Andrea Brancati: l’Agerolese che fece rivivere nella Napoli del Seicento il genio mercantile degli antichi Amalfitani

 

Questa Appendice* di approfondimento sulla interessante vicenda di Andrea Brancati (Seniore) può essere efficacemente aperta riportando integralmente il profilo sintetico che di quel personaggio viene tracciato nel manoscritto di fine Seicento “Notizie d’alcune famiglie popolari della Città e Regno di Napoli, divvenute per ricchezza e dignità riguardevoli62:

Andrea Bracato della Terra di Ajrola, figlio di Bartolomeo dell’Arte della Seta, quale esercitò per molto tempo nella strada detta de’ Costanzi l’arte di filatoraro di seta.

Indi si pose a seguire la fortuna del famoso e ricchissimo mercante de’ cambi Gaspare Romer col quale aveva servito e con tale occasione si fece qualche peculio, ma poiché la fortuna lo voleva favorevolmente inalzare, occorse che appaltandosi per la prima volta l’arrendamento63 del tabacco, Andrea ne prese l’appalto a basso prezzo, per lo che divenne ricco al maggior segno e volle farsi nobile con la compra de’feudi, come in effetti si comprò la baronia di Urso Marzo in Calabria, sopra la quale ottenne titolo di Duca, lasciando molti de’ suoi fratelli nell’esercizio dell’arte della seta, come furono Vincenzo, Onofrio e altri.

Ma la fortuna con la sua solita instabilità, volle sommergerlo poiché accusato di aver avuto intendimento con ribelli messinesi, che s’erano rivoltati contro il natural Signore (che poi risultò in loro grandissimo danno) a’ quali avesse mandato navi cariche de’ viveri e di mercanzie, fu carcerato insieme con Domenico suo figliuolo in Castello, e sequestratili tutti li beni, ove dopo alcun tempo di carcerazione se ne morì.

Ebbe per moglie donna di casa Tizzano di Massa Lubrense, sorella di Carlo e Mattia, mercanti di zigarelle in Piazza Larga, con la quale procreò Domenico, ch’è quello che fu carcerato in Castello con lui, il quale finalmente con decreto del Collaterale (così al Marchese de Los Vleles, Viceré di Napoli piacendo) fu scarcerato e dichiarato innocente. Non godé molto tempo Domenico della scarcerazione poiché sopraggiunto dalla sua infermità, finalmente morì lasciando di sua moglie di casa Lavagna, figlia di Giuseppe mercante di cambi assai accreditato, un figliuolo che al presente vive e possiede due terre: Ursomarzo e Abbate Marco & ha preso moglie con ricca dote, della quale è rimaso vedovo, e vi ha procreato due figlie, che al presente vivono; una detta Maria Antonia e l’altra Caterina.

Oltre a costituire una prova della notevole fama che ebbe il nostro Andrea Brancati nella Napoli del Seicento, la narrazione del Conforti, riepilogando le principali vicende del personaggio e dei suoi primi eredi, ben si presta a fungere qui da “trama di base” nella quale andare ad inserire tutte le altre notizie e precisazioni (talora correttive) che ci vengono da altre fonti e documenti.

A tal proposito, per quanto concerne la terra di origine di Andrea, abbiamo già visto le prove che portano a riconoscere Agerola in quell’Ajrola che scrive il Conforti e che altri – ingannandosi – potrebbero identificare con la beneventana Airola. Ad Agerola, d’altra parte, la presenza dei Brancati è attestata fin dal Medioevo64 ed un antico addensamento edilizio della periferia Est del casale Pianillo è denominato Case Brancati. Qui sorge anche la seicentesca Cappella di famiglia dedicata a S. Anna, nella quale si conserva la lapide tombale fatta scolpire nel 1623 dal padre di Andrea, Bartolomeo65. Nel confermarci questa paternità, le “Notizie…” del Conforti ci dicono anche quale fu l’occupazione del genitore: Andrea Bracato della terra di Ajrola, figlio di Bartolomeo dell’Arte della Seta,…66.

 

 

LAPIDE

La lapide tombale che Bartolomeo Brancati fece preparare, per se e per i suoi posteri, nel 1623

 

 

Circa questa occupazione, va ricordato che nel secolo XVII la bachicoltura e la filatura della seta furono attività molto diffuse nell’area dell’ex Ducato d’Amalfi e ad Agerola in particolare67. In un manoscritto seicentesco riportato da Matteo Camera68 si legge: “L’arte principale de questa terra (Agerola) è l’arte di filatori di seta, et vi si lavorano ogni anno duemilacinquecento libbre di seta; et tiene perciò in lavoro quaranta filatorii da lavorare e torcere in essi da ventimila libbre di seta l’anno…”.69 Molti furono anche gli agerolesi che si trasferirono e si affermarono a Napoli come filatori o come mercanti di seta. Nel tardo ‘600 vi operavano 98 filatori di Agerola, che così si piazzava terza (dopo Sorrento, con 115 e Cava, con 106) tra i centri del Regno che contribuivano maestri filatorari alla Capitale. In quanto a mercanti di seta, su un totale di 516 che provenivano da varie parti del Regno, ben 44 venivano da Agerola70.

Riguardo a Bartolomeo Brancati, non sappiamo con quale ruolo afferisse all’Arte della Seta, ma il fatto che egli riuscì ad avere un sepolcro di famiglia nella parrocchiale di S. Maria la Manna71 dimostra che egli raggiunse una situazione agiata e preminente che porta ad escludere l’ipotesi che egli fosse un semplice filatoraro, se non agli inizi della sua carriera. Negli anni della maturità egli doveva, piuttosto, essere un mercante di seta; probabilmente impegnato a trattare ampie partite della cospicua produzione serica agerolese, risultando a capo di un nutrito gruppo di filatori e tessitori, tra cui i suoi figli e altri parenti72.

Per quanto concerne l’ubicazione della prima bottega napoletana dei Brancati, vale la pena di ricordare come la Strada de’ Costanzi73 ricadesse nella ampia fascia costiera di Napoli ove si addensavano le attività dell’Arte della Seta; appartenendo per l’esattezza a quel quartiere di Portanova che registrava fin dai secoli medievali il maggior numero di artigiani e mercanti trasferitisi nella Capitale dalla natia Costa d’Amalfi.

Riguardo alla carriera di Andrea Brancati, il sopra riportato brano del Conforti propone una ricostruzione che, forse, tende a sminuire alquanto le prime tappe per rendere ancora più eclatante al lettore la successiva “fortuna” del personaggio. Una tendenza, questa, che si può leggere anche in qualcun’altro dei “casi” trattati nel manoscritto74. Ad esempio, quello di Bartolomeo d’Aquino, il cui padre, facchino alla dogana di Napoli, scaricando balle di lana provenienti da Tunisi, avrebbe trovato in una di esse “una sella posta di gioje”. Oppure quello di Virgilio de Luca, inizialmente venditore di cappelli vecchi a Piazza Mercato e poi mercante di seta, che avrebbe iniziato la sua scalata sociale trovando un tesoro in una casa da lui comprata in Vico de Mandesi. Oppure ancora, il caso di Santillo Lucarelli, umile venditore di salzuma, la cui fortuna sarebbe iniziata quando il padre trovò pieno di monete d’oro uno dei barili di ventresca salata, predati a dei corsari, che egli aveva comprato alla fiera di Salerno.

In effetti Andrea proveniva da una famiglia agerolese che, come abbiamo visto, era relativamente agiata e proficuamente attiva nell’Arte della Seta. Appare perciò poco credibile che egli si trasferisse a Napoli per svolgervi un mestiere (quello di filatoraro, stando al Conforti) che avrebbe potuto ben continuare nel paese natio. Se davvero i suoi primi tempi a Napoli lo videro impegnato nel settore della filatura e/o tessitura della seta, è più verosimile pensare che Andrea lo facesse ad una certa scala; forse con qualche dipendente salariato in bottega e/o con dei tessitori associati mediante prestiti e forniture.

Venendo poi a quell’accenno d el Conforti al servizio prestato presso Gaspare Romer, vi si può leggere – piuttosto che una scelta dettata da indigenza – l’intento di Andrea di prepararsi a passare ad attività mercantili, svolgendo un utile praticantato, come commesso, presso colui che all’epoca era uno dei dominatori della scena mercantile e finanziaria di Napoli75.

Per non essere –come non fu- una velleitaria ambizione, il progetto di “seguire la fortuna” del Romer (ossia, darsi alla mercatura) non poteva che basarsi su una certa disponibilità di capitali da investire. Oltre che sui proventi derivantigli dalle citate attività tessili, Andrea poteva forse contare –dopo accordi in tal senso- sui guadagni che anche i suoi fratelli andavano facendo nel campo della seta e che intendevano reinvestire. Per non dire che anche il matrimonio con Caterina Tizzano76, sorella di affermati mercanti di zigarelle77, d’amore o di interesse che fosse, finì col favorire il disegno di Andrea di darsi anche lui alla mercatura.

Dai Libri delle Matricole dell’Arte della Seta di Napoli, risulta che Andrea ottenne l’iscrizione come Mercante di quell’Arte il 26 Aprile del 164678, quando doveva essere un quarantenne o poco meno79.

Su cosa fece nei primi anni da mercante non sono ancora emersi documenti, ma il fatto stesso che nel 1653, per aggiudicarsi il neo-istituito arrendamento del tabacco, Andrea fu in grado di offrire 14.000 ducati annui80, prova che egli aveva saputo incrementare rapidamente il capitale col quale aveva iniziato la sua carriera di mercante.

Alcuni anni dopo, dato che il consumo di tabacco andava rapidamente crescendo, per vedersi rinnovata la concessione, Andrea dovette impegnarsi per il doppio della cifra annua garantita nel 165381. Di un ulteriore aumento, infine, abbiamo prova in una Prammatica del 166482 cui è allegato un documento a firma di Martin de Otermin (Señor Regente Lugarteniente della Camera della Sommaria) nel quale si legge che l’arrendamento dello jus prohibendi del tabacco nel Regno di Napoli per il quinquennio a partire dal 18 Settembre 1664, se lo aggiudicò il “Magnifico Andrea Brancato ofreciendo pagar 45 mil y ciento y diez ducados al año” (ossia 45110 ducati annui).

