somari di quelli che possedevano, si,  tali bestie, ma non avevano in famiglia chi sapesse o volesse guidarle  (almeno, non nei viaggi più impegnativi).

E non va dimenticato che la compagnia di un esperto vaticale poteva essere utile anche a chi – in sella al proprio mulo o somaro – doveva spostarsi tra Agerola e le città vicine per motivi di commercio o professionali.  E chissà che i nostri vaticali non si adattassero anche a condurre la cosiddetta seggia (“portantina”), la quale era un diffuso mezzo di trasporto persone (una sorta di “taxi delle mulattiere”) riservato ai più danarosi e a chi era inabile a cavalcare.

Ai fini del calcolo dell’imponibile da tassare, nel Catasto Onciario del Regno di Napoli il possesso di un mulo veniva valutato come una rendita annua di 4,5 ducati; mentre 3 ducati annui era la rendita presunta di un somaro.  La rendita annua della professione di vaticale veniva invece stimata in once 12 (=72 ducati).

 

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