S. Antonio Abate. Vita, diffusione del culto e attributi iconografici

 

La vita

S. Antonio abate nacque  a Coma (odierna Qumans, Egitto)  nel 251 d.C. Gli scritti più antichi che ci parlano di lui sono la Vita Antonii, scritta nel 357 circa da Atanasio, vescovo di Alessandria (che ebbe Antonio come suo occasionale collaboratore) e la Vita Sancti Pauli primi eremitae, dedicata a S. Paolo di Tebe e  scritta da San Girolamo negli anni 375-377.

Figlio di agiati agricoltori, Antonio timase orfano quando aveva circa vent’anni.  Facendo suoi i precetti evangelici, distribuì tutti i suoi beni ai poveri e si ritirò in una vicina area desertica, per condurre una vita di preghiera, povertà e castità, simile a quella che altri anacoreti avevano da poco intrapreso.

Rimase eremita per tutta la sua lunga vita, ma con due parentesi: la prima per confortare i cristiani di Alessandria perseguitati da Massimino Daia; la seconda, su invito di Atanasio, per esortarli alla fedeltà verso il Conciliio di Nicea (lotta contro l’Arianesimo).

Già in vita accorrevano da lui, attratti dalla fama di santità, pellegrini di tutto l’Oriente e pare che anche l’imperatore Costantino e i suoi figli ne cercarono il consiglio. Tra il 285 e il 305 visse tra i ruderi di un fortino romano abbandonato sul monte Pispir ,verso il Mar Rosso, cibandosi del pane che ogni tanto gli calavano delle persone dei paraggi.  Col tempo molte persone vollero stare vicino a lui e, così, nacque una comunità fatta di diversi eremiti che vivevano isolati in grotte della zona, mentre Antonio faceva loro da guida spirituale. Nel  307 incontrò Ilarione, al quale diede consigli su come organizzare una comunità monastica a Majuma, città vicino a Gaza dove sorse poi il primo monastero della cristianità della Palestina.

Antonio visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide dove, pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento, morì, all’età di 105 anni, probabilmente nel 356.

 Il viaggio delle spoglie e la diffusione del culto in Europa

Secondo Aymar Falco, storico ufficiale dell’Ordine dei Canonici Antoniani (vissuto nel XVI secolo), le spoglie mortali di S. Antonio  furono traslate ad Alessandria a metà del VI secolo. Poi, a seguito dell’occupazione araba dell’Egitto, furono portate a Costantinopoli attorno al 670. Nell’anno 1070 l’imperatore di Costantinopoli le avrebbe donate al nobile Jaucelin de Châteauneuf, che portò quelle reliquie a La-Motte-au-Bois, cittadina a metà strada tra Grenoble e Valence (che poi si chiamerà Saint-Antoine-en-Viennois).

Intorno a questa nuova tomba di S. Antonio si sviluppò la fede nelle virtù taumaturgiche del santo, particolarmente in riferimento alla guarigione da un male che all’epoca era molto diffuso: quell’Ignis sacer  o mal des ardents che in quel tempo assunse il nuovo nome di Fuoco di Sant’Antonio[1].

Si trattava principalmente  di ciò che oggi chiamiamo  Ergotismo, cioè  una grave forma di avvelenamento che viene provocata dal fungo Claviceps purpurea, che infesta talora la segale e che all’uomo causa cancrena, convulsioni e allucinazioni[2].

Nel 1089 il nobile  Guérin de Valloire, colpito dal male, fece voto a S. Antonio che, se lo guariva,  avrebbe dedicato la sua vita ai malati. Egli guarì e, dunque, fondò la Compagnia caritetevole dei fratelli della carità, con un suo ospedale dedicato a S.  Antonio ove accogliere e curare chi era colpito dall’omonimo  “fuoco”.

Nel 1247  papa Innocenzo IV eleva la comunità al rango di ordine religioso , posto sotto la regola degli Agostiani. Quell’ordine religioso, che fu detto degli Ospedalieri Antoniani, nei due secoli a seguire si espanse rapidamente in tutta Europa e oltre. Nel Quattrocento erano oltre 370 gli ospedali antoniani sparsi per l’Europa. In Italia i primi centri degli Ospedalieri antoniani sorsero lungo la via francigena (per assistere i pellegrini che la percorrevano), ma anche a Teano  e Napoli. Qui, fuori la Porta Capuana, la chiesa e l’ospedale di  S. Antonio abate (1313- 1370) diedero un forte impulso al formarsi dell’omonimo Borgo.