Che questa nuova fonte di reddito non distogliesse Andrea dalle sue tradizionali attività mercantili, lo si ricava da una scrittura bancaria del 1658 che lo mostra ancora impegnato nel commercio di articoli in seta83. Altri documenti ci fanno poi percepire la sua tendenza ad ampliare e diversificare le sue attività mercantili. Si tratta di un atto notarile del 1658 che ci rivela interessi commerciali a Bari, legati a partite annonarie e coinvolgenti anche lo zio Pietro Brancati84; nonché un documento del Monastero di S. Paolo Maggiore85 dal quale si evince che nel 1662, in società con Carlo Arici86, Andrea acquistò due grosse partite di corallo grezzo (“rottame di Spagna” e “rottame rosse di Palermo”), verosimilmente da rivendere ai gioiellieri napoletani.

A darci prova della crescente ricchezza di Andrea è anche il fatto che egli –nell’Ottobre del 1667- fu in grado di sborsare, senza grossi traumi finanziari, la esorbitante cifra di 45.000 ducati che egli si vide chiedere dal Viceré don Pietro d’Aragona quale transazione atta a chiudere un procedimento che lo vedeva accusato di alcune frodi, tra cui l’aver alterato del tabacco con fiori secchi d’arancio macinati87.

Negli anni ’60 del suo secolo, Andrea ci appare anche impegnato ad acquisire una buona immagine pubblica e ad elevare socialmente la sua famiglia. In tale ottica può, infatti, inquadrarsi un suo donativo alla monumentale chiesa di S. Maria la Nova, all’epoca frequentata dall’aristocrazia napoletana, nella quale “\rancato88, ottenendone in cambio la concessione di una “lapide terragna”89. Per inciso, va qui notato che la scelta di quella particolare chiesa potrebbe indicare che, in quella data, Andrea aveva già lasciato la zona di Porta Nova ed acquistato (o fatto costruire) quel palazzo sulla Strada del Castello di cui ci dà notizia lo stesso Conforti in un’altra sua opera90.

Donativi molto più rilevanti Andrea li elargì in favore dei Frati dell’Osservanza di S. Francesco che, sulla Strada del Castello, stavano completando la chiesa di S. Diego d’Alcalà, detta anche “dell’Ospedaletto” perché l’annesso convento (oggi caserma della Polizia di Stato) era stato un ospedale “per poveri gentiluomini” nel corso del ‘50091.

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Attuale aspetto della facciata e pianta della chiesa di S. Diego all’Ospedaletto. Nella foto, a sinistra della chiesa, si vede parte del vasto edificio conventuale dei framcescani (ora Caserma di polizia). Nella pianta della chiesa viene evidenziata in rosa la Cappella di S. Francesco.

 

 

 

Parlando di questi lavori, il Celano scrive che “A spese poi di Andrea Bracato, uomo di gran facoltà, fu posta la Chiesa tutta in oro a stucchi finti92. Ma il contributo maggiore Andrea lo diede per la grande Cappella di S. Francesco (a sinistra dell’altare maggiore; Fig. 9), che il Conforti ritenne addirittura “da lui (Andrea) eretta93. Ma ciò pare essere una esagerazione, visto che la cappella in questione, recando sulla volta degli affreschi di Battistello Caracciolo94, deve ritenersi eretta nel primo Seicento; periodo nel quale –per quanto finora ne sappiamo- Andrea non era ancora ricco abbastanza da poter finanziare l’opera. Egli intervenne, invece, negli anni centrali del secolo, per sostenere il completamento del ricco apparato decorativo della Cappella; del che ci dà testimonianza anche il Pansa laddove scrive: “…nella quale Chiesa (dell’Ospedaletto) Andrea Brancato pose quadri famosi95. Tra i quadri in questione spiccano, sulle pareti laterali, delle grosse tele con Storie di San Francesco che Andrea commissionò a Michele Regolia, emergente pittore di origini palermitane (ma formatosi a Napoli presso il Corenzio) che egli dovette conoscere personalmente frequentando la casa del mercante-mecenate Gaspare Romer. I lavori che Andrea finanziò in S. Diego dell’Ospedaletto inclusero anche delle non meglio specificabili opere in marmo commissionate, per 630 ducati, allo scultore Pietro Sambarberio96. Parecchi anni dopo Andrea ordinò allo stesso marmoraro, e per la stessa chiesa, una tomba (ora scomparsa) che egli non giunse a veder ultimata e che troviamo al centro di un atto notarile col quale il nipote Andrea Jr., nel 1692, interviene a saldare il residuo dovuto (200 ducati su 265) al nipote del Sambarberio, Ferdinando di Ferdinando97.

Circa le opere d’arte finanziate da Andrea Brancati Sr. nella Cappella di S. Francesco, va segnalata la tela del grande Luca Giordano che si trova sull’altare di fondo della cappella stessa98. In essa compaiono la Vergine con il Bambino e due santi ai loro piedi: S. Francesco d’Assisi, intestatario della Cappella, e un Sant’Andrea Apostolo nel quale possiamo leggere la riconoscenza dei Francescani, gestori del complesso, verso Andrea Brancati, munifico finanziatore della cappella stessa99.

Ancora in tema di donazioni, va ricordato nuovamente quella scrittura bancaria del 1670100 che ci rivela come Andrea fosse solito destinare annualmente un premio di maritaggio a una donzella indigente della sua terra natia. Il fatto che ciò avvenisse in occasione della festività di S. Anna (celebrata presso la cappella di famiglia in Agerola), dà un segno del non interrotto legame con la sua terra d’origine e con i parenti rimasti in paese101.

Va poi considerato che quando detti parenti edificarono e decorarono la Cappella di S. Anna (anni ’60 del Seicento), Andrea aveva già accumulato un cospicuo patrimonio e aveva anche acquisito una certa familiarità con l’ambiente artistico della Capitale, grazie alla sua collaborazione con Gaspare Romer. Si può pertanto ipotizzare che egli contribuì in misura determinante a finanziare la costruzione della cappella agerolese e che fu lui a curare i rapporti con Michele Ragolia; pittore cui egli si era rivolto anche per decorare la Cappella di S. Francesco in S. Diego dell’Ospedaletto. Per questo ad Agerola il Ragolia aveva già dipinto (forse proprio grazie ad una intermediazione di Andrea Brancati) la bella tela di S. Pietro papa e Santi (del 1652) che è nella chiesa di Tutti i Santi, e dipingerà ancora un Sant’ Antonio da Padova per la chiesa di S. Nicola a Ponte, una Madonna del Rosario e Santi (1682) per la chiesa di S. Matteo Apostolo102.

 

PALAZZO A NAPOLI.jpg

Di fronte all’Ospedaletto di S. Diego appare oggi Via Diaz (foto a sinistra), la cui apertura comportò la perdita della chiesa di S. Giuseppe Maggiore e altri edifici. Tra questi, probabilmente, il palazzo dei Brancati, indicato dalla freccia sul dipinto ottocentesco di destra.

 

 

Passando a cose di altro genere, ma sempre in tema di azioni compiute da Andrea al fine di dar lustro a sè stesso ed ai suoi eredi, si deve ricordare l’acquisto di feudi e di un connesso titolo nobiliare103. La sua scelta cadde su due terre della Calabria Citra, cioè Urso Marzo (oggi Orsomarso) e Abbatemarco104, che egli acquistò in un’asta del Sacro Regio Consiglio del 1668 “contro il patrimonio del Barone Giovan Pietro Greco”, precedente possessore di quelle terre105. Ma nel ’68 egli aveva solo “puntato la caparra in Banca de Litto”; poi vi fu una rivalutazione del feudo calcolata dal Tabulario del S. R. C. ed il contratto fu definitivamante chiuso, per 30.000 ducati, il 2 giugno del 1673106.

 

FEUDO BRANCATI.jpg

A sinistra: ubicazione geografica e probabili confini (cambio di tinta) del feudo acquistato da Andrea Brancati Seniore nel 1668 e tenuto dai suoi eredi fino al 1806. In alto a destra: veduta del millenario abitato di Orsomarso. In basso a destra: ruderi del castello dell’Abbatemarco (o “di S. Michele”), lungo l’omonimo fiume.


 

 

 

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Il bel portale in marmo del vasto palazzo baronale di Orsomarso, principale dimora dei Brancati nel Cosentino. Esso si affaccia sulla piazza principale del borgo e si addossa alla guglia rocciosa sulla quale è la Torre dell’orologio.

 

 

 

 

Con tali acquisti feudali Andrea si assicurò anche quel titolo di Barone che poi passerà, di padre in figlio, ai successivi eredi delle citate terre cosentine. Ma già prima di “farsi nobile”, egli aveva guadagnato molta notorietà e stima a Napoli, come esponente di spicco dell’Arte della Seta e come mercante; tanto che – nel 1665 – l’eletto del Pololo Domenico Petrone lo fece eleggere nel Consiglio della Santa Casa dell’Annunziata107, istituzione di rilevante importanza finanziaria ed uno dei centri essenziali del potere popolare a Napoli. Sempre per la sua primaria posizione mercantile, nel 1670, i rappresentanti delle Ottine di Napoli scelsero Andrea Brancati come una delle sei persone da proporre al Viceré per la successiva selezione dell’Eletto del Popolo108; carica cui andrà di nuovo abbastanza vicino nel 1674109.

Tornando alle attività commerciali di Andrea, vediamo che negli anni ’70 del Seicento, mentre continua a trattare grosse partite di seta lavorata110 ed a prendere, in società col figlio e col mercante Giuseppe Picone, l’arrendamento dell’imposta “delle 7 grana per libbra” sulle Sete di Calabria111, egli ingigantisce i suoi commerci di derrate alimentari, giungendo a conquistarsi l’esclusiva per il rifornimento di olio d’oliva alla Città di Napoli112. Anche per la fornitura di oli guasti all’Arte dei Saponari (con sede nel chiostro di S. Diego dell’Ospedaletto) risulta che Andrea tenne a lungo un contratto in esclusiva113.

Sempre negli anni ’70, Andrea Brancati, spesso coadiuvato dal figlio114 (che da metà decennio circa sarà con lui associato nella Ragion Cantante Andrea & Domenico Brancati), si conquistò anche il monopolio delle forniture di grano alla Città di Napoli115, per le quali i Brancati operavano acquisti sia sui mercati di Puglia che da nobili latifondisti e da enti ecclesiastici napoletani, quali la Compagnia del Gesù ed i monasteri di S. Martino e dell’Ospedaletto116. Altre fonti di reddito erano poi delle forniture alla Corte, tra le quali -ad esempio- l’appalto per approvvigionare di vettovaglie i 20 vascelli dell’armata reale che operano intorno a Messina nel 1675117.

