Quando i castagneti da frutto dominavano il paesaggio agrario.

Tra le mille indicazioni che possono trarsi dall’esame del Regio Catasto Onciario di Agerola (compilato nel 1752) una riguarda la distribuzione degli usi del suolo dell’epoca.

Esaminando le oltre 400 “rivele” dei capifamiglia, nonché quelle degli enti ecclesiastici (chiese, monasteri  e confraternite), dei Monti di famiglia e dei forestieri con beni in Agerola, si scopre innanzitutto che viveva in casa propria circa il 95% delle famiglie (403) e che solo il 5% circa (16 casi) stava in casa presa in affitto.

 

catasto_onciario_di_agerola

 

Circa la estensione dei vari tipi di copertura vegetale e usi del suolo (land cover / land use degli anglofoni) quel catasto non permette calcoli precisi in quanto le varie proprietà terriere che esso cita (senza mapparle) sono caratterizzate per rendita annua e non per estensione areale. Tuttavia, un’idea approssimativa possiamo farcela guardando alle frequenze con le quali compaiono in catasto i termini  lì adottati per indicare la varie tipologie di copertura vegetale e di uso agrario del suolo; frequenze espresse come percentuali del totale delle specifiche presenti in Catasto, pari a 2001 [1].

Il termine selva (“…possiede una selva nel luogo Cavallo…”) compare 280 volte, mentre il termine bosco compare 187 volte (FC = 14% )

Passando dalle formazioni vegetali naturali a quelle modificate dall’uomo nel corso del Medioevo, abbiamo le  75 menzioni  (FC = 3,5%) di “selve castagnali”, ossia di boschi puri di castagno da legna (castagno amaro; dialettale pontichito) .

Abbiamo poi i termini che afferiscono a terreni coltivati (di solito previo terrazzamento dei fianchi montuosi). In tale categoria abbiamo 400 volte (FC = 20%)  la comparsa del termine orto. Il fatto che compaia circa tante volte quanto le case di proprietà (vedi sopra) non è un caso: si trattava quasi sempre di orti ad uso di famiglia o, almeno, così denunciati, forse per non vederseli calcolati come fonti di rendita e vedere quindi accresciuta la propria tassazione.  La  frase tipica che si legge nelle rivele catastali è: “… abita in casa propria con attaccato un poco d’orto per uso proprio…”). Ad ogni modo ieri come oggi, venivano destinate a orto le aree più prossime alle case, perché bisognevoli di cure agricole più frequenti e di una maggiore vigilanza.

Circa uguale frequenza  (FC = 20,2%) ha il caso del cosiddetto “terreno da zappa” o “terreno” e basta o, ancora, “terra” (“…possiede un pezzo di terra al luogo Lama…”) , presente 404 volte, di cui 6 relativi a terreno definito sterile.

 

Un tipico orto agerolese

 

Stupisce abbastanza la scarsa frequenza dei termini frutteto/terreno fruttato (solo 17 volte; FC = 0,8% circa) e  vigna/vigneto (solo 8 volte; FC = 0,4%). Quasi certamente questi bassi numeri non significano che le coltivazioni d’uva fossero così rare. Certo, eravamo nel pieno della Piccola Età Glaciale  e il clima, sensibilmente più freddo di oggi, alle altitudini di Agerola doveva aver convinto molti che era meglio dedicarsi a colture montane e, col ricavato di vendite, comprarsi il vino dai contadini dei vicini centri costieri.  Ma, in aggiunta a ciò, si deve considerare che parecchie vigne (e alberi da frutta) dovevano stare nei già citati orti presso le case, tipicamente caratterizzati da più livelli di coltivazione (vite su pergola e alberi da frutto tenuti alti, con sotto le orticole).

Veniamo, infine, al caso dei castagneti da frutto. I relativi termini ( “castagneto” e “porzione di castagneto”)  compaiono nel Catasto Onciario ben 630 volte!

 

Alcune "riole" residue dell'ampio castagneto di San Pietro (Pianillo di Agerola), citato già in una fonte del 1104

Alcune “riole” residue dell’ampio castagneto di San Pietro (Pianillo di Agerola), citato già in una fonte del 1104

Come si nota, quella dei castagneti da frutto è la tipologia a maggiore frequanza (FC = 32% circa). Tradurla in percentuale di copertura  areale (FA) e raffrontarla con quelle delle altre colture (orti, terreni da zappa, frutteti e vigneti, che nell’insieme danno una FC pari al 42% circa) non mi appare facile al momento, perché non ho certezze sulla taglia media che caratterizzava, da una parte, le proprietà definite come castagneti e porzioni di castagneto e, dall’altra, le proprietà con altri tipi di coltura. Ad ogni modo, considerando molto probabile che le prime non erano mediamente più piccole delle seconde (se non di poco), mi sento di concludere che le aree a castagneto da frutto coprivano in totale una percentuale di territorio assolutamente rilevante (vedi Tabella); di poco inferiore a quella che era destinata a tutti gli altri tipi di coltivazioni.