[1]  Per  la guarigione si invocava S. Antonio abate nella convinzione che egli, avendo sofferto piaghe e dolori simili per opera di Satana, poteva ben comprendere le pene del malato e avere pietà di lui.

[2]  In effetti, il termine Fuoco di Sant’Antonio fu usato anche per altre malattie che secoli fa non venivano distinte dall’ergotismo: l’ Herpes zoster   e l’ Erisipela.

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 Gli  attributi  iconografici

La storia post mortem di S. Antonio in Europa ci porta a ben comprendere come mai le raffigurazioni più diffuse del Santo (tra cui la diffusissima sua “immaginetta” e la statua e il dipinto nella millenaria parrocchiale di Pianillo, Agerola), ce lo mostrano con in mano un bastone munito di campanella, un maiale e un fuoco.

Quest’ultimo richiama l’afflizione di cui sopra, mentre la campanella è presente perché usavano portarla gli Ospedalieri antoniani. A loro rimanda anche il maiale, il cui grasso essi usavano come base per la preparazione di pomate lenitive da spalmare sulle piaghe di chi era colpito dal  “fuoco di Sant’Antonio”.

Col passare dei secoli , il valore simbolico di quel maiale fu equivocato e i contadini cominciarono  a interpretarlo come emblema di S. Antonio protettore degli animali domestici; tanto che si prese a raffigurare intorno al Santo anche altre bestie da fattoria.

Riguardo al bastone che S. Antonio reca in mano, osservo che esso compare anche nelle rappresentazioni anteriori al nascere degli Ospedalieri.

Da sempre è un bastone con terminale a forma di tau; del tutto simile  a quello che usano  ancora oggi i preti e monaci copti dell’Etiopia e dell’Eritrea (regioni non troppo lontane dall’Alto Egitto).

Se il maiale, la campanella e il fuoco arrivano nell’ iconografia del santo provenendo dagli Ospedalieri antoniani, il Tau del bastone ha fatto il percorso inverso: dalla più antica e realistica  iconografia del santo  agli Ospedalieri, sul cui abito è, infatti, una ben visibile lettera tau (tanto che son detti anche Ospedalieri del Tau).

Circa il significato del Tao voglio ricordare che il suo valore simbolico lo si ritrova già nell’Antico Testamento: “Il Signore disse: passa in mezzo alla città (Gerusalemme) e segna un Tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono”(Ezechiele, 9, 4).

D’altra parte il Tau greco è l’iniziale di Theos (Ƭεός), ‘Dio’ . Ma in relazione alle guarigioni miracolose attribuite a S. Antonio è il caso di ricordare anche che inizia per Tau anche la parola Taumaturgo, che viene dalle voci greche [thauma (‘meraviglia, stupefacente’) e ergon (‘opera, azione’).

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Concludendo, 

la diffusione in Europa del culto di S. Antonio abate, così come dell’iconografia del Santo a noi tanto familiare, si deve all’opera religiosa e medica degli Ospedalieri di S. Antonio. La nascita e l’espansione di questo ramo degli Agostiniani si lega, come abbiamo visto, alle epidemie di ergotismo che talora scaturivano dal consumo di farina di segale. Questo cereale resistente al freddo era più usato nei paesi dell’ Europa settentrionale, ma sappiamo che anche ad Agerola –per via dell’altitudine-   erano diffuse le coltivazioni di segale (dialettalmente detta Jurmano, da Grano germano). Quindi, non è da scartare l’ipotesi che anche qui il “successo” di S. Antonio abate, patrono del paese  forse fin dal Trecento[1], sia legato a qualche antica emergenza sanitaria del tipo “fuoco di S. Antonio”.

La statua di S. Antonio che si venera ad Agerola  (foto di Antonio Naclerio)

La statua di S. Antonio che si venera ad Agerola (foto di Antonio Naclerio)

[1]  Lo fa pensare il fatto che, quando la comunità degli Agerolesi residenti in Napoli decise di crearsi una Cappella in quella città (esattamente in in S. Agostino alla Zecca), la intitolò proprio a S. Antonio abate. Detta cappella fu fondatada Lisulo de Lantaro de Agerulo mercatori Neapoli, morto nel 1387 e sepolto in detta cappella (cfr. Matteo Camera, Memorie storico-diplomatiche …. Vol. 2, pp. 620-621).

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