In quel periodo, i Brancati erano oramai diventati i più ricchi mercanti di Napoli ed affiancavano alle compravendite all’ingrosso di varie mercanzie anche delle attività quasi da banchieri (prestiti, fideiussioni, cambi, ecc.); tanto da entrare a pieno merito nella categoria che allora veniva detta dei mercanti di cambi. Tra coloro i quali si rivolgevano ai Brancati per prestiti, oppure per investire tramite loro delle somme, troviamo anche esponenti della nobiltà, quali –ad esempio- il Grande di Spagna G. D’Avalos, la principessa di Tarsia Angela Spinelli, Carlo Carafa Branciforte principe di Butera della Roccella, Carlo Brancaccio principe di Ruffano, il barone Michele Lopez Russo di Taurisano e Fabrizio Caracciolo duca di Girifalchi118.

Come si evince dalle molte scritture bancarie superstiti119, i loro commerci si allargavano anche verso l’Italia centro-settentrionale (Gaeta, Pisa, Livorno, Genova, Venezia) e verso l’estero (Amburgo, Londra, Malta, Madrid), con loro rappresentanti stabili in molte delle piazze commerciali frequentate.

Per la movimentazione delle partite che venivano comprate e vendute, i Brancati facevano spesso ricorso al noleggio di navi ed a collaborazioni con comandanti, sia del Regno che di Genova ed Inglesi, tra i quali ultimi si segnalano Daniel Trassey, Thomas Hasloch, George Davies, Richard Bakker120.

A permettere ai Brancati delle così vaste e impegnative attività economiche non erano solo i capitali propri (accumulati in anni ed anni di sapiente mercatura), ma anche gli ulteriori capitali che aggiungevano –come soci occasionali per specifici affari- altri mercanti e nobili in cerca di buone occasioni di investimento. Negli anni in questione, inoltre, Andrea e Domenico Brancati poterono contare su di un ingentissimo capitale avuto in gestione dall’Ordine di Malta, il quale ammontava a ben 150.000 “pezze da otto”121, equivalenti a quasi 1.200.000 ducati122.

Sfuggita agli altri autori che si sono occupati di questi ricchi mercanti, la notizia emerge da un trattato di inizio ‘700123 nel quale si specifica che quelle 150.000 pezze da otto costituivano il “danaro delle Ricette (nel senso di raccolte) di Francia e di Spagna” che Andrea e Domenico B. tenevano in custodia, per poi “rimetterlo secondo il bisogno in Palermo, in Livorno o qui in Malta”.

Mentre tutto, dunque, andava per il meglio e sembrava promettere ulteriori ingrandimenti dell’impero economico di Andrea Brancati e figlio, nel 1679, i due furono raggiunti da una pesante incriminazione: quella di aver tradito lo Stato vendendo viveri alla città di Messina mentre questa, rivoltatasi contro gli Spagnoli, era sotto assedio e sotto embargo124.

In apertura di questa Appendice abbiamo già visto come il manoscritto “Notizie…” del Conforti sintetizza l’evento e le sue conseguenze. Ma è l’altra opera qui citata del Conforti125 a darcene i dettagli in più “pagine quotidiane”:

25 aprile 1679): “…ad ore cinque di notte, fu carcerato in sua casa il signor Andrea Brancato, mercante di raggione ricchissimo, il signor Domenico, suo figlio ed alcuni scrivani di sua casa, e portati nel Castel Nuovo, ove furono posti in carcere separate, per ordine di sua maestà, con titolo di ribellione126, essendosigli apposto127 che avesse mandato vascelli di grano a Messina, in tempo che questa città stava ribella, e che per detta causa s’era servito de’ vascelli inglesi, per lo qual effetto n’è stato anche carcerato il console della nazione inglese, il quale ha deposto di aver in detto tempo permesso al detto Brancato di noleggiare li detti vascelli. Per lo che sono state sequestrate tutte le robbe e beni, in qualsivoglia luogo siti e posti, prese tutte le scritture che si sono trovate in sua casa e tutti li mobili di essa, inventariati e consignati a Giuseppe Lavagna128, similmente mercante di raggione, e ad Onofrio Brancati fratello di detto Andrea129.

12 settembre 1679): “…è morto in Castello Andrea Brancato di morte naturale, causata, come si dice, dal disgusto da esso preso per aversi trovato nel monasterio dell’Ospedaletto130 una cascia piena d’argento e, quel che più importava, il suo Libro maggiore, dal quale appariva il fallo commesso, per lo che era stato col suo figlio carcerato; e ciò per revelazione di un sue servo. E’ stato il suo corpo sotterrato nella sua cappella di S. Francesco, eretta da lui dentro la Chiesa dell’Ospedaletto, con licenza del Vicerè; mentre, come reo, si doveva sotterrare dentro lo stesso castello ove era morto. E il suo figliuolo non ha potuto ottenere grazia di vederlo morto, come n’avea fatto istanza.131.

8 aprile 1680): “…si è fatto in Collaterale la causa di Brancato, ove è intervenuto il signor Visitatore132, il signor Presidente del Sacro Consiglio, signor luogotenente della Regia Camera, il signor consigliero Conte di Legarde, commissario della causa, ed il signor don Stefano Pariglia, fiscale dato in luoco del signor Ignazio Provenzale, quale fu dato dalla parte per sospetto; e questi, oltre che delli signori regenti. Furono li suoi avocati li signori Francesco d’Andrea133 e Filippo Maresca. E parlò l’Andrea134 con la sua solita eloquenza, e fu dalli detti signori ministri fatto voto a suo favore, poiché il decreto che nacque fu che, “reformato titulo, defentiones…”. Ch’è stato quanto poteva guadagnare, mentre si è tolto il titolo di ribelle che l’era stato apposto, per lo che l’erano stati confiscati tutti li beni, e quelli buona parte Dio sa come andati; restando solo a difendersi circa l’altre cose appostegli, cioè contrabbando ed altre cose simili, mere civili135.

12 marzo 1681): “… a sera, giorno della festa di S. Gregorio, si è fatta in Collaterale la causa di Brancato, dispensando il signor viceré al giorno di festa. Ha parlato per il Brancato il dottor signor Francesco d’Andra, celebre avocato, conforme avea fatto le altre volte, e si è fatto il diffinitivo decreto a favore del reo, cioè “quod liberetur in forma, deleatur titulus et tollatur sequestrum” che è quanto poteva desiderare136.

14 marzo 1681): “… ad ora di mezzogiorno, è uscito di priggionia dal Castello Nuovo, ove stava, Domenico Brancato, figlio di Andrea ….ed è venuto in sua casa. E al tardi della sera si condusse a Palazzo a ringraziare il signor vicerè137.

A darci qualche altra informazione sull’accusa e sul lungo processo in questione è Domenico Antonio Parrino a pagina 539 del suo Teatro eroìco e polìtico de’ governi de’ Viceré del regno di Napoli (1730): “Volle parimente il Marchese (de Los Velez) che lì fossero giudicate le cause degli accusati nella giunta degli inconfidenti, delle quali la più famosa fu quella de’ Baroni Andrea e Domenico Brancati, ch’avendo servito S. M. nelle negoziazioni accadute pe’ bisogni di quella guerra138, furono chiusi nel Castel Nuovo sotto pretesto ch’alcune navi cariche di vittuaglie che col nome di preda erano entrate in Messìna139, fossero state a bella posta colà spedite e vendute a carissimo prezzo. Durò quello giudicio per lungo spazio di tempo, quantunque il Marchese mirasse con buon occhio Domenico140, col quale avea sovente trattato, non volle ad ogni modo impedire il corso della giustizia, anzi mandò in Reggio e Messìna il Conte di Legarde del Consiglio di Santa Chiara e Commissario di questa causa, a far minuta inquisizione del fatto. L’evento nulladimeno fu favorevole ai rei, quantunque costasse loro una lunghissima prigionia, con cio fiato fa che, essendo stati ritrovati innocenti, fu restituita a Domenico la libertà, ed i beni, non avendo potuto Andrea suo padre godere un giorno sì lieto, come quegli che morì nelle carceri vittima non meno della vecchiezza che del cordoglio”.

Del processo contro i Brancati parla abbastanza diffusamente anche G. Galasso141, il quale afferma che “era noto che i due mercanti erano legati al Viceré da rapporti d’affari” e che la conseguente indulgenza del Viceré si era manifestata già nel febbraio del 1679, quando non fu dato corso giudiziario all’accusa, mossa contro Andrea Brancati e Carlo Arici suo socio, di aver di aver tentato di corrompere Fabio di Dura (Eletto del Seggio di Porto che poi denunciò il fatto) per ottenere il rapido pagamento dei loro crediti verso la Città142.

Probabilmente, a determinare un verdetto abbastanza favorevole agli accusati, contribuì anche l’intervento dei vertici dell’Ordine di Malta (all’epoca denominato Sacra Religione Militare di S. Giovanni Gerosolimitano) che, interessati ad un rapido sblocco dei fondi che avevano affidato ai Brancati, fecero pressioni sia presso la corte di Spagna che presso il Vicerè di Napoli143.

Tornando al sopra riportato brano del Parrino, va notato l’uso del termine pretesto nel descrivere l’accusa mossa ai Brancati. Ciò potrebbe indicare che l’autore vi sospettasse dietro un qualche complotto. Così fosse, si potrebbe pensare all’azione di qualche mercante, o lobby, che aveva interesse a far crollare la reputazione ed il potere dei Brancati. Anche questo aspetto sarebbe ancora da indagare; ma, intanto, si può ricordare che per certe voci contro i Brancati, circolate in città nel 1679, G. Borrelli144 avanza l’ipotesi che partissero da Agostino e Tommaso di Bisogno, forti concorrenti dei Brancati per le forniture di olio e grano alla Città di Napoli, di cui si assicureranno il monopolio proprio negli anni del processo.