 

TAB

 

In ciò mi conforta anche il fatto che, scorrendo il Catasto Onciario, si capisce che all’epoca (1752) vi erano castagneti in tantissime zone che oggi (e a memoria d’uomo) sono invece occupati da orti, vigne e coltivi di altro genere, nonché da nuove aree residenziali e di servizio.

A cosa si deve il fortissimo ridimensionamento areale dei castagneti da frutto avvenuto ad Agerola in periodo successivo agli anni del Catasto Onciario? Credo di non andare troppo lontano dal vero ipotizzando che un fattore decisivo fu l’affermarsi (non solo a livello locale) di quelle nuove fonti di carboidrati che sono il mais e la patata.

Sono notoriamente piante importate dalle Americhe dopo la scoperta del Nuovo Mondo. Tutte e due richiesero tempo affinchè l’uso di coltivarle e consumarle si affermasse in Europa, vincendo inerzie culturali e diffidenze. Più che all’affermarsi del mais [2], che da noi doveva coltivarsi già all’epoca del Catasto Onciario, la osservata contrazione dei castagneti da frutto (cui di recente hanno contribuito anche malattie) credo che fu dovuta  all’affermarsi delle coltivazioni di patate [3], che sul soffice e fertile suolo agerolese e sotto il nostro clima riescono particolarmente bene. Tra l’altro, a segnalare quel cambio di coltura estensiva prevalente (dal castagno alla patata) intervenne anche la nascita dell’appellativo di patanari dato agli Agerolesi dagli abitanti dei paesi intorno.

E continuiamo pure a coltivarlo questo tubero, magari recuperando le sue cultivar più tradizionali e tipiche, nonché a …celebrarne la bontà  con la bella sagra Gusta la Patata che organizzano ogni secondo week end di agosto quelli della borgata di S.Maria La Manna, ma –nel contempo- trattiamo con grande rispetto i residui lembi di castagneto da frutto che ancora punteggiano il territorio agerolese. Quelle enormi riole – come chiamiamo i castagni da frutto di grossa taglia – hanno spesso più di un secolo di vita e, cosa ancora più importante, stanno negli stessi luoghi dove mille e più anni fa i nostri antenati piantarono tigillun (virgulti di castagno selvatico; dialettale odierno tiillo) e poi provvidero a innestarli (medievale insurculare; dialettale odierno ‘nsertà)  con “bona castanee zenzalis” [4] .

Oltre ad abbellire il nostro paesaggio e a dare un prodotto che è ancora rilevante per l’economia di talune famiglie, quei residui di antichi castagneti sono, dunque, una testimonianza storico-culturale molto importante e certamente meritevole di tutela.

 

NOTE

1 – Queste frequenze di cittazione (FC) non possono automaticamente tradursi in percentuali di area coperta (FA = % dell’area totale del territorio comunale, pari a circa 1983 ettari) poiché – ovviamente –  la dimensione media degli appezzamenti non può considerarsi la stessa per le varie tipologie. Ad esempio, è presumibile che gli appezzamenti adibiti ad orto avessero estensioni unitarie  nell’ordine delle are (tra 2 o 3 e una quindicina), mentre  la taglia  delle proprietà di tipo boschivo (boschi, selve e selve castagnali) doveva essere tra l’ettaro e le decine di ettari. Quindi, per tradurre le frequenze percentuali di citazione (FC) in percentuali di copertura areale (FA = %  dell’area totale del territorio comunale, pari a circa 1900 ettari)  dobbiamo applicare dei fattori di correzione proporzionali ai rapporti di taglia media che si avevano tra gli appezzamenti a diversa destinazione.

2 -In dialetto locale detto graurinnia, ossia ‘grano d’India’ (ricordiamoci che le Americhe furono inizialmente prese per parte del continente asiatico-indiano).

3 – Gli Spagnoli avevano scoperta quella pianta  nel 1539 in Perù, ma fu solo nel tardo ‘700 e ‘800 che la coltivazione e il consumo di patate prese gradualmente piede in Europa, cominciando da certe regioni francesi, svedesi e svizzre.

4 -Operazioni, queste, che troviamo  ben descritte in tante  pergamene dei secoli X-XIV riportanti i contratti di a pastinandum coi quali i grandi  proprietari terrieri (monasteri e nobili) affidavano a famiglie contadine degli appezzamenti che da bosco o incolto dovevano – appunto –  essere trasformati in castagneti da frutto. La zenzale era la varietà preferita all’epoca.

 

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