Alle origini dei toponimi La Vertina (Agerola) e Vetrina (Conca dei Marini).

Non ci crederete, ma solo giorni fa ho scoperto che a Conca dei Marini esiste una scalinata comunale  chiamata Via Vetrina. Chissà quante altre volte ci ero passato vicino, ma non avevo mai notato la piastrella dipinta che reca quel nome (vedi foto).

Ad ogni modo, nel notarla ho quasi sobbalzato, e non perché trovassi buffo quel nome (applicato com’è a un percorso che porta solo a boschi, rupi e case sparse). Il mio è stato un sobbalzo di contentezza, perché scoprivo in Costa d’Amalfi un altro toponimo che può farsi derivare da Viterina: un vocabolo che pare sia esclusivo della nostra zona, dove lo si è usato fino al XIV secolo, per poi essere dimenticato. Come notò Matteo Camera nell’Ottocento, vi sono parecchi luoghi dell’ex Ducato Amalfitano – fino a Capri – che portano toponimi che furono ispirati dall’antica presenza di viterine, ma sul senso della parola le ipotesi avanzate da vari autori moderni risultano contraddittorie e non corroborate da evidenze documentali o ragionamenti stringenti [1].

E’ per questo che anni fa mi applicai a lungo allo studio di un vasto campione di scritture medievali amalfitane (atti di compravendita, di affitto e testamentali) che usano il termine viterina e, pur senza mai spiegarlo esplicitamente,  fanno ben trasparire che lo si usava per indicare una categoria di bene immobile produttivo, non edificato, ma di non poco valore economico. Gradualmente, tenendo in conto anche la posizione e le caratteristiche geo-ambientali dei luoghi con viterine citati nelle fonti, nonché di quelli che ancor oggi recano toponimi derivati da veterina, giunsi a delle conclusioni abbastanza solide che riportai in un saggio pubblicato nel volume a cura di Silvia Siniscalchi “Studi in onore d Vincenzo Aversano” (Collana del Laboratorio di Cartografia e Toponomastica Storica dell’Università di Salerno, N. 5-6 Ed. Futenberg 2014).

Mentre invito i lettori più curiosi ed esigenti alla letture di quel mio saggio (e degli altri interessanti contributi che il volume contiene), qui mi limito a dire che, per me,  il termine veterina veniva usato per indicare una zona sistemata e attrezzata per l’esercizio dell’arte dell’aucupio, ossia per la cattura di volatili a mezzo di reti. Per l’etimologia ho proposto una derivazione dalla coppia aves (‘uccelli’) più il verbo rĕtinĕo (‘trattengo, prendo’) e una evoluzione nell’ambito del volgare parlato (già compiuta tutta entro il secolo X) che vide tra l’altro cadere la “a” iniziale (erroneamente ritenuta articolo) e l’inversione da veret- a vete-.

roccolo di anesa fig 1

Le fonti medievali ci segnalano che nel territorio di Agerola vi erano importanti veterine sul crinale principale dei Monti Lattari. In particolare, per la località At Caballum (oggi Cavallo) una charta venditionis del 1186 cita una lunga serie di viterine (“…viterine de ipsi Agerolani qui dicitur de Pitru”) lungo il crinale che delimitava a monte un vasto castagneto del l monastero di S. Lorenzo di Amalfi.

Poco più ad est vi era un’altra viterina, per la quale, nell’anno 1326, finirono davanti al giudice di Amalfi l’agerolese Giuliano de Fusco e l’amalfitano Pietro de Iudice, in lite tra loro per il titolo di possesso (doc. CCCCXL del Codice Perris) .

Per la stessa zona, una pergamena del  1465 (doc. DCV, ivi) parla di una  “paratam columbarum et avium sitam Ageruli in loco montanee Sancti Angeli ad Iubo ubi proprie dicitur la parata de li Palombelle” che era tenuta da Iohannes Cavalierus de Agerulo”.  Oltre a darci la forma antica di due toponimi ancora in uso (Le Palombelle e S. Angelo a Jugo/Iubo/Iuvo), quella pergamena ci fa capire che il termine viterina scomparve perché sostituito dall’equivalente i parata (sottinteso “di reti”), che pure ha lasciato un toponimo (La Parata) nella zona in questione.

 

Per quanto riguarda Conca (che all’epoca era un casale di Amalfi), il fatto che anche qui l’aucupio era una rilevante fonte di reddito ci è indirettamente svelato da documenti notarili medievali (ad esempio il doc. CCIV del Codice Perris, anno 1201) che citano i transitis di coturnici (da cui il toponimo praianese Tràsita) come fruttuoso attributo di un podere in vendita, oppure indicando delle specifiche quantità annue di coturnici quali canoni in natura che si richiedevano agli affittuari di fondi che, evidentemente, erano predisposti alla cattura dei volatili di passo.

fig 2

Andando ora alla questione dei toponimi citati nel titolo, faccio notare che, ad Agerola, La Vertina  si dice A Vərtìnə,  laddove col simbolo fonetico “ə” indico quel suono di vocale indistinta che noi Napoletani usiamo tanto, specie in finale di parola. Più in generale, sono le vocali atoniche di una parola (uelle sulle quali non cade l’accento) a subìre tale “neutralizzazione”, diventando indistinte. Diventa, quindi, più facile capire come accadde che, nella limitrofa Conca,  si passò da Veterina (parlato Vətərìnə) a  Vetrina (parlato Vətrìnə). Si è trattato solo della caduta della seconda vocale, già indebolita dalla neutralizzazione e anche facilitata dal fatto che colui il quale – in epoca recente – raccolse quel’antico toponimo dalla tradizione orale e lo trascrisse, non aveva idea del significato, lo interpretò come una leggera storpiatura dell’italiano ‘vetrina’.