Dei primi segnali del vociare del popolo contro Andrea Brancati ci parla anche G. Galasso145 riferendoci che già nei primi mesi del 1678 correva per Napoli, insieme ad altri “rozzi ma icastici couplets”, il seguente:

Ad Andrea Bracato, c’ha mandato il grano a Messina,

li saranno cacciate le stentina

Come si è visto, l’incriminazione e carcerazione dell’anno dopo furono davvero letali per Andrea, mentre Domenico riuscì a vedere la finale assoluzione dalle accuse più gravi e, appena libero, si rimise all’opera per rimediare –fin dove possibile- ai danni sofferti. Danni che riguardavano tanto la reputazione della Ragion Cantante Andrea & Domenico Brancati, quanto le finanze della stessa, le quali avevano segnato perdite notevolissime146. A proposito di quest’ultime, il Conforti147 dice che, tra l’arresto e l’assoluzione, i beni dei Brancati erano “Dio sa come, buona parte andati”, senza–purtroppo- dettagliare le ragioni di così ingenti perdite e lasciando intravedere, con quel “Dio sa come” il concorso di azioni poco pulite (forse da parte di terzi) che egli non poteva documentare o non voleva riferire.

Di vera e proria crisi della Ragion Cantante Andrea & Domenico Brancati parla G. Borrelli148, aggiungendo che essa “determionò nell’ambito dei mercati e dei cambi, un tracollo della piazza … che si estese a tutta l’Italia, e forse anche all’estero; qualcosa che non si era verificato prima, con un volume di protesti notevolissimo149, fino al 1686, come dimostrano gli atti del notaio Gerolamo de Roma”150.

Appena scagionato e liberato, per subentrare anche formalmente al padre, Domenico dovette immatricolarsi come Mercante all’Arte della Seta151; quindi affrontò quello che si presentava come la più grave emergenza finanziaria del momento: l’intenzione della Giunta dell’Ordine di Malta di liquidare, “su i libri de’ Brancati”, il già visto credito di 1.200.000 real. Pur non riuscendo ad evitarlo, Domenico trattò con quella Giunta un accordo per “sodisfare il suo debito fra certo tempo, e in più pagamenti152, in modo da non dover dismettere subito tutta la cifra dagli affari in cui lui ed il padre l’avevano re-investita.

Credo che fu proprio per costituirsi un utile alleato ecclesiastico per le trattative dilatorie con l’Ordine di Malta che Domenico, a solo un mese dalla scarcerazione, decise di chiedere al celebre frate-teologo Giovanni Francesco Brancati di riconoscergli un legame di parentela. Infatti, quel dottissimo francescano già ricopriva importanti cariche in Vaticano153 e si sapeva che Innocenzo XI gli aveva promesso la porpora cardinalizia (cosa che si avvererà da lì a pochi mesi)154.

Siccome Domenico era trattenuto a Napoli da tante e gravi emergenze amministrative, egli dovette affidare quella “petizione di parentela” a suo cugino Tommaso d’Aquino, frate carmelitano155. Come abbiamo già visto, l’operazione andò a buon fine; nel senso che il quasi-cardinale accettò di buon grado di riconoscere Domenico come suo agnato.

Ma la cattiva sorte si era oramai accanita contro i Brancati: al duro colpo dell’incriminazione era seguita la morte di Andrea Sr. e, poco dopo, era deceduto anche il fratello Onofrio, validissimo collaboratore e consocio; ora –il 28 febbraio 1682- moriva anche Domenico156, lasciando sulle spalle del giovane ed inesperto figlio, Andrea Jr. il grave onere di gestire il difficilissimo momento.

Per le vicende di Andrea Jr. non posso qui presentare (non avendola studiata abbastanza) una ricostruzione di soddisfacente completezza. Ma, attingendo alle varie fonti bibliografiche qui riferite, si evince che egli era nato intorno al 1660157 dalle nozze di Domenico con una figlia del mercante genovese Giuseppe Lavagna; nei primi anni ’80 egli sposò una figlia di Paolo Anastasio (mercante di seta di origini amalfitane ricordato anche dal Pansa158) che portò una ricca dote e gli diede due figlie: Maria Antonia e Caterina159. Rimasto molto presto vedovo, sposò in seconde nozze la nobildonna aragonese Francesca Pérez de Nueros160, dalla quale ebbe due maschi: Domenico Antonio (di norma citato solo col primo nome) ed Antonio (vedi oltre).

ARMA

Lo stemma dei Brancati nella complessa forma che prese nel corso del Settecento a seguito dei vari matrimoni. Come è d’uso in araldica, il blasone originario del capostipite maschio occupa il quarto di massimo valore (in alto a sinistra per chi guarda). Esso riprende quello della lapide tombale in S. Anna di Agerola (vedi fig. 2), ma con l’aggiunta di una corona in capoal leon rampante. Inoltre la forma dello scudo è passata dall’iniziale ovale ecclesiastico a quella di tipo spagnolo (da C. Cosenza, op. cit. IV di copertina).


 


Subentrato ai defunti nonno e padre nella guida della Ragion Cantante Andrea & Domenico Brancati (che mantenne immutata la denominazione, avendo anch’egli un figlio di nome Domenico)161, Andrea Jr. continuò qualche commercio all’ingrosso nel campo della seta162, ma non sembra che riuscì ad evitare il declino verso il quale si era avviata quella società commerciale.

A tal proposito è utile riprendere in esame quel passo della autobiografia del Cardinale Brancati in cui questi narra che Andrea, inviandogli in regalo “duos equos magni valoris” e scusandosi di non potergli donare di più, portò a giustificazione il fatto che “negotia domus sunt valde intricata usque ad hunc diem 11 maii 1683”.

Del peggioramento della situazione economica di famiglia si trova traccia anche in due atti notarili, rispettivamente del dicembre 1691 e del gennaio 1692. Il primo di essi tratta di un vecchio debito con lo scultore Pietro Sabarberio (defunto e, quindi, rappresentato dal nipote F. de Ferdinando) per opere in marmo fatte, per ordine di Andrea Sr., nella chiesa di S. Diego dell’Ospedaletto. Per cercare di negare il debito, per poi accordarsi su una cifra ridotta, Andrea fa verbalizzare come appaia incredibile che il lavoro eseguito non fosse stato tempestivamente pagato dal nonno o dal padre, visto che “vi era una facultà nella sua casa, ch’era nota a tutto il Mondo, et ognuno era sodisfatto per qualsivoglia cosa che farsi havesse avuto a fare in d.ta sua Casa, per servitio di d.ti suoi antenati”163 ; frasi che suonano anche come un ricordo nostalgico dei bei tempi andati. Con l’altro atto notarile, Andrea Jr. dà incarico, alla medesima bottega di completare la tomba voluta dal nonno nella summenzionata chiesa, versa un acconto di 65 ducati e –con una prudenza economica di cui non aveva certo bisogno ai tempi del padre- sceglie di rateizzare su due anni i restanti 200 ducati164.

Quasi sempre citato col titolo di Barone (persino nelle scritture legate alle sue attività mercantili), Andrea Jr. si dilettò anche di musica e di poesia. Tra le fonti che lo attestano vi è il Dell’istoria della volgar poesia, di Giovan Mario Crescimbeni (Venezia, 1730) che, a p. 270 del vol. V, recita: “Andrea Brancati, napolitano, Barone d’Orsomarso e d’Abbate Marco… poetò volgarmente e morì in Orsomarso nel 1710 … Compose molti buoni Sonetti per la morte di D. Francesca Pérez de Nueros de’ Baroni di Verbicaro, nobile Aragonese, sua seconda moglie. Fu d’ingegno vivace, e pronto, ed attese anche alla Musica; e di lui fa onorevol menzione l’eruditissimo Biagio d’Avitabile165 nella Vita di Francesco d’Andrea inserita nella prima parte di quelle degli Arcadi Illustri”. A testimoniare la sua intensa partecipazione alla vita culturale di Napoli vi è il fatto che Andrea Brancati Jr. ebbe dedicate delle Cantate a voce sola da Cataldo Amodei, maestro di cappella di S. Paolo Maggiore, del Collegio di S. Tommaso d’Aquino e del Conservatorio di S. Onofrio166.

FRONTESPIZIO

Frontespizio del volume di cantate che il musicista Cataldo Amodei dedicò ad Andrea Brancati Jr. (dalla biblioteca storica del Conservatorio S. Pietro a Maiella di Napoli).

 

Inoltre, Biagio de Calamo gli dedicò la sua opera I giorni festivi fatti per la presa di Buda dall’armata austriaca nella fedelissima città di Napoli dall’eccellentissimo Sig. Marchese del Carpio, Viceré e Capitan Generale della detta; e da’ suoi cittadini l’anno 1686167. Ad un certo punto, Andrea Brancati Jr. si traferì stabilmente ad Orsomarso, abitando probabilmente nel palazzo baronale che si affaccia sulla piazza principale del paese168. Successivamente si costruì anche una residenza in località Cepollina, dando il via alla nascita di quel casale che poi diverrà S. Maria del Cedro.

CARCERE DELL'IMPRESA

S. Maria del Cedro. Il cosiddetto Carcere dell’Impresa, oggi sede del Museo del Cedro. In questa antica fattoria fortificata, Andrea Brancati Jr. stabilì una fabbrica di zucchero che lavorava il prodotto di circostanti piantagioni.

 

Come abbiamo già visto, di Orsomarso e Abbatemarco -nonché di Agerola- Andrea Ir. prese anche in consegna i fiscali169, ossia le imposte dirette; una forma cauta di investimento che mi pare di poter leggere come un’ulteriore conferma della sua finale rinuncia a replicare le avventure finanziarie del nonno e del padre.

Morto Andrea Brancati Jr. nel 1710170, il possesso del feudo di Orsomarso e Abbatemarco ed il titolo baronale passarono al suo primogenito Domenico Antonio (alias Domenico Jr. o II. Alla morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1738171, il feudo andò al secondogenito, Antonio172. Seguì Andrea III, che nel 1746 vendette agli Spinelli, principi di Scalea, per 9.720 ducati, una parte del feudo posta sulla piana costiera del Lao, in sinistra di questo fiume173. Dato che Andrea II, morendo nel 1749, lasciò solo figlie femmine (di cui due fattesi suore), si aprì tra esse una lunga vertenza ereditaria: nel 1736, Cassandra, ancora minorenne, aveva sposato Vespasiano Giovene e questi aveva preso possesso di Abbatemarco e Cipollina in attesa che gli venissero assegnati i 60.000 ducati promessi alla moglie. Ma le disposizioni testamentali del capostipite prevedevano che, in caso di mancanza di eredi maschi, il feudo dovesse andare a quella figlia femmina che avesse sposato un figlio maschio di discendenti in linea collaterale. Carmela, sorella di Cassandra, sposò allora tale Nicolò (o Nicola) Brancati; probabilmente un suo cugino o zio che, dopo annose liti giudiziarie, ottenne finalmente il feudo ed il titolo di barone nel 1764174. A Nicola successe il figlio Francesco Maria (che sposò Michelina Leporini e morì nel 1816), Egli fu l’ultimo titolare del feudo, dato che nel 1806 fu emanata la ben nota legge per l’eversione della feudalità nel Regno di Napoli. Francesco Maria si trasferì quindi nella vicina Diamante, dove visse in un palazzotto di proprietà ancora oggi riconoscibile per lo stemma col leone rampante scolpito sul portone.175. Un omonimo suo pronipote (nato a Diamante nel 1909) è da poco deceduto ultracentenario a Firenze, ove si era trasferito anni fa con uno dei suoi figli176.

Per concludere con delle annotazioni che ci riportano in Costa d’Amalfi, avanzo l’ipotesi che fu proprio a seguito della perdita del feudo del 1806 che il titolo baronale -passando da reale ad onorifico– potè trasmettersi anche a qualcuno dei discendenti collaterali che risiedevano ad Agerola. In base ai dati che ho potuto sinora raccogliere, non mi è possibile specificare chi fu, in paese, il primo Brancati ad adottare il titolo nobiliare, ma si ha notizia di due baroni177 Brancati: Tommaso, che fu a capo della Guardia Civica Urbana nel 1821178 e Pietro, che fu Capo Urbano nel 1851 e Sindaco tra il 1861 ed il 1862179.

 

MONASTERO

Il casale di Campora in una cartolina di inizio Novecento. Vi si nota anche lo scomparso monastero di S. Teresa (messo in maggior risalto nell’abbinato disegno da foto), coi suoi neri tetti coperti da scandole di castagno, il breve campaniletto e l’imponente muraglione che chiudeva il suo giardino-orto.

Sempre a proposito del ramo che rimase in Campania, voglio ricordare che, sotto la guida dell’intraprendente Andrea Sr., si erano discretamente arricchiti anche alcuni suoi fratelli. E che queste fortune collaterali seguissero parabole, si, meno alte, ma più durature, lo può dimostrare il fatto che Matteo Brancati (figlio di Giacomo, fratello e socio in affari di Andrea Sr.) lasciò ai suoi figli tale eredità da poter loro chiedere di dedicarne una parte alla erezione di un monastero (S. Teresa in Campora di Agerola; vedi sopra) con assegnate rendite per il sostentamento.

Segnali di una raggiunta agiatezza li abbiamo anche per un altro fratello-socio di Andrea Sr., Stefano.

S. PIETRO E SANTI

La tela S. Pietro e Santi (tentativamente attribuita al Ragolia) presente nella chiesetta gentilizia dei Brancati ad Agerola, dedicata a S. Anna. Mostrando i santi dai quali prendevano nome i vari membri, essa ci aiuta a ricostruire la composizione della famiglia di Bartolomeo Brancati. Vicompaiono: a) S. Onofrio; b) un Santo monaco; c) S. Stefano; d) S. Antonio da Padova; e) S. Vincenzo Ferreri; f) S. Simone; g) il Cardinale Brancati; h) S. Gennaro; i) S. Bartolomeo; l) S. Giuseppe; m) S. Giovanni Evangelista; n) S. Pietro; o) S. Andrea; p) S. Giacomo Maggiore. Il personaggio “g” era originariamente un altro Santo, che una tardiva ridipintura trasformò nel Cardinale. La berretta di quest’ultimo dovette coprire l’attributo iconografico del Santo “b” (probabilmente recato nella mano sinistra alzata), così da renderne ora impossibile l’identificazione.

 

Abbiamo infatti visto che egli potè permettersi di tenere la figlia Agnese in un ottimo educandato di Napoli e, nel 1685, mandarla sposa all’affermato avvocato Gennaro Pandolfi, rampollo di una ricca e nobile famiglia amalfitana (tra l’altro fondatrice del Monastero di S. Rosa a Conca dei Marini), nonché Eletto del Popolo a Napoli per il periodo 1670-1674. Questi dati fanno pure capire che i discendenti di Bartolomeo Brancati (come tante altre famiglie ambiziose dell’ex Ducato d’Amalfi) cercarono nella vicina capitale del Regno –dove alcuni mebri si trasferivano- nuove occasioni di guadagno e di ascesa sociale. A ciò sembra che si accompagnasse un certo “familismo affaristico”, utile sia a chi era rimasto in paese che a chi s’era trasferito a Napoli. Ne abbiamo percepito segnali parlando della generazione di Andrea Sr,; ora possiamo aggiungere il caso di quei Brancati che -tra fine Seicento e fine Settecento- figurano come affittuari della Mastrodattia di Agerola e Praiano180 (a tratti competente anche per Montepertuso)181. Dato che nel corso del ‘700 si fece via via più rigida la normativa statale che vietava di affittare una mastrodattia a persona della stessa Provincia182, vi è da credere che quel lungo “monopolio” sulla Mastrodattia di Agerola e Praiano (terre dell Provincia Citeriore) vedesse come protagonisti intestatari, prima dei Brancati agerolesi che delegavano dei fratelli o cugini trasferitisi a Napoli e, tempo dopo, quando simili deleghe furono vietate, direttamente i familiari con residenza ufficiale a Napoli.

NOTE

62 Biblioteca Nazionale di Napoli; Inv. 832 pp. 17r, 17v e 18r.

63 Nel vice-reame napoletano, si dicevano “arrendamenti” le concessioni in appalto di dazii dello Stato.

64 Già nel secolo XI abbiamo attestato ad Agerola il cognome Brancatulo (G. Gargano –La nobiltà aristocratica amalfitana al tempo della repubblica autonoma (839-1131). RCCSA, 31/32, 2006, p. 41), che poi ritroviamo nella forma Brancazuli in un documento del XIII secolo (Mazzoleni e Orefice, op. cit., Doc. CCLXXXI). due varianti di quel tema cognominale Brac–Branc che è presente tra Napoli, Sorrento ed Amalfi almeno fin dal secolo IX e che genererà anche la forma Brancaccio. Per quanto riguarda la forma Brancati, essa è attestata in zona almeno dal 1319, anno in cui tale Benuti Brancati, vedovo di Iacoba de Sansone da Casanova (attuale Furore), possedeva beni in località Fossalupara (Mazzoleni e Orefice, op. cit., Doc.CCCCIX). Vi è poi tale magister Costantio Brachato, figlio di Musci Brachati, che nel tardo Trecento, possedeva beni in Agerola (R. Pilone –Cartulari notarili campani del XIV scolo. 2: Amalfi; Sergio de Ampruczo 1361-1398. CCSA 1994,. Fonti, 6, p. 193-194) e l’agerolese Antonio Bracato che compare in un atto del notaio Nicola Francese di Amalfi (anni 1529-1530, fol. 216), riportato da M. Camera op. cit., vol. 2, p. 619.

65 Come già detto (vedi Introduzione), la Cappella risale al 1665, per cui quella lapide doveva inizialmente appartenere ad una delle fosse poste sotto il pavimento della vicina parrocchiale di S. Maria la Manna; chiesa dove peraltro la vide lo storico Matteo Camera (vedi nota 3).

66 L’attendibilità di queste informazioni può giudicarsi alta in considerazione del fatto che Domenico Conforti fu tra i notai di cui Andrea B. si servì (Borrelli, Op. cit., 1988, p. 42, n. 145).

67 Si veda in proposito M. Camera (Op. cit., vol. 2, p. 99-101), ove è tracciata anche la storia dell’arte serica amalfitana fin dal Medio Evo. Del locale primato di Agerola parla anche Franca Assante a pag 52 di Amalfi e la costiera nel settecento. Uomini e cose (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1994 ).

68 M. Camera, Op. cit. vol. 2, p. 636.

69 Il divario tra le due cifre qui citate (2.500 e 20.000 libbre annue) potrebbe alludere ad una forte incidenza della lavorazione “in nero”; fenomeno di cui dà prova la multa che –nel 1669- il delegato dell’Arrendatore dell’Arte della Seta di Napoli commise a ben 30 persone che ad Agerola filavano senza essere muniti della prevista patente e senza aver pagato alcun diritto (M. Camera, op. cit., v. 2, p. 336, n. 2.

70 R. Ragosta, op e pp. cit.

71 Chiesa nella quale, con ogni probabilità, fu inizialmente collocata la lapide tombale (datata 1623), per essere poi trasferita nella cappella famigliare di S. Anna (vedi Introduzione).

72 Al riguardo è interessante quanto scrive Aurelio Lepre a pagina 253 della sua Storia del Mezzogiorno d’Italia. Volume primo: La lunga durata e la crisi; 1500-1656, Liguori Ed., Napoli 1986: “Spesso gli artigiani si univano in società che consentivano di accrescere il capitale, unire in uno stesso luogo più processi lavorativi (filatura, tessitura, tintura) e dedicare uno dei soci alla commmercializzazione dei prodotti finiti…”. Oltre a dedicarsi a quest’ultima attività, taluni mercanti si posero come figure incaricate di “far circolare il prodotto non finito da un artigiano all’altro” (e in casi come quello di Agerola la filiera doveva cominciare coi bachicoltori; n.d.r.) ed anticipare somme di denaro per gli acquisti della merce grezza e di telai.

73 E’ una delle strade antiche della “Napoli bassa” che sono andate perse col ridisegno urbanistico portato dal Risanamento. Si trovava a valle del Monterone ed oggi ne resta ricordo in un vicolo, detto “dei Costanzi” che sbuca sul Corso Umberto I, circa di fronte all’Università.

74 Una diversa e pur possibile interpretazione di queste esagerazioni la dà A.Lepre, op. cit., p. 254, sospettando che esse riflettano dei “pettegolezzi provocati da invidia”.