 

Il toponimo agerolese La Vertina (così in documenti dal Settecento in poi) si applica a quella parte del casale Pianillo che scende fin dentro al solco del fiumicello Penìse, sul cui greto ricordo di aver visto parare delle reti per uccelli quand’ero ragazzo.

Per la sua etimologia vedo due possibilità: (1) farlo venire dal medievale Veterina (Vətərìnə) ammettendo una tardiva metatesi (V-t-r > V-r-t), oppure (2) pensarlo come un caso che, grazie alla maggior conservatività della montana comunità agerolese, è rimasto più simile a quel  neologismo alto-medievale che, unendo aves e retinet, o retinens, per dire ‘acchiappauccelli’, ne aveva tratto un vocabolo che, più o meno,  doveva suonare Avərətìnə. Sarebbe poi bastato staccarne la A iniziale (supponendola articolo) e sopprimere del tutto il già tenue suone della  seconda vocale per ottenere ‘A vərtìnə, ossia La Vertina.

fig 3

 

NOTA 1:

  1. Camera (1881) ipotizzò che le viterine citate in tante antiche scritture amalfitane fossero dei “siti pietrosi e scoscesi”.

Per  R. Filangieri (1917), invece, per viterina si intendeva una “piccola vigna, probabilmente in luogo aspro”; ipotesi cui aderì pure il famoso medievalista francese Pierre Toubert (1981).

  1. Mazzoleni e R. Orefice (Glossari nel vol.V de “Il Codice Perris…”) salomonicamente riportano sia l’ipotesi cameriana che quella filangieriana: la prima per il lemma Veterina e la seconda per il lemma Viterina.

Segue sostanzialmente il Filangieri anche G. Gargano (2005) proponendo di interpretare le viterine come delle “terrazze coltivate a viti”.

Infine, per J. M. Martin (2000) e per E. Federico (2008), che ha ben studiato le attestazioni relative a Capri e il toponimo Viterino che ancora esiste sull’isola, il significato sarebbe “ “zona con erba vecchia, maggese, sodaglia”.

A proposito di ipotesi fuorvianti, è da escludere quella che lega viterina al latino veterinae (‘bestie anziane adatte solo alla soma; non più alla corsa’); da cui Veterinaria nel senso iniziale di ‘cura delle bestie da soma’. Infatti, le veterine citate nelle antiche scritture notarili di area amalfitana  non sono degli animali bensì degli spazi; spazi che mai si connotano come occupati da stalle o simili.

 

 

Bibliografia

 

Cinque A. Cos’erano le veterine? Analisi di un oscuro vocabolo del lessico medievale amalfitano, con riflessi sulla micro-toponomastica locale.  In: . “Studi in onore d Vvincenzo Aversano” a cura di S. Siniscalchi. Collana del Laboratorio di Cartografia e Toponomastica Storica dell’Università di Salerno, N. 5-6 Ed. Futenberg 2014.

 

Camera M., Memorie storico-diplomatiche dell’antica Città e Stato di Amalfi, . Salerno 1876-1881.

Federico E., Terreni, macchie, opere e coltivazioni. Note di toponomastica territoriale caprese. In: “Conoscere Capri”, n. 7, pp. 13-31, Capri, Ed. Oebalus, 2008.

 

Filangieri R., Codice Diplomatico Amalfitano, 2 voll., Napoli 1917, Trani, 1951.

 

Gargano G., La nobiltà aristocratica amalfitana ai tempi della Repubblica indipendente (839-1131). Parte III. Rassegna del Centro di storia e cultura amalfitana, 30, 2005.

 

Mazzoleni J. e Orefice R., Il Codice Perris. Cartulario amalfitano; Sec. X-XV. Centro di cultura e storia amalfitana, Collana Fonti, 1/I-1/V  (5 voll.), Amalfi, 1985-1989.

Salvati C.e Pilone R., Gli archivi dei monasteri amalfitani (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità), 860-1645. Centro di cultura  e storia amalfitana,. Collana Fonti, 2, Amalfi 1989.

Toubert P., Paisages ruraux et techniques de production en Italie méridionale dans la seconde moitié du XII siecle. In : AA. VV. “Potere, società e popolo nell’età dei due Guglielmi. Atti delle Quarte giornate normanno-sveve”, Bari, Ed. Dedalo, 1981, pp. 201-229.

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