75 Nato ad Antwerp (Belgio) nei primi anni del ‘600 e morto nel 1674 a Napoli, ove si era definitivamente trasferito, Gaspare Romer (o Gaspaar Roemer) fu sia un ricco “mercante-banchiere” (o mercante-cambiatore, come è più corretto dire) che un esperto collezionista e commerciante di opere d’arte. Ma soprattutto egli fu apprezzato dall’intera cittadinanza per la sua nobiltà d’animo e la sua generosità. Insieme al conterraneo Vandeneynden (altro mercante fiammingo trasferito a Napoli), il Roemer si occupò anche di approviggionamenti annonari ed altri commerci lucrosi. In campo artistico trattò opere dei massimi pittori dell’epoca (tra i quali lo Spagnoletto, Massimo Stanzione, Aniello Falcone, Battistello Carracciolo e Mattia Preti) verso alcuni dei quali svolse anche azioni da mecenate (G. Ceci, Un mercante mecenate del secolo XVII: Gaspare Roemer, in “Napoli Nobilissima”, n.s., 1, 1920, pp. 160-164; R. Romano Napoli, dal Viceregno al Regno: storia economica, 1976, p. 23; R. Ruotòlo, Mercanti-collezionisti nella Napoli del Seicento. Massalubrense 1984, p. 12 e n. 20. Circa la rilevanza finanziaria che ebbe il Roemer nella Napoli di metà Seicento si veda anche G. Galasso , op. cit., pp. 24 e 212.

76 A darcene il nome di battesimo è ancora il Conforti, ma nei suoi “Giornali di Napoli” (op. cit., p. 8)

77 Alias “zagarelle”, ossia nastri e nastrini di seta colorati. Erano famose quelle prodotte a Massa Lubrense, donde i citati Tizzano provenivano. Non si esclude che i zagarellari vendessero anche altri articoli minuti di seta, quali trine, frange e cordoncini.

78 A S N, AS, Matricole, vol. X, f. 134. Dalla medesima fonte risulta che nella stessa data si immatricolarono come mercanti anche Gennaro, Onofrio e Stefano Brancati. Questa strana immatricolazione contestuale dei quattro fratelli (ovviamente di età diverse e con almeno Andrea non più giovanissimo) si può leggere come frutto di un evento eccezionale che potrebbe essere stato il decesso del padre, Bartolomeo,con la conseguente decisione di riorganizzare e rilanciare le attività della famiglia nel settore della seta.

79 In mancanza di scritture parrocchiali superstiti, la nascita di Andrea viene tentativamente collocata nel secondo decennio del ‘600 tenendo conto dei seguenti indizi: egli muore nel 1679; il figlio Domenico, morendo per malattia nel 1982, lascia un figlio (Andrea Juniore) che il Conforti dice ventenne (all’incirca); Andrea Jr., ha un figlio (Domenico Jr.) attestato almeno dal 1685 e muore nel 1710 (vedi oltre).

80 Tale arrendamento, che era valido per l’intero Regno ed era destinato a diventare uno dei più redditizi per le casse dello Stato, fu istituito dal Viceré Conte d’Oñate nel 1653; vedasi I. Fuidoro, Successi del governo del Conte di Ognatte (1648-1653), a cura di A. Parente, Napoli 1932, vol. 1, p. 180.

81 I. Fuidoro, op. e pag. cit.

82 Domenico Alfeno Vario, Pragmaticae, edicta, decreta, interdicta, regiaeque sanctiones regni Neapolitani. Napoli 1772, vol. 4, Pragm. XXXI.

83 ASBN, B. S. Giacomo, Matr. 247, f. 370. 17 Dicembre 1658. Pagamento di 46 ducati, da Andrea Brancati a Pietro Marchetti per la vendita ad Aniello Montefusco di “pannine” di seta.

84 Borrelli, op. cit., 1988, p. 44, n.167. Nella stessa nota 167, l’autore ci informa che Pietro Brancati fu utile al nipote Andrea anche come tesoriere della chiesa di S. Biagio dei Taffettanari e rappresentante del Banco del Sacro Monte di S. Pietro e della SS. Annunziata. Circa le attività che svolgevano, nello stesso periodo, altri parenti di Andrea, si segnala un documento del 1660 dal quale risulta che che due suoi fratelli, Onofrio e Stefano Brancati, si erano uniti in società per acquistare seta in Calabria e farla lavorare a Napoli (ASBN, B. S. Giacomo, 439/5, f. 105; 4 maggio 1660).

85 ASN, Fondo Monasteri Soppressi, matr. 1099 (riportato da Borrelli, op. cit., 1988, p. 43, n. 152).

86 Carlo Arici, di origini bergamasche, fu tra i più ricchi mercanti della Napoli seicentesca e fu spesso socio d’affari di Andrea Brancati (vedi oltre). I due condivisero anche il luogo di sepoltura: quella Cappella di San Francesco, in S. Diego dell’Ospedaletto, la cui ricca decorazione lo stesso Andrea aveva finanziato. Oltre a trattare grandi commerci di grano ed olio, l’Arici fu anche collezionista e mercante di opere d’arte; del che si trova menzione anche nelle Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani non mai date alla luce da Autore alcuno (Bernardo de Dominici. Napoli, 1743, Tomo III, p. 25 e 64), dove si ricorda Carlo Arici commissionò diversi quadri a Luca Giordano ed altri a Mattia Preti, del quale “ne vendè in vari luoghi d’Italia”.

87 I. Fuidoro, Successi del governo del Conte di Ognatte, 1648-1653. Riedizione a cura di A. Parente, Napoli, 1932. vol. 1, p. 180; G. Galasso, op. cit. pag 136.

88 P. G. Rocco da Napoli, Il conveato e la chiesa di 5. Maria la Nova di Napoli. Napoli 1920, p. 88.

89 La notizia è riportata da G. Borrelli (op. cit. 1988, p. 20) che al riguardo cita P. G. Rocco da Napoli, Il convento e la chiesa di S. Maria la Nova di Napoli, ivi 1920, p. 88.

90 E’ la residenza “all’incontro dell’Ospedaletto” (solo un centinaio di metri discosta da S. Maria la Nova) che il Conforti cita ne I Giornali di Napoli (op. cit., vol. 1, p. 81) quando dà notizia della morte di Domenico, figlio di Andrea. Ma è chiaramente la stessa casa in cui erano stati arrestati nel 1679 (vedi oltre). Tale palazzo, che è scomparso -come anche altri lì vicini- con le forti modificazioni urbanistiche di tardo Ottocento – inizio Novecento, doveva sorgere ove è ora la Questura di Napoli, oppure sul luogo del vicino grattacielo-albergo .

91 Voluta dalla devota Giovanna Castriota Skanderberg nel 1514, il complesso affiancava all’ospedale una chiesa dedicata a S. Gioacchino. Ceduto ai francescani, nel corso del Seicento la chiesa fu ampliata e decorata col concorso della cittadinanza e dedicata al Santo spagnolo Diego d’Alcalà. Nel contempo, il vicino ospedale fu ampliato e trasformato in convento. La chiesa in questione è oggi nota anche come S. Giuseppe Maggiore, perché ospita anche un altare dedicato a questo santo, qui trasferito quando la ottocenteasca apertura di Via Diaz richiese l’abbattimento della originaria chiesa di S. Giuseppe.

92 Carlo Celano, Del bello, dell’antico e del curioso della Città di Napoli. Edizione del 1792, Quinta Giornata, p.17, oppure p.334 nella ristampa Chiurazzi del 1870..

93 Giornali di Napoli, vol. 1, p. 26.

94 Morto nel 1636.

95 Francesco Pansa, op. cit., vol. I, p. 257.

96 La cosa ci è nota per l’atto notarile di una vertenza del 1691 tra Andrea Brancati Juniore ed il nipote ed erede del Sambarberio, M.co Ferdinando de Ferdinando, per una somma a saldo che il defunto Andrea Seniore non aveva pagato allo scultore (atto riportato da G. G. Borrelli, Documenti su pittori e marmorari della seconda metà del Sericento. In: “Ricerche sul ‘600 napoletano”, Electa, Napoli 1998, pp. 143-144.

97 G. Borrelli, op. cit., 1988, nota n. 148. L’atto notarile in questione è ivi citato come A. S. N., Notar Bartolomeo Barbato, 1343/3, f. 30.

98 Flavia Petrella, Napoli Sacra. Guida alle chiese della città. X itinerario. Soprintendenza ai B. A. e S., Elio de Rosa editore, Napoli 1995. p. 8.

99 Oltre che da compravendite di partite di grano, il particolare rapporto che Andrea ebbe con questi frati è denunciato anche dal fatto che le sue spoglie mortali saranno accolte proprio in quel “cappellone” di S. Francesco. Inoltre, proprio in quel convento francescano Andrea tenne nascosta la cassa contenente una sua riserva in orificerie ed anche il suo libro mastro segreto; se non stabilmente, almeno nel periodo in cui egli ebbe gravi problemi con la giustizia per una fornitura di grano ai ribelli Messinesi (vedi oltre).

100 ASBN, B. S. Giacomo, Matr. 344, f. 57, conto 1311.

101 Di analogo segno, sia pure di tipo più interessato, appaiono i rapporti d’affari che Andrea intrattenne con altri parenti trasferitisi a Napoli, come quelli con lo zio Pietro (di cui già si è detto) e col fratello Onofrio che -come vedremo- sarà a lungo uno stretto e fondamentale collaboratore di Andrea.

102 Su queste opere e per un profilo biografico ed artistico del Ragolia si veda Ida Maietta, op. cit., pp. 33-49.

103 Titolo che fu certamente quello di Barone (come attestano numerose fonti documentarie), e non di Duca, come erroneamente scrive il Conforti nel brano sopra riportato.

104 Nell’alto Medio Evo, Orsomarso fu parte della celebre Eparchia monastica basiliana del Mercurion, della quale rimangono molti ruderi nel territorio circostante (cfr. S. Borsari, Il monachesimo basiliano nella Sicilia e nell’Italia meridionale. Napoli 1963, p. 47). Nel periodo angioino fu feudo di Costantino Minutolo, mentre il periodo aragonese la vide accorpata alla Contea di Lauria e ceduta ai Sanseverino. Nel 1489 venne venduta a Perrotto Bisach, la cui figlia la portò poi in dono a Silvestro Tomacello. Nel 1580 venne venduta al marchese Ferrante Alarson per 35.000 ducati. Nel 1613 venne venduta a Gian Pietro Greco, che comprò anche Abbatemarco dai Sanseverino (dal sito web ufficiale del Comune di Orsomarso). Il feudo acquistato da Andrea Brancati Sr. nel 1668 era esteso un centinaio di chilometri quadri e inglobava anche un’area costiera che ora ricade in Scalea (porzione in sinistra del fiume Lao che gli Spinelli, duchi di Scalea, acquistano nel 1746) é -verso Sud- si spingeva sino a Grisolia. L’abitato di Abatemarco, che nel 1669 pagava fiscali per soli 34 fuochi, sorgeva presso l’omonimo Castello (noto anche come Castello di S. Michele e fu abbandonato nel corso del Settecento, sia per dissesti idrogeologici che per il graduale ingrandirsi del vicino casale di Cepollina. Alla crescita di quest’ultimo, che poi diverrà il comune di S. Maria del Cedro) contribuì notevolmente Andrea Brancati Jr. edificandovi un suo palazzo e, forse, anche delle case a schiera (il cosiddetto Casale del centro storico) per i contadini che vi si andavano traferendo. Al rilancio economico della fascia costiera del feudo (includente anche il casale di Marcellina, ora noto per le tracce archeologiche della magnogreca città di Laos) contribuì anche l’opificio dell’Impresa , ove si lavorava la canna da zucchero coltivata sulla vicina piana irrigabile.

105 La notizia è riportata da Mario Pellicano Castagna in Le ultime intestazioni feudali in Calabria. (Edizioni Effe Emme, 1978, p. 218), dove si cita il Reale Assenso registrato nel Quint. Refute. 199, f. 271. Circa il medesimo acquisto, Ciro Cosenza, a pagina 88 de La feudalità sul Tirreno Cosentino (Tipolito Dino Ricca, Diamante, 1979) cita la fonte A S N, Processo di Commissione Feudale, coll. N. 4602, f. 4 e ss.

106 G. Borrelli, op. cit., 1988. p. 20 e n. 156 a p. 43. Una cifra ben diversa (51.730 ducati) viene, invece, indicata da Ciro Cosenza (op.cit., p. 90), che la trae da documenti conservati nell’archivio degli eredi Brancati di Diamante.

107 G. Galasso, op. cit. p. 81.

108 I. Fuidoro, op. cit., vol. II, p. 141. Tra i sei, il Viceré sceglierà Giuseppe Pandolfi, noto avvocato originario di Conca dei Marini (Galasso, op. cit. p. 152).

109 G. Galasso, op. cit. p. 173.

110 Ad esempio, le 6.300 canne di tessuti (del valore di oltre 12.000 ducati) da lui regolate nel 1677 con l’atto notarile A. S. N., Notar de Giorgio, 358/31, f. 445.

111 L’arrendamento fu da essi preso per il periodo 1674-80, al costo di 134.900 ducati annui (A S N Notar C. de Giorgio, 358/39, f. 2). L’elevata cifra sborsata per l’appalto di tale gabella (che si pagava nella misura di 7 grana per libbra di seta) si lega ai grossi quantitativi di seta annualmente esportati a Napoli dalla Calabria; regione che contribuiva circa il 90% della seta che veniva commerciata nella Capitale (R. Ragosta, op. cit., pp.71 e 213).

112 G. Borrelli, op. cit. 1988, p. 42, n. 140.

113 A S N, Notar G. De Roma, 1214/19, f. 21.

114 Trattasi del suo unico figlio maschio, Domenico, nato presumibilmente nel terzo decennio del Seicento e morto nel 1682. Al riguardo, il Conforti (I giornali di Napoli, op. cit., vol. 1, p. 8) ci informa che, con la moglie Caterina Tizzano, Andrea “procreò due figli, cioè una femina, che fu moglie di Baldassarre Salzano, figlio di Marzio, che esercitò l’arte di speziale manuale nella strada di S. Lorenzo, ed un maschio chiamato Domenico … che ha per moglie la figlia del nominato di sopra Giuseppe Lavagna”. Quest’ultimo era un ricco mercante genovese operante in Napoli, col quale i Brancati furono anche in società.

115 Si veda, ad esempio, A S N Notar de Giorgio, 358/32, f. 274; scrittura con la quale – nel giugno del 1678 – Domenico Brancato e Carlo Arici, pubblici negozianti e il dottor Tauro Daniele, procuratore del D. Grande di Spagna G. D’Avalos principe di Trois si impegnano a fornire alla Città di Napoli tombole 60.000 di grani per ducati 40.000.

116 G. Borrelli, op. cit., p. 43, n. 153 e 154.

117 ASN Camera della Sommaria, Consulte, vol. 71. p. 277.

118 G. Borrelli, op. cit., p.43, n. 151.

119 In particolare quelle del Banco di San Giacomo, conservate all’ASBN.

120 G. Borrelli, op. cit., p. 42, n. 140 e p. 43, nn. 151 e 158. Dei commerci con l’Inghilterra pare che si occupasse particolarmente Onofrio Brancati, che –ad esempio- sappiamo essere a Londra nel 1676 ad attendere la nave inglese Delfino, affidata al comendante Thomas Gurgeny e proveniente da Gallipoli con una partita d’olio di circa 21000 kg, venduta alla ditta Thomas Foot, John Smith & Company per 2.247 ducati (G. Pagano, English merchants in seventeenth-century Italy, 1997, p. 103.

121 Si chiamava correntemente “pezza da otto” il “Real da 8” (o Dollaro Spagnolo), una moneta d’argento pari, appunto, ad otto Real, che fu coniata in Spagna a partire dal 1497 e che divenne la prima “moneta mondiale” verso la fine del Settecento.

122 Per quanto sia arduo determinare un preciso controvalore in moneta moderna per il Ducato circolante nella Napoli di tardo ‘600 (le stime variano, infatti, a seconda della mercanzia o del servizio usati per il raffronto coi costi moderni), a titolo orientativo si ricorda che con 1 Ducato ( = 10 Carlini = 100 Grana = 1200 Cavalli) e circa si comprava circa 1 quintale di grano o circa 10 litri di buon olio d’oliva. Pertanto, si può stimare che il fondo ricevuto in affido dall’Ordine di Malta corrispondesse a non meno di una cinquantina di milioni di Euro.

123 Bartolomeo dal Pozzo, Historia della sacra Religione militare di S. Giovanni Gerosolimitano detta di Malta (Verona, 1703), p. 461-462.

124 Messina era insorta contro la Spagna nel 1674 e potè inizialmente contare sull’appoggio di Luigi XIV; ma nel 1678 vi fu la Pace di Nimega tra Spagna e Francia, cosicché Messina, rimasta priva di aiuti esterni, finì per essere rapidamente ripresa e duramente punita dalle truppe spagnole.

125 D. Conforti, I giornali di Napoli, op. cit., v. 2, p. 8-63.

126 Sempre ne I giornali di Napoli del Conforti (vol. 1, p. 42), si dà notizia di un altro caso simile, stavolta relativo ad un nobile: “Giovanni Sances, marchese di Ga gliati …nel tempo che li francesi stavano dentro la città di Messina ribellata al re nostro signore, mandava ordinariamente rinfreschi e viveri dalla sua terra, sita in Calabria, dentro Messina cavandone grosso guadagno, e per detto effetto, come confederato e amico di ribelli, n’era stato fatto forgiudicato”.

127 Ossia imputato.

128 Questo mercante di origine genovese era il suocero di Domenico Brancati.

129 D. Conforti, I giornali di Napoli, op. cit., vol. 2, p.8.

130 Come si è visto, tale Monastero era di fronte al palazzo dei Brancati alla Strada del Castello (oggi Via Medina) e Andrea aveva familiarità coi Francescani che lo gestivano (vedi le sue laute offerte per decorare la annessa chiesa, l’acquisto di partite di grano trattate da quel monastero, etc.). Quindi, non stupisce troppo che Andrea riuscisse a tenere nascosto in quel chiostro un baule con le sue “carte” più delicate.

131 D. Conforti, I giornali di Napoli, op. cit., vol. 2, p. 19.

132 Costui era il conte Danese Casati, senatore di Milano, inviato dal re di Spagna a Napoli (ove giunse il 28 aprile 1678) come “visitatore generale del Regno” incaricato di seguire diversi processi delicati (tra i quali quello contro i Brancati). Spediti i relativi rapporti al re, lasciò Napoli il 3 aprile 1681 (D. Conforti, I giornali di Napoli, op. cit.,vol. 1, pp. 9 e 68).

133 Francesco d’Andrea (1648-1698) proveniva, come Andrea Brancati, dalle terre dell’ex Ducato d’Amalfi ed era all’epoca stimato come il miglior avvocato di Napoli, oltre che come persona di vasta cultura e squisito carattere. Su di lui si veda: S. Mastellone, Francesco d’Andrea politico e giurista. L’ascesa del ceto civile. Firenze 1969.

134 Verosimilmente, qui si deve leggere “il d’Andrea”, ossia l’avvocato (di cui era celebre l’eloquenza) e non l’Andrea Brancati, imputato.

135 D. Conforti, I giornali di Napoli, op. cit., vol. 2, p. 38.

136 Ibidem.

137 D. Conforti, I giornali di Napoli, op. cit., vol. 2, p. 63.

138 Tra queste negozazioni, che sono ancora da indagare, possiamo intanto includere il già citato vettovagliamentodelle navi vicereali operanti a Messina nel 1675 (ASN Camera della Sommaria, Consulte, v. 71. p. 277.). Di diversa origine (una transazione per un reato fiscale) era stata –verso la fine del 1673- la dazione di 12.000 ducati che il Viceré utilizzò per armare e spedire le navi che dovevano andare a rafforzare i Presidi toscani (G. Galasso, op. cit., p. 185).

139 L’accusa sosteneva che tale predaggio fosse, in realtà, una simulazione. In ogni caso, va ricordato che la Rivolta di Messina aveva davvero innescato una “guerra di corsa” nel Tirreno meridionale.

140 La posizione pro-Brancati del Viceré è ricordata anche dal Conforti (brano riportato a inizio Appendice), il quale scrisse che Domenico, “così al Marchese de Los Vleles, Viceré di Napoli piacendo, fu scarcerato e dichiarato innocente”. Al fatto che il Viceré fu sospettato di favore verso i due rei accenna anche G. Galasso a p.239 di Napoli spagnola dopo Masaniello (Sansoni, Milano 1982).

141 G. Galasso, op. cit., p.238 e 239.

142 Prestazione che, come osserva G. Borrelli (op. cit., 1988, p.20), era stata pessima e che, ciò nonostante, i due volevano ben pagata.

143 B. dal Pozzo, op. cit., p. 461. All’invio di messi dell’Ordine presso la Corte di Napoli si riferisce, quasi certamente, quel brano de I giornali di Napoli (Conforti, op. cit., vol. 1, p. 26) che in data 25 novembre 1679 annota: “…sono partite le galere di Malta di ritorno a quell’isola. Però hanno fatto soggiorno a Baia sino al giorno seguente, domenica, nel qual giorno cinque sono partite allo loro camino, e due sono ritornate in Napoli per attendere a sopire l’interesse della Religione in recuperare quello che deve conseguire dal quondam Andrea Vracato”.

144 G. Borrelli, op. cit., 1988, p. 20 e 23.

145 G. Galasso, op. cit., p. 214.

146 Ai costi della difesa in processo e alle pene pecuniarie ricevute, dovettero aggiungersi anche le penali che scaturirono dal bloccarsi degli affari in corso (sia mercantili che finanziari), nonché i danni per il mancato rinnovo di certi vantaggiosi appalti. A tale ultimo proposito, si segnala che, nel 1680, l’Arrendamento del Tabacco passò dai Brancati –che l’avevano tenuto per quasi trent’anni- a G. Tirone e soci (A S N, Notar de Giorgio, 358/34, f. 314), mentre i di Bisogno subentrani ai Brancati per le forniture di olio e di grano alla Città di Napoli (G. Borrelli, op. cit., 1988, p. 23).

147 Brano sopra riportato da “I giornali di Napoli” (op. cit., p. 38).

148 Op. cit., 1988, p. 21.

149 Si lega probabilmente a questi protesti il fatto che, negli anni ’80 del secolo, la Ragion Cantante dei Brancati ebbe anche due Curatori esterni: Aniello de Luca e Antonio Caiafa (A S N, Notar De Giorgio, 358/37, f. 39, come riportato alla nota 165 a p. 43 di G. Borrelli, op. cit., 1988; A S N, Notai del XVII secolo, B. Barbaro, sch. 1343, prot. 2.

150 L’Autore si riferisce alle carte di tale notaio, da lui consultate presso l’A S N ed in parte riportate nelle note del citato suo articolo.

151 Ragosta, op. cit., p. 64.

152 Dal Pozzo, op. cit., p.162.

153 Vedi sua breve biografia alla nota 7 del presente saggio.

154 Vi è poi traccia di un probabile suo rapporto con l’influentissimo Priorato Romano dell’Ordine di Malta che merge dal brano dell’autobiografia di Lorenzo Brancati nel quale, citando la somma pro sustentatione che il papa gli assegnò nel farlo cardinale (4260 scudi), egli aggiunge “cum adiutorio trium millium iam maturatorum super priorato Romano Equitum militensium” (Cantisani e Fusto, op. cit., pp. 92-93 e n. 214 a p. 178).

155 Cantisani e Fusto, op. cit., pp. 94-95.

156 Conforti, I giornali di Napoli, op. cit., vol. 1, p.81.

157 E’ il Conforti (ibidem) a dirci che egli era all’incirca ventenne nel 1682.

158abbiam veduto a’ nostri tempi Andrea Bracato (Seniore; n.d.r.) e Paolo Anastasio, due principali tra i mercadandi di ragione esser delle nostre contrade” (F. Pansa, opera e brano citati). A questa prima moglie di Andrea Jr. accenna anche il Conforti (I giornali di Napoli, op. cit., vol. 2, p. 22).

159 Vedi il brano dalla Notizie del Conforti riportato verso l’inizio di questa Appendice.

160 Della famiglia Pérez de Nueros si ricorda Miguel, che fu vescovo di Mallorca nel 1655 – 1656 eHieronymus, autore del famoso trattato Lapidicina sacra (Lugdunum, 1678).

161 G. Borrelli, op. cit., 1988, p.43, n. 165.

162 Ad esempio, in società con Aniello de Luca, procuratore ed ora anche complimentario della Ragion Cantante, vende “a Nicola Visi genovese di Arenzano, Capitano della nave Principessa del Cielo, sete e drappi da detti Brancato consegnati e d. Capitano per il valore di pezze 366 e soldi tre da otto reali”(G. Borrelli, op. cit., 1988, p.44, n. 165).

163 G. G., Borrelli, op. cit., pp. 143-144.

164 G. Borrelli, op. cit. 1988, p.42, n. 148.

165 Nativo di Agerola, ma vissuto tra Napoli e Capri (dove fu Assessore nel 1707), Biagio Avitabile fu sia un valente avvocato che uno scrittore e poeta. In particolare, lo si ricorda come biografo di molti poeti dell’Arcadia; Accademia di cui egli stesso fece parte (Mascolo, op. cit., p. 380).

166 Il libro con queste cantate venne stampate a Napoli presso De Bonis nel 1695 (cfr. Lorenzo Bianconi, Musica e cultura a Napoli dal XV al XIX secolo, L. S. Olschki, 1983, p.133), ma ne esiste una riedizione della Olschki del 1992.

167 L’opera fu stampata da Troise (Napoli) nel 1687. Sia per essa che per il volume con le Cantate dell’Amodei, dietro le dedicazioni si può intravedere la gratitudine degli autori per il supporto mecenatico espresso da Andrea Brancati Jr.

168 L’edificio risulta particolarmente imponente sul suo lato Est, dove scende parecchio sotto il livello della piazza e del bel portone ad arco bugnato. A Sud, poi, esso si addossa alla guglia rocciosa che fu sede di un cenobio basiliano e che ora reca in cima la Torre dell’Orologio. Altre residenze di Andrea Jr. furono il Castello dell’Abbatemarco e la fattoria fortificata-opificio detto Carcere dell’Impresa. Come punto di appoggio durante le battute di caccia sui boscosi monti intorno a Orsomarso, i Brancati restaurarono anche un antico fortilizio in località Raiona.

169 Zilli, op. e pp. cit.

170 Come abbiamo già visto, la morte lo colse a Orsomarso e qui egli fu seppellito, nella chiesa del locale Convento di S. Francesco.

171 Mario Pellicano Castagna, Le ultime intestazioni feudali in Calabria, Effe Emme editore, 1978, p. 218.

172 Secondo Ciro Cosenza (La feudalità sul Tirreno cosentino. Diamante 1979, p. 88) Antonio subentrò direttamente ad Andrea Jr da minorenne, per cui sarebbe stato sotto tutela dello zio Angelo Pérez de Nueros fino al 1730. Viste le incongruenze cronologiche insite in questa ricostruzione (Andrea Jr. era morto nel 1710 ed il figlio Antonio non poteva essere ancora minorenne alle soglie del 1730), si ipotizza che la tutela dello zio su Antonio (dovuta a un motivo che ci sfugge, ma non certo per minore età) la si ebbe quando questi successe al fratello Domenico.

173 Archivio storico per la Calabria e la Lucania, Volume 72 (2005), p.159.

174 Cosenza, op. cit., p.92-94.

175 I dati riguardanti i successori di Domenico Antonio sono tratti dalla citata opera di C. Cosenza (p. 89-94), il quale li ricava dal ricco archivio di famiglia dei Brancati cosentini. L’opera merita di essere consultata anche per la descrizione del feudo e della sua antica economia, nonché per l’interessante regolamento di famiglia (che l’Autore riporta estesamente) circa la trasmissione ereditaria del loro feudo e titolo nobiliare.

176 C. Cosenza, Diamante ha un nuovo centenario. Articolo a p. 5 del n.78 del periodico l’Olmo, Diamante, febbraio 2009.

177 Suppongo che, formalmente, il loro titolo dovesse essere declinato con la forma “Tommaso (o Pietro) nobile dei Baroni Brancati”, se –come qui si ipotizza- era un titolo solamente onorifico e –in quanto tale- estensibile oltre la discendenza diretta e primogenitale.

178 Mascolo, op. cit., p.164.

179 Mascolo, op. cit., p. 182, 193 e 375. Si noti che qui non si considera il barone Matteo Brancati (che fu Regio Governatore di Agerola nel 1798 (Ivi, p. 311), poiché egli doveva per legge “essere di fuori” (come furono in effetti tutti i suoi predecessori e successori su quella carica). Probabilmente non era nemmeno legato ai Brancati cosentini discendenti da Andrea Jr., visto che all’epoca il loro titolo baronale –ancora di tipo reale– si trasmetteva solo in linea primogenitale diretta e nessun Tommaso risulta tra quelli che tennero il feudo di Orsomarso ed Abbatemarco.

180

Agerola era da secoli sede di una Corte locale che –come tutte le altre- si componeva di un governatore-giudice, un mastrodatti ed uno scrivano. Il mastrodatti era responsabile della redazione e firma delle obligationes penes acta, cioè degli gli atti giudiziali. La mastrodattia veniva data in affitto al maggior offerente tramite apposita gara.

181

Senza affatto escludere che la serie sia ancora più fitta, si segnalano i casi si Antonio B. lche ottenne quella Mastrodattia nel 1694M Simone B., che ne risulta intestatario nel 1720; Giuseppe B., che la tenne nel 1733-34; Giovanni B., che subentrando al defunto padre Luigi, ne fu intestatario nel biennio 1774-75 e che risulta ancora mastrodatti dal 1793 al 1795, quando la cede al fratello Matteone.(notizie ricavate dalla già citata Delibera dell’Università di Agerola del 26 maggio 1720 e dai seguenti documenti dell’Archivio di Stato di Napoli: A. S. N., Sommaria, Intestazioni feudali, vol. 85/126 e vol. 115/1906; A. S. N., Sommaria, Cedolari, vol. 90/838, vol. 94/128, vol 97/204 e vol. 99/744).

182 A. De Sariis, Codice delle leggi del Regno di Napoli (Orsini, Napoli 1793), p. 370.

* : Questo articolo è tratto dalla Appendice al saggio dello scrivente (Aldo Cinque) intitolato “I parenti agerolesi del cardinale Lorenzo Brancati”, apparso sul numero 43/44 della Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana (2012).

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